e 3 y-ié
DIZIONARIO
DI ERUDIZIONE
STORICO-ECCLESIASTICA
DA S. PIETRO SINO AI NOSTRI GIORNI
SPECIALMENTE INTORNO
AI PRINCIPALI SANTI, BEATI, MARTIRI, PADRI, AI SOMMI PONTEFICI, CARDINALI
E PIÙ CELEBRI SCRITTORI ECCLESIASTICI, AI VARII GRADI DELLA GERARCHIA
DELLA CHIESA CATTOLICA , ALLE CITTA PATRIARCALI , ARCIVESCOVILI E
VESCOVILI, AGLI SCISMI, ALLE ERESIE, AI CONCILII , ALLE FESTE PIÙ SOLENNI,
AI RITI, ALLE CEREMOWIE SACRE, ALLE CAPPELLE PAPALI, CARDINALIZIE E
PRELATIZIE, AGLI ORDINI RELIGIOSI, MILITARI, EQUESTRI ED OSPITALIERI, NON
CHE ALLA CORTE E CURIA ROMANA ED ALLA FAMIGLIA PONTIFICIA, EC. EC. EC.
COMPILAZIONE
DEL CAVALIERE GAETANO MOROJNI ROMANO
PRIMO AIUTANTE DI CAMERA DI SUA SANTITÀ
GREGORIO XVI.
VCL. XXXVII.
IN VENEZIA
DALLA TIPOGRAFIA EMILIANA
UDCCCXLVl.
^s. .
DIZIONARIO
DI ERUDIZIONE
STORICO-ECCLESIASTICA
-^©^•^
JUB
JUC
JUBE DOMNE BENEDICERE.
Versetto col quale si domanda la
benedizione prima di cominciare
la lerione. La parola Jube sta qui
in vece di velis^ come nel prefazio
nostras voces , ut adniitù fubeas ,
per admitti velis. Donine per sin-
cope di Domine. V. Nonnio Mar-
cello citato dal Macri, al cap. IV.
Avverte il Gavanto sect. V, cap. Il,
che dicendo alcuno l'uffizio da per
se solo dirà Jahe Domine^ perchè
domanda la benedizione da Dio;
lo stesso osservandosi nella messa
al vangelo dal sacerdote. Il Sar-
nelli nelle Leu. eccl. tom. IV,
lett. VII, p. i5, spiegando tal ver-
setto, avverte che il lettore doman-
dando la benedizione al sacerdote
ebdomadario , lo chiama Donine ,
perchè quando si recita privata-
mente r uffizio si dice Domine ,
chiedendosi la benedizione imme-
diatamente da Dio. Quando poi il
vescovo celebra l'uffizio e canta la
lezione, dice Jube Domine benedi'
cere, e il coro risponde Amen; non
convenendo che il superiore doman-
di la benedizione all'inferiore. Se
però canta il primo in coro, per-
chè non è superiore j dice Jube
Domne ; ed il secondo in coro di-
ce le parole della benedizione, co-
me spiega ancora il p. Emmanue-
le Ezevedo, Exercitat. de divino
officio, Venetiae 1783, p. 116. Di
ciò ne parlammo ancora agli arti-
coli Dio, DoM, e DoMiNus. Quan-
to poi fa il Papa nella sua cap-
pella pontificia nel mattutino della
notte di Natale^ lo si disse nel vo-
lume IXj p. 1 1 o e III del Dizio-
nario. Il Macri nel Hierolexicon e
nella Not. de' voc. eccl. dice che i
greci ancora usano questo titolo
sincopato^ dicendo Kyros agli uo-
mini e non Kyrios, che sì dà al
solo Iddio.
JUCA.TAN (Jucatan). Città con
residenza vescovile nell'America set-
tentrionale, chiamata ancora Meri'
day Emeriten , Merida o En>€rita
6 JUC
Nova, neirindie occidentali. Jucatan
o Yucalan ovvero Menda è capo-
luogo dello stato di Jucatan nel
Messico o federazione Messicana.
Giace in un'arida pianura, che dai
inedii colli si estende al golfo del
Messico. JNon ha grande estensione,
ma è ben fabbricata, ed otto stra-
de rettilinee conducono tutte alla
gran piazza centrale, che è abbel-
lita da diversi edifìzi, come dalla
cattedrale e dal palazzo del gover-
no. Vi sono manifatture di coto-
ne e buoni artefici in rame. Vi
risiede la corte di giustizia per
gli stati di Yucalan, Tabasco e di
Chiapa. Lungo la via boreale del-
la città per Bacalar s* incontrano
molti antichi ruderi, ed assai più
e meglio mantenuti nella via me-
ridionale, per lo che può dirsi ,
che il lato orientale dello stato di
Yucatan ne ridondò. 11 più con-
servato è un grandioso edifìzio
quadrato, che i naturali chiamano
OxmiUal , che misurato verso il
\']5o si trovò di 600 piedi in
ognuna delle quattro faccie, e gli
interni appartamenti, il corridoio,
j pilastri sono lutti decorati di
bassirilievi, che rappresentano ser-
penti, lucertole, ed altri rettih.
La prima conoscenza del Yucatan
si deve al i5o2, ed a Cristoforo
Colombo, e Diaz de Solis che lo
accompagnava vi pose pel primo
il piede nel i5o8 ; ma la vera
sua scoperta si attiibuisce a Fran-
cesco Hernandez de Cordova, ric-
co colono dell' Avana, che agli 8
febbraio iSiy prese terra al capo
Caloche, ma con infelice spedizio-
ne ; ne vendicò 1* onor nazionale
il castigliano Giovanni di Gnjalva.
Indi la conquista fu compita nel
1527 da Francesco de Montejo,
e la regione prese il nome di
JUC
Nuova Spagna, perchè assoggetta-
ta alla monarchia di questo nome.
Seguì lo stato i destini del Mes-
sico, cosi la città di Jucatan o
Merida.
La sede vescovile fu eretta per
tutta la provincia del Yucalan, ad
istanza dell* imperatore Carlo V,
nel i547 dal Papa Paolo III; le
fu assegnato per mensa ottomila
pezze, e dichiarata sulfraganea del-
la metropoli di Messico, come lo
è tuttora. I vescovi Giovanni di
6. Francesco e Giovanni Porta, fu-
rono nominati ma non consecrati,
quindi il primo vescovo può dirsi
Francesco di Toral, provinciale
francescano della provincia del s.
Evangelo; fu preconizzato da Pio
IV, consacrato nel 1662, e mori
nel iSyi. Fra i suoi successori
noteremo particolarmente il vesco-
vo Gonzalez de Salazar agostiniano,
nominato nel 1608 da Paolo V:
governò la sua chiesa col massimo
zelo, ed occupossi particolarmente
in distruggere l'idolatria ; rovesciò
ventimila idoli, e si meritò gli e»
logi di detto Pontefice, che lo fe-
licitò con una lettera; mori nel
i636, dopo di aver convertito più
di quindicimila indigeni. Nel secolo
passato, dopo lunga sede vacante,
Benedetto XIV nel concistoro dei
6 marzo 174^ dichiarò vescovo di
Jucatan fr. Matteo di Zamora fran-
cescano, il quale ebbe i seguenti suc-
cessori. Nel 1 745 fr. Francesco di s.
Bonaventura y Texada, traslato da
Tricala in pavlibiis e dal sufiraga-
nato di Cuba. Nel 1753 fr. Igna-
zio dePadilia agostiniano, traslato
dall' arcivescovato di s. Domingo.
Nel 1762 fr. Antonio Alcalde do-
menicano. Nel 1772 Diego de Pe-
redo traslato da Cartagena. Nel
1775 Antonio Cavallero y Gon-
JUD
gora traslalo da Chiapa. Nel 1779
Lodovico de Pian-y-Mazo bene-
dettino. Nel 1797 Pietro Agosti-
no Estevez-y-Ygarte della diocesi
di Canarie. Per morte di esso il re-
gnante Papa Gregorio XVI, nel
concistoro de' 17 dicembre i832,
dichiarò vescovo di Jucatan V o-
dierno monsignor Giuseppe Maria
Guerra nato nel Messico, già arci-
diacono di questa cattedrale e par-
roco in diverse cure.
La cattedrale, ottimo ed elegan-
te edifizio, è dedicata a Dio, sotto
il titolo di s. Idelfonso, con fonte
battesimale, essendo la cura delle
anime affidala a due lettori. 11 ca-
pitolo si compone di quattro di-
gnità, la prima delle quali è il
decano, e di diversi canonici, bene-
ficiati, oltre altri preti e chierici
addetti all'uffiziatura delia medesi-
ma. L'episcopio, edifizio di buona
struttura, resta vicino alla catte-
drale. Olire la parrocchia di que-
sla^ nella città vi sono altre chie-
se parrocchiali munite di batti-
sterio, un monastero di monache,
alcuni conventi di religiosi, diverse
confia terni te, ospedale e seminario.
La diocesi è amplissima, estenden-
dosi per circa mille leghe, ed ab-
braccia più città e luoghi. I frut-
ti della mensa vescovile sono tas-
sati ne' libri della camera aposto-
lica in fiorini 33, ascendendo le
rendite ad 8000 pondtrum illius
monetae.
JUDICAELE (s.). Successe a suo
padre. Judaele nella signoria di
Domnonea nella Bretagna, e prese
il titolo di re; ma nel 616 rinun-
ziò alla sovranità, ed abbracciò lo
stato religioso a Gael, monastero
allora governato da s. Mevenno.
Poco dopo fu costretto a ripren-
dere il governo del principato. Tra
JUN 7
le pie fondazioni da lui falle, evvi
l'abbazia di Painpont, nella diocesi
di s. Malo. Per prevenire una guer-
ra pericolosa si lasciò persuadere
da .s. Eligio a rendere omaggio a
Dagoberto, e non andò guari che
fece ritorno al monastero di Gael,
ove visse nella pratica delle virtù
religiose, e mori la notte del 16
al 17 dicembre, circa la metà del
secolo VII. Neir878 le sue reliquie
furono trasferite presso i benedet-
tini dell'abbazia di Marne nel Poi-
touj poscia detta di s. Giovino.
Egli è nominato a* 16 dicembre
nel martirologio di Francia ed in
quello de' benedettini ; ma l'antico
calendario di s. Mevenno non ne
fa menzione che il di appresso.
JULTANIA. Sede vescovile del-
l'Armenia maggiore sotto il catto-
lico di Sis, il di cui vescovo Gio-
vanni fu inviato al Papa Gregorio
XIII, dal cattolico Azaria.
JUNCA. Sede vescovile della
Mauritiana Cesariana , nell' Africa
occidentale, sotto la metropoli di
Giulia Cesarea, di cui fu vescovo
Glorino, esiliato da Unnerico re dei
vandali nel 4^4-
JUNCA o JUNGA. Sede vesco-
vile della Bizacena nell' Africa oc-
cidentale, sotto la metropoli di A-
dramito. Ne furono vescovi Valen-
tiniano che nel 4^ ' trovossi alla
conferenza di Cartagine; Tertullo
esilialo nel 4^4 ^^ Unnerico re
de' vandali ; Verecondo del 552 o
553; e Numidio che nel 64 1 sot-
toscrisse la lettera del concilio Bi-
zaceno , all' imperatore Costantino
Eraclio contro i monoteliti. Ivi fu
tenuto nel 524 uii concilio, conci-
cilium Juncense, presieduto da s.
Fulgenzio vescovo di Ruspa, e con-
tro il vescovo Vincenzo che avea
esleso la sua giurisdizione sopra
8 JtJN
alcune popolazioni che non gli ap-
partenevano. Reg. tom. XI; Labbé
tona. IV; Arduino tom. II.
JUJVOPOLIS o JONOPOLI. Se-
de Tcscovile della Paflagonia Me-
diterranea neir esarcato di Ponto ,
sotto la metropoli di Gangres o
Gangra. Fu eretta nel IV secolo,
e fu detta ancora Jerapoli o Gi-
nopolL Altri dicono ch'essendo con-
sacrata ad Esculapio, chiamossi A'
bonotichos. Alessandro 1* impostore
che l'ottenne dall' imperatore, le
diede il nome di Junopoli. Ne oc-
cuparono la sede i vescovi Petro-
nio; Diogene che sottoscrisse la
contestazione di que' vescovi che
non volevano si cominciasse la ce-
lebrazione del concilio d'Efeso pri-
ma dell'arrivo di Giovanni d' An-
tiochia ; Reno che fu al concilio di
JUW
Calcedonia; Iperio che sottoscrìsse
la lettera de* vescovi di sua pro-
vincia all'imperatore Leone; Gior-
gio che trovossi al sesto concilio
generale ; Eraclio che fu al settimo ;
Antesio che intervenne all'ottavo;
e Gregorio che fu al concilio- di
Fozio. Oriens chrisL tom. I, p. 5S^.
Al presente Junopoli o Jonopoli ,
Jonopolilany è un titolo vescovile
in partibus che conferisce il Papa,
sotto l'arcivescovato in partibus di
Gangra. Lo portarono da ultimo i
prelati Carlo Francesco Magdonell
e Ferdinando Corbi napoletano ,
cappellano aulico del re delle due
Sicilie, il quale fu nominato dal
Pontefice regnante Gregorio XVI,
nel concistoro de* 3o settembi'C^
i833.
RAL
KAL
I(
K
ACHINA. Città vescovile di
Moscovia, la cui sede fu riunita a
quella di Tuver capitale del du-
cato, che Giovanni Basilowitz ag-
giunse agli stati del czar.
KADEZADELITA. Setta mao-
mettana che si dislingue per al-
cune cerimonie che pratica in os-
sequio de' morti, e nelle orazioni
che si fanno per essi. Ne fu autore
Burgali-Effendi. V. il Marracci nel
suo Prodromus ad refutationem Ai-
Corani^ tom. IV, pag. i5.
RALISCH (Callisien). Città con
residenza vescovile nel regno di
Polonia, sotto il dominio della Rus-
sia, capoluogo del palatinato del
suo nome, Callisìensis palatinatus ,
antica provincia della Polonia in-
feriore. Giace su tre diramazioni
del fiume Posna, in una fertile e
deliziosa vallata. E cinta da un
muro fiancheggiato di torri rovi-
nose, con quattro porte. Rinchiude
dieci chiese, due monasteri di re-
ligiose, un convento di religiosi, un
ginnasio cattolico, una scuola mi-
litare dalla quale escono prodi uffi-
ziali, e vi si contano duecento ca-
detti allievi. Avvi un teatro, un
bel giardino pubblico, una casa di
carità, tre ospedali, una sinagoga.
Le strade sono larghe e bene la-
stricate, distinguendosi quella di
Breslavia e di Varsavia ; molte an-
che vedonsi fiancheggiate di albe-
ri. Le case sono bene fabbricate ,
e fra gli edifizi più osservabili si
contano il palazzo della woiwodia,
m, cui risiedono i tribunali^ la cat-
tedrale di s. Giuseppe, la chiesa
di s. Nicola, e quella de* luterani.
L' industria vi è attiva. A poca
distanza da questa città presso Za-
widzc, il generale svedese Marde-
feld fu completamente battuto e
fatto prigioniero dall' armata com-
binata agli ordini del re di Polo-
nia Augusto II nel 1706. Quanto
al palatinato, una porzione di esso
fu unita alla Prussia nel 1773, ed
il restante nel 1793- Colla pace
di Tilsit venne incorporato al gran-
ducato di Varsavia , e quindi al
nuovo regno di Polonia.
Kalisch o Ralisz, Calisia, è re-
sidenza del vescovo di Uladislavia
(P^edi), ed è distante dieciotto mi-
glia da quella città. La sede di
Uladislavia, di cui è concattedrale
Ralisch, ebbe origine nel 1170,
quando vi fu trasferita quella di
Gruxvis suffraganea della metropoli
di Gnesna. Ma poi Uladislavia e
Ralisch furono dichiarate suffraga-
nee dell'arcivescovo di Varsavia, e
lo sono tuttora. Il vescovo di Ula-
dislavia ha due suffraganei, uno
in Uladislavia, 1' altro in Cuj'a'
vìay nel luogo di Cedano nella
stessa diocesi di Uladislavia. Al
presente il suffraganeo di Cujavia
non vi è, essendo stato V ultimo
Lodovico Gorski chierico regolare
delle scuole pie di Cracovia, fatto
suffraganeo e vescovo di Cesaropoli
in partibus da Pio VI, nel conci-
storo de' 17 settembre 1781: se-
condo le annuali Notìzie dì Roma,
lo era aacora nel 1828. Cujavia
IO KAM
è capoluogo della provincia del
suo nome, sulla Vistola, ai confini
degli stati prussiani. Anticamente
apparteneva al vescovato di Kruscli-
wilz o Cruxvis, Cruscviciurn ^ il di
cui vescovo portava anche il nome
di Cujavia. Una porzione della
provincia di Cujavia col capoluogo
passarono sotto il dominio della
Prussia nel 1773, epoca del pri-
mo smembramento della Polonia,
ed il restante nel 1793.
RAMEINEG {Camecen). Sede arci-
vescovile di rito greco unito. V. Ga-
MiNiECK, e Leopoli cui è unita.
KAMINlECK(Crt/7ie«eae«). Cit-
tà con residenza vescovile in Po-
lonia nel dominio russo, capoluogo
del governo di Podolia e del di-
stretto del suo nome. Giace sul-
la riva sinistra dello Smokrycz, a
qualche distanza dal suo confluen-
te col Dniester. È difesa da una
fortezza situata sopra una roccia,
e che deve la sua forza più alla
natura che all'arte, ma una mon-
tagna vicina la domina. La città
è ben fabbricata, senza essere re-
golare : gli edifizi più osservabili
sono la cattedrale cattolica, un an-
tico minaretto turco, su cui s'in-
nalzò una statua della Beala Ver-
gine in bronzo dorato, i cui piedi
appoggiano sopra una mezza luna,
e la cui testa è cinta di stelle; la
chiesa armena, i conventi dei do-
menicani e dei carmelitani, l'antico
collegio de' gesuiti, ed il palazzo
dell'arcivescovo greco. Evvi un col-
legio, e gli ebrei sono assai com-
mercianti. Nelle sue vicinanze tro-
vasi uu lago salmastro da cui si
ricava molto sale. Questa città che
alcuni credono corrispondere alla
Cledipava degli antichi, fu fondata
nel XVI secolo da un principe di
Lituania, che conquistò la Podolia
KAM
sui tartari ; essa fu considerata lun-
go tempo come il baluardo della
Polonia dal lato della Turchia. Fu
quasi totalmente abbruciata nel
1669, e resistette alle armate dei
turchi , de* tartari , de* Iransilvani
e de' vallachi. I primi la presero
nel 1672, e non la restituirono
alla Polonia che per la pace di
Carlowitz nel 1699. I russi vi en-
trarono il 20 aprile 1793.
La sede vescovile fu eretta nel
i4«4> col trasferirvisi il vescovo la-
tino di Halits , sufFraganeo della
metropoli di Leopoli, ma cessò di
esistere sotto il mentovato domi-
nio turco ; laonde i re di Polonia
nominavano un vescovo titolare.
Clemente XII nel concistoro degli
II maggio 1733 vi traslatò il ve-
scovo di Livonia Agostino Wessel;
indi nel 1739 gli diede per suc-
cessore Wenceslao Sierakowski e-
gual mente trasferito da Livonia.
Benedetto XIV nel 1742 vi no-
minò Nicola Dembowski di Plosko,
e Clemente XllI nel 1759 Adamo
Rrasinski di Cracovia, a cui Pio
VI nel 1775 diede per coadiutore
con futura successione Giovanni
Nicola Dembowski di Plosko, che
fece vescovo di Draso in paitihus.
Dopo r intera divisione del regno
di Polonia, negli ultimi anni di
Caterina II imperatrice delle Rus-
sie, molto soffri la cattolica reli-
gione nelle provincie già apparte-
nenti a quel regno, ed il vescova-
to di Kaminieck con altri fu abo-
lito, senza l' intervento della pon-
tificia autorità; la mensa episco-
pale, quella del capitolo, e le ren-
dite de' religiosi de' due sessi sof-
frirono lo spogliamento. Pio VI
ricorse all' imperatrice , e quando
sembrava venire a negoziazioni mo-
ri nel 1796. Le successe l'impe-
RAM
ratore Paolo I, a cui il Papa inviò
per nunzio il prelato Litta, al quale
1 insci riordinare le cose ecclesiasti-
che, in un ^1 liprislinamento di
questa sede, ed alla diocesi di Ca-
niienecz si aggregò tutta la Podo-
lia, al cui vescovo venne fìssalo
per assegnamento seimila rubli di
argento, con un suffiaganeo. Laon-
de Pio VI a' i6 ottoìjre 1798 ne
dichiarò vescovo il nominato Gio.
Wicola già di Draso, essendo slato
pur da lui fatto suffraganeo sino
dal 1778 Ignazio Druski di Cra-
covia, col titolo vescovile in parti-
bus di Ebron. A Gio. INicola, Pio
VII dichiarò successore l'odierno
vescovo monsignor Francesco Bor-
gia Machiewicz di Cracovia : a que-
sto Leone XII a' 28 giugno 1828
avea dato per suflfraganeo Ignazio
Pawlowski, facendolo vescovo di
Megara in partihus. Quando Pio
VI istituì l'arcivescovato di Mobi-
le w, dichiarò questa sede sufTra-
gauea di quella metropolitana e lo
è tuttora. In questa città non solo
vi risiede il vescovo , ma ancora
un arcivescovo scismatico che pren-
de il titolo di arcivescovo di Po-
dolia e di Bratzlaw. Le parrocchie
erano ottantuna, oltre tre succur-
sali, con cinquanlaquattro cappel-
le. Il numero de' sacerdoti ascen-
deva a centottanlaquattro. Vi a-
veano i loro conventi i francesca-
ni del terzo ordine, i cappuccini,
i domenicani, i carmelitani scalzi,
i francescani, i trinitari, con ven-
ticinque conventi. Il seminario da
ultimo av^a^^uindici alunni. Il ve-
scovo godeva la pensione di sei-
mila rubli. I servi addetti ai vil-
laggi del clero secolare erano mille
novecentoquarantasei ; i suoi capi-
tali ammontavano a ventunmila
rubh , le annue rendite a dodici-
REI II
mila. I servi addetti al clero re-
golare de' due sessi, perchè eravi
pure un monastero di njonache,
erano mille settecentosessantacinque;
i capitali valutati in rubli io5,525,
mentre le annue rendite si calco-
lavano 15,779.
RARLEL. Luogo della Scozia
ove fu tenuto un concilio l' anno
1 138. Anglic. tom. I.
RASR o ROSR. Sede vescovile
della provincia patriarcale o del
cattolico nella diocesi di Caldea
presso Bagdad, che fu riunita a
iSahatowan dopo essere slata de-
vastata dalle guerre. Oriens chrisC.
tom. I, pag. 1 177.
REIMBURGH Massimiliano Gan-
DOLFO, Cardinale. Massimiliano Gan-
dolfo de' conti di Reimburgh o
Rieimburgh ossia Ruenburgh, nato
in Gratz nella Sliria, ebbe la dis-
grazia di perdere nella sua fan-
ciullezza i genitori. Portatosi in
Roma atlese agli studi nel colle-
gio germanico, indi nel i643 ot-
tenne un canonicato nella chiesa
di Eichstett, e nel i654 «n altro
in quella di Salisburgo. Ritornalo
in Germania, fu promosso in detto
anno da Innocenzo X al vescova-
to di Lavant, dal quale Alessan-
dro VII lo trasferì a quello di
Secovia ; finalmente il capitolo di
Salisburgo nel 1668 lo elesse a
pieni voti a suo arcivescovo, dove
in tempo di carestia distribuì quan-
to grano aveva ne' suoi granai ai
poveri della città e della diocesi, e
somme immense di denaro. Fece
edificare nella sua metropolitana
sei altari di nitido marmo, e in-
trodusse nella città la divozione del-
le quaranta ore e molte pie con-
fraternite . Celebrava ogni gior-
no con esemplare divozione il
divino sacrificio ; teneva per sé
li KEI KEI
slesso le sacre ordinazioni, e pre- un nuovo edifizio di prodigiosa
dicava al popolo le evangeliche grandezza. In premio di tante be-
verità. Nel tempo stesso non la- nemerenze, Innocenzo XI ai 2 set-
sciò di promovere i buoni studi, tembre 1686 lo creò cardinale
di cui fu mecenate. Difensore acer- prete, dignità che solo godè per ot-
rimo della cattolica religione, cac» to mesi, essendo morto ai 3 maggio
ciò l'eresia non solo dalle città, ma 1687^ pieno di meriti, in età di ses-
eziandio dalle montagne e dai luo- santacinque anni. Fu sepolto nella
ghi inaccessibili e secreti. Som- sua metropolitana innanzi l'altare
ministrò all'imperatore soccorsi di di s. Francesco, nella cui cappella
denaro, di genti e di armi per la al lato sinistro fece costruire un no-
guerra contro il turco e contro bile monumento di marmo coH'ef-
la Francia. Provvide i suoi stati figie del defunto e magnifico elo-
di zelanti missionari, onde mante- gio il suo successore di Thunn.
nere nel suo vigore la fede, e fon- Ne descrissero le gesta il p. Ren-
do nuove parrocchie, assegnando sizio nella Germania sacra t. II,
al governo delle anime sacerdo- p. 822, ed il p. Mezger nella
ti dotti ed esemplari , essendo Storia di Salisburgo p. 974- Fu
premuroso che il popolo fosse nei principe di spirilo benigno e cle-
di festivi istruito ed ammaestrato, mente, amante della tranquillità e
Poco mancò che una morte ino- della quiete, cortese ed affabile
pinata troncasse il corso di tante con tutti, zelante difensore della
gloriose imprese; dappoiché stac- fede ortodossa che promosse con
catosi all' improvviso dalla monta- grande ardore, diligente custode dei
gna detta de' Monaci, clie sovrasta sacri riti e delle cerimonie eccle-
alla città di Salisburgo, un maci- sliche, amatore del decoro dei sa-
gno di smisurata mole, nel cadere cri templi. Protettore de'dotli, a
rovinò il seminario colla chiesa di vantaggio di essi lasciò una ma-
s. Marco e tredici abitazioni, col- gnifica biblioteca piena di ogni
la morte di duecento persone; genere di ottimi libri. Singolare
r arcivescovo quasi oppresso dal- fu la sua divozione verso la ss.
le rovine, scampò per prodigio Vergine, alla quale edificò la chie-
da quell'orribile infortunio. Fon- sa detta della Madonna Consoia-
dò una collegiata in Sekunchen, trice presso Salisburgo, nel luogo
una parrocchia in Lungau , e chiamato Plain.
quattro monasteri di agostinia- KEINA (s.). Discendente da
ni non molto distanti da Salis- Dragano, principe di una parte
burgo , assegnando loro quattro del paese di Galles, menò vita da
buone chiese con rendite sufficienti, rinchiusa iu un bosco della pro-
ollre un orfanotrofio pei fanciulli vincia di Sommerset, il quale era
poveri. Fece edificare per comodo poco lungi da Bristol. I gallesi la
de'suoi canonici due magnifici pa- soprannominarono la f^ergine per
lazzi, e un terzo in vantaggio dei eccellenza. Dicesi che sia morta
suoi congiunti. Volle che la piazza nella sua patria nel quinto o se-
adiacente alla metropolitana fosse sto secolo. Parecchi luoghi del
lastricata di pietre quadrate, e la paese di Galles hanno dei monu-
iòrtezza della città ben munita eoa menti» donde scorgesi ch'ella era
REM
onorata anticamente con grande
venerazione. La sua festa è ripor-
tata dal Butler agli 8 di ottobre.
REMP Giovanni , Cardinale.
Giovanni Kemp nacque in Visa-
cantiana o Vejacantiana, luogo
oscuro d'Inghilterra j dopo aver
applicato con gran fervore allo
studio delle leggi nell' università
di Oxford, in premio di sua scien-
za ed erudizione, laureato in quella
facoltà e resosi celebre per la
straordinaria sua pietà, fu eletto
dall' arcivescovo di Cantorbery so-
praintendente di tutti gli affari
ecclesiastici della sua diocesi, ossia
vicario generale, e dal re giudice
delle cause civili nel ducato di
Normandia, ed arcidiacono di Dur-
ham. Fu quindi promosso da Mar-
lino V nel 142 1 alla chiesa di
Londra j nel 14^2 a quella di
Rochester, nel 14^5 all'arcivesco-
vato di York, e alla carica di
presidente supremo e di gran can-
celliere del regno. Eugenio IV ai
18 dicembre 14^9 nel concilio
generale di Firenze lo creò cardi-
nale prete del titolo di s. Balbina
e legato della santa Sede in Inghil-
terra ; indi passò sotto Nicolò V
al vescovato di s. Ruffina che quel
Papa smembrò da Porto, e nel
i45»2 lo fece arcivescovo di Can-
torbery. Prima che lo divenisse,
ed essendolo Enrico, siccome que-
sti pretendeva, sotto pretesto della
sua dignità arcivescovile, di pren-
der la mano in pubblico parla-
mento al cardinale, Eugenio IV
scrisse una lettera ad EnricOj nel-
la quale rilevò che la dignità car-
dinalizia godeva la preeminenza
sopra non solo gli arcivescovi, ma
ancora sui patriarchi. Dopo avere
il cardinale conseguito tanti onori,
morì in Cantorbery a' 22 marzo
REM i3
i45>4 o i45^j e fu sepolto nella
metropolitana in elegante avello,
lasciando una memoria celebre per
probità e dottrina.
KEMPIS (da) Tommaso. Pio e
dotto canonico regolare, nato ver-
so il i38o nella diocesi di Colo-
nia, nella città di Rempen ( pro-
vincia di Cleves-Berg nell' odierna
Prussia Renana ) da cui prese il
cognome, ma venne ancora di-
stinto con quello di Heramerlein
che in tedesco significa malleo-
liiSf e nel nostro volgare mar-
tellino : nulla però ha che fa-
re con l'altro Hemmerlein sopran-
nominato anch'egli Malleolo, che
fiorì circa il i444- ^^ furono ge-
nitori Giovanni e Gertrude, i qua-
li vivendo del lavoro delle loro
mani, l'inviarono nell'età di tre-
dici anni a Deventer per istudiare.
Quindi Tommaso entrò nella co-
munità de'poveri secolari fondata
da Gerardo il Grande detto Groot,
vi fece grandi progressi nella scien-
za e nella pietà nello spazio di
sette anni ; poscia fu ammesso nel
1899 nella canonica de'canonici
regolari sotto la regola di s. Ago-
stino, del monte s. Agnese pn
Zwol o Zwolle della congregazione
diWindhsaim nella diocesi d'Utrecht,
dove Giovanni suo fratello mag-
giore era priore. Tommaso ne ve*
stì l'abito nel i4o6, professò nel
seguente anno, e venne ordinato
sacerdote nel 14^3. Egli vi si
distinse per la sua pietà Somma
e per la sua obbedienza e rispetto
a'suoi superiori, per la sua carità
verso i suoi confratelli, e per la
sua assidua applicazione al lavoro
ed alla preghiera. Morì in Olan-
da nella città di Zwol in odore
di santità il 24 o 2.5 luglio i47f-
Nel 1672 r elettore di Colonia fé-
i4 KEM
ce cercare il suo corpo, e si rin-
Tenne quasi .incorrotto ; quindi nel
1674 le sue reliquie furono pro-
cessionalmente trasportate in Co-
lonia nella chiesa del Corpus Do-
mini de' canonici regolari, ed in
essa tuttora divotamente si custo-
discono. Abbiamo di lui moltis»
sime opere di divozione, le qua-
li tutte ispirano una pietà te-
nera, soda ed illuminata: le mi-
gliori edizioni si fecero in Pa-
rigi nell'anno i549, in Colonia
nei 1680, ed in Anversa nel 1607.
Le opere comprese in queste edi-
zioni sono: trenta sermoni ai no-
vizi ; nove discorsi a'suoi confratel-
li ; trentasei discorsi sull'Incarna-
zione ; alcuni trattati di pietà, in-
titolati soliloqui dell'anima ; il giar-
dino delle rose j la valle de' gi-
gli ; i tre tabernacoli ; la disciplina
de'claustrali ; il fedele dispensato-
re; l'ospitale del povero; il dialo-
go de'novizi ; gli esercizi spiritua-
li ; il dottrinale o il manuale dei
giovani; la compunzione del cuo-
re; la solitudine; la fragilità; i
manuali de'monaci, ec. ; l'elevazio-
ne dello spirilo a Dio; il piccolo
alfabeto del monaco ; la consola-
zione de'poveri e degli ammalati ;
sette orazioni ; l'umiltà ; la vita
buona e pacifica; la vita d'un
buon monaco; le vite de' santi del
suo ordine; la vita di s. Ledwi-
ge ; lettere, orazioni ed inni. L'ab-
bate di Choisy tradusse in france-
se una parte delle opere di Tom-
maso sotto il titolo di continua-
zione del libro dell'Imitazione ; ed
il p. La Vallette della dottrina
cristiana, sotto quello di Elevazio-
ni a Gesù Cristo sulla sua vita e i
suoi misteri, Parigi 1728. Queste
opere furono ancora tradotte in
idioma italiano^ ed in altre lingue.
KEM
Quanto all'eccellente libro De ini'
mitatìone Christi, eh' è l' operetta
più voluminosa che abbia lascia-
to, per consenso universale non
vi è scrittore ascetico che gli pos-
sa essere superiore. Non vi si tro-
vano le sterili aspirazioni e la du-
rezza della disciplina ; ma colla
soavità della dottrina insegnata da
Gesù Cristo, infonde nel cuore u-
mano una morale celeste, che per-
suade, consola e rapisce. Il succo
dell'antico e nuovo Testamento vi
si trova impastato in questo pre-
zioso trattato, colla dottrina teo-
logica de' santi padri, colla storia
ecclesiastica, e con uno stile con-
ciso e penetrante. Questo libro
venne tradotto in tutte le lingue,
in che si occuparono molti uomini
per sapienza chiari. Si fanno ascen-
dere a trenta i soli volgarizzamen-
ti fatti in Italia, tra' quali primeg-
giano quelli di Remigio Fiorenti-
no, del caidinal Enriquez, e di
Antonio Cesari. Anche in Fran-
cia, oltre la classica traduzione di
tutte le opere del Kempis fatta
dall'abbate di Beilegurde, da. ul-
timo (\e\V /rnifftzione di Cristo fe-
ce una nuova ed encomiata tra-
duzione l'abbate De La-Mennais.
A tutti sono note le vive contese
ch'ebbero luogo per stabilire chi
ne fosse l'autore. Si attribuì a s.
Bernardo, a Giovanni Gersone o
Charlier, ed a Giovanni Gersen be-
nedettino. 11 primo che attribuisse
questa opera a Tommaso da Kem-
pis, fu il dotto Jodoco Badio
Ascensio stampatore di Parigi, ma
fiammingo di nazione, che fu poi
seguito in tale opinione da altri.
Sebbene ormai sembri doversi ri-
petere il libro dell' Imitazione a
Tommaso da Kempis , mentre
molti l'attribuiscono a Giovanni
REM
Gersen, per quanto si disse a-
gli articoli Gersejt e Gersone
\Fedi)^ va profittato della let-
tura di opera sì preziosa secondo
il savio avvertimento dell'autore
medesimo: Non cercale di cono-
scere chi parla, ma fate attenzio-
ne alle sue parole. Il Cancellieri
nelle eruditissime Notizie storiche
e bibliografiche di Giovanni Ger-
seny ci dà pure quelle di Tomma*
so da Kempis, cogli scrittori sopra
il libro dell' Imitazione chiamato
volgarmente il Kempis, de'suoi co-
dici, edizioni e traduzioni di tale
libro. Tratta pure se debba pre-
starsi fede al Trilemio, che lo at-
tribuisce a Giovanni da Kempis
fratello maggiore di Tommaso;
quando sia stato composto, e giu-
dizi sul medesimo: conchiude con
opportune autorità, che il Kempis
era copista di professione, come
dichiarasi espressamente dal conti-
nuatore contemporaneo della Cro-
naca di s. /Agnese, il quale dice :
Scripsit Biblìani nostrani iotaliter,
et alios multos libros, prò dono,
,€t prò pretio. Laonde opina che
il Kempis ne fu solo copista. Jl
parlamento però di Parigi, che se ne
occupò, decise nel i652 a favore
del Kempis, e tanto fu ripetuta
questa contesa, che poche la egua-
gliarono neir impegno letterario ,
per cui si vuole che più di cento
volumi siansi pubblicati sulla que-
stione, ed anche a' nostri giorni du-
ra. Nel i835 l'avvocato Emidio
Cesarini ci diede la vita del Kem-
pis, ed in essa sodamente e con
quel raziocinio che si ravvisa nel-
le sue opere di giurisprudenza,
sono trattati tutti gli argomenti
contrari, e di tutti ne fa la confu-
tazione. Osserva questo chiaro scrit-
tore, che in tutte le operette del
REi\ i5
Kempis, trovasi la stessa dottrina,
il medesimo stile e metodo, che
si legge nel trattato àoW Imita"
zione. Varie delle operette del
Kempis che prima non erano mol-
to conosciute, furono tradotte dal
lodato Cesarini, e di recente in-
traprese una nuova edizione col
testo latino a fronte e col titolo
di Collezione delle opere minori
di Tommaso da Kempis, cui chia-
ma venerabile.
KENET. Luogo della Scozia,
ove si tenne un concilio neir84o.
Anglic. t. I.
KENNESRIN. Seóe vescovile
de' giacobili nella diocesi d'Antio-
chia, nella Siria, presso Aleppo.
Ivi o nelle sue vicinanze dal cele-
bre monastero del suo nome usci-
rono molti patriarchi, e Dionigi
neli' 819 ottenne da Ottomano
che gli fosse restaurato. Ebbe per
vescovo Severo nel 63 o, gran fi-
losofo, matematico, e versatissimo
nelle scienze ecclesiastiche; era sta-
to maestro di Atanasio li, ordinato
nel 684.
KENNOCCA (s.), vergine scoz-
zese, unica figlia di nobile e ricca
famiglia. Molti domandarono le
sue nozze, ma ella volle consacrar-
si tutta a Dio, e si fece religiosa
in un monastero della contea di
Tife. Tutte le virtù che si appa-
lesarono in lei sin dall' infanzia,
giunsero nel ritiro ad una subli-
me perfezione, e il suo nome si
rese celebre per molti miracoli
che Dio accordò alle sue preghie-
re. Morì in età molto avanzata,
Tanno 1007. Varie chiese le furo-
no intitolate in Iscozia, ove le sue
reliquie erano tenute in grande
venerazione. Il suo nome si legge
nei calendario di Adamo King, e
nel breviario d'Aberdeen avvi una
i6 KEN
orazione in suo onore. Il Buller
ne riporta la festa ai 1 3 di marzo.
KEJNT, Cantiurn. Contea marit-
tima dell'Inghilterra col titolo di
ducato. Vi fu tenuto un concilio
contro i sassoni nel 617. Fuvvi
determinato che Lorenzo arcive-
scovo di Cantorbery, e gli altri
vescovi abbandonassero 1' Inghilter-
ra a motivo della barbarie e del-
l' apostasia de' sassoni dominatori
della medesima. Reg. t. XIY; Lab-
bè t. V; Arduino t. III.
RENTIGERNA (s.). Figlia di
Kelly principe di Leinster in Ir-
landa, e madre del santo abbate
Foelan o Felano. Rimasta vedova,
passò in Iscozia, e vi prese 1' abi-
to monastico. Edificò le sue sorel-
le, specialmente colla sua umiltà e
colla pratica dei maggiori rigori
di penitenza. Mori nell' anno 728,
ai 7 di gennaio, giorno in cui è
menzionata nel breviario d'Aber-
deen.
KENTIGERNO (s.), vescovo
di Glascow, onorato dagli scozzesi
sotto il nome di s. Mungo, che
vuol dire il Bene amato. Uscì dal
sangue reale dei Pitti, e nacque
verso l'anno 5 16. Fu posto sotto
la condotta di s. Servano vescovo
ed abbate di Culros, il quale in-
spirogli grandi sentimenti di dol-
cezza e di pietà. Circa l'anno 54o
fu tratto dalla solitudine, in cui
erasi ritirato per condurre auste-
rìssima vita, e consacrato vescovo.
Egli stabili la sua sede a Glascow.
La sua diocesi molto estesa ed as-
sai poco istrutta, diede molto che
fare al suo zelo ed alla sua pazienza.
Affine di spargervi sempre più la
luce dell' evangelio, ne faceva so-
vente la visita, e sempre a piedi.
Convertì innumerevoli pagani, e
seppe ancora preservare il suo
KER
gregge dal veleno del pelagianismo
che avea già messo profonde radi-
ci in Iscozia. Mandò inoltre parec-
chi de'suoi discepoli nel nord del-
la Scozia , nelle isole d' Orkney,
nella Norvegia, e nell' Irlanda per
dilatare il regno di Gesti Cristo.
Essendo stato il pio re Rydderch,
suo parente e protettore, balzato
dal trono, il santo vescovo si ri-
parò nel paese di Galles, ferman-
dosi a Menevia presso s. Davidde,
dal quale si partì in seguito per
andar a fondare il monastero di
Elgwy. Verso l'anno 56o, rimesso
Rydderch sul trono, s. Renliger-
no ritornò alla sua diocesi, ove
non cessò mai di travagliare per
la propagazione della fede e per
la riforma dei costumi. Morì nel
601 in età di ottantacinque anni,
e fu sepolto nella cattedrale di
Glascow, di cui fu il primo pa-
trono. La sua tomba vi fu sempre
in grande venerazione fino al fa-
tale stabilimento del calvinismo in
Iscozia. S. Rentingerno è onorato
ai i3 di gennaio.
KERRUR. Città vescovile del
patriarcato de'caldei, nella Turchia
asiatica, pascialatico; capoluogo di
sangiacato, posta sopra una mon-
tagna che s'innalza in mezzo di
una pianura. E difesa da una for-
te cittadella posta sopra una sco-
scesa altura, ai cui piedi scorre il
Rerkuk-soui. Una delle moschee
è osservabile, perchè dicesi conte-
nere il sepolcro di Daniele e de'suoi
compagni, non permettendo i tur-
chi che la visitino gli ebrei. Vi
sono turchi, armeni, nestoriani e
kurdi. Sembra aver occupato il
luogo dell' antica Corcura, che pa-
re sia la slessa che Demetrias o
Memnis. Fu assediata e presa nel
1741 da Nadir-Sah. Poco distan-,
KER
le è la sorgente di bitume di
Memnis, che vuoisi aver fornito il
cemento per le mura di Babilonia,
e che Alessandro visitò due giorni
dopo la battaglia d'Arbella. Vi ri-
siede il vescovo caldeo di Ker-
kuk, che da ultimo era monsignor
Lorenzo Kabra. Vi sono nove chie-
se, e più di 1700 cattolici.
RERRY (Kerrien). Sede vesco-
vile d'Irlanda con residenza del
vescovo, della provincia di Mun-
ster, nella contea di Kerry, Ker-
riensis comitatus. La contea ha
una moltitudine innuraerabile di
porti e di capi. Oltre il lago di
-Killarney, celebre per la bellezza
pittorica delle sue rive, se ne tro-
vano pure alcuni altri, de* quali il
più osservabile è il Lough-Curran
al sud . La parte meridionale è
montagnosa, ed il suolo del paese è
variatissimo. Sonovi miniere di
rame, piombo e ferro, nonché ca-
ve di marmo, di lavagna e di
carbon fossile. Questo paese che
ebbe il titolo di contea da Edoar-
do III si divide nelle otto baro-
nie di Clanmaurice, Corgaucuinny,
Dunkerron, Glanerought, Iraghti-
connor, Iveragh, Magimihy e Tru-
ghanacmy. JN'è il capoluogo Tia-
lea, ov'è una delle profonde sue
baie. Killarney, città della contea
nella baronia di Magunihy presso la
riva orientale del lago Killarney, è
la residenza del vescovo di Kerry,
con circa cinquemila abitanti qua-
si tutti cattolici. Benissimo for-
tificata, è florida, e molto fre-
quentata a cagione del vicino la-
go. Si vedono in vicinanza le ro-
vine dell'abbazia di Mucrass. Pri-
ma il vescovo risiedeva in Agha-
doe o Agadon, Aghadonen^ detta
anche Jgadhoaj luogo della ba-
ronia di Clanmaurice, già sede
voi. xxxvii.
KES tf
vescovile che nel XIII secolo si
riunì a Kerry _, come Io è tuttora,
onde il vescovo s'intitola col no-
me di ambedue le sedi.
La sede vescovile di Kerry, se-
condo Commanville, fu pur chia-
mata Ardferta^ Ardferi o Ardart.
Fu istituita verso l'anno 435 da
s. Patrizio apostolo dell'Irlanda,
indi fatta suffraganea della metro-
poli di Cashel, come lo è ancora. Il
medesimo Commanville dice che
ne fu primo vescovo s. Ert, verso
la fine del VI secolo. Da ultimo
lo furono Geraldo Thehan di Cork,
fatto vescovo da Pio VI nel 17875
Carlo Sughrne nominato dal me-
desimo Papa, cui per coadiutoria
successe l'odierno monsignor Cor-
nelio Egan, nel 1824 sotto Leone
XII; epoca in cui l'avea fatto
coadiutore con futura successione*.
Sono i cattolici della diocesi 280,000;
le parrocchie quarantacinque, mol-
te sono le cappelle, i preti no-
vanta, compresi i parrochi ed i
vicari. Inoltre sonovi tre monaste-
ri di monache della Presentazione,
il seminario, molte scuole per
ambo i sessi, ed il monastero dei
trappisti fondato verso il 1840.
Vive il clero delle obblazioni dei
fedeli e de' proventi parrocchiali.
KESLER Giorgio , Cardinale.
Giorgio Kesler o Hasler tedesco,
nato miseramente, o come altri me-
no probabilmente dicono da nobili
genitori, addestratosi negli sludi
nell'università di Vienna, poi si con-
dusse in Roma dove fu fatto pro-
tonotario apostoUco e cappella-
no pontifìcio. Restituitosi in Ger-
mania, la grande sua erudizione
gli aprì l'adito alla corte dell'im-
peratore Federico III, dove entrò
per segretario e consigliere, nei
quali uffizi acquistò molla riputa-
i8 RES
zione. Perciò fu nominato canoni-
co di Colonia, e poi vescovo di
Erbipoli, di cui mai ottenne il
possesso pei contrasti del capitolo
e degli stati. Per volere di Federico
III sostenne varie ambascerie, nel-
le quali fa ammirato per la sin-
goiar sua perizia nelle lingue, non
che per la straordinaria sua atti-
vità nel maneggio degli affari i
pili ardui e delicati, fra'quali nel-
le Fiandre conchiuse le nozze tra
Maria di Borgogna e Massimilia-
no I figlio dell' imperatore. Alle
replicate istanze di questo ultimo,
ad onta dell* opposizione de'cardi-
nali, su di che non conviene l'Hen-
«izio, Sisto IV a' IO dicembre
i477 lo creò cardinale prete di
s. Lucia in Septisolio. 11 Papa a-
vea procrastinato questo onore, per-
chè la condotta ed i costumi di
Giorgio erano più militari che ec-
clesiastici. Passati tre anni ebbe il
vescovato di Passavia, e la consa-
crazione dallo stesso Sisto IV. Ciò
diede motivo a gravi e lunghe
discordie tra la città ed il capitolo
di Passavia, che non volevano rico-
noscere il cardinale, ed il Pontefi-
ce e l'imperatore , che lo soste-
nevano. Si fulminarono censure, e
le fazioni operarono stragi e tram-
busti, onde il cardinale mai fu
pacifico possessore del vescovato.
Mentre conducendosi in Austria
tragittava il Danubio per abboc-
carsi coll'imperatore, aggravandosi
il male da cui era stato trava-
gliato presso Melnix, finì di vive-
re nel 1482 dentro la barca, per
cui alcuni scrìssero che si annegò.
Ninno ne compianse la morte, e
fu sepolto in Vienna nella chiesa
della B. Vergine detta della Ripa,
con breve iscrizione. Godè questo
cardinale l'amicizia di s, Giovanni
KIL
da Capislrano, ma fu assai diver-
so ne'costumi di quel santo, essen-
do di naturale rozzo, di maniere
aspre, ed incolto, per cui fu da tut-
ti mal veduto.
RESSOGO (s.), lo slesso che s.
Mackessogo {Vedi).
RFARFU. Sede vescovile dei
maroniti, ch'ebbe per vescovo nel
12 IO Teodoro, vicario del patriar-
ca Geremia, quando questi si por-
tò in Roma.
RHUORZENO. Sede vescovile
della grande Armenia, sotto il cat-
tolico di Sis, al di cui concilio as-
sistette il vescovo Filippo.
RILDARE {Kildarien). Sede ve-
scovile d'Irlanda con residenza del
vescovo, nella provincia di Leinster.
La città di Rildare, Cellaqucrcus^
o Cella Barine^ sta nella contea
del suo noitie, nella baronia di
Ophaly e Salt. E amenamente si-
tuata sopra un' altura, ma è pic-
cola e rovinata. Vi si vede, fra
gli altri avanzi della sua antica
importanza, una bella torre roton-
da alta i3o piedi, e quelli di una
cattedrale e di due abbazie . Nella
pianura di Curragh vi si fanno
quattro corse di cavalli. Rildare
era una antica piazza di guerra ;
i danesi la saccheggiarono e l'ab-
bruciarono molle volte. Nel 1600
fu quasi annientata e privata di
tutti isuoi abitanti. Nel i643 era
già restaurala, e vi si pose una
guarnigione; quattro anni dopo i
ribelli se ne resero padroni, ma
fu loro tolta nel 1649. Gfinsor-
genti se ne impadronirono nel
1798, e non furono cacciati dalle
truppe reali, se non che dopo a-
vervi commessi grandi eccessi. Que-
sta città mandava due membri al
parlamento: contiene uno scarso
numero di abitanti quasi tutti
KIL
cattolici. Carlow o CatJier logli j, cit-
tà e capoluogo della contea del
suo nome, è residenza del vescovo
di Kildare. È vantaggiosamente
situata in un fertile paese, sulla
riva sinistra del Barrow. Vi si
tengono le assise della contea. Que-
sta città è assai lunga, non aven-
do che una strada tagliata ad an-
goli retti da due altre. Ha un'an-
tica chiesa ed un seminano catlo-
Jìco fiorente con più di cinquanta
alunni, un palazzo di giustizia,
una prigione, una caserma di ca-
valleria, ed una piazza da merca-
to. Vi si scorgono ancora le rovi-
ne di un'abbazia fondata, dicono,
nel 634- Carlow manda un mem-
bro al parlamento. Si rimarcano
sopra un'altura che domina il fiu-
me le vestigia di un antico castel-
lo, che si crede fabbricato per or-
dine del re Giovanni. Conta 65oo
abitanti, e vi fu ultimamente fab-
bricata una magnifica cattedrale.
La, sede vescovile di Kildare
fu come tutte le altre d'Irlanda
fondata da s. Patrizio circa l'anno
435, sufifraganea alla metropoli di
Dublino, di cui lo è tuttora. Com-
manville dice che incominciò ad
avere il vescovo nel 5ig, e che
nel VI secolo vi fu trasferita la
sede vescovile di Cealussalì, Cel-
la Auxilii. Nella metà del secolo
XVII il vescovo di Leighlin fu
sacrilegamente ucciso : passò la sua
diocesi in amministrazione al ve-
scovo di Kildare, e d'allora in
poi, quantunque le due sedi ve-
scovili non sieno state unite, pure
di fatto il vescovo di Kildare si
dice ancora di Leighlin {^Vedi).
Ne furono ultimi vescovi Daniele
Delany di Mountrath, diocesi di
Leighlin, fallo vescovo nel 1 784
da Pio Vlj Michele Corcoran nel
KIL 19
i8i5 da Pio VII, che nel 1819
gli diede in successore Giacomo
Doyle agostiniano; Edoardo No-
lan nel i834 dal Papa regnante
Gregorio XVI, che a' io genna-
io i838 dichiarò successore 1' o-
dierno monsignor Francesco Healy.
Le contee di Kildare, Carlow e
gran parte di quella della regina
costituiscono questa diocesi, che
conta molte città e villaggi. I cat-
tolici della diocesi sono piìi di
D.^o^ooOy le parrocchie quarantaset-
te, le cappelle centotredici. Le due
parrocchie di Sullow e di Carlow,
e la terza parte dell'abbazia di
s. Sintano, formano la mensa ve-
scovile. Il clero vive de* proventi
parrocchiali e de'sussidii de'fedeli.
Oltre il vicario generale, il vesco-
vo tiene cinque vicari foranei nei
rispettivi distretti. Vi sono più di
cento preti, ed i religiosi agosti-
niani, carmelitani, domenicani, fran-
cescani e gesuiti. Quasi tutti i
parrochi hanno uno o due coadiu-
tori. II collegio de'gesuiti conta da
novanta alunni ; in Kildare vi è uà
convento de'carmelitani ; i conven-
ti de'domenicani sono in Newbrid-
ge ; tre monasteri di monache
della Presentazione osservano la
clausura, insegnano e posseggono;
vi è un accademia ; in Kildare so-
no le sorelle della Misericordia ; ì
monaci o fratelli laici di s. Patri-
zio hanno una scuola in Tullow ;
vi è la congregazione di s. Brigi-
da, dalla quale viene istruita la
gioventù, e l'assiste nelle feste. In
ogni parrocchia vi ha una libre-
ria, e sogliono prestarsi i libri. Vi
sono le confraternite della ss. Eu-
caristia, del sacro Cuore, e delia
dottrina cristiana. Questo vescovo
ne'comizi che si tengono in Du-
blino occupa i! primo posto tra
20 KIL
gii altri suffragane!. Colle limosine
die si raccolgono si fabbricano
nuove chiese, e si mantengono le
antiche ; la fabbrica dell' ultima
chiesa costò 16,000 scudi. Nella
prima domenica dell' avvento, 2
dicembre 1827, in questa diocesi
fu pubblicato il decreto del conci-
lio di Trento, de reform. rnalr.
RILLALA {Alladen). Sede ve^
scovile d' Irlanda con residenza del
vescovo, nella provincia di Con-
naught. La città di Killala, Kil-
talea, Laberus o Allada, è picco-
la, ed ha il porto di mare sulla
costa nord est , nella contea di
Mayo, baronia di Tirav^^ly. I soli
edifizi osservabili sono il palazzo
"Vescovile e la cattedrale. Questa
città cadde in potere de' francesi
nel 1798, ma non la conservarono
che per un mese. La pesca vi è con-
siderabile. Il vescovo fa la sua ordi-
naria residenza inBallina oBelleek,
piccola città della stessa contea e ba-
ronia, e giace sulla riva sinistra
del Moy. Essa è assai bene fabbri-
cata. Nel 1798 fu presa dai fran-
cesi sbarcati in Irlanda sotto il co-
mando del generale Humbert. La
pesca del sermone vi è conside-
rabile.
La sede vescovile di Killala fu
fondata verso l'anno 4^5 da s.
Patrizio, e fatta sufFraganea della
metropoli di Tuam , cui è ancora
soggetta. Fu chiamata ancora Cel-
laid e Tir Aniagdact , a cagione
del territorio adiacente. Gli ultimi
vescovi furono, Domenico Bellew
d'Armagh, fatto vescovo nell' an-
no 1769 da Clemente XIV; Pie-
tro Waidron da Pio VII nel i8i4;
a questi Leone XII nel 1825 die
per coadiutore con futura succes-
sione Giovanni Mac-Hale col ti-
tolo di Maronia in partibus. Nel
RIL
|835 il Papa regnante Grego-
rio XVI fece r odierno vescovo
monsignor Francesco O'Finan do-
menicano, il quale trovasi in Ro-
ma; indi a* 3o luglio 1889 dichia-
rò amministratore apostolico Tom-
maso Feeny, col titolo in partibus
di Tolemaide. Sono i cattolici del-
la diocesi circa 190,000, le parroc-
chie ventisei, molte coppelle. La
diocesi ha sessanta miglia di lun-
ghezza e venti di larghezza. Ha il
capitolo ; ed i preti ascendono a
trentacinque. Vi sono più scuole
pei cattolici. Il clero vive di obla-
zioni de' fedeli, e de' proventi par-
rocchiali. Tutte le terre spettano
agli eretici, ed appartenevano ai
cattolici prima che ne fossero spo-
gliati sotto Guglielmo III. Questo
vescovato però è il meglio provve-
duto della provincia, e ne gode
una pensione il nominato vescovo.
KILLALOE {Laonm). Sede ve-
scovile con residenza del vescovo,
in Irlanda, nella provincia di Mun-
ster. La città di Rillaloe è nella
contea^ di dare, baronia di Tul-
lagh. È piccola e giace sulla riva
destra del Shannon, alla sua usci-
ta dal Lough-Deirgeart. Assai an-
tica la sua cattedrale fabbricata
sopra un' altura, ha un* esteriore
imponente, e conta quasi settecen-
to anni di esistenza. Evvi un pon-
te di diciannove archi, al di sotto
del quale una catena di roccia im-
pedisce la libera navigazione dello
Shannon; onde rimediarvi si scavò
un canale che va lunghesso al fiu-
me. Il vescovo ha risieduto in
Market ed in Fergus, ora fa la
sua residenza in Cast.
La sede vescovile di Killaloe,
Cella Molvanij Laona seu Cen'
dalvan, fu istituita verso il 435
da s. Patrizio apostolo dell' Irlan-
KIL
da, e fatta «uffraganea della me-
tropoli di Cashell, di cui Io è an-
cora. Coramanville dice che ne fu
primo vescosco s. Fanhan circa
l' anno 64o, il quale stabilì un'ab-
bazia in Cella Molvani. Ne furono
ultimi vescovi fr. Michele di Pie-
tro Mac-Mahon domenicano di Li-
merìk, fatto vescovo nel 1769 da
Clemente XIV, al quale Pio VI
nel 1798 diede per coadiutore
Giacomo O'Schaughnessy, che poi gli
successe. Nel 181 9 Pio VII fece
suo successore e vescovo di Fesse
in partìbuSy Patrizio Mac-Mahon,
che divenne efifettivo nel 1829.
A questi il Papa regnante Gre-
gorio XVI nel i835 diede per
coadiutore e vescovo di Leuca in
parLìbus monsignor Patrizio Ken-
nedy, che gli successe nel i836j
ed è l'attuale vescovo. I catto-
lici della diocesi ascendono a cir-
ca 33o,ooo, le cappelle sono mol-
te, le parrocchie quarantauove , i
sacerdoti cento. Vi sono due mo-
nasteri di monache; in Ennis ri'
siedono i francescani ed i fratelli
della dottrina cristiana. Evvi una
casa delle sorelle della Misericor-
dia, e le confraternite del Cuore di
Gesù e del Carmine. I proventi
delle parrocchie e le obblazìoni
de' fedeli danno al clero come sus-
sistere.
KILLFENORA (Finaboren ). Se-
de vescovile con residenza del vesco-
vo, in Irlanda, nella provincia di Mun-
ster. La città di Rillfenora, Fìnni-
bora, detta ancora Corcumroch a
motivo del territorio adiacente, op-
pure anche Gellumabroch o Cel-
vinabrochf come si legge nel pro-
vinciale romano, è piccola, appar-
tiene alla contea di Clare nella
baronia di Corcomroe, sulla còsta
occidentale. La cattedrale e Tepi-
KIL 21
scopio furono distrutti, e vi si ten-
gono due annue fiere. Rinvara
posta ai confini di questa diocesi
e di quella di Rilmacduagh, e che
è un villaggio, è la residenza del
vescovo, che vive in una casa pri-
vala. Un* altra residenza è in E-
maystimon.
La sede vescovile di Rillfenora
fu eretta da s. Patrizio circa l'an-
no 4351, sotto la metropoli di Ca-
shel, poi fu fatta suffraganea di
quella di Tuam, indi gli fu unita
la sede vescovile di Kilmacduagh
[Vedi). Il più antico de' suoi ve-
scovi che si conosca è Cristiano,
morto nel 1254 ^ Limerick, cui
gli successero nel i265 Enrico,
nel 1273 Fiorenzo O' Tigernach
abbate di Rilsana, nel 1281 Car-
lo decano del capitolo. Congallo
C Loghlan morto nel 1 3oo, Si-
mone O'Currim morto nel i3o3,
Maurizio O' Brien decano del ca-
pitolo morto nel i3i9, Riccardo
O'Loghlain morto nel i359j Pa-
trizio del 1394, Dionigi O' Cane
che rinunziò nel i49i> Maurizio
II O' Brien defunto nel i533, ec.
Gli ultimi vescovi poi sono, Nico-
la Archdeacon di Cork, fatto ve-
scovo nel 1800 da Pio VII, sotto
del quale segui l'unione della sede
di Rilmacduagh; monsignor Ed-
mondo French domenicano, dichia-
rato da Leone XII a' 24 agosto
1824, che è l'odierno vescovo.
Questa diocesi ha quaranta miglia
di lunghezza e nove di larghezza.
I cattolici ascendono a 65,ooo. Le
parrocchie sono ventitré, i preti
trenta: sette parrochi hanno i lo-
ro coadiutori, gH altri ne manca-
no siccome impotenti a mantener-
li. Nella diocesi di Rillfenora i
luoghi migliori sono Ennistymon
e Rillfenora, colle loro chiese, men-
22 KIL
tre altrove non si trovano che
cappelle. Manca il capitolo e le
prebende. Ogni parrocchia ha le
sue scuole. Il seminario di Tuam,
il collegio di Maynooth e gli altri
collegi fuori del regno suppliscono
alla mancanza del seminario. 11
vescovato è affetto all'ordine dei
predicatori. Le obblazioni de' fedeli
mantengono il clero. Escluso un
migliaio e più di persone addette
al commercio, i cattolici sono po-
veri. In questa diocesi si trovano
circa centoventi eretici, i quali han-
no le loro cappelle rurali e quat-
tro ministri sottoposti al rispettivo
presunto vescovo anglicano.
KILMACDUAGH (Duacen). Cit-
là vescovile d'Irlanda nella pro-
vincia di Connaught contea, baro-
nia di Riltartan. Vi si vedono le
rovine della sua cattedrale, quelle
di un monastero e di molte cap-
pelle, ciò che indica la sua antica
importanza. La sede vescovile fuv-
vi eretta da s. Patrizio verso l'an-
no 4'5^> Celmacduacum seu Dua-
cum, sotto la metropoli di Tuam.
Nel secolo XVII fu unita a Clon-
fert, e nel corrente da Pio VII,
dopo essere stata nuovamente di-
visa, fu unita alla sede di Killfe-
nora [Fedi). L'ultimo vescovo di
Kilmacduaghfu Riccardo Luca Con-
canen domenicano, fatto vescovo da
Pio VI a' 2 1 marzo 1799. ^^ P*'^"
mo vescovo di Killfenora che portò
pure questo titolo è Nicola Archdea-
con di Coik. Nella diocesi di Rilmac-
duagh i luoghi migliori sono Gort,
Kilchrist, Crangvi^ell ed Ardrachan
che hanno la loro chiesa. La re-
sidenza dell'antico vescovo era in
Gort.
KILMORE (Kilnioren). Sede
vescovile con residenza del vesco-
TO, in Irlanda, nella provincia di
KIL
Ulster. La città di Rilmore, Kìl-
mora^ contea, baronia di Longh-
Tee, giace sul lago di Nimty. La
residenza del vescovo è in Coet-
kill. La sede vescovile fu eretta da
s. Patrizio verso l'anno 4^^> *"^'
fraganea della metropoli di Ar-
magli , come lo è ancora. Nel VI
secolo vi fu trasferita la sede di
Triburna, Bresmiunij e Nicolò V
nel 145*4 y^ ""1 quella di Ardach,
che poi ne divenne staccata. Ne
furono ultimi vescovi Giacomo Dil-
lon di Armagh, traslato dal vesco-
vato di Nicopoli in parlibus, in
gennaio 180 1 da Pio VII; questi
nel 1807 gli diede in successore
Fergallo O'Reilly, al quale fece nel
18 19 coadiutore e vescovo di So-
zopoli in parlibus Patrizio Magni -
re minore osservante. Dipoi Leone
XII nel 1827 dichiarò altro coa-
diutore con futura successione, cioè
monsignor Giacomo Browne, fatto
vescovo di Magida in partibiis, che
divenne effettivo ed è l' odierno
vescovo. A lui il regnante Papa
Gregorio XVI a' 20 febbraio i843
nominò coadiutore con futura suc-
cessione monsignor Patrizio Phe-
lan, col titolo vescovile di Carra
in pariibiis. Questa diocesi abbrac-
cia tutta la contea di Cavan, par-
te di Meath, di Sirmanagh, Slejo
e di Seitrim. I cattolici diocesani
sono circa 287,000 ; le chiese ot-
tanta, le parrocchie quarantatre. I
luoghi principali sono Bailliebor,
Coetekill, Virginia, Cavan, Baliy-
haise, Ballyeoonell, Betturlut; Kal-
lishandra, Rallinamore, Manorha-
mitton. I preti sono novanta, oltre
i religiosi francescani. V'è il semi-
nario vescovile. Il clero vive per
la pietà de' fedeli e per le rendite
delle parrocchie. Ad onta della scar-
sezza de* mezzi sono stale fabbri-
KIN
cale ampie chiese. Nell'ottobre del
1834 vi fu tenuto uq sinodo, do-
ve si presero degli utili provvedi-
menti pel clero e pel popolo.
RILVARBIO o RILWARDBY
Roberto, Cardinale. Roberto Kil-
varbio o Rihvardby denominato
Bibleri, inglese di nazione, religio-
so domenicano, non francescano, e
professore di teologia nell'universi-
tà di Parigi, essendo uomo in cui
la modestia e la scienza andavano
del pari , fu contro suo volere e-
letto provinciale del suo ordine,
nel qual ministero avendo perse-
verato per un decennio, venne da
Gregorio X nel 1272 promosso
alla chiesa di Cantorbery , poscia
a' 12 marzo 1278 Nicolò III lo
creò cardinale vescovo di Porto.
Insigne filosofo e teologo com'egli
era, scrisse nell'una e nell'altra fa-
coltà un numero prodigioso di o-
pere. Impose con solenne pompa
la reale corona a Edoardo I re
d'Inghilterra, e celebrò un sinodo
in Londra, in cui stabilì savissime
leggi per la disciplina del clero, e
quantunque arcivescovo e cardina-
le, non lasciò giammai l'abito della
sua religione, e nel visitare la dio-
cesi, come ancora iu altri viaggi,
volle andare sempre a piedi iu com-
pagnia di due servi, e di due frati
domenicani, a' quali fabbricò uu
convento in Sarisbury. Mentre por-
tavasi a Roma nel 1278, morì in
Viterbo dopo circa un anno di
cardinalato, non senza sospetto di
veleno, e rimase sepolto presso la
chiesa di s. Maria de' Gradi del
suo ordine, nel limitare dell' ora-
torio della confraternita del nome
di Gesù contiguo a detta chiesa.
RINEBURGA (s.). Figlia diPen-
da, re pagano di Mercia, e sorella
delle sante Rineswida e Rinedri-
RIN 23
da. Secondo che dice Deda, si i^or
so ad Alfrido , figlio primogenito
d'Oswi, che fu re di Bernicia, ed
è fama che tutti e due vivessero
in una perpetua continenza. Rima-
sta vedova sul fiore degli anni, ab-
bandonò il mondo, e andò a go-
vernare il monastero di Dormund-
caster, ove diede l'esempio delle
più specchiate virtù. Le sue sorelle,
che rimasero prive del loro geni-
tore mentr'erano ancora assai gio-
vanelte, consacrarono a Dio la lo-
ro virginità, e santificaronsi an-
ch'esse nella vita monastica. I corpi
di queste sante furono trasportati
a Peterborough, dove anticamente
se ne faceva la festa a' 6 di marzo.
RINEDRIDA (s.). F. RmEBUR-
GA (S.).
RINESWIDA (s.). r. RiNEBUR-
GA (s.)
RliXGSBURY. Città della con-
tea di Dorset nell'ovest dell'Inghil-
terra, nell'antico regno de' sassoni
occidentali, Kìngnesbiiriay Kingosbu-
ria. Vi fu tenuto un concìlio dopo
Pasqua neirSSi, sotto il regno di
Bertulto re di Mercia, per discu-
tere intorno gli affari del regno e
del monastero di Croyland, al qua-
le furono accordati nuovi privilegi
colla conferma di quelli che già
possedeva. Reg. tom. XXI; Lab-
bé tom. Vili; Arduino tom. V;
Angl. tom. I.
RINGSTON. Città della contea
di Surrey, Kingosteniuni. Quivi sì
tenne un concilio nell' 838 sotto il
regno d'Egberto re de* sassoni oc-
cidentali, che vi assistette col suo
figlio e coi grandi dell'Inghilterra.
Fuvvi confermata una donazione
fatta alla chiesa di Cantorbery dai
predecessori di Egberto. Reg. tom.
XXI ; Labbé tom. VII ; Arduino
tom. IV; Angl. tom. I.
24 KIN
KINGSTON (Kin^stonien seu-fle-
gìpolitan ). Città con residenza ve-
scovile dell' Alto-Canadà nell'Ame-
rica settentrionale , capoluogo del
distretto di Midland, sulla riva si-
nistra del fiume s. Lorenzo. È se»
de del corpo legislativo, di un go-
vernatore, e di un tribunale di di-
stretto, capitale dell' Alto-Canada.
Kingston o Kiogs-ton, Regipolis^ fu
fondata nel 1783 sul luogo stesso
dell'antico forte francese di Fron-
tenac. Le strade sono in linea ret-
ta : per la maggior parte le case
sono vaste, comode, e ben fabbri-
cate in pietra, altre sono di legno.
Fra gli edifizi pubblici stanno il
palazzo del governatore, la corte
di giustizia, diverse chiese, un ospe-
dale, un mercato, una prigione,
delle caserme per la guarnigione e
molti gran magazzini del governo.
Questa cittìi è l'emporio generale
del commercio fra Montreal e il
Canada occidentale, dal principio
della primavera sino al fine del-
l'autunno. Vi regna la maggior at-
tività, onde si stabili una banca,
la sola di tutto l'Alto-Canadà. Il
porto è spazioso, comodo e ben
difeso, ma non può ricevere se non
navigli che peschino dieciotto piedi
d'acqua; l'ingresso è protetto da
due batterie, l'una sopra la punta
di Mississaga, e l'altra sulla punta
Frederick : queste difese congiun-
tamente ai bassi fondi che si pro-
lungano innanzi della prima punta
bastano a proteggerlo. Sulla costa
in faccia della città, fra le punte
Frederick ed Henry evvi una baia
formata dal lago Ontario, che po-
trebbe contenere al sicuro da ogni
vento una flotta numerosa; quivi
sverna d' ordinario la flotta reale
del lago, e sulle due rive sta l'ar-
8<;aale della marina inglese in que-
KIN
sta parte del mondo. Evvi ne* din-
torni una sorgente salsa poco pro-
duttrice, e cave di pietra da fab-
brica.
La sede vescovile fu eretta nei
primi del 1826 da Leone XII,
dismembrando l'alto Canada dalla
diocesi di Quebech, e dichiarando-
la immediatamente soggetta alla
santa Sede. Non se ne fissò la sede
in York perchè vi si era stabilito
il vescovo pi-otestanle. Quel Papa
a* 17 gennaio 1826 ne fece primo
vescovo il vicario generale sufTra-
ganeo ausiliare di Quebech, Ales*
randro Mac-Donnell , traslato dal
titolo vescovile di Resina in partii
bus, dandogli per coadiutore a' 23
maggio Tommaso Weld inglese,
vescovo di Amicla in partibus, che
Pio Vili creò cardinale nel i83o.
11 Pontefice che regna Giegorip
XVI sostituì per coadiutore con
futura successione monsignor Re.
migio Gaulin canadese, facendolo
vescovo di Trabaca in partibus ai
IO maggio i833: questo prelato
agli II gennaio 1840 divenne ve-
scovo di Kingston, che attualmen-
te governa. La popolazione della
diocesi, senza comprendervi le tribù
erranti, ascende a 35o,ooo ; essen-
do i cattolici da 70,000 ai 100,000.
In sostanza la diocesi, tranne al-
cune città abitate dagl' inglesi, è
abitata da selvaggi. Le chiese e le
cappelle sono sessantatre , quattro
di pietra, le rimanenti formate di
tronchi d'alberi. I luoghi dovè si
trovano le chiese di pietra sono
Kingston , Toronto , Glingaris. I
preti sono circa trenta. Il semina-
rio vescovile ha comincialo a pro-
gredire ; ma vi vuol tempo perchè
fiorisca: ne fu istitutore il primo
vescovo. I gesuiti vi ebbero in que-
sta diocesi ubertose missioni. Nel
KIO
1839 due giovani di questa dio-
cesi furono ammessi nel collegio
urbano di propaganda.
RINNIA (s.), vergine dìrlanda,
la quale fu battezzata da s. Patri-
zio che fiorì nel quinto secolo , e
ricevette dal medesimo il velo mo-
nacale. Nuir altro si sa di questa
santa ; ma la sua memoria è stata
assai per tempo venerata in Irlanda, e
le sue reliquie erano a Lowth nella
parte meridionale d* Ultonia. Col-
gan e Bollando ne fanno menzio-
ne sotto il primo giorno di feb-
braio.
RIOVIA o RIOW o KIEV .
Città arcivescovile della Russia eu-
ropea, capoluogo del distretto e
del governo del suo nome, residen-
za sino agli ultimi tempi d'un ar-
civescovo metropolitano delle due
Russie; ed al presente del governa-
tore civile e del governatore militare,
non che d'uno dei quattro metropo-
litani russi, e di un vescovo greco
scismatico come il metropolitano sino
dal 1640. Sta sulla riva destra del
Dnieper, e sull'occidentale del Bo-
ristene. Riovia si compone di quat-
tro parti, cioè: la città vecchia, o
vecchia Kiovia^ situata sopra una
altura verso il nord ; il Podol o città
bassa, al di sotto dell'altra nella pia-
nura; il Pelchersk o la fortezza, o
cittadella, sopra un'altura verso il
sud presso del Dnieper; e la ciltà
di TVladimiro fondata dall'impera-
trice Caterina II. Queste quattro parti
hanno ciascuna delle particolari for-
tificazioni, e sono inoltre cinte da
un vasto trinceramento, che le rin-
chiude tutte insieme. La città vec-
chia, un tempo residenza de'gran-
duchi di Kiev, rinchiude la chiesa
cattedrale di s. Sofia, fondata nei
IO 37 dal granduca Jaroslaw Wla-
dimirowitcb, nel luogo stesso ove ri-
RIO 25
portò una vittoria sui Petchenegui ; è
osservabile per la sua magnificenza
e soprattutto pel sepolcro in mar-
mo del suo fondatore : è uno de'piti
antichi e più belli templi della
Russia. Il convento di san Miche-
le, che sta poco lontano, contie-
ne le reliquie di s. Barbara. Tra
le altre dieci chiese che si trova-
no ancora in questa porzione di
Riovia , si distingue quella di san
Basilio, fondata da Wladimiro il
Grande sulle rovine di un tempio
degli antichi slavi ; quella di s. An-
drea e quella della Natività della
B. Vergine, fondata pure da Wla-
dimiro e dove questo principe fe-
ce deporre il corpo della sua avola
Olga. Il Podol, o città nuova o città
bassa, conservò il privilegio cheavea
ottenuto dai re di Polonia, d'essere
governato dal suo proprio magistra-
to, che oggidì è ancora in qualche
modo indipendente dai governatori
di Riovia. Vi si rimarca il gran
collegio accademico, uno de'piìi im-
portanti della R.ussia, e fondato nel
i63i da Pietro Mohila, metropo-
litano di Riovia ; Tedifìzio è in pie-
tra e vastissimo: questo collegio suol
contare circa millecinquecento allievi,
ed una biblioteca di circa diecimila
volumi. Il Petchersk o la fortezza è
la parte più alta e la meglio fortifi-
cata di Riovia: è riputata una delle
più forti piazze della Russia ; quivi ri-
siedono il governatore civile e mi-
litare, e vedonsi le caserme, l'arse^
naie, uno dei principali dell'impe-
ro, ed i magazzini delle truppe. Fra
le chiese si cita quella di s. Nico^
la Taumaturgo eretta in legno so-
pra un'altura, nel luogo o v'era il
sepolcro del celebre Oskold. Vi si
vede pur anco il monastero di Pet-
chersk, uno dei primi e più con-
siderabili della Russia, fondato nel
26 KIO
IX secolo, e rimarcabile per la bel-
lezza e ricchezza de'suoi ornamen-
ti, pe'suoi belli edifizi e vaste ca-
tacombe che rinchiude, nelle qua-
li vi sono i sepolcri di molli santi
di rito greco. Queste catacombe so-
no divise in due parti; le une por-
tano il nome di s. Antonio , che
le scavò con dodici discepoli, e rin-
chiudono i corpi di settantacinque
santi; le altre chiamate catacombe
di Teodoro, ne contengono quaran-
tacinque. Questo monastero era la
residenza del metropolitano di Kio-
•via, possiede una biblioteca di cir-
ca diecimila volumi, ricchissima di
manoscritti greci ed altri, cosi pu-
re una stamperia. Su queste ca-
tacombe posseggo un libro raro
di M. Johannes Herbinius: Religio-
sae Kijovenses Cryptae^ sive KìjO'
via subterranea, in quihus laby-
rinllius sub terra, et in eo enior-
tua, a sexcentis annìs dìvoruni at-
que heroum graeco-rulhenorum, et
ncc duni corrupta, corpora, ex
nomine atque ad oculum, e IIA-
TEPlKfi sclai'onica detegit, Jenae
impensis Martini Hallervordi, li-
teris Johannis Nisii anno iGyS. Un
sobborgo vastissimo è contiguo alla
fortezza; evvi un gran palazzo im-
periale, e molte chiese e conventi ,
fra i quali si distingue quello di
s. Nicola, che ha una biblioteca
di cinquemila volumi; all'ingresso
di questo sobborgo vi è un lazza-
retto.
Kiovia è considerata dai russi
una città santa, tanto a cagione dei
molti edilizi religiosi e reliquie che
in essa vi sono, quanto perchè nel
suo seno Wladimiro il Grande si
converti al cristianesimo con tutta
la sua armata nel 989. Si assicu-
ra che i pellegrini che vi si recano
ogni anno, oltrepassano di molto
KIO
il numero di cinquemila ; molti fra
loro vengono dalle contrade le più
lontane della Siberia , massime i
ruteni scismatici. Qui noteremo che
il nome di ruteni suole adoperar-
si esclusivamente per greci uniti .
Si osserva un bel monumento in-
nalzato per ordine dell'imperatore
Alessandro I, sulla fontana in cui fu-
rono battezzati i figli di Wladimiro.
Si contano in questa città da ven-
ticinque chiese greche, una cattolica
ed una luterana, nove conventi gre-
ci, un ospizio per gli esposti, un a-
silo per gli orfani, tre ospizi pei
poveri, uno per gli ammalati, un
ginnasio e molte scuole pubbliche.
Gli stabilimenti d' industria sono
poco importanti, fra' quali vi sono
tre fonderie di campane. Il commer-
cio coll'interno dell'impero è assai
attivo, e quello che si fa con O-
dessa da qualche tempo si è mol-
to accresciuto. Nelle feste di Natale
in Kiovia vi è un concorso dei pri-
mi possidenti polacchi e russi, che
vi si recano dai luoghi vicini ed
anco lontani, per trattare affari sul-
le biade, bestiami ed altre cose, si-
no al valore di più raiUoni di ru-
bli ; questa specie di fiera chiama-
si i contratti di Kiovia. In vicinan-
za di Kiovia vi sono due giardini
imperiali. Non si sa niente di pre-
ciso sull' epoca della fondazione
di questa città. Alcuni autori l'at-
tribuiscono ai sarmati che sarebbe-
ro stati scacciali dagli slavi venuti
dalle rive del Danubio; altri scrit-
tori pretendono al contrario, che
sia stata fondata da tre principi
slavi. Secondo gli annali polacchi
risale all'anno 43o di nostra era,
ed apparteneva ai khozarii : due
principi famosi per le loro imprese,
Oskold e Dir, avendo scosso il
giogo de' khozarii vi regnarono pò-
KIO
scia. Nel IX secolo, Rurik, capo
scandinavo, stabilì la sua potenza
in Kiovia, che a quest'epoca diven-
ne la capitale della Russia meridio-
nale. Nel loSy fu eretta in capi-
tale di tutta la Russia dal grandu-
ca Jaroslaw, ed i suoi successori vi
tennero la loro corte sino al i iSy.
Poscia provò grandi sciagure per
incendi e guerre, e dopo essere
passata successivamente in potere
di principi lituani, polacchi, tarta-
ri, e di un kan di Crimea, ricad-
de in fine nel 1667 fra le mani
de'russi, ai quali ne fu assicurato il
possesso nel 1686. Nel 1824 ven-
nero scoperte le rovine della famo-
sa cliiesa Dekiakinnaya, fabbricata
nel 996 da Wladimiro, e distrutta
nel 1240 dai tartari mongoli. Fu in
questa città che il vescovo latino
Zaluski era giunto a formare una
biblioteca composta di duecento-
mila volumi che lasciò per legalo
alla repubblica di Polonia, e che
l'imperatrice Caterina II nel 1795
fece trasportare da Varsavia, dove
trovavasi, a Pietroburgo, nella qual
metropoli servì d' incomincia mento
all'immensa biblioteca imperiale che
va annualmente aumentando.
La vera conversione della Prussia
alla fede cristiana cadde nel tempo
che si frappose tra Fozio e Ceru-
lario patriarchi di Costantinopoli,
pei primi banditori cattolici man-
dati dal patriarca s. Ignazio. Si dice
che sul primo loro giungere si fon-
dasse in Kiovia la prima chiesa nel-
r867, che fu poco dopo illustrata nel-
1*879 da ^^^ martiri, Ascoldo e Diro.
La pia granduchessa Olga, consorte
del granduca Igor che regnò dal 912
al 945, essendosi convertita al cristia-
nesimo, questo non fu più persegui-
tato, anzi venne trattato con larga
hidulgenza. Ricévuto il battesimo
RIO 27
col nome di Elena, Olga fabbricò
in Kiovia una chiesa in onore di
s. Nicola nel 956, e morì santamen-
te nel 969. Wladimiro il Grande
che regnò dal 980 al ioi4> ^^
caldo idolatra ricevette il battesi-
mo nel 988 e divenne zelante cat-
tolico. Fece abbattere gl'idoli di
Kiovia; i boiari ed i popoli a tor*
me ricevettero il battesimo alle
sponde del Dnieper o Nieper. Miche-
le fu il primo vescovo dei russi e che
li battezzò. Eg4i era di Siria, e fu
mandato da Costantinopoli nel 988
dal patriarca Nicola Crisobergo. Oc-
cupò la sede di Kiovia, da lui
fondata, quattro anni, e gli suc-
cesse Leone o Leonzio, ed a que-
sti Giona o Giovanni. Nell'anno
io35 divenne vescovo Teopente,
sotto del quale e del granduca
Jaroslaw la cattedrale di s. Sofìa
di Kiovia fu nel 1087 innalzata alla
dignità metropolitana di tutta la
Russia, unita alla chiesa romana,
come lo erano allora i patriarchi
di Costantinopoli da'quali era deriva-
ta. I patriarchi però di quella chiesa
se ne divisero sotto Cerulario, mentre
quella di Kiovia, e la chiesa russa
mantenne pii^i a lungo l'unione con la
romana, che la sua sorella la greca.
Il vescovo di Kiovia divenne arci-
vescovo, metropolita, ed esarca di
tutta la Russia, con dodici sedi ve-
scovili per suffraganee; cioè Leopo-
li, Premislia , Chelma , Msteslaw,
Mohilow, Alicia o Hallicia, Luceo-
ria, Wolodimira, Polosko, Wite»
peskj Piaski e Wilna, secondo Com-
manville. In progresso di tempo al-
cune di dette sedi furono elevate al
grado arcivescovile con suffraganei.
A Teopente nel io5i successe il
virtuoso Ilario, eletto per coman-
do del granduca Jaroslaw dai ve-
scovi russi nel concilio di Kiovia, sea-
28 KIO
za cooperazione alcuna del patHar-
ca di Costantinopoli. Egli come i
di lui successori metropolitani, cioè
Giorgio del 1072, Giovanni I del
1080, Giovanni li del 1089, Efrai-
ino I del 1090, e Nicola I del
1096, furono, quantunque greci, dal-
lo scisma del Cerulario del tutto
alieni; che anzi diedero prove del-
l'inlima loro unione con la Chiesa
romana e col sommo Pontefice, i
cui legati furono dai russi ricevuti
onorevolmente, dopo aver scomuni-
cato l'infelice e perfido Cerulario.
In questo tempo la chiesa metro-
politana di Kiovia venne chiamata
per eccellenza il vescovato de'russi.
Fra gli altri metropoliti di Rio-
via nomineremo i seguenti. Gio-
vanni III del II 64 si mantenne
in amichevole corrispondenza col
Papa Alessandro III. Durava an-
cora la concordia tra la chiesa
russa e la romana ; i preti latini
lavoravano tranquillamente a canto
i preti russi, persino nel centro
della loro chiesa di Kiovia. I ve-
scovi latini vennero in questa cit-
tà per commissione e in compagnia
de' principi cattolici dell'occidente,
ed ebbero ospitalissima accoglienza
dal clero e dal popolo del paese.
Venera ancora al dì d* oggi la
chiesa russa il pio monaco Anto*
nio detto il romano, il quale ve-
nuto dalla parte di Lubecca in
Russia fondò un monastero sulle
sponde del Wolchof, a modello
di quello delle grotte di Kiovia,
e vi si adalicò instancabilmente a
propagare il cristianesimo. Il me-
tropolita Costantino fiorito nel 1 177
è venerato dai russi come un san-
to. Questa città ebbe pure i suoi
vescovi latini, sotto il patriarca di
Costantinopoli. Ivone successore di
Vincenzo, vescovo di Cracovia, cs-
KIO
sendo andato a Roma, e rimasto
molto edificato di s. Domenico fon-
datore dell' ordine de' predicatori,
nel quale s. Giacinto suo compa-
triotta e canonico di Cracovia
era entrato, domandò al santo
fondatore ed ottenne Giacinto con
tre altri suoi discepoli , che con-
dusse seco lui in Cracovia. Diede
loro una chiesa, e tutto ciò ch'e-
ra necessario pel servigio divino,
con promessa di farne costruire
una più grande in onore della B.
Vergine. Giacinto si affaticò per
la propagazione della fede cattoli-
ca in Polonia ed in Russia. Fu
ricevuto nel 1112 in Kiovia coi
suoi tre compagni domenicani, cioè
Godino, Floriano, e Bernardo o Be-
nedetto, colle dimostrazioni più
grandi di amore e venerazione;
vi dimorò quattr' anni e fondovvi
il magnifico monastero dedicato al-
la ss. Vergine, il di cui governo
alla sua partenza dalla Russia fu
assunto da fr. Godino. Molli pre-
ti ed ecclesiastici di Kiovia, i qua-
li in que' tempi doveano apparte-
nere alla chiesa greca, vestirono
l'abito del novello ordine. Bernar-
do fu fatto vescovo di Alicia o
Hallicianel i233 dal Pontefice Gre-
gorio IX, ed ivi ottenne la palma
del martirio per la fede di Gesù
Cristo. La sede latina di Kiovia
vanta per suo primo vescovo Ales-
sio fatto dal Papa Benedetto Vili
nel 1021 ad istanza di Jaroslaw
duca di Kiovia, e perciò quel Pon-
tefice fu fondatore del vescovato
latino. Il secondo vescovo poi fu
Gerardo domenicano fatto da Gre-
gorio IX, ed il terzo Enrico pur
domenicano creato da Giovanni
XXII. Il metropolita di Kiovia
Massimo, nel 1299 trasferì la sua
sede a Wladimiria ; ed il metro-
RIO
polita Pietro, nominato nel i3o8,
la trasferì invece a Mosca. Alessio
arcivescovo di Riovia nel i353 fu
forte difensore delia Chiesa roma-
na, e mori in odore di santità. Ai
tempi di Alessio fiorì il quarto
vescovo Ialino di Riovia, Giacomo
domenicano dell'anno iSyy. La
concordia che regnò tra le due
chiese sotto i metropolitani Pietro
ed Alessio, fu soltanto di passaggio
turbata dal metropolitano Pimen,
il quale dopo la morte del metro-
polita Michele, che occupò soltan-
to pochi mesi la sede di Mosca e
morì nel 1379, si mise a conten-
dere al pio e religiosissimo metro*
polita Cipriano nel i38o il pos-
sesso di sua dignità; ma egli fu
finalmente degradato dal clero e
dal popolo in un concilio, e finì
di vivere in prigione nel 1389.
Cipriano è lodato per uno de' piìi
leali amici e veneratori della Chie-
sa romana; si acquistò meriti im-
mortali presso la sua chiesa , e fu
chiamato il ristoratore delle scien-
ze nella Russia. Al suo tempo tutte
le sedi vescovili russe di Lituania
passarono all' unità. Cipriano mo-
rì nel i4o6.
Dopo la sua morte sorsero lem*
pi turbolenti per la chiesa russa ,
pei semi delio scisma sparsi da
Pimen nel clero, che Cipriano a-
vea soffocato. Per mala ventura
della chiesa russa, salì sulla sedia
metropolitana, co* maneggi i più
detestabili, l'ambizioso Fozio greco
avarissimo. Crescendo le sue ini-
quità, e divenuto peggior di un
pagano, i vescovi della Russia me-
ridionale, co' principi, boiari e gran-
di dell'impero, si adunarono in
Riovia l'anno 14^4 ^ dichiararo-
no Fozio decaduto dalla sua di-
gnità^ sostituendogli il pio, mode-
RIO 29
sto e dotto Gregorio Zamblak. Sì
portò in Costantinopoli per rice-
vere dal patriarca e dall'impera-
tore r istituzione canonica, ma non
li trovò inclinati ad ascoltare le
universali lagnanze contro Fozio,
ne dare retta alle preghiere del
clero russo, perchè vedevano am-
bedue il danno che loro proveni-
va per la divisione della sedia me-
tropolitana di Russia, la quale per
essi era una miniera inesauribile
d'oro. Con tuttociò appena Grego-
rio ritornò a Riovia, i vescovi della
Russia meridionale si radunarono
in Nowogrodek nel 1^1 5, e confer-
marono a dispetto del patriarca di
Costantinopoli la nomina di Gre-
gorio, scomunicando Fozio, con so-
lenne atto in cui Riovia è chiama-
ta la madre delle chiese russe, la
madre di tutte le città russe. Io
tale documento si dice, che antica-
mente avevano i vescovi il diritto
d' istituire il metropolitano , e al
tempo del granduca Isaslaw elesse-
ro e consecrarono Clemente. Con-
servare le tradizioni de' ss. padri,
condannare l'eresia, venerare il pa-
triarca di Costantinopoli, avere la
medesima fede, ma solo rigettare
r illegittima autorità che si erano
arrogati gì* imperatori greci, poiché
non il patriarca , ma l' imperatore
ormai dava i metropolitani, facen-
do vile traffico delle prime dignità
ecclesiastiche. Quindi per tale scon-
venevolezza essersi eletti da loro un
degno metropolitano. Da quell'epo-
ca la sedia metropolitana di Rus-
sia fu divisa in quella di Riovia
e di Mosca ; la prima governò gli
esarcati, ossia vescovati del mezzo-
giorno ; la seconda quelli del set-
tentrione. Questo avventuroso av-
venimento preparò l* unione della
chiesa russa pel secolo XVL I me-
3o RIO
Iropolitani di Mosca sì appigliaro-
no a tutti i mezzi per riunire la
sede di Rio via con la loro, ma in-
darno. I metropolitani di Riovia
sostennero la loro indipendenza, e
siccome i metropolitani di Mosca
spalleggiati dai loro granduchi si
mantennero nella loro dignità, così
anche gli ultimi cercarono di raf-
forzarsi nella loro per la protezio-
ne de' principi di Lituania e dei
re di Polonia. Alla sede unita di
Riovia s'incorporarono le diocesi
di Bransk, Smolensko, di Permìs-
lia o Premislia, di Turow, di Luzk
o Luck, di Wladimiro nella Vo-
linia, di Polosko, di Clielma, di
Haliz o Allicia , e perseverarono
nella unione della Chiesa romana
fino verso Tanno i52o. Qui no-
teremo che quinto vescovo latino
fu Filippo domenicano; e che" la
restaurazione della sede vescovile
latina in Riovia, si attribuisce a
Jagellone o Wladislao V re di Po-
ionia, ed all'anno i^ii.
L'imperatore Emmanuele TI Pa-
leologo, ed il pio e dotto patriar-
ca Giuseppe di Costantinopoli mo-
straronsi assai propensi ad accostarsi
all'unione, quale fu conchiusa so-
lennemente mediante lo zelo del
metropolita di Riovia Gregorio già
mentovato. Questi fu nel i4i8
mandato dall' imperatore alla testa
di venti vescovi greci, con uno splen-
dido seguito di principi e magna-
li, al concilio di Costanza presie-
duto dal Papa Martino V; laonde
dopo poche sessioni fu celebrata
l'unione di ambedue le chiese, il
Pontefice si mostrò assai amorevo-
le, dichiarando i regnanti di Po-
lonia e di Lituania, probabilmente
ad istanza di Gregorio, vicari della
santa Sede, ciascuno nel proprio re-
gno, nominatamente però negli stali
RIO
russi. Contemporanei di Gregorio
furono Michele 1 e Andrea vescovi
Ialini di Riovia: sotto il secondo
avendo i tartari in un alla città
spogliato la cattedrale verso il i4i6,
il vescovo latino Michele II la re-
staurò e fornì di sacre suppellet-
tili. A Gregorio nel i4^9 degna-
mente successe Gerasimo, al pa-
ri del predecessore unito colla Chie-
sa romana, e non dimostrò mono
ardore per propagare l'unione. Tut-
tavolta l'unione della chiesa orien-
tale, come anche di tutta la chiesa
russa non sortì il pieno suo effet-
to prima del concilio generale di
Firenze celebrato da Eugenio IV,
avendola ritardata T invasione dei
turchi. Contribuì di molto al con-
seguimento di questo scopo tanto
sospirato , la vacanza delle sedie
metropolitane del nord per la mor-
ie di Fozio e di Gerasimo, il quale
perì vittima d'un odio politico nel
1433. Il patriarca di Costantino-
poli Giuseppe, zelantissimo dell' u-
nfone della chiesa orientale coll'oc-
cidentale , colse questa favorevole
opportunità, e nominò nel 14^7
metropolitano di tutta la Russia ,
il non men pio che dotto ed elo-
quente Isidoro di Salonicco o Tes-
salonica vescovo dell'llliria. Per tal
modo la sedia metropolitana di
Mosca fu di nuovo unita a quella
di Riovia, il che agevolò l'unione
di tutta la chiesa russa con la ro-
mana. Nel 1437 portatosi a Mo«ca
vi fu ricevuto dal granduca Wa-
silio o Basilio III, che indusse al-
l'unione, ma a malincuore accon-
sentì che partisse pel concilio ge-
nerale, seguito da splendido accom-
pagno di sopra cento ragguardevoli
personaggi, di ecclesiastici, boiari e
di altri grandi deli' impero, i quali
tulli furono accolli con onorifiche
RIO
dimostrazioni. Nel concilio vi eb-
bero principalissima parte l'attivi-
tà del celebre Cessarione arcive-
scovo di Nicea, e lo zelo d'Isidoro
metropoli lano di Russia. JNel gior-
no della festa de' ss. Pietro e Paolo
del 1439, il cardinal Giuliano Ce-
sarmi lesse il decreto di unione in
lingua latina e Bessarione in gre-
co, con inesprimibile gioia del ma-
gnanimo Pontefice Eugenio IV. In-
di volle rimeritare Isidoro di Rio-
via delle tante fatiche sostenute,
dichiarandolo con bolla de' 17 a-
gosto suo legato a Intere nella Li-
tuania, Livonia, Russia, ed in un
al Bessarione a' 18 dicembre lo
creò cardinale. Partito Isidoro da
Firenze e giunto a Buda , quivi
scrisse lettere pastorali in Russia,
come metropolitano di Kiovia e di
tutte le Russie e legato pontifìcio,
e principalmente ai vescovi della
metropoli meridionale, nelle quali
loro notificò T unione di ambe le
chiese di recente conchiusa in Fi-
renze, esortandoli ad accettarne il
decreto, ed incoraggiando a un tem-
po i vescovi latini di Polonia, di
Lituania e di Livonia ad amar i
greci come fratelli, e mantenere
con loro nelle cose di fede e nel
culto divino perfetta armonia, non
badando alla differenza del rito ec-
clesiastico.
Giunto in Kiovia il cardinal I-
sidoro, vi fu ricevuto con giubilo
universale, non che dal popolo e
clero, eziandio dai sovrani di Po-
lonia e Lituania. L'unione non in-
contrò opposizione alcuna, tutti l'ac-
colsero con piacere; ma non cosi
a Mosca, dove il cardinale si recò
nella primavera del i44o> aspet-
tato per la precorsa fama della
conchiusa unione con generale ir-
ritazione degli animi. Ciò nondi-
RIO 3i
meno, dotalo com'egli era di co-
raggio, si portò subito, preceduto
dalla croce latina e da tre pasto-
rali di argento, alla chiesa della ss.
"Vergine sul K rem li no, ove fu ri-
cevuto dal clero, dai principi e bo-
iari, e da numeroso popolo. Ognu-
no meravigliato per tale novità,
era ansioso veder che ne sarebbe
seguito. Isidoro dopo aver ringra-
ziato Dio del suo felice ritorno ,
fece salir sul pulpito un diacono
che annunziò a' circostanti il de-
creto dell'unione del concilio fio-
rentino. Tutti scossero il capo, e
senza manifestare pubblicamente il
loro sdegno, se ne ritornarono alle
case pieni di stupore. Intanto Isi-
doro presentò al granduca Wasi-
lio ni un breve di propria mano
di Eugenio IV, concepito con pa-
role cortesi ed afFettuosissime, con
cui lo esortava ad acconsentire al-
l'unione, accogliere benignamente
il metropolitano, e consentirgli il
tranquillo e pacifico -possesso dei
suoi diritti. Il granduca però non
volle saper nulla dell'unione, seb-
bene nel modo il più eloquente
Isidoro gliela, rappresentasse assai
profittevole al bene e miglioramen-
to della Russia ; che anzi passali
pochi giorni, fece prendere e tras-
portare il metropolitano nel mo-
nastero di Tschudow , ove stette
per due anni prigione in un con
Atanasio e Gregorio monaci suoi
amici, insieme a' quali a' i5 set-
tembre i44^ g^> venne fatto fug-
gire in Roma al modo detto alla
sua biografìa, ove morì e fu con
solenne pompa funebre sepolto in
s. Pietro Vaticano. Ai di lui tempi
fu vescovo latino di Kiovia Gio-
vanni, ch'ebbe in successore Cle-
mente. Con la fuga d'Isidoro si
divise di nuovo la sede melropo-
32 RIO
litana di Russia, per sì poco tem-
po unita, in quella di Riovia e
in quella di Mosca. Ad Isidoro
fu sostituito il suo fedele ed inse-
parabile compagno, il pio e pacifi-
co Gregorio, col nome di Gregorio
II. Eugenio IV medesimo lo con-
secrò in Pioma nel i444- Nell'an*
no seguente ritornò a Riovia elet*
to metropolitano di tutta la Russia,
munito di lettere pontificie a Ca-
simiro IV re di Polonia e gran
principe di Lituania, ed a Casimi-
ro II duca di Lituania, cioè allo
stesso re che qual principe di Li-
tuania portava il nome di Casimi-
ro lì. 1 tentativi del re per paci*
ficar il granduca di Russia, e ri-
conoscere il nuovo metropolitano,
andarono a vuoto. Wasilio III
convocò subito i vescovi della me-
tropoli a Mosca, e nel i447 ^^'
mandò loro, senza punto consulta-
re il patriarca di Costantinopoli,
di eleggere un altro, che fu il fo*
coso Giona per prepotenza nomi-
nato. Il virtuoso e dotto Gregorio
Il venne bandito nel 14^1 per
la sua costante perseveranza all'ob-
bedienza della Chiesa romana, indi
portatosi in Roma vi mori nel
1459. Giona, siccome nemico del-
l'unione, fece di tutto per assog-
gettarsi la metropoli di Riovia, per-
ciò il Pontefice Pio II con una
lettera lo ripigliò con amari rim-
proveri, e vendicò i diritti metro-
politani della sede metropolitana di
Riovia, come la più antica e come
la culla della chiesa russa. I re-
gnanti di Polonia e Lituania cer-
carono con non minor zelo di quel-
lo de* Papi di mantenere stretta
l'unione nella metropoli della Rus-
sia meridionale. Il predecessore di
Casimiro IV avea esteso con suo
editto agli uniti vescovi di questa
RIO
mefropoli i medesimi diritti e pri*
vilcgi che godevano i vescovi lati-
ni del suo regno ; quindi Casimiro
IV avendo unito Riovia a' suoi
stati, nel li^'jS vi fece nominare
Alberto in vescovo latino suffraganeo
di Leopoli, colla qualifica di senatore
del regno come gli altri prelati,
ma non fu che di titolo, dappoi-
ché i cosacchi non lo vollero sof-
frire, come scrive Commanville , il
quale chiama Riovia capitale del-
l'Ukrania.
Giona metropolita di Mosca mo-
vi nel 1461, ma le due metropoli
entrarono in vicendevole lotta : gl'im-
mediati suoi successori nella sede
di Mosca, non finirono mai di lan-
ciare scomuniche contro i vescovi
uniti con Riovia e con Roma ,
chiamandoli apostati e traditori del-
la fede. A Gregorio II successe Mi-
chele 0 Michal, il quale non fu
meno giusto e pio del predecesso-
re. Portandosi in Roma nel 147^»
presentò al Papa Sisto IV i soliti
omaggi di fedeltà ed obbedienza
de' vescovi russi. Autorizzato dal
Pontefice nel suo ritorno in Rus-
sia promulgò il giubileo dell'anno
santo 1475 a spirituale vantaggio
de' fedeli greci, e mori benedetto
nel 1489. Giona I che gli succes-
se poco visse, COSI pure Macario I,
onde fu eletto Giuseppe lituano che
difese l'unione e la propagò, cele-
brando nel i5o9 un concilio dei
suoi vescovi a Vilna onde provve-
dere alla disciplina ecclesiastica.
Sgraziatamente dopo breve tempo
morì, e la sede metropolitana di
Riovia ritornò ne' successori di lui
allo scisma, massime pel matrimo-
nio di Alessandro I re di Polonia
con Elena figlia del granduca I-
wan III, la quale operò secondo
gì' interessi e credenza del padre ,
KIO
tlisprezzando iì cullo cattolico, e
fovorcndo i greci scismatici ; quin-
di questi ebbero il predominio nella
Lituania, e l'unione si sciolse affat-
to, ad onta dello zelo del Papa A-
lessandro VI. 11 re Stefano Batto-
li col suo attaccamento per la
Chiesa romana preparò il glorioso
ritorno della metropoli meridiona-
le di Russia all'unità, sotto il suc-
cessore Sigismondo HI; nel i589
Geremia patriarca di Costantinopoli
essendosi portato in Mosca dichia-
rò il metropolitano Giobbe pa-
triarca di tutta la Russia per in-
trighi e donativi, ed insieme indi-
pendente da quello di Costantino-
poli. Tultavolta l'erezione del nuo-
vo patriarcato della chiesa russa
trovò grandi ostacoli non solo nel-
la sede costantinopohtana, ma in
quelle stesse soggette al patriarca
russo. L'orgoglio di Giobbe e di
Geremia trattarono tirannicamen-
te Michele Nahosa elevato nel i589
alla metropoli di Riovia, ed i suoi
vescovi suffragane . Non potendo
Michele più sopportare tante ves-
sazioni ed ingiurie, convocò i ve-
scovi della sua metropoli in un
concilio a Bresta, e consigliossi con
loro a qual capo della Chiesa si
avesse ormai ad obbedire, se al re-
cente patriarca Giobbe di Russia,
ovvero al santo patriarca di tutta
la Chiesa cattolica di Cristo il Pa-
pa. Tutti unanimamente dichiara-
rono, ch*essi in avvenire volevano
soltanto obbedire al sommo Pon-
tefice di Roma , successore di s.
Pietro, e ritornare nel grembo del-
l' una, vera ed apostolica Chiesa.
Dopo poche sessioni stesero li 2
dicembre iSpS il decreto di deli-
berazione dell'unione, in cui espo-
sero con semplici, ma nobili e sante
parole, le ragioni di tale risoluzio-
VOL, xxxvw.
KIO 33
ne al mondo cristiano, nominata-
mente a* fedeli del loro rito, men-
tre Giobbe col suo clero lanciò
orrende maledizioni contro le de-
liberazioni de' padri di Bresta. In
questo tempo era XIV vescovo la-
tino di Riovia, Giacomo duca Wo-
roniecius, successore di Nicolao Pac.
JNell'anno seguente ivi i vescovi della
metropoli di Riovia con Michele si
radunarono in concilio ed inviaro-
no a Roma un'ambasceria per no-
tificare a Clemente Vili la loro
riunione colla santa Sede, compo-
sta di due dotti vescovi.
Questi legati del clero ruteno ,
con numeroso seguito di ecclesia-
stici e di principi polacchi e rute-
ni, furono accolti dal Papa cori
amorevole cortesia in pubblico con-
cistoro. Ivi si lesse ad alta voce in
ruteno ed in latino la lettera dei
metropolitani e de' vescovi, cui ri-
spose in nome pontificio il celebre
Silvio Àntoniani poi cardinale. L'u-
nione si fece sotto le medesime
condizioni con che era stata con-
chiusa nel concilio di Firenze. La
Sede apostolica accordò loro tutti
i diritti, libertà e privilegi di cui
avevano sino allora goduto, e la-
sciò loro tutti i riti e Ife cerimo-
nie nell'amministrazione de* sagra-
menti e nella celebrazione delle
altre ecclesiastiche funzioni in uso
presso di loro innanzi all'unione,
purché non ripugnassero ai dora-
mi della Chiesa cattolica. Il Papa
confermò il metropolita di Riovia
nel suo possesso degli antichi di-
ritti e giurisdizioni, compreso quel-
lo di consacrare i vescovi della
sua metropoli, chiedendone prima
la conferma alla santa Sede, per
mezzo del nunzio pontificio in Po-
lonia, cui verrebbe comunicata per
quello della congregazione di car-
3
34 KIO
diiiali stnhilita per .questi affa-
ri, che fu poi quella di propa-
ganda fide. D'ora in poi l'epi-
scopato ruteno fu dipendente da
questa insigne e benemerita con-
gregazione. L'elezione poi del me-
tropolita seguiva sotto la presi-
denza del medesimo nunzio, il qua-
le convocava lutti i vescovi della
metropoli , il proto archimandrita
e i primari prelati del clero seco-
lare e monastico in un concilio.
Fatta l'elezione il nunzio mandava
gli atti in lloma alla congregazio-
ne di propaganda, la quale li pro-
poneva all'approvazione del Papa.
Se questi li confermava, il metro-
politano veniva da lui preconizza-
to in concistoro^ ed otteneva me-
diante la congregazione medesima
la bolla d* istituzione ed il paUio.
Così dunque l'unione del clero ru-
teno con la Chiesa romana av-
venne, senza altra forza che quel-
la della persuasione della verità.
Appena i legati ruteni ritornarono
nella loro patria , tutti i vescovi
ruteni si raccolsero a concilio in
Bresta sotto la presidenza del me-
tropolita, e ratificarono di nuovo
l'unione e quanto si era fatto in
Roma. Giobbe patriarca di Russia
convocò del pari un sinodo a Mo-
sca, slanciò scomunica contro Mi-
chele metropolita di Kiovja, e ma-
Icdì tutte le decisioni intorno al-
l'unione emanate in Bresta; quin-
di scoppiarono le più crudeli per-
secuzioni del clero russo contro il
ruteno. Costantino, potente princi-
pe di Ostrog, si separò dall' unio-
ne, e vi persuase i vescovi di Leo-
poli e di Premislia. Michele morì
benedetto nel iSgg, e gli successe
Ippazio già ambasciatore del clero
in Roma, che per zelare il man-
tenimento dell'unione fu bersaglio
KIO
di gravi persecuzioni. Nel i6i3 fu
eletto Giuseppe Velamin, pel quale
sotto Urbano Vili quasi tutti i
ruteni uniti accettarono T unione ,
tranne pochi che rimasero nello
scisma. 1 nemici lo perseguitarono
a morte, e questa dierono al suo
amico Giosafat arcivescovo di Po-
losko, che Urbano Vili beatificò.
Paolo V a ribattere le menzogne
degli scismatici, nel 16 1 5 confermò
il rito greco ai ruteni, ed invitò il
metropolita a mandare quattro gio-
vani in Roma^ per essere educati
in quel rito nel collegio greco. I
re ed i vescovi di Polonia per con-
discendenza ai reclami degli scisma-
tici si trovarono costretti di lolle-
rare la loro gerarchia. Accanto del-
le sedi vescoviU degli uniti, gli scis-
matici eressero e conservarono le lo-
ro antiche denominazioni. Il metro-
polita scismatico di Kiovia, per con-
cessione del re Sigismondo III, eb-
be il medesimo titolo del cattolico,
ed esercitò sopra il suo clero e po-
polo i medesimi diritti ; anzi il re
Ladislao o Wladislao VII nel i635
approvò la celebre università di
Rio via , fondala per ammaestra-
mento del clero dal metropolita
scismatico Pietro Mohila, uomo
dottissimo, ma altrettanto fiero ne-
mico delia Chiesa cattolica ; la dotò
di pingui rendite e l'arricch'i d'una
stamperia ragguardevole, dalla qua-
le poi uscirono tante opere ingiu-
riose contro l'unione e la Chiesa
cattolica. A questa epoca era XVIII
vescovo di rito latino di Kiovia
Buguslao. Giovanni Casimiro re di
Polonia, già gesuita e cardinale, per-
mise al metropolita scismatico di
Kiovia di poter passare sotto la giu-
risdizione del patriarca di Mosca .
Gli scismatici fatalmente ottennero
ancora la facoltà di erigere nuove
RIO
sedie vescovili, sebbene non ne ave-
vano adatto bisogno. Il metropoli-
ta cattolico di Kiovia Gabriele Cor-
sak, cacciato dalla sua sede per le
turbolenze eccitate dal patriarca di
Costantinopoli, che avea nominato
lo scismatico, nel 1642 si ritirò in
Roma. Però sotto il re Giovanni
III eletto nel 1674, le sedi vesco-
vili di Leopoli e di Premislia tor-
narono all'unità cattolica, sebbene
la forza politica della Polonia fos-
se allora notabilmente diminuita,
e perciò la risoluzione di tali ve-
scovi affatto scevra d'ogni basso ri-
guardo. Eziandio il vescovo di Smo-
lensko, città in quei tempi venuta
in potere della Russia, si sottomise
alia Chiesa cattolica. JVel 1678 al
\escovo latino di Kiovia Francesco
Prazmovio, successe il celebre conte
Andrea Crisostomo Zaluski, XXVII
vescovo latino, ed autore di mol-
te pregiate opere. Il metropolita
di Kiovia Leone Kirszka nel 1720
celebrò il sinodo nazionale di Za-
raoscia nella waiwodia di Lublino,
sinodo confermato dalla santa Se-
de nel 1723. Atanasio Scepticki
divenne metropolita di Kiovia nel
1729, traslata lo da Leopoh, lodato
per le sue belle qualità. Nel 174B
gli successe Floriano Krebnicki già
arcivescovo di Polosko, a cui gli
fu dato nel 1756 per coadiutore
con futura successione Feliciano
Wololkowicz vescovo di Chelma,
il quale diventò metropolitano nel
1758. A questi sotto Clemente XIII
nel 1762 fu fatto coadiutore con
futura successione Leone Lodovico
Scepticki vescovo di Leopoli e Ka-
nùenec dell'ordine di s. Basilio, che
nel 1778 gli successe. Nel 1763
in Varsavia si stampò questo libro
ora rarissimo, cioè la storia e la
serie de' vescovi kiovesi di rito la-
RIO 3j
tino. De episcopatu Kioviensi cti/us
sedes olìm fuit Kioi'iae nunc vero
Zylomiriae in Ukrania ejusque
praesulibus , brevis commcntalio
quani ex Simonis Okolscii opere
et ex variis wiliquioribus menu-
mentis descripsil ad praesensque
usque tempiis produxit, Christia-
niis Gottlieb Friesius. Quanto poi
alla serie de'metropolitani ruteni
di rito greco-unito, è riportata nel-
l'opera che citeremo del eh. padre
Theiner. Si trova pure in quella
dell'abbate basiliano ruteno Igna-
zio Kulczynski, intitolata. Speci*
men ecclesiae rathenae ciim san-
ata Sede apostolica romana semper
unitae, Romae 1733.
Nel pontificato di Clemente XIII
per un trattato imposto dalla Russia
alla Polonia, i greci non uniti acqui-
starono gli stessi diritti civili e re-
ligiosi degli uniti cattolici, stabilen-
dosi che le chiese dipendenti dal
metropolitano di Kiovia apparte-
nessero perpetuamente alla religione
greca orientale. Nel 1772 la Russia,
la Prussia e l'Austria sentenziarono
la Polonia ad uno smembramento,
quindi la chiesa greco- unita si tro-
vò esposta ai travagli ed alle per-
secuzioni della Russia. Ella oppose
vigorosa resistenza, e gloriosamente
pugnò per la sua libertà e salvez-
za. 11 clero secolare fece mostra di
eroiche virtìi, laddove i basiliani
per conservare le ricche loro pos-
sessioni stettero spettatori oziosi .
Nella schiera de* magnanimi cam-
pioni della fede si segnalarono gli a-
lunni de' seminari pontificii di Vil-
na e Leopoli, perciò giustamente
colmati di elogi dal prelato Ga-
rampi 2elanle e dotto nunzio di Po-
lonia e spettatore degli avvenimenti,
il quale con dolore biasimò l'infin-
gardaggine dei basiliani. Quest'or-
36 RIO
dine religioso nei primi tempi si
avea acquistato molti meriti presso
la chiesa greco-cattolica, ma negli
ultimi per rilassamento di zelo cer-
cò di sottrarsi alla giurisdizione del
metropolita di Riovia, e mirò a
dominare il clero secolare. L'ordine
era diviso in due congregazioni, una
della ss. Trinità, l'altra di Nostra
Signora o del Patrocinio della Beata
Vergine^ che ben tosto s'impadro-
nirono di tutte le dignità primarie
del clero secolare : i capitoli e le
collegiate , massime di Lituania ,
giunsero a comporsi di soli basilia-
ni, a fronte delle reiterate ammo-
nizioni della santa Sede da Bene-
detto XIV in poi. 11 piti dei basi-
liani erano polacchi passati dal ri-
to latino al greco, con intendimen-
to di venir promossi a' vescovati, a
pi'elature ed altre dignità della chie-
sa greco-unita. Nel primo smem-
bramento della Polonia, la gerar-
chia della chiesa unita soggiacque
a notabili alterazioni. Ciò non per-
tanto il metropolita continuò ad e-
sercitare i suoi diritti di giurisdi-
zione su lutti i vescovi ruteni di
tutti e tre i regni, come innanzi al-
la divisione, e conservò sino all' ul-
timo il titolo di arcivescovo di Rio-
via, di Halicz e di metropolitano
di tutta la Russia. Il metropolita
Leone Scepticki calcando le orme
del suo antecessore e congiunto A-
tanasio, si acquistò meriti immor-
tali per la conservazione e restau-
ra mento della chiesa unita, reggen-
do a un tempo anche la porzione
della diocesi di Ramienec rimasta
alla Polonia. Meritò degne lodi per
avere, benché basii iano, chiamalo
alle più cospicue cariche della sua
diocesi in un co'monaci del suo ordi-
ne, i più dotti e meritevoli del clero
secolare. J-a tempesta fuiiosa che
RIO
fin ddl sesto decennio di questo se-
colo ruppe sulla chiesa unita, risve-
gliò nel clero e nel popolo nuovo
zelo per la religione. Riconoscen-
dosi necessaria migliore educazio-
ne nel clero , Massimiliano Ryllo
basiliano di Rlusco diocesi di Vil-
na, fatto coadiutore del vescovo di
Chelma sino dal lySg, e più che
benemerito della chiesa, fondò del
suo un seminario pei chierici della
sua diocesi, dotandolo di centomila
fiorini polacchi; nel 1779 era di-
venuto vescovo di Chelma. JVe af-
fidò il reggimento a'basiliani della
congregazione Lituana della ss. Tri-
nità, chiamandovi gli uomini più
dotti e più degni dell'ordine. Pio
VI con breve del 1780 approvò e
confermò questa fondazione, già nel
precedente anno sanzionata dalla
congregazione di propaganda Jìde.
Per mala sorte il metropolita
Leone durò poco e morì nel 1781.
Il suo successore Giasone Junozza
Smogorzevrskì, anch'egli basiliano,
però si tenne nelle sue pedate e
governò col medesimo spirito; im-
plorò ed ottenne da Pio VI distin-
zioni e privilegi in premio ai sa-
cerdoti secolari che si segnalavano
per tener salda l'unione. Nel 1785
gli fu dato a coadiutore Teodosio
Rostocki , già alunno del collegio
greco di Roma, e vescovo di Chel-
ma non che basiliano. Successe nella
cattedra metropolitica nel 1787,
ed allora per la sua pietà specchia-
ta e vasta erudizione e vivo zelo
spuntò raggio di speranza di poter
cambiare in meglio il lagriraevole
stalo della chiesa unita; per la qua-
le non inlramise di adoperarsi in-
defesso sostenitore. Il celebre statu-
to emanato nel 1791 dalla dieta
polacca, in cui si vendicarono i di-
ritti della Chiesa cattolica dell'uno
RIO
e deirallro rito, fu distrutto dall'im-
peratrice di Russia Caterina II .
Questa nel 1798 divenne sovrana
dei ricchi palatinali di Riovia, dì
Braclavia e di Podolia; il terzo
smembramento della Polonia ebbe
quindi luogo nel 1795. Intanto il
benemerito Teodosio Rostocki nel
1794 fu strappato da Riovia, con
cui non potè più durante l'infelice
sua vita comunicare; dopo molti
anni di cattività e di santa vita mori
vittima del furore scismatico in Pie-
troburgo, e con lui fini la metro*
polia di Riovia. Prima in questa
città eranvi venticinque chiese catto-
liche, passate poi in potere degli
scismatici. Vi era un numeroso clero
secolare, oltre i basiliani che vi a-
\eano molti monasteri. Eranvi pu-
re diversi conventi e pii stabilimenti
di carità, così ruteni come latini,
tutti egualmente occupati dagli sci-
smatici, li metropolitano godeva ot-
tomila scudi di rendita; seimila ne
assegnò Caterina II al Rostocki , e
tremila al sufFraganeo Butrimowicz.
Qui noteremo, che la sua sede me-
tropolitica, con autorità apostolica
divenne vacante dopo che fu invasa
dagli scismatici. Negli ultimi tempi era
in Rutomiria vicino a Riovia nell'U-
krania. Il medesimo s'intitolava me-
tropolita di Kiovia e di Alicia. La
ragione è che due erano i principati
di queste parti, Ukrania e Galizia, e
due le capitali Ahcia o Halicia o
Hallicia, e Riovia, e due i me-
tropoliti. Distrutta dalle ingiurie
de' tempi e dalle armi Alicia, il
principato di Galizia occupata Rio-
via si trasferì in questa città, do-
ve pure andò ad abitare il metro-
politano di Alicia. Quindi avvenne
che uno solo rimase dei due metro-
politi, che però conservò i titoli di
Riovia e di Alicia o Hallicia, dove
RIO 37
risiedeva un vicario generale. Questi
aveva il diritto di dare l'istituzio-
ne canonica e di consecrare i ve-
scovi, che doveano prendersi dai
monaci basiliani, presso i quali si
poterono coltivare le scienze.
A ridurre i greci uniti alla chie-
sa russa, Caterina II nel 1794 fe-
ce stabilire un collegio di missiona-
ri scismatici dipendenti da un ve-
scovo della chiesa russa, al che no-
minò Vittore Sadkovpschi archiman-
drita di Sluck, arcivescovo e vica-
rio della metropoli russa di Riovia,
il cui palatinato perdette la maggior
parte delle chiese. Poscia con appo-
sito editto Caterina II abolì per-
petuamente la metropoli di Riovia.
Assunto air impero Paolo I nutrì
sentimenti più miti e più umani
per la Chiesa cattolica e per la san-
ta Sede. Non indugiò ad intavola-
re ti'attative con- Roma, richieden-
do a Pio VI un nunzio apostolico
per ricomporre le cose della chie-
sa latina e rutena. Il Papa vi de-
stinò monsignor Lorenzo Litta ar-
civescovo di Tebe, già nunzio apo-
stolico di Varsavia. Giunto il pre-
lato nel 1797 in Pietroburgo, i
punti sui quali particolarmente in-
sistette furono la restaurazione del-
la metropoli greco-unita di Riovia
e di tutte le sedi vescoviU da Ca-
terina lì aboHte; il ritorno del me-
tropolita Rostocki alla sua chiesa
e di tutti gli altri vescovi ruteni
alle loro sedi colla primiera giuris-
dizione, libertà di culto già pro-
messa da Ivano III e da altri prin-
cipi russi ai cattolici d'ambo i riti,
e da Caterina II per ben tre vol-
te solennemente giurata. Ma le fa-
vorevoli intenzioni di Paolo I e le
sollecitudini del nunzio non sorti-
rono in tutto il bramato effetto, pei
duri intoppi che incontrarono nel
38 RIO
COSI detto santo sinodo e nel nuo-
vo arcivescovo di Mohilow Sie-
strzencewicz, il quale secondò gli sci-
smatici nel ripugnar il ristabilimen-
to della metropoli rutena, siccome
avidissimo d'intitolarsi e dominare
qual metropolita della Chiesa catto-
lica d'ambo i riti, giacché a fronte
delle rimostranze pontificie, arbitra-
riamente ne avea assunto il conte-
gno e le veci. La Russia avea sem-
pre agognato l'assoluto conquisto
della sede di Kiovia , culla del
cristianesimo nel reame ; la qua-
le stava molto a cuore de' vescovi
russi j non tanto per essere la più
antica e primaria sede episcopale
della Russia, quanto perchè loro ri-
cordava continuamente la loro se-
parazione dalla vera Chiesa di Ge-
sìi Cristo. Ora per togliersi dinan-
zi agli occhi questa ingrata rimem-
branza, e appuntellare la loro van-
tata ortodossia, essi la vollero per-
petuamente distrutta. Ciò nondi-
meno per la somma giustizia dell'im-
peratore e pel zelo indefesso del nun-
zio, la chiesa rutena fu rianimata,
onde si ristabilirono diverse sedi
vescovili, come Polosko, Luck e
Bresta. L'ordine de'basiliani fu re-
staurato; ed il nuovo nunzio Tom-
maso Arezzo arcivescovo di Seleu-
cia ridusse a compimento le cose
stabilite dal predecessore, sotto l'im-
peratore Alessandro I.
La citata storia e serie de* ve-
scovi latini di Kiovia viene ter-
minata con Gaetano Ignazio Sol-
tyk di Cracovia, già coadiutore di
Samuele de Ossa Ozga, e vescovo
d'Emaus in partibus sino dal 1749-
Quindi succede la vita del XXXIV
vescovo latino di Kiovia, Giuseppe
Andrea conte Zaluski di Seldeck
diocesi di Gnesna, fatto nel lySg,
col novero delle sue opere, di ver-
RIO
se delle quali appartengono alla
storia ecclesiastica e civile della
Polonia. I successori si leggono nel-
le annuali Notizie di Roma e so-
no i seguenti: Giuseppe Olendzki
delle scuole pie, della diocesi di
Chelma, nel 1763 fu fatto vesco-
vo di Cambisopoli in partibus e
suffraganeo di Giuseppe Andrea.
A questo ultimo nel 1774 succes-
se Francesco Candido Ossolinski
minore conventuale della diocesi
di Posnania, già coadiutore. Nel
1775 fu dato a Francesco per
coadiutore con futura successione
Gaspare Colonna Cieciszewski della
diocesi di Posnania, fatto vescovo
di Tebessa in partibus. Egli diven-
ne effettivo nel 1784; naa già si-
no dal 1781 era stato fatto da Pio
VI vescovo di Bardana in parti-
bus Francesco R.emigio Zambrzy-
cki della diocesi di Polosko, e suf-
fraganeo del vescovo latino di Kio-
via. Col termine del secolo XVIII
finirono pure per le vicende dei
tempi i vescovi latini di Kiovia,
nella cui sede fiorirono molti per-
sonaggi chiari per santità di vita,
dottrina, nobiltà cospicua, ed altre
singolari doti. Il capitolo latino
componevasi di otto pielati o di-
gnità, cioè il decano, il prevosto,
l'arcidiacono, lo scolastico, il custo-
de, il cantore, il cancelliere e l'ar-
cidiacono, non che di undici ca-
nonici. La cattedrale antica del ve-
scovo, capitolo e clero latino, era
dedicata a s. Sofia; fu distrutta dai
tartari e sebbene nel 1 4 1 2 la. restau-
rasse Jagellone o Uladislao V, tornò
poscia a cadere in rovina, onde di
nuovo fu rifabbricata. Allorché in-
sorse lo scisma, vi ulììziarono i
greci, ma la proprietà restò sem-
pre de' latini, finché nel i632 se
ne impadronirono sotto Pietro Mo-
KIO
Iiila, ad onta che il re di Polonia
Sigismondo III vi ripugnasse, la-
sciando i greci l'antica metropoli
di s. Michele. Servi ai latini an-
che di cattedrale la chiesa de' ss.
Pietro e Paolo edificata in legno,
e poi quella da s. Giacinto edifi-
cata nell'area concessagli da Ulo-
diniiro, presso la porla Kozomiacka
o Ramiriana presso il monte lad-
now.
Nel i8o5 essendo morto l'egre-
gio Rostocki senza essere slato rein-
tegrato ne'diritti di metropolitano
di Kiovia e di Halicz, l'arcivesco-
vo di Polosko Eraclio Lisowski ,
capo della sessione rutena del col-
legio cattolico fondato in Pietro-
burgo nel 1801, a nome ancora
de'due vescovi suoi colleghi, sup-
plicò r imperatore per la restitu-
zione del metropolitano della chiesa
greca. Ne secondò l'inchiesta il nun-
zio, ed Alessandro I per la giustizia
della domanda l'esaudì malgrado le
rimostranze del metropohta latino
di Mohilow, e quelle dei scismati-
ci del cosi detto santo sinodo. Lo
stesso arcivescovo di Polosko Li-
sowski a' 24 luglio 1806 fu no-
minato a metropolita di tutta la
chiesa greco-cattolica nella Russia^
e rimesso nel possesso di tutti i
diritti e privilegi ecclesiastici di
cui godevano i suoi antecessori.
Con tutto ciò, mercè un rapporto
del cosi detto santo sinodo all'im-
peratore, il Lisowski non riuscì ad
ottenere ne la sede, ne il titolo
di Kiovia, ma venne solo chiama-
to nell'imperiale decreto di nomi-
na, metropolita unìtaruni ecclesia-
rum in Russia, col qual titolo do-
vevano altresì nominarsi ì suoi suc-
cessori. Pio VII col breve In uni-
versalìs Ecclesiae regimine^ de* 2 5
febbraio 1807, ^^^^^ ^^^ diritto
KIO 39
metropolitico di Kiovia le chiese
vescovili di rito ruteno, Leopoli,
Chelraa e Premislia. Nel 1809 Li-
so nski si elesse a successore Gregorio
Kochanowicz vescovo di Luck, e lo
investì di tutti i diritti propri dei
metropoliti : l'imperatore con suo
decreto approvò queste disposizio-
ni. Gregorio morì nel 18 14, ed
Alessandro I nominò metropolita
Giosafalte Bulhak, della chiesa gre-
co-unita nella Russia, esimio pre-
lato ch'era stato alunno nel col-
legio Urbano della propaganda in
R.oma, ed ordinato sacerdote nella
chiesa di s. Atanasio del collegio
greco. Egli richiese alla santa Se-
de r istituzione canonica, che i suoi
antecessori Eraclio e Gregorio non
avevano potuto conseguire, e l'ot-
tenne nel 18 18 con bolla di Pio
VII. Avendo egli inoltre supplica-
to il Papa a fare caldi uffizi all'im-
peratore, perchè venisse tolto lo
sconcerto ripugnante a'canoni e alla
disciplina .ecclesiastica della Chiesa,
di una metropoli indeterminata ed
errante, al modo che abbiamo det-
to più sopra, e ove tal domanda
non sortisse il bramato effetto, il
Pontefice supplisse coli' apostolica
autorità, confermandogli i diritti e
privilegi goduti dai metropolitani
predecessori. Riuscendo vane le sol-
lecitudini della santa Sede a dare
forma fissa e durevole alla metro-
politana greco-unita, per le oppo-
sizioni del così detto santo sinodo
e del metropolita latino, Pio VII
conferì al Bulhak la dignità me-
tropolitica come delegato pontifìcio,
confermandogli i diritti e privilegi,
riserbandosi in avvenire di provve-
dere con le consuete forme. Bulhak
recatosi a Pietroburgo per assu-
mervi la presidenza della sessione
rutena del cattolico collegio eccle-
4o KIO RIO
siastico, governò in pace la sua Bulhak fu escluso da qualunqfie
chiesa sino alla morte del magna- ingerenza negli affari di religione ;
nimo Alessandro I, dal quale era resistette alle innovazioni, e riget-
tenuto in riverenza ed onorato, tb tutti gli artifizi e le lusinghe
Nel 1825 gli successe il regnante colle quali si procurò corromper-
imperatore Nicolò I, che tra le sue lo. Furono istituiti più vescovati
riforme decretò che l' offizio di scismatici, collo stesso nome degli
metropolitano si limitasse a puro antichi greco-cattolici, onde pro-
grado di onore, sostituendogli nel- durre la rovina delle metropolita-
la potestà il collegio ecclesiastico ne rutene della Russia Bianca e
di Pietroburgo, sotto la dipenden- della Lituania. I piti de' sacerdoti
za del ministro degli affari eccle- ruteni in un al popolo si segna-
siastici. Indi con altro decreto in- larono per eroica fermezza, ma
trodusse nella chiesa greco unita furono rigorosamente puniti; intie-
assai innovazioni funeste alla di- re ville e grosse terre furono co-
sciplina, alla gerarchia , ed alla strette a cacciarsi nello scisma ;
costituzione della medesima. inutili i reclami e le preghiere di
Nel i832 la Polonia venne di- que' campioni di fedeltà religiosa,
chiarata parte integrante della Rus- preparati a morire anziché rinun-
sia, e gravissime sciagure piomba- ziare alla credenza verace degli
l'ono per disposizioni imperiali per avi. Siemaszko e Luzinski altro vi-
la Chiesa cattolica d'ambo i riti, sì cario metropolitano , agognando
nella Russia che nelle provincie veder scomparso ogni vestigio di
polacche. Il collegio ecclesiastico cattolicismo nelle loro metropoli,
ruteno ch'era stato incorporato al moltiplicarono corruttele e vessa-
sinodo scismatico, ebbe a presiden- ziotìi per trarre in inganno i pre-
te della sessione rutena del cosi ti piti deboli ed ignoranti delle Io-
detto santo sinodo, il prelato Giù- ro diocesi, facendoli soscrivere a
seppe Siemaszko vescovo di Litua- formale giuramento di non frap-
nia, uomo di smodata ambizione porre il più leggiero ostacolo al-
e di perduta coscienza, cui l'illu- l'unione di tutte le chiese rutene
stre metropolitano Giosafatte Bui- colla russa. 11 clero maggiore, sal-
hak fu costretto nominare suo vi- \o poche eccezioni, si mostrò di-
cario nella Lituania, ripugnandovi sposto di rinunziare all'unità cat-
lunga pezza perchè ne conosceva tolica ; solo il clero inferiore fece
i scismatici sentimenti. Giuseppe resistenza degna della sua vocazio-
giurò di domandare alla santa Se- ne, sfidando la morte per serbare
de l'istituzione canonica, ma poi il sacro deposito della fede: il co-
non arrossì di farsi spergiuro. Da raggio de' semplici sacerdoti e del
questo punto l' infelice chiesa ru- popolo ruteno giunse all'eroismo, e
tena diventò semplice parte della col loro martiiio redimevano il piis-
scismatica. I sinodaU d'accordo con simo popolo ruteno dall'orrendo mis-
Giuseppe formarono il vasto e de- fatto commesso dai suoi vescovi con-
plorabile disegno di ridurre allo tro Dio e la Chiesa. Tra gì' illu-
scisma tutta la chiesa greco-catto- stri confessori della fede primeg-
lica, con ogni maniera di macchi- giò il padre dell'apostata e inde-
nazioui. 11 rispettabile metropolita gno vescovo Siemaszko, il quale
KIO
in riguardo alle sue canìzie si con-
tentò di farlo portare in Siberia.
Finalmente nel i838 ebbe luo-
go in Polosko l'atto d* unione di
professare pubblicamente Io scisma,
che ad onta delle lusinghe, degli
ordini e delle minaccie il metro-
polita Bulhak ricusò sottoscrivere
con ecclesiastica e mirabile intre-
pidezza. Questo prelato dopo qua-
rantadue anni di episcopato, deco-
ro e sostegno della chiesa rutena,
nel declinar del i838 morì santa-
mente, e l'imperatore gli fece ren-
dere grandi onori con rito scismati-
co, e tumulare nelle tombe de'metro-
politani russi nel convento di Ales-
sandro Newski. Allora Siemaszko
e i suoi colleghi non avendo più
nulla a temere , deliberarono di
pubblicar l'atto della fatale unione
scismatica alla chiesa russa ; indi
a'2 febbraio 1889 emanarono il
Jagiimevole decreto di separazione
della sola vera cattolica Chiesa la
romana, e di unione alla russa
scismatica, e sommessamente obbe-
diente al così detto santo sinodo
di tutte le Russie. Siemaszko, qual
rappresentante del popolo e cle-
ro greco-unito, lieto di aver con-
seguito il sospirato intento, toIò
a Pietroburgo per fare approvare
dall' imperatore gli atti del consu-
mato scisma, ond'egli e il così det-
to santo sinodo li confermarono e
lodarono , sottoscrivendosi *tra gli
altri Filareto metropolita scisma-
lieo di Riovia. Si volle menar
trionfo di tanto avvenimento^ e so-
lennizzarlo con grandissima pompa ;
così passò la chiesa rutena nel
grembo della russa per opera prin-
cipalmente di Siemaszko, il quale
fu perciò innalzato al grado arci-
vescovile. La Gallizia anche nel
.1839, siccome nel 1795^ aprì le
RIO 4i
ospitali sue porle agl'illustri sacer-
doti ruteni. Il governo austriaco
ricettò pietosamente le vittime sven-
turate della persecuzione con pater-
na amorevolezza, provvedendo i mi-
seri d'onorato sostentamento. Lo
scisma pertanto degli uniti, avve-
nuto nel 1839, può essere memo-
rabile negli annali ecclesiastici, co-
me dicono i rappresentanti della
chiesa russa, non già pel libero
ed unanime consentimento del cle-
ro e del popolo ruteno,, ma ben-
sì per le inaudite ed inenarrabili
violenze, con che gli si diede la
mossa, e fu mandato ad efi'elto,
il tutto diffusamente leggendosi
nella dotta opera del eh. p. Ago-
stino Theiner sacerdote filippino,
intitolata : Vicende della Chiesa
cattolica di ambedue i riti nella
Polonia e nella Russia ^ da Ca-
terina II sino a' nostri di, prece*
dule da un rapido cenno sull'ori-
gine e sulle relazioni della chiesa
russa con la santa Sede sino ai
tempi di Pietro il Grande, Luga-
no 1843 dalla tipografia Veladini.
Quanto fece per la chiesa greco-
unita , quanto deplorò il luttuoso
avvenimento della caduta de' ve-
scovi ruteni il regnante Papa Gre-
gorio Xyi [Vedi), r indicammo a
quell'articolo. Egli nel concistoro
de' 22 novembre 1889 annunziò
al mondo il triste avvenimento ,
col semplice, commovente ed ini-
mitabil candore di verità, e lo tra-
mandò al giudizio imparziale de'po-
steri con parole di carità soavissi-
me verso de' miseri sedotti , e di
coloro che cooperarono all'enorine
misfatto. Indi nel concistoro de' 22
luglio 1842 il medesimo Pontefice
con moderazione evangelica mani-
festò le crude piaghe della chiesa
polacca^ propugnando i diritti della
42 KIR
Chiesa nella Polonia e nella Rus-
sia violati dalla podestà secolare,
con parole di verità svelò a tutto
l'orbe cristiano ed alla chiesa uni-
versale i fatti di sì grave e dolo-
roso argomento. Quindi nel dicem-
bre 1845, nella venuta in Roma
dell'imperatore Nicolò 1, si narra
che il medesimo Pontefice Grego-
rio XVI in coerenza delle cose fat-
te, collo stesso zelo, franchezza a-
postolica e paterna dolcezza, aven-
do affettuosamente perorato la cau-
sa de' cattolici, il suo animo fu
confortato con lusinghiere speran-
ze dal cortesissimo monarca ; il
quale restò commosso dalla beni-
gna presenza e dalle soavi parole
del venerabile capo della Chiesa
cattolica. Da questo meraviglioso
avvenimento, tutto il mondo, mas-
sime i cattolici, ne hanno concepi-
to un più lieto e glorioso avve-
nire, f^. Russia e Ruteni.
RIOVIA. Sede vescovile di rito
latino in Polonia. V. Rio vi a, cit-
tà arcivescovile della Piussia.
RIRCHER. Atanasio. Gesuita, na-
to a Fulda, dotto e filosofo che
si acquistò molta fama per la sua
vasta scienza, profonda erudizione
e pietà. Egli insegnava a Wurz-
burgo nella Franconia quando gli
svedesi turbarono il suo riposo nel
i63i. Ritiratosi quindi in Francia,
si fermò per qualche tempo nei
collegio che i gesuiti avevano in
Avignone. Andò poi a Roma dove
nel Collegio romano fondò un ce-
lebre museo, che ancora ne por-
ta il suo illustre nome, ed ivi morì
nel 1680 d'anni ottantadue, dopo
aver composto e pubblicate molte
opere della più importante erudi-
zione. Le principali sono: Praelu-
siones magncticaej Prim'uiae gno-
monicae caloplricaej Ars magnae
RLE
lucìs et umhrae; Musurgid unwer'
salisj Obeliscus Paniphìlius, Oe-
dipus Aegyptiacus; Obeliscus Ae-
f^yptiacus j Mundiis siibterraneus ;
China illustrata; Historia Eusta-
chio M ariana j Romani collegii mu-
senni exposilnni a Georgia de Le-
pibus; Latiunij idest nova et pa-
ralella Latii tuni veteris, tuni no-
vi descriptio. Le altre opere sono,
sull'arte di scrivere in cifre; con-
cordanze greche della versione dei
settanta ; 1' arca di Noè ; la torre
di Babele, ec. Egli parlava e scri-
veva ventiquattro lingue diverse ;
in ciò superò gli antichi poliglotti,
compreso Mitridate che ne parlava
dieciotto o ventidue, laonde solo ai
nostri giorni è stato superato dal
bolognese cardinal Mezzofanti.
RIRLINGTON. Luogo dell' an-
tico regno degli inglesi orientali,
dove fu tenuto un concilio dopo
la festa di Pasqua dell'anno 977,
in presenza del re s. Odoardo II,
e di Dunstano arcivescovo di Can-
torbery. Venne in esso prescritto
un pellegrinaggio ad una chiesa
della Beata Vergine. Il luogo dove
si tenne questo concilio, che i la-
lini chiamarono Kirlingtonum^ chia-
mavasi altre volte Kirling o Ralla-
gè. Reg. t. XXV ; Labbé t. IX ; Ar-
duino t. VI ; Angl. t. L
RLESSELIO Melchior, Cardi-
nale. Melchior Rlesselio trasse nel-
l'Austria la sua origine da un po-
vero fornaro, quantunque non man-
chi chi lo faccia di nobile - stirpe.
Sortito avendo dalla natura un in-
gegno vivace e penetrante, ne die-
de manifeste prove in Ingolstadt,
predicando dal pulpito con tal e-
nergia ed eloquenza che venne con-
siderato quale altro Cicerone. Ot-
tenne un canonicato di Uralislavia
e poi la prepositura nella chiesa
KLE
di Vienna, colla carica di cancel-
liere dell'archiginnasio di questa
città. 11 suo naturale nato fatto
pei maneggi e pei costumi della
corte, gli diede agio d' introdursi
nella grazia dell'arciduca poi im-
peralore Mattia, di cui seppe così
bene guadagnarsi raflfetto ed insi-
nuarsi per modo nel suo spirito ,•
che quel principe si servì di lui
come unico mezzo per combinar
i suoi interessi, consigliandosi in
ogni negozio importante e rimet-
tendo nelle sue mani gli affari i
più segreti ; ond'è che qual direttore
e presidente del dipartimento ec-
clesiastico e primo ministro di sla-
to, di tutto disponeva a suo talen-
to. Non meno insigne teologo che
eccellente oratore, ridusse non po-
chi tra gli eterodossi alle verità
cattoliche, per cui gli riuscì facile
essere promosso a vescovo di Vien-
na, e di ottenere da Paolo V ad
istanza di cesare, che a' 2 dicem-
bre 161 5 lo creasse cardinale pre-
te col titolo di s. Maria della Pa-
ce, oltre r amministrazione della
chiesa di Newstadt. Passò sempre
tra il cardinale, il re de' romani
Ferdinando II e l'arciduca Massi-
miliano pochissima corrispondenza;
ed il millantare soverchiamente l'au-
torità che godeva presso l'impera-
tore, con r abuso che talvolta ne
faceva, gli procurarono l' invidia e
r odio de* magnati , massime dei
principi di casa d'Austria. D'ordi-
ne di questi nella sera de' 20 lu-
gho 16 18 fu arrestato nel palazzo
imperiale, forse nell'atto che da
Presbourgh si restituiva a Vienna,
con estremo rammarico dell' impe-
ratore, di Paolo V e de' cardinali,
indi ritenuto in un monastero. Il
Pontefice a persuasione del cardi-
nal Bellarmino, si contenne dai ful-
KLE 43
minar Tanatema contro gli autori di
siffatto attentato, come avea stabi-
lito di fare; non mancò però di
spedire immantinente in Vienna
l'uditore di rota Verospi, affmchè
seco portasse in Roma il cardinale.
In Vienna per lo contrario si pre-
tendeva, che da Roma si depu-
tassero giudici per procedere sulla
faccia del luogo per la decisione
della causa, onde il prelato ritor-
nò in Roma senza aver nulla con-
chiuso. Eletto nel 1621 Gregorio
XV, ad istanza del sacro collegio
tornò a spedire il Verospi in Ger-
mania, con ordine espresso di noa
restituirsi in Roma se non col car-
dinale, ciò eh' egli eseguì con in-
trepido coraggio. Dappoiché essen-
do egli occupato nello scrivere la
sentenza di scomunica contro il ma-
gistrato che ricusava di soddisfar
le sue istanze, esso atterrilo e com-
mosso dalla costanza del prelato,
gli consegnò il cardinale, che giun-
to in Roma fu posto in Castel s.
Angelo. I supposti di lui delitti si
ridussero alle venalità colle quali
pretendevasi avesse corrotto il mi-
nisterio primario dell' imperatore
Mattia; e di larga indulgenza al par-
tito eretico, mediante l'esazione di
grosse contribuzioni. Risultò però
dal processo fiscale, palese l' inno-
cenza dell'accusato; quando già l'in-
ventario fatto all'improvviso delle
sue sostanze nell'atto della cattu-
ra, lo giustificavano talmente po-
vero, che restarono smentite le in-
colpazioni di cui l'altrui malignità
avealo diffamato. Esaminate le ec-
cezioni fiscali de' testimoni , udita
l'eloquente perorazione del cardi-
nale, questi per sentenza del Papa
fu dichiarato innocente e coli' ap-
provazione rimandato alla sua chie-
sa di Vienna, Fu il Klesselio d'a-
44 KNI
nimo granile e magnanimo, dota-
to d'incomparabile fortezza d'ani-
mo, incapace di lasciarsi abbattere
dalle disgrazie, amatore de' poveri,
temperante nel vitto e di gran can-
dore di costumi. Mori in Vienna
nel i63o in età di settantasette
anni, e fu sepolto nella sua chiesa.
Non manca chi dica, che il cardi-
nale fosse propenso alle novità, e
che a gran pregi unisse non pochi
difetti.
KNIN (Tinien). Città con resi-
denza vescovile della Dalmazia nel
regno di Croazia, capoluogo di di-
stretto , giace sulla riva destra del
Kerka ossia Tizio, Tìlìum, a'piedi
d'una ripida montagna, su cui è
costrutta una fortezza importante
eretta dai turchi, ed alla quale i
veneziani, che dal 1688 la posse-
dettero, aggiunsero qualche fortifi-
cazione, considerandola punto in-
teressante. I romani aveano fon-
dato in questo sito il forte Arda-
he, onde è chiamata Arduha seu
Tininium. Questa piccola città è
cinta da mura, con mediocri abi-
tazioni soggette alle inondazioni del
Kerka, le quali qualche volta co-
prono interamente il ponte di pie-
tra che i turchi vi aveano un tem-
po eretto. Gli abitanti sono circa
mille, i quali combattono col cat-
tivo clima e colla penuria di acqua
potabile. Knin è distante quindici
leghe da Zara: Commanville la
chiama Tinìa seu Qiierca.
La sede vescovile fu eretta ad
istanza dei re di Croazia verso la
fine del secolo XI, sotto la metro-
poli di Spalalro. Commanville dice
che il suo vescovo deve essere
stato il vescovo della corte dei
re croati , il quale dovea seguirla
ovunque fosse andata. Occupata
per lungo tempo la città dai tur-
KOL
chi, la sede vescovile restò vacan-
te: questa al presente è suffraga-
nea dell' arcivescovo di Colocza. Ne
furono gli ultimi vescovi, Giusep-
pe Carlo Zbisko di Strigonia, di-
chiarato da Benedetto XIV nel con-
cistoro de' i5 dicembre iy55. Giu-
seppe Pierer di Giavarino, fatto da
Pio VI nel 1779. David Zsolnai
di Giavarino, nominato nel 1806
da Pio VII, il quale nel i8i5gli
diede per successore Ladislao Csa-
ky di Scepusio. Il Papa regnante
Gregorio XVI in sua morte pre-
conizzò per vescovo a' 28 febbraio
i83i Alessio Jordansky di Casso-
via; e per quella di questo, nel
concistoro de' i4 dicembre 1840,
fece r odierno vescovo monsignor
Martino Miskolczy di Galgocz, ca-
nonico della metropolitana di Stri-
gonia ed abbate della Beata Ver-
gine Maria di Koloss; abbazia e
canonicato che con dispensa apo-
stolica gli sono stati conservati.
Ancora si vedono gli avanzi della
chiesa cattedrale, sotto il titolo di
s. Giovanni evangelista. Il vescovo
non ha episcopio ne mensa vesco-
vile , essendo i beni occupati dai
turchi. Le sue rendite erano tas-
sate nei libri della camera apo-
stolica in fiorini centocinquanta.
ROLLONITZ Leopoldo, Cardi-
nale. Leopoldo de'conti di Rollonitz,
nato nella fortezza di Camoromio
in Germania, di cospicua famiglia,
fu condotto in Vienna per appli-
car alle scienze e nel tempo istes-
so per trattenersi nella corte di
Ferdinando IV re d'Ungheria, fi-
glio dell' imperatore, dove fece spic-
care la sua costante pietà e reli-
gione, la pudicizia e modestia, ed
altre virtù che lo resero accetto a
tutti i principi. Mandato dall' im-
peratore Ferdinando 111 a milita-
KOL
re tra i cavalieri di Malta, essen-
do già ascrìtto al loro ordine, fece
prodigi tali di valore, che meritò
di essere fatto castellano dell'isola,
nella quale occasione abolì il turpe
Iraffico che facevano de' loro figli
a vii prezzo i maomettani. Per
queste ed altre gloriose azioni, al-
cuni invidiosi gli propinarono il
i^eleno, quale essendo bevuto da
altro, Leopoldo commosso dal pe-
ricolo corso abbracciò lo stato ec-
clesiastico. Dipoi nel 1 665 fu fatto
da Alessandro VII vescovo di Ni-
tria, chiesa che dovette rinunziare
perchè a cagione de' tempi non
poteva governare a suo modo, on-
de fu traslata to a quella di Neu-
stadt in Austria. Kell' assedio di
Vienna del i683 anziché fuggire,
restò intrepido nell' angustiata cit-
tà, per cui recò ad essa gran gio-
Tamento. Faceva da soldato, da
capitano, visitava intrepido le for-
tezze e i baloardi, i magazzini delle
munizioni; esortava gli assediati al
pentimento delle loro colpe, ed alla
perseverante difesa. Nella celebre
disfatta de' turchi, mentre tutti e-
rano intenti al bottino, il prelato
andò cercando pel campo i fan-
ciulli ivi rimasti, ne potè riunire
cinquecento che fece battezzare, ed
a sue spese cristianamente educa-
re. In premio di tante belle azio-
ni, a' 2 settembre 1686 Innocenzo
XI lo creò cardinale prete del ti-
tolo di s. Girolamo degli Schiavoni,
ad istanza dell' imperatore Leopol-
do I di cui era confessore. 11 car-
dinale si mostrò sempre pieno di
zelo contro gli eretici, aiutò con
tutte le forze l'imperatore nelle
guerre co' turchi ; e nelle ribellioni
dell'Ungheria si tenne sempre unito
con cesare, facendo efficaci esorta-
zioni pubbhche e private per man-
KOL 4^
tenere i popoli nella divozione ed
obbedienza al sovrano. Appartenne
al consiglio ecclesiastico imperiale,
e successivamente fu vescovo di
Giavarino, nel 1691 di Colocza, e
nel 1695 dell'altra metropolitana
di Strigonia. Sono senza numero
gli eretici che convertì , gli ebrei
ed i turchi che battezzò. In Tri-
navia fondò il collegio illirico, so-
lendo dire ch'era in coscienza ob-
bligato estirpare l'eresia luterana
dall' Ungheria, perchè uno de' suoi
antenati ve l'avea introdotta. Do-
po essere intervenuto alla elezione
di tre Papi, mori d'anni settanta-
sei a* 20 gennaio 1707 in Vien-
na, da dove trasferito il cadavere
in Presburgo fu sepolto nella chie-
sa di s. Salvatore.
ROLLONITZ Sigismondo, Car-
dinale. Sigismondo de'conti di Rol-
lonitz, nipote del cardinal Leopol-
do, nacque in Germania nel 1677
a' 28 maggio. Portatosi a Roma
nel 1693 fu ammesso nel collegio
germanico, ove si diede con fervore
allo studio delle scienze filosofiche
e teologiche. Restituitosi in patria
si pose sotto la cura e direzione
delio zio, che gli conferì un ca-
nonicato nella sua metropolitana
di Strigonia, della quale poi ebbe
la dignità di arcidiacono. Fu pro-
mosso al vescovato di Vaccia, che
governò con singoiar vigilanza ed
esemplarità, donde fu trasferito a
quello di Vienna di cui fu il pri-
mo arcivescovo. Indi ad istanza
dell' imperatore Carlo VI, il Papa
Benedetto XIII a' 26 novembre
1727 lo creò cardinale prete col
titolo de' ss. Marcellino e Pietro ,
annoverandolo alle congregazioni di
propaganda, del concilio, de' vesco-
vi e regolari ed altre. Fu fatto
inoltre protettore della Germania
4S KON
e degli stati austriaci presso la santa
Sede, principe del sacro romano
impero, ed intimo consigliere cesa
reo. Zelante pel decoro e splendo-
re del/a sua chiesa, per la disci
plina del clero e pei vantaggi del
popolo, introdusse in Vienna la di-
vozione delle quarant'orej persuase
I* imperatore a deputar pie perso-
ne, che invigilassero ne' sacri tem-
pli, massime nella celebrazione dei
divini uffizi, e che i giovani discoli
e le femmine cattive non recassero
scandalo a' fedeli. Si mostrò pro-
fuso co' poveri e generoso in sov-
venire gli ospedali ed altri luoghi
pii. Fondò nel castello di s. Vito
presso Vienna una chiesa in ono-
re di quel santo, oltre un collegio
che edificò in Gleystorf per l'edu-
cazione della gioventù. Dopo aver
contribuito col suo suffrasio alle
elezioni di Clemente XI 1 e Bene-
delto XIV, morì santamente in
Vienna agli ii aprile lySi d'anni
settantaquattro, e fu sepolto nella
sua metropolitana con breve epi-
taffio, avendo lasciato suoi eredi i
poveri pupilli e gli orfani d'ambo
ì genitori.
KOLMOGORA. Sede vescovi-
le della diocesi di Moscovia sulla
Downa, distante v^nti miglia d' Ar-
gel verso l'oriente. Vi fu unita la
sede di Vaga, cosi chiamata dal
piccolo fiume di tal nome.
KONIGSGRATZ (Regino Gra-
diceli ). Città con residenza vesco-
vile in Boemia, chiamata ancora
Kralowlhrades , Reginae Gradi-
cium o Kradium Rcginae. E capo-
luogo di circondario al confluente
dell'Adler e dell'Elba, dieciotto le-
ghe da Praga. E piccola città, ma
fortificata, con tre sobborghi, di-
verse chiese fra le quali primeggia
la cattedrale, un ginnasio, il semi-
KON
nario, due ospedali, un orfanotro-
fio ed altri stabilimenti. Le case
sono bene fabbricate. Ne* suoi din-
torni vi sono i bagni minerali di
Koukous o Roukous-bad. Fu que-
sta ci Ita presa dai prussiani negli
anni ly/p, i744j ^7^^ e 1762:
in questo ultimo anno fu moltissi-
mo danneggiata, per essere saltato
in aria un magazzino del gover-
no. Questa città fu già l'appan-
naggio della regina di Boemia.
La sede vescovile ad istanza del-
l'imperatore Ferdinando II fu e-
retla nel i655 dal Pontefice Ales-
sandro VII, dichiarandola suffraga-
nea della metropoli di Praga, co-
me lo è tuttora. A tale ell'etto il
Papa smembrò dalla diocesi di
Praga gli otto decanati di Gradicz,
Giezin, Bidzow, Glacz, Dobruska,
Credi n, Kostelcolz e Broncow, for-
manti in tutto duecento quaranta-
tre parrocchie. Ecco la serie dei
vescovi di Ronigsgratz. Ne fu il
primo Giovanni Caramuele di Lob-
kowiz cistcrciense, dottore di teo-
logia neir università di Lovanio ,
abbate di Dessemberg nel palatina-
Io di Monserrato a Praga : era
stato nominato da Ferdinando III,
ma prima di essere ordinato ot-
tenne nel 1657 dal medesimo A-
lessandro VII la sede di Campa-
gna nel regno di Napoli. Traslata-
to a Vigevano, vi mori nel 1682,
con flima d'uno de' più dotti pre-
lati del suo secolo. Tutta volta per
primo vescovo si considera Matteo
Ferdinando Bilenberg abbate be-
nedettino di s. Giovanni a Skaleii
e di s. Nicola a Praga ; fu ordi-
nato nel 1659 e venne trasferito
a Praga nel 1668. Giovanni Fe-
derico conte di Waldestein , suc-
cesse al precedente, indi traslato a
Praga. Giovanni Francesco Cristo-
RON
foro barone di Talcubery, nomi-
nato nel 1676, morì nel 17 io.
Giovanni Adamo di Vratislavia con-
te di Milrowilz, ordinalo nel i 7 1 1,
fu trasferito a Leitmeritz nel 1721.
Venceslao Francesco conte di Koschin
canonico e curalo della cattedrale
di Olmiitz, ordinalo nel 1722.
Giovanni Giuseppe de' conti di
Wratislaw, fatto vescovo nel 1733.
Antonio de Przichowisky di Shwe,
venne eletto nel 1754. Ermanno
de Blumegen di Vienna, fu preco-
nizzato nel 1764. Giuseppe de conti
d'Arco di Salisburgo, creato nel
1776. Gio. Leopoldo ab-Hay di
Fulneck, fatto vescovo nel 1780.
Taddeo a Trautmansdorffdi Gralz,
eletto nel 1795. Luigi Rrakowski
de' conti Kollowrat fu da Pio VII
nel concistoro de' i5 marzo 181 5
traslato da Sarepta in partibiis. Per
la sua traslazione all' arcivescovato
di Praga, il Papa regnante Grego-
rio XVI, nel concistoro de' 24 feb-
braio i832, preconizzò l'odierno
■vescovo monsignor Carlo Hanl del-
la diocesi di Leitmeritz, canonico
della metropolitana di Praga.
La cattedrale, edifizio di antica
struttura, è dedicata allo Spirito
Santo, ed anche in onore di s. Cle-
mente. Il capitolo si compone del-
la dignità del decano, di otto ca-
nonici compresi il teologo ed il
penitenziere, di sei canonici ono-
rari, e di altri preti e chierici ad-
detti al divino servigio. La cura
d'anime della cattedrale, eh' è mu-
nita del battisterio, è affidata alla
dignità del decano. Alquanto di-
stante dalla cattedrale è l'episcopio.
Niuna altra parrocchia vi è nella
ciltà, né religiosi ; vi è il monte
di pietà. La diocesi è ampia e con-
tenente molti luoghi e parrocchie.
I fruiti della mensa vescovile sono
KYR 47
tassati nei libri della camera apo-
stolica in fiorini 44^ > corrispon-
denti alle rendite che ascendono
a circa 9600 fiorini aliquibus o-
nerihiis gravati.
RORELA. Sede vescovile di Mo-
scovia, unita presentemente a La-
doga, nella provincia di Nowogo-
rod, ai confini dell' Ingria e della
Svezia.
KRONLITSKIA. Sede arcive-
scovile di Moscovia, unita alle chie-
se di Sarski e di Podonski.
KYRIE ELEISON. Preghiera e
parole greche che significano: Si-
gnor e, abbiale pietà di noi (Domi-
ne, miserere nobis)j dalla parola
Kyriof, Signore, e da elecin, aver
pietà, all'imperativo e/e/*o«, abbia-
te pietà. Il Kyrie eleison si dice
nove volte dopo l'introito alterna-
tivamente nella messa dal sacerdo-
te col ministro, cioè tre volte Ky-
rie eleison 3 tre Chris te eleison, e
tre Kyrie eleison. Se il ministro o
quelli che assistono al celebrante
non rispondessero , esso solo do-
vrebbe dirli tutti e nove, come pre-
scrive il Missal. Rom. par. 2, tit.
4, n. 2. Il sacerdote colle mani
giunte innanzi al petto, ed in mez-
zo all'altare, dice alternativamente
col ministro, e con voce intelligi-
bile e ordinaria tre volte il Ky^
rie, tre il Christe, e di nuovo tre
volte il Kyrie. Avverte il Merati
par. 2, tit. 4> i'"b. 2,n. 8, che erra-
no quelli che incominciano il Ky-
rie prima di portarsi in mezzo al-
tare, e molto più ancora quelli che
non avendo ancora terminato l'in-
troito, partono dal messale per por-
tarsi a dire il Kyrie. Il sacerdote
con questa orazione domanda a
Dio misericordioso, di essere degno
intercessore presso la divina mae-
stà per il popolo cristiano. Dicesi
48 KYR
nove volle nella messa il Kyrie
eleisoìiy in onore della ss. Trinità;
ed è perciò che le Ire seconde s'in-
dirizzano a Gesù Cristo : Christe e-
leisoriy cioè Gesti Cristo ^ abbiale
pietà di noi. Anticamente il nu-
mero dei Kyrie non era fissato a
nove, ma cantavasi finche il po-
polo fosse riunito, ovvero finché il
celebrante faceva segno di cessare.
Ciò che ha potuto determinare il
numero de' Kyrie a quello di no-
ve, è che aulicamente triplicavasi
d'ordinario la Litania (Vedi)^ che
canlavasi andando processionai men-
te alla chiesa stazionale, cioè al
luogo indicato per cantare o cele-
brare Ja messa, onde cosi prolun-
garla in fino a che si arrivasse al-
la chiesa, ed ivi s'incominciasse la
messa ; di maniera che ciascuna
invocazione, per esempio Sancta
Maria y ora prò ìiobis, era ripetuta
tre volte; una volta dal cantore,
un'altra dal primo coro , la terza
dal secondo coro, per cui questa
Litanìa chiamavasi ternario. Nelle
Litanie dunque, le quaU termina-
vano con Kyrie eleison , Christe
eleison, queste jiarole erano tripli-
cale e ripetute tre volte cadauna,
locchè produceva il numero di no-
ve, che fu conservato in seguito.
11 Marangoni w^W Istoria di san-
cta sanclonun , e deW immagine
del ss. Salvatore, a p. 1 16 e 148,
parlando della processione che con
detta ss. immagine si faceva per
Roma, massime nella vigilia del-
l'Assunta, dice che posta la me-
desima sulle scale di s. Maria Nuo-
va, tutto il popolo genuflesso l'ado-
rava, e percuotendosi contrito il pet-
to , gridava cento volte Kyrie eleison,
cento volle Christe eleison, ed al-
trettante Kyrie eleison. Aggiunge
il Severano a pag. 5*] i Memorie
KYR
5arre, che mentre il popolo faceva
tali divote acclamazioni, i cantori
dicevano mattutino di tre lezioni,
ed intanto al Papa si lavava i pie-
di col basilisco, secondo il solito
delle processioni lunghe, in cui essi
andavano scalzi. Il Marangoni de-
scrive pure le Lavande de piedi
(Vedi) dell'immagine sei volte,
cioè avanti l' ospedale di s. Gio-
vanni, avanti la chiesa di s. Cle-
mente, di s. Maria Nuova , di s.
Adriano, di s. Pra ssede, e la sesta
avanti la chiesa di s. Giuliano. Qui
noteremo che il Galletti nel suo
PrimicerOy a pag. 117 e 118, narra
che Sergio III donò ad Eufemia
abbadessa di s. Maria di Roma nel
go5 alcuni beni, acciò le sue sacre
vergini ogni giorno recitassero per
rimedio della di lui anima cento
Kyrie eleison e cento Christe elei-
son. Nel 926 Giovanni X diresse
una bolla a Leone abbate di Su-
biaco di conferma di un privilegio,
coH'obbligo però, che debbano quei
monaci dopo il mattutino in ogni
tempo avvenire, per la redenzione
della di lui anima, recitare cento
Kyiie eleison e cento Christe elei-
son.
L' uso di diie i Kyrie eleison è
antichissimo nella Chiesa. Ariano, il
quale vivea nel II secolo dell' era
nostra, dice espressamente nel cap.
7 del lib. II della sua dissertazio-
ne sopra Epitelio, che i pagani
invitavano la divinità col Kyrie e-
leison, Deiini invocantes precamur
cum Kyrie eleison. Il Vossio è di
opinione che avessero imparato que-
sta preghiera dai cristiani, ma in
vece il Rrisson sostiene nelle sue
formule, che fu dai pagani che
l'appresero i cristiani : yò/i/cm hujus
precationis esse a paganorum con-
suetudine. Il Macri nella Not. de*
RYR
vocab. eccl. dice che i Kyrie elei-
son furono introdotti nella Chiesa
dal Papa s. Silvestro I del 3i4;
ma che essendosi tralasciati, furono
poi rimessi da s. Gregorio I Ma-
gno del 5go, com'esso medesimo
scrive a Giovanni vescovo di Sira-
cusa nell'epist. 63 del lib. 7, nella
quale il santo Pontefice si discolpa
della calunnia impostagli di avere
introdotti nella Chiesa latina riti
greci ; dappoiché al dire del Bel-
larmino, De Missa, lib. II, cap. 16,
erano in uso per tutta l'Italia cen-
tocinquant' anni prima di s. Gre-
gorio I. Scrive il Novaes che que-
sto Papa aggiunse alla messa no-
ve volte il Kyrie eleison, secondo
alcuni. Si legge inoltre nel Le-Brun,
Della Messa part. II, art. 2, n. 2,
che nei primi quattro secoli della
Chiesa in quasi tutti i riti delle
chiese greche si trova che questa
preghiera si faceva pei catecumeni,
dicendo un diacono ad alta voce :
Catecumeni orate, che i fedeli pre-
gano per voi, e dicono Kyrie elei-
son. Dipoi il concilio li di Vaison
ordinò che in tutte le chiese delle
Gallie, dove nel 529 non ancora
dicevasi nella messa, in avvenire
si dicesse non solo nella messa, ma
eziandio al mattutino ed al vespe-
ro. Il terzo canone poi di detto
concilio nota che questa orazione
in Roma, in Italia, e in tutte le
Provincie dell' oriente era in uso
sino dal VI secolo. Il concilio 5i
Bazas del i529 meglio stabiFi in
Francia V uso del Kyrie eleison.
Questo è spesso usato dalla chiesa
greca nella messa ed altri divini
uffizi, così ancora nel rito ambro-
siano. Nella chiesa greca però non
si dice Christe eleison , ma sola-
mente Kyrie eleison; e secondo il
rito della chiesa ambrosiana si dice
VOL. xxxvii.
KYR 49
tre volte Kyrie eleison y dopo il
Gloria in excelsis y tre altre volte
dopo Tevangelo, e tre volte dopo
la comunione. A Lione non si dice
che una sola volta Kyrie^ una vol-
ta Christe ed un'altra volta Kyrie.
Sull'antichità del Kyrie eleison nel-
la chiesa latina, veggasi il Sarnelli,
Leti. eccl. t. VIII, lett. 18, n. io.
Nella chiesa anglicana si cominciò
a cantare il Kyrie eleison l'anno
mille circa, quando il vescovo s.
Dunstano volendo celebrare la mes-
sa si addormentò, e rapito in estasi
udì gli angeli che lo cantavano alla
ss. Trinità, come si ha dal Macri,
citando Vincent lib. i4, cap. 85.
Il medesimo Macri aggiunge che
da queste parole si formò il vo-
cabolo Kyrilies j per denotare le
voci del popolo replicate nelle pub-
bliche processioni, colle solite preci.
Il Kyrie eleison s' indirizza alle
tre persone della ss. Trinità, e si
ripete tre volte per ciascuna, per-
chè tutte e tre cooperano indivisi-
bilmente alla misericordia che si
domanda a Dio con questa formo-
la: il Padre mandando suo Figlio
per riscattare l' uomo ; il Figlio
prendendo una carne umana, sof-
frendo e morendo ; Io Spirito San-
to formando nel seno delia Vergi-
ne l'umanità del Verbo, ed appli-
candoci i suoi meriti coli' infusione
della grazia. V. s. Tommaso, par.
3, quaest. 83, art. 4?^^ Innocen*
zo III, lib. 2, cap. 19. In una pa-
rola il Kyrie eleison è una pro-
fessione di fede compendiata sul
mistero della ss. Trinità, come os-
serva il Bergier. Del resto non si
deve far meraviglia che la Chiesa
faccia uso di queste parole greche
nella sua liturgia. Essa si serve al-
tresì, per un'usanza che deriva da-
gli apostoli, di alcune parole ebrai-
4
So KYR
che, come Amen, Alleluja, Ho^
sauna ec. {Vedi), per far "vedere
l'unione di tutta la Chiesa, mal-
grado la differenza delle lingue, e
perchè queste tre lingue, l'ebraica
o caldaica, la greca e la latina fu-
rono in certo modo consecrate col
titolo della croce di Gesti Cristo ,
KYR
dalla sacra Scrittura e dalle piìi
antiche liturgie , le quali furono
scritte in una di quelle tre lingue.
V, il Barbosa, cap. XXXI, De Ky-
rie eleisonj Christ. Goffridi Rra-
benier, Stricturae historicae de for-
mula Kyrie eleison, Dresdae I744ì
ed il Giorgi tom. II, e. 12, p. 78.
LAB
LAB
LiABADlSTL Erelici, discepoli
(li Giovanni Labadia o Labadie di
Bourg nella Guienna, fanatico e vi-
sionario del secolo XVII. Questi
dopo essere sialo religioso, divenne
iTìinislro protestante calvinista in
Monlauban, fu capo d'una setta i
cui errori partecipavano di quelli
di Molinos, dei calvinisti, degli a-
nabattisti, de* lietisli e degli ernuti.
Dopo essersi sposato alla fannosa
Schurman dotta nelle lingue, mori
in Holstein nel 1674. Ecco i prin-
cipali errori che sostennero Laba-
dia e i di lui partigiani, i. Credeva-
no che Dio possa e voglia ingan-
nare gli uomini, e di fatto qualche
volta gl'inganni. 2. Secondo essi lo
Spirilo Santo opera immediatamen-
te sulle anime, o loro dà diversi
gradi di rivelazione come sono ad
esse necessari, perchè possano risol-
versi e dirigersi da sé medesime
nella via della salute. 3. Accorda-
vano che il battesimo è un sigillo
dell'alleanza di Dio cogli uomini, e
pensavano esser bene che lo si das-
se a' fanciulli appena nati; ma con-
sigliavano differirlo sino ad un'età
avanzata, perchè, dicevano, questo
è un segno di essere morti al mon-
do, e risuscitati in Dio. 4- Preten-
devano che la nuova alleanza am-
metta soltanto degli uomini spiritua-
li, e li ponga in ima così perfetta
libertà, che non abbiano piìi me-
stieri di legge, né di cerimonie; che
questo è un giogo da cui Gesù Cri-
sto liberò i veri fedeli. 5. Asseriva-
no che Dio non preferì un giorno
all'altro; che l'osservanza del giorno
di riposo è una pratica indifferente;
che Gesù Cristo non proibì di la-
vorare in questo giorno, come ia
tutto il resto della settimana; eh' è
permesso farlo purché si lavori di-
votaraente . 6. Distinguevano due
chiese, una in cui il cristianesimo
ha degenerato e si corruppe, l'altra
ch'è composta di soli fedeli rigene-
rati e distaccati dal mondo. Am-
mettevano ancora il regno dei mille
anni, durante il quale Gesù Cristo
dovea venire a dominare sulla ter-
ra, convertire i giudei, i pagani, e
i cattivi cristiani. 7. Non credevano
la presenza reale di Gesù Cristo
nell'Eucaristia; secondo essi questa
sacramento è soltanto la comme-
morazione della morte di Gesù
Cristo; e che questo si riceve sol-
tanto spiritualmente, quando si co -
raunica colle necessarie disposizio-
ni. 8. La vita contemplativa, secon-
do la loro idea, è uno stato di gra-
zia e di unione divina: la perfetta
felicità di questa vita è il sommo
della perfezione. Su questo punto
aveano un linguaggio di spirituali-
tà che la tradizione non insegnò, e
che ignorarono i migliori maestri
della vita spirituale . I labadisti
funestarono principalmente il paese
di Cleves.
LABARO. V. Bandiera.
LABBÉ Filippo. Gesuita nato
a Bourges nel 1607 d'una buona
famiglia. Insegnò teologia morale
per cinque aimi, ora in Bourges, ora
in Parigi , dove morì nel marzo
52 LAB
1667. Aveva una memoria prodi-
giosa, ed una estesissima erudizione,
che unite ad un assiduo travaglio
fecero sì ch'egli pubblicasse nume-
rosissime opere, la maggior parte
delle quali però sono collezioni da
lui ridotte in corpo. Tra le sue o-
pere nomineremo: Concordia sacrae
et proplianae chronologìae annorum
5691 ab orbe condito ad annum
Christi 1628. Nuova traduzione del
martirologio romano. Galliae syno-
doruni conciliorumque brevis et ac'
curata historia. De bysantinae hi-
storiae scriptoribus publìcam in
luceni eniittendis protrepticon. L'an-
no santo de cattolici coi santi e le
sante più rimarcabili. Regia epito-
me historiae sacrae et profanae ab
orbe condito usque ad annum 1 65 1 .
Specimen novae bibliothecae manu-
scriptorum etc. Bibliotheca chrono-
logica ss. Patrum theologorum seri-
ptorum ecclesìasticorunt. Concilio -
rum general, national. prò linciai,
dioecesanorum etc. hystorica synop-
sis. Bibliotheca bibliothecarum. Una
collezione di concilii che usc\ com-
pleta nel 1672 in XVII volumi. Li
otto primi erano stampati quando
morì il p. Labbé. Siccome erano
principiati il IX e X, tutto il XII e
li tre seguenti, il p. Gabriele Cossart,
pure gesuita, non solo rivide tutta
l'opera, ma terminò i volumi prin-
cipiati e compì gli altri.
LABICO o LAVICO, Labicum,
Lavicum. Sede vescovile non più
esistente nella Campagna di Roma,
nella via Labicana, celebre negli
atti ecclesiastici e ne' martirologi
pei tanti santi martiri che vi pa-
tirono il martirio, e pei cimiteri che
ancora vi sono rimasti in venera-
zione. Nei primi secoli della Chiesa
e forse nel VI vi fu stabilita la sede
vescovile immediatamente soggetta
LAB
alla santa Sede, e 1' Ughelli, Italia
sacra t. X, p. 119, riporta la se-
rie de'seguenti dieci vescovi. Lumi-
noso che fu al concilio Lateranense
nel 649, celebrato dal Papa s. Mar-
tino I ; Pietro che intervenne a
quello del 761 tenuto in Roma dal
Pontefice s. Paolo I; Lunisso che
fu all'altro del 964; Benedetto sot-
toscritto a quello pur di Roma del
998; Domenico a quello roma-
no del 1029, ed a quello del 1087;
Giovanni che fu al concilio di Ro-
ma contro il patriarca d'Aquileia;
Pietro cardinal vescovo nominato
nel io55 da Vittore II; Minucio
che sedeva nel 1 080 ; Bobone o Bobo
creato cardinale vescovo di Labico
da Urbano II ; e Bono che assistette
nel 1 1 1 1 all'incoronazione di En-
rico V, fatta da Pasquale II in s. Pie-
tro, e fece l'elogio di quel principe.
L'antica città di Labico fu così
chiamata, al dire di alcuni, dal no-
me di Glauco figlio di Minos, co-
sì detto dallo scudo militare, den-
trovi il bracciale o manico, il cui
uso egli pel primo introdusse in I-
talia, chiamato dai latini Merubium
e dai greci Ansa, che è lo stesso
che Labico. Altri dissero che fosse
edificato ovvero ampliato, onde ne
prese poi il nome, da Tito Labie-
no legato di Cesare nelle Gallie e
celebre capitano romano, o da qual-
che altro di sua illustre famiglia e
prima di lui. Certo è che fu no-
bile colonia romana e città celebre,
che dicesi meglio fondata dai tu-
sculani o piti probabilmente dagli
albani. Alcune sue notizie le ripor-
tammo all'articolo Colonna (Vedi)y
perchè alcuni credettero che il pre-
sente borgo della Colonna ne oc-
cupi il sito; altre le riportammo
all'articolo Frascati ( Vedi ), par-
lando del Tusculo e luoghi convi*
LAB
cini, ed a p. i8o delie sue chiese;
nel medesimo voi. XXVII, p. 3i5,
si disse come gli abitanti della Co-
lonna festeggiarono il passaggio di
Gregorio XVI. Altri dicono che
l'antico Labico sia la città di Val-
montone, ed altri Zagarolo; della
prima ne tratteremo all'articolo Vel-
LETRij del secondo a quello di Ti-
voli. Il p. Kircher discorre di La-
bico nel suo Latium. Abbiamo da
Francesco Ficoroni : Le memorie
vitroi'ate nel territorio della prima
e seconda città di Labico e i loro
giusti siti. Roma 1 7 45. Questo dot-
to antiquario volle provare che La-
bico fòsse sul Colle dei Quadri,
presso la sua patria Lugnano, co-
mune soggetto al governo di Val-
montone; ma vi si oppose il Vita-
le coll'opera che citammo al suddetto
volume, p. 169.
LABORANTE, Cardinale.l.2ho-
rante di Pontormo nella Toscana,
si applicò con grande ardore agli slu-
di neir università di Parigi, dove
ottenne il titolo di maestro. Dalle
Gallie si trasferì in Germania per
sempre piìi avanzarsi nella cogni-
zione delle scienze. Indi pe'suoi
gran meriti nel settembre del 1171
o 1 173 Alessandro III Io creò car-
dinale diacono di s. Maria in Por-
tico e poi prete del titolo di s.
Maria in Trastevere. Si rese insi-
gne per molte e gravi legazioni che
sostenne in vantaggio della Sede
apostolica sotto cinque Papi, non
meno che per la vasta sua erudi-
zione nelle facoltà filosofiche, teo-
logiche e legali, come lo dimostra
una ben disposta collezione di ca-
noni da lui indirizzata a Pietro ve-
scovo di Pamplona, nella composi-
zione della quale impiegò ben venti
anni, avendola compita nel 1182
che manoscritta fu depositala nella
LAC 53
biblioteca vaticana. Fu accettissimo
a Guglielmo I il Malo re di Sici-
lia, innanzi, al quale valorosamen-
te disputò, ed egli nel governo del
regno si valse de'savi consigli di
Laborante. Morì nel 1190 con dis-
piacere di tutti in Roma , dopo
essere intervenuto alle elezioni di
quattro Pontefici. Compose altre
opere che riporta il Cave nel t. II,
p. 245, della Storia degli scrittori
ecclesiastici.
LABORANTI, Lahorantes. Chie-
rici che avevano cura di seppellire
i morti, r. il voi. XXVIII, pag. 3o
del Dizionario.
LACABENA. Sede vescovile gia-
cobita^ nella diocesi d'Antiochia.
Ebbe per vescovi, Basilio deposto
da Atanasio VIII nel ii43; Eu-
dossio che assistette all'elezione d'I-
gnazio II nel 1222 ; Atanasio I tras-
ferito nel 1246 alla sede di To-
lemaide; Aronne nominato da I-
gnazio II; Gregorio Bar-Ebreo o
Abulfaragio, traslato da Guba^ au-
tore della cronaca de'giacobiti, poi
vescovo di Aleppo; e Atanasio II
del 1253. Oriens christ. t. II, p.
i5io.
LACEDEMONE o LACEDE-
MONI A. Città vescovile della pro-
vincia Eliade o Achea, nella dioce-
si deirilliria orientale o esarcato di
Macedonia, sotto la metropoli di
Corinto, eretta nel V secolo. Chia-
mossi anticamente Sparta o Heca-
tompilosj perchè comandava a cento
città, di cui sole trenta però ne con-
servava a tempo di Strabone; in
oggi chiamasi Misistra o Mistra,
città delia Grecia antica, capitale
della Morea , cosi detta dai for-
maggi de'suoi dintorni. Sta una le-
ga ovest dalle rovine della celebre
Sparta, i cui avanzi servirono in
parte alla sua costruzione, in uoa
54 LAG
amenissima situazione, in forma di
anfiteatro, sopra una collina del
Taigete, presso un ruscello tributa-
rio del fiume Iri. Domina una pia-
nura coperta di gelsi ed olivi, ed è
essa stessa dominata da un castello
fortificato. Cinta di mura quasi ro-
vinose, ha due porte, con quattro
sobborghi, uno de' quali occupato
dagli ebrei. E residenza d'un ve-
scovo greco. I veneziani la presero
nei 1687, ma fu poco dopo ricu-
perata da* turchi. Mollo soffrì per
parte dei russi nel 1770, e più le
furono funeste le ultime stragi che
Je cagionò l'armata egiziana a'no-
stri tempi. Aveva alcune chiese gre-
che ed armene, un collegio, una
sinagoga, e molti stabilimenti di
carità. Secondo la nuova divisione
della Grecia è il capoluogo del di-
partimento di Laconia. Lacedemo-
ne fu celebre ed antica città del
Peloponneso, situata alla riva de-
stra ad occidente dell' Eurola. In
questa città, dice Terpandro, regnò
il valore padre della vittoria, la
musica maschia che lo ispira, e la
giustizia che sostenne la gloria delle
armi . Quantunque fosse quattro
volte meno grande di Atene, des-
sa la eguagliava in potenza e la sor-
passava in virtù. Stette seicento an-
ni senza mura, credendosi forte ab-
bastanza pel coraggio dei suoi abi-
tanti . Si chiamò da principio Spar-
ta, poi Lacedemone, indi Misistra.
Per spartani s'intendono i cittadi-
ni di Sparta, e per lacedemoni gli
abitanti della Laconia, tranne gl'i-
loti risguardati come schiavi.
La sede vescovile fu dall' impe-
ratore Alessio Comneno eretta in
metropoU nel 1082; Commanville
dice che ciò segui sotto il patriar-
ca Eustrato verso il 1087, con
quattro chiese vescovili per suffra-
LAC
ganee, cioè Chariopoli o Cheropo-
li, Messene, Amycla o Taigeta o
Vordonia, e Talamo ossia Brestene.
La chiesa metropolitana è dedicata
alla Beata Vergine. La serie dei
vescovi ed arcivescovi greci che oc-
cuparono la sede di Lacedemone,
si legge nel p. Le Quien , Oriens
chrìst. tom. Ili, pag. 190 e seg.
Vi fu eretta anche una sede vesco-
vile di rito latino. Aimone n' era
vescovo verso il 1278; Giacomo
domenicano fu nominato da Inno-
cenzo Vili nel 149" 5 Giovanni
del medesimo ordine sedeva nel
1 5oo. Oriens chrìst. t. III, p. 902.
Al presente Lacedemonia, Lacede-
monien, è un titolo arcivescovile
in partibus che conferisce la santa
Sede, cui sono soggetti i titoli ve-
scovili pure in partibus di Tena-
ria ed Amycla.
LACEDONIA o LACEDOGIVA
(Laquedonien). Città con residen-
za vescovile del regno delle due
Sicilie, nella provincia del Princi-
pato Ulteriore, capoluogo di canto-
ne. E situata a piedi degli A pen-
nini in mezzo all' estremo picco
boreale del Monte Jarminio , che
guarda la pianura di Puglia tra il
Carapelle e l'Ofanto. Ha una bella
cattedrale, diverse chiese minori, e
due benefici ospizi. Fu un tempo
città di qualche considerazione, e
sì chiamò pure Cedogna. La terra
di Carbonara è stata creduta da
Ciuverio l'antica Aquilonia^ come
dal Cittadini e dall' Holstenio si è
attribuito un tale onore a Lacedo-
nia. Aqiiìlonia fu inoltre detta cit-
tà sannilica, fra Benevento e Ca-
nusio; altri la fissano presso Agno-
ne, ma le questioni restano indeci-
se, non rimanendone alcun vestigio.
Nel 1497 Federico I re di Napoli
in rimunerazione de' servigi prestati
LAG
dal cardinal Ascanio Maria Sfoiva
vicecanceliiere, l' investì della città
di Lacedonia, di Rocchetta e Car-
bonara, con suo diploma, la quale
ultima nell'anno seguente il cardi-
nale la donò a Sforzino Sforza si-
gnore di Castell'Arquato, con ap-
provazione di detto re.
La sede vescovile, secondo Com-
manville, fu eretta avanti V anno
I loo, e fatta suftlaganea della me-
tropoli di Gonza della quale è tut-
tora. Però r Ughelli che nel tomo
VI, pag. 838 deW Jialìa sacrane
riporta la serie de' vescovi che qui
riproduciamo, dice che il primo fu
Angelo, il quale assistette al conci-
lio generale Laleranense IH, cele-
brato nel II 79 da Alessandro III.
Ne furono successori, Antonio del
1265. Rogero del 1275. Nicolò che
morì nel i345. Fr. Francesco de
Marzi francescano, fatto da Clemen-
te VI nel 1845. Paolo Manassei
di Terni del i38i. Antonio del
i386. Fr. Guglielmo Neritono fran-
cescano, eletto da Bonifacio IX nel
i3g2. Giovanni trasiato da Galli-
poli dal medesimo Papa nel iSgG,
il quale ne lo privò nel 1899 so-
stituendogli Giacomo de Marzi di
Lacedonia. Adinolfo morì nel i4i8.
Jaquinto canonico vaticano nomi-
nato subito successore da Martino
V. Nicola eletto nel i425. Anto-
nio Cozza della diocesi di Bovino
del 1428. Giovanni che morì nel
i45>2. Giacomo de Cavallini cano-
nico di Benevento gli successe nel-
lo stesso anno. Pietro fiorì nel
1471. Giovanni de Porcari di A-
cerenza di nobil gente, eletto nel
i48r , morì nel i486. In tale an-
no divenne vescovo Nicola Rubini
vicanus, cui Giulio li nel i5o6
die in successore Antonio Dura no-
bile napoletano, che morì nel i538.
LAG 55
Allora Paolo IH fece amministra-
tore il cardinal Antonio Sanseveri-
no a* 25 febbi-aio: per sua dimis-
sione a' 24 settembre nominò ve-
scovo il suo parente Scipione Du-
ra patrizio napoletano. Morto nel
i55i, Giulio III dichiarò vescovo
Paolo Cappelletti piacentino, il qua-
le ebbe a successori : nel 1 564 Gio.
Francesco Carducci nobile di Bari,
illustre per virtù e dottrina. Nel
i584 Marco Pedacca della Miran-
dola, abbate benedettino di s. Vi-
tale di Ravenna, peritissimo mate-
matico. Nel 1602 fr. Gio. Paolo
Palenteri di Castel Bolognese fran-
cescano. Nel 1606 Giacomo Can-
dido nobile siracusano, insigne per
virtù e pietà, morto nel i6o8. Gli
successe subito Gio. Girolamo Cam-
panile napoletano, che traslato nel
1625 ad Iserniagli venne sostituito
fr. Ferdinando Bruno fiorentino dei
minori. Nel 1649 fu fatto vescovo
Gio. Giacomo Cristoforo della dio-
cesi di Capaccio, che morì in Ro-
ma appena consecrato, e fu sepol-
to in s. Maria in Aquiro. Nello slesso
anno fu eletto fr. Ambrogio Viola do-,
menicano. Nel i65r Giacomo Gior-
dano di Trevico, abbate di Monte
Vergine, dotto ed erudito : rifece
l'episcopio e V ampliò per l' abita-
zione de* famigliari. Pietro Antonio
Capobianchi patrizio beneventano,
chiaro filosofo e teologo del i663.
Benedetto Bartolo patrizio siciliano
del 1672. Gio. Battista Morea di
Bitonto del 1684, di sommo zelo
e religione, per cui abolì le feste
quasi baccanali che il popolo cele-
brava nella vigilia dell' Epifiiuia :
a sua insinuazione fu riedificata la
cattedrale, alla quale solennemente
pose la prima pietra , e morì lo-
datissimo nel 1710. Clemente XC
nel 1718 nomiBÒ Gennaro Scala
56 LAG
patrizio di Terlizzi. Gli altri ve-
scovi del secolo passato e del cor-
rente sono notati nelle annuali No-
tizie di Roma. Mentre n'era vesco-
vo Francesco Ubaldo Romanzo del-
la diocesi di Gonza, fatto vescovo
da Pio VI nel 1795, ad istanza
del re Ferdinando I il Papa Pio
VII nel 18 18 soppresse la sede
vescovile di Trevico (Vedi), e Tu-
nì a Lacedonia. Inoltre Pio VII
nel 18 19 fece vescovo Vincenzo
Ferrari domenicano di Napoli. Leo-
ne XII nel 1828 Giuseppe Botti-
celli de' minimi di Sora. Il regnan-
te Gregorio XVI nel i834 Mi-
chele Lanzetta della diocesi di Sa-
lerno, trasferito dà Oria ; nel i843
gli diede in successore monsignor
Luigi Giamporcaro della diocesi di
Girgenli , che avendo traslatato
a Monopoli nel i844) "^^ conci-
storo de' 20 gennaio i845 preco-
nizzò l'odierno vescovo monsignor
Luigi Napolitano della diocesi di
Nola.
La cattedrale è sacra a Dio, ed
in onore della Beata Vergine As-
sunta in cielo. Il capitolo si com-
pone di cinque dignità, prima delle
quali è l'arcidiacono , di sette ca-
nonici comprese le prebende del
teologo e penitenziere, di due ca-
nonici soprannumerari, di quattro
mansionari e di altri preti e chie-
rici addetti al servigio divino. Nel-
la cattedrale vi è il fonte battesi-
male, esercitandosi le funzioni di
parroco dall'arcidiacono. L'episco-
pio è prossimo alla cattedrale, ol-
tre la quale non vi sono parroc-
chie nella città. Esistono tre con-
fraternite ed il monte di pietà. La
diocesi a più miglia si estende,
comprendendo nove luoghi e ca-
stelli. I frutti della mensa vescovile
SODO tassati ne' libri della camera
LAG
apostolica in fiorini cento, ascenden-
do le rendite ad annui ducati na-
poletani tremila circa, publìcis non
deductis oneribus.
L ACISRI,LANGISRI oLENCZY,
Lancicia o Lencicium. Città della
bassa Polonia, woiwodia di Maso-
via^ capoluogo di obvs^odia lunge
dieci leghe da Gnesna, giace in
paese paludoso ; è cinta di mura
e rinchiude cinque chiese, due con-
venti ed una sinagoga. Quivi fu-
rono tenuti diversi concilii.
Concita di Laciski o Lanciski.
Il primo si adunò nel 1181 in-
torno a diversi affari del regno.
Il secondo nel 1 188 per doman-
dar le decime di sovvenzione per
far la guerra a Saladino sultano
d' Egitto e di Siria , in favore di
Terrasanta. Labbé tom. X; Ardui-
no tom. VI.
Il terzo ebbe luogo nel 1197, in
cui fu ordinato il celibato a' preti
e prese provvidenze sui matrimo-
ni. Ibidem.
Il quarto nel 1246 contro Cor-
rado duca di Masovia, usurpatore
de' beni di Chiesa. Labbé t. XI ;
Arduino t. VII.
Il quinto nel 1257 contro Bo-
leslao duca di Slesia, che teneva
prigioniero il vescovo di Breslavia.
Labbé t. XI; Arduino t. VII.
11 sesto nel i285 a' 6 gennaio
dall'arcivescovo di Gnesna con quat-
tro vescovi, sull'immunità della
Chiesa. Vi fu scomunicato Enrico
IV duca di Slesia per avere occu-
pati tutti i beni del vescovo di
Breslavia, e tutte le decime del
clero. Ibidem, e Diz. de concilii.
Il settimo nel i4^3 contro gli
ussiti. Chocleus, Hisl. hussit.
LAD
L'ottavo nel i466 intorno ai
costumi.
Il nono e il decimo nel i523
contro Lutero. Rinaldi ad hunc
annuni.
LADISLAO I (s.), re d'Unghe-
ria, figlio di Bela L Nacque nel
io4i, e nel 1080 fu chiamato a
salire sul trono. Tosto si diede alla
riforma delle leggi e della disci-
plina. Ammiravasi in lui quella
castità, quella dolcezza e gravità,
quella tenerezza verso i poveri, e
quello spirito di pietà che fin da
fanciullo avea fatto la sua qualità
distintiva. Ripieno delle massime
dell'evangelio, aveva il cuore affat-
to alieno dalle grandezze e dalle
ricchezze della terra. La vita che
menava nel suo palazzo era auste-
rissima : seguiva a tavola le regole
d'una esatta sobrietà , e non face-
va mai uso di vino. Nulla trascu-
rava perchè si facesse ragione ai
suoi sudditi senza parzialità, e fu
gelosissimo di conservare i diritti
della Chiesa, e di difendere il suo
stato, cui aggiunse la Dalmazia e
la Croazia ; cacciò gli unni, e vin-
se i polacchi, i russi ed i tartari.
Gli fu dato il comando della gran
crociata contro i saraceni ; ma non
potè egli partire alla volta della
Palestina, essendo morto a' 3o di
luglio 1095. Fu seppellito a Wa-
radino, e i suoi miracoli persua-
sero Celestino Ili a canonizzarlo
nel 1198. Nel martirologio roma-
no è nominato ai 27 di giugno ,
giorno in cui si fece la traslazione
delle sue reliquie.
LADISLAO DI GiEiNiow (beato).
Nacque nel borgo di tal nome nella
Polonia, dipendente dalla diocesi di
Gnesna, ed ebbe la bella sorte di
essere del numero dei religiosi fran-
cescani, cui s. Giovanni da Capi-
LAD 57
strano dirigeva alla perfezione col-
le sue lezioni e co' suoi esempi.
Intraprese con dodici compagni una
missione in mezzo ai tartari cal-
muchi, seguaci dell' idolatria o del
maomettismo ; ma gli ostacoli che
incontrò per parte del governo rus-
so, impedirono il buon esito di
questa santa impresa. Ritornalo ia
Polonia , si diede interamente al
compimento dei doveri di sua pro-
fessione. Dimostrò la sua consu-
mata prudenza nelle cariche di
guardiano del convento di Varsa-
via e di provinciale del suo ordi-
ne, e si acquistò grande riputazio-
ne come predicatore. Mori a Var-
savia nel i5o5. I polacchi ed i
lituani, che ne conobbero i meriti
e la santità , lo scelsero per uno
dei loro primi patroni. Il Papa Be-
nedetto XIV permise che Ladislao
fosse onorato come bealo ; e l' or-
dine di s. Francesco ne celebra la
festa ai 22 d'ottobre.
LADOGA. Sede vescovile della
provincia di Noivogorod nella dio-
cesi di Moscovia, sotto l'arcivesco-
vo di Nowogorod e di Veliki-Louki.
LADVOCAT Nicola. Dottore
della casa e società di Sorbona ,
soprannominato Billiad, pio e dot-
to vescovo di Boulogne, dove mori
nel 1679. Abbiamo di lui: Fin-
diciàe partlienicae, nella quale di-
fende r assunzione corporale della
Beata Vergine. Non bisogna con-
fonderlo con Gio. Battista Ladvo-
cat di Vancouleurs, professore di
lingua ebraica e bibliotecario di
Sorbona, il quale ebbe parte nel Di'
zionario geografico portatile. Scrisse
pure una lettera sui rinoceronti ;
sul naufragio di s. Paolo ; la gram-
matica ebraica ; ed il Dizionario
storico portatile diviso iu sette to-
mi. Ne furono fatte diverse edizio-
53 LAG
ni, e tra le traduzioni italiane ci-
teremo l'edizione di Bassano i8a4-
LAG ANI A. Sede vescovile della
prima Galazia, nella diocesi di Pon-
to, sotto là metropoli d'Ancira. An-
ticamente trovavasi nel centro della
Galazia, e pare che sia la stessa
città che Jerocle chiama Regalia-
galìa. In tempo del concilio di Cal-
cedonia apparteneva alla prima Ga-
lazia. Ne furono vescovi Eretrio,
ed Eufrasio che sottoscrisse il con-
cilio di Calcedonia e la lettera del-
la sua provincia ali* imperatore
Leone. Oriens christ, tom. I, pag.
487.
LAGANIA oLAGINA. Sede ve-
scovile della seconda Pamphilia,
nell'esarcato d'Asia, sotto la me-
tropoli di Pirgi, eretta nel V se-
colo. Si conoscono quattro vesco-
\i che occuparono questa sede.
Zaccaria che fu al concilio in Trul-
lo ; Costante al settimo concilio ge-
nerale; Eliseo al concilio che ri-
stabilì Fozio sulla sede di Costan-
tinopoli; Basilio che trovossi al
suddetto concilio. Oriens christ. t.
I, pag. io32.
LAGNY, Latìnìacum. Città di
Francia, dipartimento di Senna e
Marna, capoluogo di cantone^ in
una situazione deliziosa, sulla riva
sinistra della Marna. È antichissi-
sima^ e possedeva una celebre ab-
bazia di benedettini fondata nel
VII secolo da s. Furcy. Presa nel
l358 dagli inglesi, fu poi tiran-
neggiata da Laerico, indi nel i4i8
assoggettata dagli Armagnac. Asse-
diata dal duca di Bedford, il re
Carlo VII la liberò. Poscia nella
guerra della lega fu presa dal du-
ca Alessandro Farnese. Ribellatasi
sotto Francesco I, aspramente la
punì il maresciallo Lorgcs. Nel
114*2 fuvvi tenutp un concilio dal
LAI
cardinal Ivone legato della santa
Sede, per terminar diverse differen-
ze ch'erano insorte tra il vescovo
d'Arras, ed i religiosi dell'abbazia
di Marchienne. Labbé t. IX; Ar-
duino t. VI.
LAGRIMANTI o GRIDATORL
Eretici anabattisti, i quali credeva-
no che non si potesse ottenere mi-
sericordia da Dio se non colle la-
grime e colle grida. Questi fana-
tici comparvero verso l'anno i544'
LAICO, Laiciis. I religiosi lai-
ci sono quelli che negli ordini re-
ligiosi in cui professano o eserci-
tano gli ulBzi minori, non possono
arrivare al chiericato né agli ordi-
ni sacri, ed in alcune cose fanno
da domestici a quelli che si chiamano
religiosi di coro o padri, o sacerdoti
ed oblati, massime ai superiori : non
che ciò le regole prescrivano, ma
per una consuetudine introdotta
per condiscendenza de'm edesi mi lai-
ci, dappoiché alcuni di questi seb-
bene di famiglie distinte e colti,
per umiltà preferirono questa con-
dizione, reputandosi non degni del
sacerdozio. Di questo sentimento
edificante furono s. Francesco di
Asisi, e s. Francesco di Paola am-
bedue fondatori de'loro ordini. I
frati laici destinati ai servigi ester-
ni e interni de' conventi e mona-
steri, si occupano unicamente nel-
le cose e nei lavori puramente
temporali ; altri assistono ai divini
uffizi, e fanno da sagrestani. Vi
sono, giusta i diversi ordini, de'fra-
ti laici i quali non vanno mai al
coro, né assistono mai al capitolo;
altri invece sono ammessi in coro
ed assistono al capitolo, senza aver
però voce in esso. Vi sono pure
fratelli laici che esercitano gli uf-
fizi di Portinaro, cuoco, giardinie-
re, speziale, infermiere, cei'CQDte,
LAI
ed altri auche amministrano o e-
sercitano qualche altro importane
te uffizio , secondo la loro capa-
cità ed altitudine, ed il volere dei
superiori, come di sindaco, ammi-
nistratore, ec. Alcuni fanno i tre
voti di religione, altri fanno i sem-
plici voti di stabilità o sia per-
manenza, e di obbedienza. I reli-
giosi laici ordinariamente hanno
qualche distinzione nell'abito, che
in qualche parte diversifica da
quello dei padri. Di frequente que-
sto stato viene abbracciato da uo-
mini di carattere pacifico e virtuo-
so, che fuggono la dissipazione del
mondo e desiderano servir me-
glio Dio in un chiostro. Parimen-
ti nei monasteri di donne, oltre
le religiose di coro, vi sono le so-
relle converse, accettate unicamen-
te pel servigio del monastero, e che
fanno i tre voti di religione. Ma
in certi ordini austerissimi, come
presso le Clarisse, non vi sono so-
relle converse ; tutte le religiose a
vicenda servono e lavorano nell'in-
terno della casa. Non sono chieri-
ci i religiosi benefralelli, né i fra-
telli delle scuole cristiane, ne quel-
li nominati ai rispettivi articoli.
Non lo furono per quasi due se-
coH e mezzo i gesuati, così altri
religiosi.
Nel quinto secolo furonvi dei
monaci chiamati laici, benché fos-
sero religiosi di coro; si diede lo-
ro il nome di laici perchè non a-
vevano ne ordine sacro, ne ufiìzio
nel monastero, come osserva il p.
Mabillon, Saec. VI Bened. praef.
2, n. 2. V. Oblato. L'istituzione
però dei frati laici, come meglio
dicemmo altrove, cominciò nel se-
colo XIj ed i primi che ricevette-
ro nel loro monastero i frali laici
furono i monaci vallombrosani. Si
LAI 59
diede loro il titolo di laici, perchè
a cagione di loro illelteratura non
potevano diventar chierici, mentre
facendosi religiosi intieramente si
dedicavano e venivano destinati
intieramente al lavoro delle mani,
ed al servigio temporale dei mo-
nasteri. Si sa che in quel tempo
la maggior parte de'laici non ave-
vano alcuna coltura di lettere, e
si chiamavano chierici tutti quelli
che avevano fatto qualche poco di
studio, e che sapevano leggere. In
un tempo in cui non molto fio-
riva il clero secolare, e i fedeli erano
ridotti a ricevere nella maggior par-
te dai religiosi tutti gli aiuti spi-
rituali, era cosa naturale, che quel-
li i quali potevano prestarglieli,
vi s' impiegassero tutti , mentre
quei religiosi che non n'erano ca-
paci si occupassero del lavoro del-
le mani, e nel temporale. Ai ri-
spettivi articoli degli ordini e con-
gregazioni religiose d'ambo i sessi,
si dice quanto riguarda i laici e
le sorelle converse. Inoltre sono a
vedersi gli articoli Converso, Do-
nato, Frate, Fratello. Auche tra i
laici fiorirono un gran numero di
santi, beati e venerabili servi di
Dio, artisti di un merito distinto,
ed illustri per molte cose. S. Be-
nedetto da s. Fradello, luogo della
diocesi di Palermo, e moro, laico
professo de'minori osservanti, ben-
ché laico meritò di essere fatto su-
periore del convento francescano
di s. Maria di Gesù in Palermo,
in cui santamente mori nel i58g.
Di quei laici secolari che in mor-
te si fanno seppellire con abito
religioso, e di quelli che avvici-
nandosi il termine di loro vita si
facevano religiosi, si parla nel se-
guente articolo.
LAICO, Lakus, Quegli che non
Go LAI
è iniziato in alcun ordine ecclesia-
stico, ne fatto abile a maneggiar
le cose sacre ; dicesi anche secolare,
ed è con tra I-io di ecclesiastico e reli-
gioso, tranne il Laico {Fedi), che
professa la regola d'alcun ordine
regolare. Fuvvi un tempo, in cui i
laici non avevano, per la maggior
parte, alcuna tintura delle lettere,
non imparando nemmeno a legge-
re ; erano veri idioti, illiteralus^
indoctiiSj profanus ; che anzi chia-
mavansi chierici od ecclesiastici tut-
ti coloro che avevano studiato. La
stessa parola laico significa ancora
talvolta qualunque persona indotta,
come indotto suol essere il popolo,
comunemente privo di scienza; per-
ciò ne' canoni de' tempi di mezzo
è da osservarsi se ciò che viene
proibito ai laici possa talvolta in-
tendersi vietato solamente agli in-
dotti. Laico inoltre dicesi delle per-
sone e delle cose distinte dallo
stato ecclesiastico, o da ciò che ap-
partiene alla Chiesa ; questo nome
viene dal greco laos, popolo. Cosi
chiamansi persone laiche tutte quel*
le che non sono obbligate negli
ordini sacri, né al chiericato ; be-
ni laici quei che non appartengono
alla Chiesa; potestà laica V autori-
tà civile de'magistrati, per opposizio-
ne alla podestà spirituale ed eccle-
siastica. Pretesero la maggior par-
te de' protestanti che nella primiti-
va Chiesa fosse sconosciuta la di-
stinzione tra i chierici ed i laici, e
che incominciasse soltanto nel ter-
zo secolo per ambizione del clero.
Ciò è falso; questa distinzione fu
introdotta dallo stesso Gesù Cri-
sto, e stabilita dagli apostoli. V.
Clero e Ciherico. 1 laici sono per
gli affari temporali, come gli ec-
clesiastici per le funzioni spirituali;
dal che ne deriva, che molte cose
LAI
sono permesse ai laici e proibite
agli ecclesiastici, ed altre invece
permesse agli ecclesiastici e vietate
ai laici. Per esempio : è permesso
ai laici di ammogliarsi ; di essere
magistrato tanto civile, che crimi-
nale, di portar le armi, di andare
alla guerra, di trafficare, di eserci-
tare la medicina e la chirurgia,
ec. ; tutte cose le quali sono comu-
nemente proibite agli ecclesiastici.
D'altra parte è permesso agli ec-
clesiastici l'amministrare i sacra-
menti, benedire o consecrare tutto-
ciò ch'è destinato al culto divino,
predicare, ed istruire pubblicamen-
te in materia di religione, posse-
dere de' benefizi : le quali cose tut-
te sono proibite ai laici.
Il Pontefice s. Silvestro I del
3i4 dicesi che proibisse ai laici
l'accusare gli ecclesiastici nel giudi-
zio secolare. Il concilio di Cartagi-
ne del 398 decretò col can. 94,
che un laico non insegnerà alla
presenza de'chierici, se non per or-
dine loro : anche s. Leone I nel
453, scrivendo a Massimo d'Antio-
chia, vietò a' laici di ammaestrare
il popolo. Papa s. Felice III detto
IV del 526, con l* epist. 3 ad Cae-
sar. Arelat., presso Labbé, Conc. t.
IV, col. 1657, proibì che i laici
potessero ordinarsi sacerdoti, senza
che precedessero le prove convene-
voli per aversi certa sperienza dei
loro costumi. Il concilio di Tours
del 564, col can. 4 proibì ai laici
lo starsi presso l'altare, dichiarando
che la parte della chiesa ch'è se-
parata dalle balaustrate sino all'al-
tare non sarà aperta che ai cori
de'chierici che cantano. Il santuario
però sarà aperto secondo il costu-
me ai laici e alle donne per pre-
gare e comunicarsi, il che s'inten-
de dopo il tempo del diviuo uffizio.
LAI
Avendo l'imperatore Maurizio nel
5^1 pubblicata una legge, colla
quale vietava che i curiali o sia
ministri, e li gravati di debiti col
principato, potessero essere ascritti
allo stato ecclesiastico, e che i sol-
dati potessero riceversi alla profes-
sione monastica; s. Gregorio I Ma-
gno lodando coll'epist. 62, lib. 2,
la prima parte di questo editto,
che riguardava i curiali, ne disap-
provò le altre due, ed ottenne dal-
l'imperatore di rivocarle. Nella se-
de vacante di s. Paolo I o prima
che morisse, 3*28 giugno 767 in-
sorse l'antipapa Costantino: essen-
do ancor laico si fece ordinare dia-
cono nel seguente giorno, ed omes-
so il grado di prete si ordinò ve-
scovo e Pontefice a' 5 luglio. Ve-
nendo deposto nel y68, il Papa
Stefano IV decretò nel concilio La-
teranense, che nessuno fosse pro-
mosso al pontificato se non era
ordinalo cardinale diacono o prete.
Tuttavolta nel 963 l'antipapa Leo-
ne Vili essendo laico fu contro
Giovanni XII intruso nel pontifi-
cato e consecrato; come ancora
Giovanni XIX detto XX da laico
ch'era, e senza nessun ordine sacro,
nel 1024 fu eletto Papa, come af-
fermano Glabro lib. 4> e. i, presso
Duchesne, iScr/)^?. hist.francor. tom.
IV, p. 4'j e Romualdo di Saler-
no in Chron., p. 167; perciò il
primo che fu assunto alla catte-
dra pontificia senza ordine sacro,
come osserva il Pagi in Brevìar.
BR. PP. in vita hujiis Pont. n. 2.
Giovanni XII nel concilio del 964
vietò ai laici sotto pena di scomu-
nica di assistere all'altare, e di en-
trare nel presbiterio quando il sa-
cerdote celebra la messa.
Nel lagrimevole secolo X i beni
ecclesiastici, i vescovati, e gli altri
LAI 61
benefizi della Chiesa, iu gran par-
te furono usurpati dai laici, e da-
gli ammogliali posseduti, cosi le
obblazioni de' fedeli alla Chiesa. I
laici benché ammogliali ardirono
di essere abbati ed abitare ne'mo-
nasteri colle mogli e co'fìgli, come
deplorò il concilio Troslejano del
909. S. Gregorio VII del 1078
fulminò la scomunica a coloro che
ricevessero dai laici in investitura
i benefizi ecclesiastici, ed i laici
che la dessero. Il concilio di Melfi
del 1089 ^°^ ^^^' ^^ proibì ai
laici di dare ai monasteri le deci-
me, ovvero le chiese che loro ap-
partenevano, senza il consenso del
vescovo odel Papa. Il concilio di
Benevento del 1091 col can. 4
statuì che niun laico mangiasse
carne dal giorno delle ceneri sino
a Pasqua, e in quel giorno tutti i
chierici e laici, uomini e donne ri-
cevessero le ceneri sul capo. Il con-
cilio di Clermont del 1095 col
can. i8 vietò a' laici di aver cap-
pellani che non sieno dati loro dal
vescovo per la direzione delle loro
anime. Nel concilio generale Late-
ranense II, celebrato nel 1 1 89 da
Innocenzo II, s'impose la scomuni-
ca a chiunque mettesse le mani
sugli ecclesiastici di qualsivoglia
condizione. Il concilio generale La-
teranense III, celebrato nel 1 1 79
da Alessandro III, proibì ai laici,
sotto pena di scomunica, d'insti-
tuire o destituire chierici nelle chie-
se senza l'autorità del vescovo, o
di obbligare gli ecclesiastici a com-
parire in giudizio avanti a loro.
Innocenzo III nel 1199 riprese
l'audacia di quei laici che senza
autorizzazione dei prelati delle chie-
se si erano messi a predicare, do-
vendosi riputare siffatti uomini co-
me seduttori, come lo furono tao-
62 LAI
ti eresiarchi e loro seguaci. Lo
stesso Pontefice nel 1204 riprese
i vescovi di Sardegna, perchè con
detrimento della libertà ecclesiasti-
ca litigavano avanti i tribunali
laici. Vietò Onorio III di portare
a baciare il messale a quelli che
non fossero unti col sacro olio;
tuttavia si tollera che si porti a
baciare a' principi non a' laici in-
feriori. Il concilio di Reims del
i583 si contentò di ammettere
per ministri al sacerdote celebrante
clericos vel s alleni idoneos laico s,
la quale permissione il concilio di
Avignone del i594 non accorda
che nel solo caso di necessità. Con
tutto ciò in appresso restò dalla
Chiesa tollerato anche senza occa-
sione di certo bisogno, per una
lodevole connivenza al comodo del
sacerdote e alla divozione del mi-
nistro. 11 Sarnelli nel t. X delle
Leu. eccles. tratta nella lett. XXV:
Se il laico debba ammettersi per
ministro al sacerdote che celebra
privatamente. Giulio 111 del i55o
vietò a' secolari d'intromettersi nel
conoscere e giudicare punti di ere-
sia. Urbano Vili, Benedetto XIII
e Leone XII vietarono a' laici l'uso
dell'abito ecclesiastico detto d'ab-
bate.
Il Rodotà, Dell'origine del rito
greco in Italia, tom. II, pag. 17,
parlando della venerazione che si
ebbe anticamente all'abito mona-
stico, dice che non fu mai lecito
di rigettarlo neppure da coloro i
quali nel fine della vita avendolo
vestito per impulso di privata di-
vozione, dall' infermità si ristabili-
vano in salute. Egli per porre in
chiaro questo punto di disciplina,
dalla quale può avere avuto ori-
gine il rito de' fedeli laici che in
morte vogliono essere tumulati con
LAI
abito religioso, narra quanto qui
riportiamo. Fu vecchio costume che
quelli che non avevano passato la
vita regolare ne' chiostri, si procu-
rassero d'altra maniera simile van-
taggio prima di morire. Vicini al
punto estremo si facevano portare
in qualche monastero, di cui sup-
plicavano il superiore ad ammet-
terli nel ruolo de* monaci, e a per-
mettere che fossero vestiti delle lo»
ro divise, benché avessero passata
la vita in mezzo ai piaceri ed ai
vizi, previa perpetua rinunzia alla
separazione del toro coniugale. E-
rano ammessi alla monacai cocolla
col rito particolare che diffusamente
descrive il Marlene, Anecdot. t. V,
col. 1606. Nel decorso dell'infer-
mità si recitavano sopra il novello
candidato alcune preghiere dirette
a Dio per impetrargli la salute del
corpo, le cui formole si leggono in
alcuni libri rituali de' monasteri ,
e nel p. Mabillon, praef. in saec,
III Bened. n. 21. A distinzione
degli altri, erano questi denomi-
nati monaci ad succurrendum, qua-
si condotti dal timor della morte
a soccorrere e a provvedere in tal
maniera alla propria salvezza, col
divenire partecipi delle comuni pre-
ghiere de' monaci, nel cui numero
erano ascritti. Tal costume diven-
ne generale anche tra' re ed im-
peratori. Se passavano all' altra vi-
ta, venivano registrati nel necro-
logio del monastero, ripetendosi la
memoria nel d'i anniversario della
morte, per eccitare i confratelli a
suffragar le loro anime. Se poi si
riavevano dall' infermità, non po-
tevano deporre l' abito e ritornare
al secolo, altrimenti erano tenuti
per apostati.
Quanto al rispetto che i laici
debbono a' sacerdoti, solo ricorde-
remo, che avendo l'imperatore Mas*
simo invitato s. Martino vescovo a
desinar con esso , quando il mini»
stro offri la tazza al principe, que-
sti volle che prima bevesse il san-
to, il quale dopo aver bevuto la
passò invece al suo prete , repu-
tandolo più degno del monarca.
Quanto a molte cose vietate a' lai-
ci dall'antica disciplina della Chièsa,
in progresso di tempo furono o
permesse o tollerate, essendo un
tempo vietato a' laici anche suonar
le campane, molto meno il tenerle
in casa. Di altre cose riguardanti
i laici, se ne tratta agU analoghi
articoli. Avendo il senatore veneto
Flaminio Cornaro mandato in do-
no al dotto Pontefice Benedetto
XIV la sua Storia delle chiese ve-
neiCf Composta in tredici volumi, e
la Storia della chiesa di Torcello
in tre volumi, il Papa dopo averle
lette ed ammirate, col breve Jc"
ccptissimum munus, de' 22 dicem-
bre 1 753, presso il Cornaro stesso
tomo indìcum 3 pag. 263, gliene
rese grazie. Inoltre lo esortò a con-
tinuar le sue dotte ed erudite fa*
tiche, alle quali voleva che altri
ancora vi si applicassero ancorché
laici come lui. Dappoiché, dice il
Pontefice, questi studi sacri non
disdicono ai laici, avendone dato tra
gli altri ne'tempi antichi l'esempio
Giustino, Atena gora, Arnobio, Di-
dimo, Lattanzio, Prospero d'Aquita-
nia, Severino-Boezio, Cassiodoro, E-
vagrioed Epifanio. Ed altresì ne'tem-
pi meno antichi, aggiunge, li colti-
varono. Fiorentini, Buonarroti, Si-
gonio, Masini, Zani, Cappello, il
procurator Giustiniani , Leonardo
Giustiniani, Foscarini, Diedo, Mo-
rosini, Loredano, Laura, Quirini,
Secundini, JVIaffei ed innumerabili
altri fra' moderni, pure tutti laici,
LAM 63
che la storia e le cose ecclesiasti-
che egregiamente illustrarono, sic-
come si esprimo il medesimo Be-
nedetto XIV.
LAICOCEFALL Setta di uomi-
ni che hanno per capo un laico ,
nome che proviene da laicocefalo,
dal greco laos popolo, e da ce-
phalè capo, ossia eretico che rico-
nosce un laico per capo della Chie-
sa. Laicocefali pertanto furono da
alcuni chiamali gì' inglesi scismati-
ci , i quali all' epoca del funesto
scisma del re Enrico Vili, furono
costretti sotto pena di prigionia e
di confisca de'beni, di proclamar-
lo capo del popolo e della chiesa.
Con questi mezzi violenti s' intro-
dusse la pretesa riforma in Inghil-
terra, onde poi i vescovi di essa ,
non senza stupore, si videro rice-
vere la loro giurisdizione spiritua-
le da una donna, la regina Elisa-
betta.
LAMBATH o LAMBETH o
LOMEITH, Lnmhaùia o Lamhetha.
Luogo dell' Inghilterra , nella con-
tea di Surrey , sobborgo di Lon-
dra, sulla riva destra del Tamigi,
in faccia a Westminster, con cui
comunica col ponte di Vauxhall.
Avvi un magnifico castello, residen-
za dell' arcivescovo di Cantorbery.
Questo luogo è celebre pei seguen-
ti concihi che furonvi celebrati.
Concila di Lambaih 0 Lamheth,
Il primo fu tenuto nel 1206,
da Langton arcivescovo di Cantor-
bery, nel quale furono fatti tre re-
golamenti sopra diversi punti di
disciplina ecclesiastica. Angl. t. I.
Il secondo a' 3i mai-zo 1261
sotto Bonifazio arcivescovo di Can-
torbery, nel quale si trattò della
chiesa gallicana ; si ordinarono dei
64 LAM
digiuni, delle pubbliche preghiere
e processioni per divertire l' inva-
sione de' tartari. Inoltre si fece un
regolamento per conservare la li-
bertà della Chiesa contro i tenta-
tivi del re e de' giudici secolari.
Si presero provvidenze sulla con-
fessione, sui testamenti ec. Labbé
t. XI ; Arduino t. VI ; Angl. t. I ;
Diz. de conc.
Il terzo nel 1280, da Giovanni
Peckam arcivescovo di Cantorbe-
ry : in esso fu ordinato che ninno
potrebbe possedere alcun benefìzio
in cura d'anime, se non era sacer-
dote. Ibidem.
Il quarto nei 1281, dal medesi-
mo arcivescovo che vi rinnovò i
decreti dell'ultimo concilio di Lio-
ne , le costituzioni di quello di
Londra del 1268, e quelle del con-
cilio di Lambath precedente , ag-
giungendovi le sue proprie in ven-
tisette articoli. "Vi si ordina di suo-
nar le campane all'elevazione del-
l'Ostia, affinchè quelli che non pos-
sono assistere alla messa, si raetti-
no in ginocchioni tanto in istrada
che nelle case. I prelati dando la
comunione, avvertiranno che quel
che si dispensa nella coppa è sem-
plice vino, perchè si possa più fa-
cilmente inghiottire il prezioso Cor-
po. » Non si ammetta nessuno al-
la comunione, se prima non è con-
fermato. Quanto ai peccati enormi
e scandalosi, s' imporrà la peniten-
za solenne secondo i casi. Ogni cu-
rato spiegherà al popolo quattro
"volte all'anno in lingua volgare i
quattordici articoli della fede, i die-
ci comandamenti del decalogo , i
due precetti del vangelo sopra la
carità , le sette opere di misericor-
dia , i sette peccati capitali, le sette
■virtù principali e i sette sacramen-
ti ". Questo è all' incirca quello che
LAM
noi chiamiamo catechismo. Inoltre
fu proibito alle religiose di star
fuori del monastero, anche in ca-
sa de* parenti, più di tre giorni per
ricreazione, e più di sei per affari.
Si condannò di nuovo la pluralità
de' benefizi, massime senza dispen-
sa, a cagione dell'abuso allora co-
mune in Inghilterra. Venne proi-
bito a' religiosi l'essere esecutori te-
stamentari, inculcato di studiare il
diritto canonico, ordinato a* sacer-
doti di una diocesi di celebrare una
messa per il loro vescovo dopo la
sua morte. Labbé tom. XI; Ar-
duino tom. VII; Diz. de conc.
Il quinto nel iSsG. Angl. t. IL
Il sesto nel i33o. Simone Me-
pham arcivescovo di Cantorbery
vi presiedette, e furono fatti dieci
canoni risguardanti gli arredi sa*
cri, i confessori, i sacerdoti in pec-
cato mortale, cui proibisce di ce-
lebrare la messa prima di essersi
confessati, sotto pena di venir de-
gradati; fu ordinato altresì di te-
nere chiusi sotto chiave gli olii san-
ti ; venne proibita l'alienazione de-
gli effetti e dei beni della chiesa,
se non col permesso del vescovo,
e per un titolo di evidente utilità.
Labbé t. XI; Arduino t. VII.
Il settimo concilio fu tenuto nel
i35i. Simone arcivescovo di Can-
torbery e legato della santa Sede
vi presiedette, e si lagnò fortemen-
te perchè i giudici secolari viola-
vano i privilegi del clero, condan-
nando a morte gli ecclesiastici col-
pevoli di delitti. Ibidem.
L'ottavo del 1862, provinciale,
fu adunato da Islip arcivescovo di
Cantorbery. Vi si fece una costi-
tuzione, colla quale venne ripro-
vata l'avarizia e pigrizia de* preti j
e si tassarono gli stipendi per gli
anniversari ed altri uffizi. AngK
LAM
tom. Ili; Reg. tom. XXIX; e Lab-
bc tom. XI.
Il nono nel i368. Simone ar-
civescovo di Cantorbeiy \i con-
dannò trenta proposizioni erronee.
Ibidem.
Il decimo nel 14^79 "^1 quale
venne deposto il vescovo di Che-
ster per errore. Harpfeld, Histor.
fViclef. cap. 6.
L'undecime nel 1476 contro gli
errori di Regnault vescovo di Che-
ster.
LAMBERGH (di) Gunfilippo,
Cardinale. Gianfilippo de' baroni
d'Otleinstein di Lambergh aleman-
no, nato a'26 maggio i65ij dopo
aver sostenuto con successo splen-
dide ambascerie, addossategli dal-
l'imperatore, e tra le altre quella
di Polonia, in cui si adoperò con
ogni sforzo perchè l'elezione a quel
trono cadesse in persona di Fede-
rico Augusto di Sassonia , venne
provveduto dei canonicati di Sa-
lisburgo e di Passavia, e nomina-
to in seguito a quest' ultima va-
cante chiesa, eh' egli visitò da ujn
capo air altro , non mancando di
ornare ed abbellire i sacri templi
con ecclesiastica magnificenza, e di
promulgare ottime leggi per la ri-
forma de' costumi, quale studiossi
d' introdurre nel suo popolo, assai
più coir esempio che colle parole.
Nella dieta di Ratisbona, come am-
basciatore cesareo^ seppe mantenere
illesi i di lui diritti, e stabilire la
pace dell' impero, il perchè 1* im-
peratore Leopoldo 1 fece efficaci
premure con Innocenzo XII perchè
lo creasse cardinale , ciò eh' ebbe
luogo a' 14 novembre 1699, del-
l'ordine de' preti. Portatosi al con-
clave per l'elezione di Clemente XI,
questi gli conferì per titolo la chie-
sa di §. Silvestro in Capile. Indi
VOL. XXXVII.
LAM 65
fu inviato dall' imperatore a vari
principi italiani, per indurli a guer-
reggiare contro la Francia per la
successione di Spagna. Ritornato
a Vienna, vi esercitò la carica di
consigliere di Leopoldo I, Giusep-
pe I e Carlo VI, ed ivi morì uni-
versalmente compianto a' 20 otto-
bre 17 12, d'anni sessantuno.
LAMBERGH (di) Giuseppe Do-
menico, Cardinale. Giuseppe Do-
menico de* baroni di Lambergh,
nipote del precedente, nacque agli
8 luglio 1680 nella Stiria, in un
feudo di sua casa. Dopo aver pro-
seguito i suoi studi in Besangon e
per alcun tempo in Siena, essendo
in età di quattordici anni, nel 1694
si portò in Roma nel collegio Cle-
menlino. Ammesso da Clemente
XI in prelatura , fu dallo zio net
1703 fatto canonico di Passavia,
nel lyoS preposto della stessa chic- *
sa, ed in appresso canonico della
metropolitana di Salisburgo. Nel
1 7 1 2 Clemente XII lo promosse a
vescovo di Segovia, donde nel 1723
fu trasferito in Passavia. Ivi pub-
blicò ottime e savie leggi per la
salute spirituale del suo gregge,
vigilando specialmente sull'elezione
de' parrochi, i quali voleva dotati
di singoiar integrità di costumi, e
di molto sapere. Visitò la sua va-
sta diocesi con somma cura e di-
ligenza , non ritenendolo i rigori
della stagione. Carlo VI in premio
del suo zelo lo raccomandò a Cle-
mente XII, il quale a' 20 dicem-
bre 1787 lo creò cardinale prete.
Ebbe in titolo la chiesa di s. Pie-
tro in Mon torio, e fu annoverato
alle congregazioni del concilio, dei
vescovi e regolari , di propaganda
e de' riti. La nuova dignità rad-
doppiò la sua sollecitudine pasto-
rale, peichè ovunque regnasse il
66 LAM
buon ordine, e rifiorisse l'ecclesia-
stica disciplincT. Inti^epido difensore
della sna chiesa, le comparai im-
mensi benefici i , con fondar sacri
tempii nella diocesi, e nuove par-
roccliie, principalmente nelle mon-
tagne che n' erano bisognose. Ar-
ricchì la cattedrale di preziose sup-
pellettili, e vi accrebbe il numero
de' sacerdoti e de' sacri ministri.
Menò vita immacolata, mostran-
dosi religioso con Dio e caritate-
vole co' poveri, in sollievo de' quali
diede fondo alle sue rendite. Incli-
nato alla collera, sapeva frenaila
colla mansuetudine, e quando non
potè superarla, domandava scusa e
largamente premiava chi lo avea
offeso. Finalmente dopo essere in-
tervenuto ai conclavi per Benedet-
to XIV e Clemente XI H, morì in
Passavia a' 3o agosto 1761 d'anni
ottantuno , universalmente com-
pianto. Rimase sepolto nella catte-
drale, dov' erasi apparecchiato un
mausoleo, venendovi scolpita un' o-
norcvole iscrizione.
LAMBERTIJSI Famiglia. Secon-
do Pompeo Scipione Dolfì, Crono-
logìa delle famiglie nobili di Bolo-
gna^ nell'anno 976 ebbe origine
la famiglia Lambertini , da Lara-
berlo figlio del conte Mondo di
Sassonia, il quale se crediamo a
Filelfo venne coli' imperatore Ot-
tone I in Italia, ed in Bologna si
stabilì, mentre l' Alidosio afferma
cbc non con tal principe, ma con
im re longobardo si recò in Bolo-
gna. Nella serie cronologica di que-
.«*ta famiglia, tessuta dall'Amadi fi-
no dal detto anno 976, scorgesi ch'el-
la fiorì in quella città , con una
continuata discendenza di perso-
naggi insigni per gli onorevoli uf-
fizi di ambasciatori, generali, capi-
tani, governatori, senatori de' se-
LAM
dici , de' venti e de' quaranta , ed
altri illustri nella pace, nella guer-
ra, ed anche nella santità. Gherar-
do Lambertini fu comandante del-
le truppe bolognesi nella spedizio-
ne di Gerusalemme l'anno 1095.
Ugolino Lambertini, uno de' fon-
datori dell'ordine equestre de'frati
gaudenti, fiorì nel i233. Alberto
Lambertini fu arcivescovo di Mi-
lano, fatto nel i 3 1 1. Balduiuo Lam-
bertini morì vescovo di Brescia
nel 1348. La beata Imelda Lam-
bertini, che il Marchesi nel suo
Diario domenicano vuole domeni-
cana, ed il Torelli nel Saec. 'Au'
gust. tom. IV, an. 12 53, e tom. V,
an. i333, vuole agostiniana, mori
ancor giovane nel i333 di consu-
mata santità, come si vede nella
sua vita scritta in volgare dal mo-
naco Celso Sassoferrato , tradotta
in latino ed in fiammingo da Giam-
battista Lambertini nobile fiammin-
go, de' Lambertini bolognesi oriun-
do, che la pubblicò in Anversa nel
j638, e fu illustrala dal Bollandi-
sta Enschenio negli Acta ss, maii,
a' 12 di questo mese, tom. III, p.
i83. Della beata Giovanna Lam-
bertini, figlia di Rinaldo Lamberti-
ni, religiosa compagna ed imitatri-
ce di s. Caterina di Bologna, scris-
sero ancora la vita i Bollandisti
nel tom. II, Acta ss. mari. pag. 60
e 80, e a' 12 aprile in cui si ve-
nera.
Per li servigi prestati a* re d'A-
ragona , possedettero i Lambertini
alcuni feudi nel regno di Napoli.
Egano II ebbe dagli anziani e
consoli di Bologna a' 23 maggio
i383 l'amplissimo titolo di con-
servatore della patria. Guido An-
tonio figlio di Aldagretto fu il pri-
mo de' Lambertini che ai 12 no-
vembre i44> ®^^ *" mero e mi-
LAM LAM 67
sto impero la contea di Poggio Re- Ma quello che più di tutti illustrò
gnatico, Gapiara e Rognalica, col la famiglia Lambertini e che ha
consenso di Ceivato Cecco di Ca- lasciato nome immortale, fu Pio-
ravaggio , luogotenente di Nicolò spero, nato nel 1675 in Bologna
Piccinini pel duca di Milano, con- da Marcello Lambertini senatore
cesso ad esso dai legati pontificii e de' quaranta, e da Lucrezia Bulga-
confermato da Nicolò V a' 18 feb- rini, la quale dopo la morte di
braio 1 449" Cornelio figlio di detto Marcello passò in seconde nozze
Guido otleime di passaie nel 162 5 col conte Luigi Bentivoglio. Pro-
questa contea in marchesato. I sue- spero divenuto profondo giurecon-
cessori di lui aggiunsero poi Villa sulto, prelato, vescovo e cardinale,
Cornelio a questi feudi, che tutti meritò che nel 1740 fosse subli-
insieme contenevano sci miglia di raato alla cattedra apostolica col
lunghezza e quattro di larghezza, nome di Benedetto XIV {Vedi).
I Lambertini possedettero in Bolo- Senza spogliarsi della sua antica
gna più case e palazzi con torri, affabilità e cortesia,, il magnanimo
Nel più antico palazzo loro fu rin- e dottissimo Pontefice, a tutti fece
chiuso Enzo re di Sardegna, figlio provare la sua benevolenza e ge-
naturale dell' imperatore Federico nerosilà, tranne i parenti co' quali
II, ed ancor si mostra per quella fu parco di beneficenze. Il celebre
elevata fabbrica, che è annessa al gesuita p. Azevedo nella lettera
palazzo del podestà , ove precisa- con cui gli dedicava l'edizione ro-
mente sta ordinato il generale ar- mana delle sue opere , fatta nel
chivio civile e notarile. Un altro r747> ecco come si espresse per
palazzo con torre, ricco d'orna- riguardo ai di lui congiunti, m Nota
menti di terra cotta fino a' giorni est enim omnibus constantia illa,
nostri ammirati , si riconosce an- nota animi fortitudo atque severi-
cora nella via degli Orefici per una tas, qua uteris in Tuos cuna
finestra , in quel fabbricato che alienos omnes paterna quadam, ac
vedesi posto modernamente ad uso singulari cura complectaris quasi
di locanda del Leoncino d'oro. La essent Tui, bis vix adduceris, ut
ciisa La m ber ti ivi, nella quale nacque communia debitaque omnibus offi-
quegli che fu poi Benedetto XI V^, eia sollecitudinemque impendas ;
fa angolo al piazzale dinanzi la quam ego laudem nisi tantum
chiesa di s. Giacomo degli eremi- esse fatear, ut in maximo ama-
tani agostiniani, ed ha il suo in- tissimoque principe sit omnium
gresso dal lato della via delle Cam- difficillima, communi videas homi-
pane , essendone al presente prò- num sensu judicioque carere ". A-
prietario il conte Ottavio Malvezzi- veva Benedetto XIV un nipote, d.
Banuzzi. A capo delle scale per Egano Lambertini senatore di Bo-
memoria fu collocala una lapide logna, al quale appena fatto Papa
co' seguenti versi. ordinò che non venisse a Roma
finché noi chiamasse, ciò che mai
Parva domus Betiedictum exce- fece nel suo lungo pontificato .
pi tnalrìs alvo Permise solo che nel 1752 venisse
Magnani parva cui maxima Ro- in Roma per educarsi nel collegio
ma fedi. dementino , il njarchesc d. Gio-
68 LAM
Tanni Lambertini primogenito del
mentovato nipote , allora di nove
anni , il quale prima di entrarvi
ahi lo con monsignor Millo datario
e favorito del Pontefice, che lo a-
vea preso in Bologna. Questo pre-
lato lo condusse a Castel Gandolfo
alle villeggiature di Benedetto XIV,
il quale ivi lo cresimò facendogli
da padrino il cardinal Colonna.
Grato Carlo Emmanuele III re di
Sardegna al Papa per le conces-
sioni fatte air ordine de' ss. Mau-
rizio e Lazzaro, in segno di gra-
titudine e della stima personale che
faceva di lui, nel 17^7 conferì al
pronipote d. Giovanni una com-
menda dello stesso ordine eque-
stre esistente in Civitavecchia, del-
la quale ne accordò il patronato
alla casa Lambertini, non solo per
la discendenza mascolina agnatizia
in peipetuo, ma che per una vol-
ta potesse ancora passare nella di*
scendenza mascolina d'una femmi-
na, figlia o sorella primogenita del-
l'ultimo possessore della stessa com-
menda. Inoltre il re dichiarò don
Giovanni gran-croce dell'ordine, e
perpetuo gran piiore in Roma, con
l'annua pensione di duemila scudi.
Gli rimise una croce di brillanti del
valore di seimila scudi, pregando
Benedetto XIV che volesse dar l'a-
bito e la croce al pronipote, ciò
che esegui nel di dell'Epifania del
seguente anno.
Quanto Benedetto XIV fosse al-
tamente lodato dai medesimi acat-
tolici, pel suo disinteresse co' pro-
pn parenti, lo dicemmo alla citata
biografia. Quanto fece il Papa con
Bologna sua patria, lo indicammo
all'articolo Bologna {Fedi). Essen-
do restata vacante la custodia della
Porta Angelica di Roma, Benedet-
to XIV nel 1700 la conferì al ni*
LAM
potè d. Egano per sé e suoi discen-
denti maschi in infinito con ordi-
ne di primogenitura , coi relativi
pesi ed emolumenti. Morì il gran
Pontefice a* 3 maggio 1758 d'anni
ottantatre, e fu sepolto nella ba-
silica vaticana nel consueto luogo.
Il cardinal Gioacchino Ferdinando
Portocarrero sua creatura stabilì
celebrargli esequie anniversarie fin-
che fosse vissuto, ed offrì una con-
siderabile somma per erigere al
defunto Pontefice un marmoreo e
magnifico deposito nella stessa ba-
silica. Questo saputosi dagli altri
cardinali creati da Benedetto XIV,
vollero ancor essi concorrere all'e-
rezione del monumento, del quale
parlammo nel voi. XII, pag. 3oi
del Dizionario. Il deposito fu com-
pito nel 1769, e si scuoprì nel tem-
po della sede vacante cui die ter-
mine l'elezione di Clemente XIV,
Pontefice che dichiarò il commen-
datore d. Cesare Lambertini came-
riere segreto soprannumerario, ed
ablegato a portare la berretta al
cardinal de Cunha arcivescovo d'E-
vora. La ì^ita dì Benedetto XI F
P. M, fu stampata in Venezia nel
1783. Nel tom. XI delle 71/emorze
letterarie del Valvasense pag. 4^7
si legge un succinto ragguaglio del-
le sue commendevolissime azioni e
stimatissime opere, e si producono
ancora l'epoche principali della sua
vita. Pel resto delle notizie della
famiglia Lambertini, si possono con-
sultare il p. Gamberti , Specchio
della verità, Venezia 1719- Fran-
cesco Amadi d'Agostino, La no-
biltà di Bologna, ivi i588. Bene-
detto XIV , LiUerae apostolìcae su-
per approbatione et confirniatione
privi legioriwi marchionatus Podii
Rognaticìf et annexaruni genti et
famiUae de léambertinisj Bononiae
LAM
1745. Il p. Wadingo, Annoi, mi-
nor, tona. X, par. 184. Ed il p.
Contuccio Contiicci nella sua Ora-
tio de Bened. XIV ^ p. i4 e seg.
ove accenna molti altri scrittori che
ne trattano.
LAMBEUTINI Prospero, Cardi-
nalt. V. Benedetto XIV, Papa.
LAMBERTO (s.), vescovo di Lio-
ne. Nato nel paese di Terovanne,
d*una assai illustre famiglia, occu-
pò un posto distinto alla corte di
Clotario III, poscia abbandonò le
vanità del mondo per ritirarsi nel
monastero di Fontenelle goveraato
da s. Vandregesilo. Morto questo
santo abbate nell'anno ^'oQ, Lam-
berto meritò per le sue virtù di
essere scelto a succedergli : i suoi
religiosi trovarono sempre in lui
un tenero padre ed un modello
perfetto di osservanza. Dopo aver
governato dodici anni quel mo-
nastero, fu innalzato contro sua vo-
glia alla sede vescovile di Lione,
e morì l'anno 688. Onorasi la sua
memoria ai i4 d'aprile.
LAMBERTO (s.), vescovo di
Maestricht. Nacque a Maestricht da
genitori commendevoli per nobiltà
e religione , e fu messo sotto la
condotta del vescovo s. Teodardo
che lo informò nelle scienze e nella
virtù, e lo consacrò al sacerdozio.
Essendo stato s. Teodardo inde-
gnamente assassinato nel 669, men-
tre recavasi dal re Cbilderico II
per ottenere la restituzione dei be-
ni della sua chiesa da prepotenti si-
gnori usurpati, Lamberto fu eletto
a succedergli. La rivoluzione che
privò di vita Cbilderico II, tolse a
Lamberto la sede, in cui fu intru-
so un certo Fararaondo. Il santo
vescovo si ritirò nel monastero di
Stavelo, ed ivi visse selt'anni , se-
guendo la regola di quei religiosi
LAM 69
con tale fedeltà ed obbedienza, co-
me avrebbe potuto fare un novi-
zio. Intanto gli affari dello stato
avendo cambiato faccia, il falso ve-
scovo fu deposto e Lamberto ri-
stabilito sulla sua sede nel 681 o
682. Egli riprese le sue funzioni
con nuovo zelo , e le esercitò da
per tutto con maraviglioso succes-
so. Siccome erano ancora molti pa-
gani nella Tassandria, provincia del
Brabante, egli andò a predicarvi il
vangelo, ne distrusse i templi e gl'i-
doli, e li convertì al cristianesimo,
locchè contribuì assai a incivilirli,
e a raddolcire la fierezza della lo-
ro natura. Raccontasi in differenti
maniere la morte di s. Lamberto.
Alcuni dicono che fu assassinato
per opera di alcuni amici di Al-
paide, avendo egli censurato la vita
scandalosa che Pipino di Heristal
prefetto del palazzo menava con
quella femmina impudica , dal .cui
commercio nacque Carlo Martello.
Altri attribuiscono la sua morte a
diversa cagione, e la raccontano
nel modo seguente. Due fratelli a-
veano, in dispregio di tutte le leg-
gi, saccheggiato la chiesa di Mae-
stricht , e continuavano ancora a
tenerla nell'oppressione. Alcuni pa-
renti del santo si opposero alle lo-
ro violenze , e trucidarono i due
fratelli. Questo avvenimento fece
grande strepito, per modo che Do-
done, il quale era della famiglia
dei due fratelli uccisi, e parente
di Alpaide, risolse di vendicarsi
sopra Lamberto, quantunque non
avesse avuto alcuna parte in quel
fatto. Quindi lo assalì con una ma-
no di gente armata nel villaggio
di Leodium, ove fu poi fabbrica-
ta la città di Liegi, mentre il santo
vescovo tornava da mattutino. Esso
proibì a quelli eh' erano cou lui di
70 LAM
mettersi in difesa, poi si pose in gi-
nocchio a pregare pei suoi nemi-
cij e lósto uno di essi trapassollo
con un giavellotto. La specchiata
santità della sua vita fece riguar-
dare come un vero martirio la sua
morte, che avvenne ai 17 settem-
bre del 708 o 709, e che fu se-
guita da diversi miracoli. Nel luo-
go dov'egU era stato assassinato fu
eretta una chiesa, e s. Uberto suo
successore vi portò da Maeslricht
le sue reliquie nel 721, e trasferì
pure nello stesso luogo la sede ve-
scovile. Il venerabile Beda, che vi-
veva al tempo di s. Lamberto, fe-
ce menzione di lui come di un
santo martire, nel suo martirolo-
gio; nel che fu seguito da molti
altri fino al romano moderno. La
sua festa principale si celebra il
giorno 1 7 settembre , eh* è quello
della sua morte.
LAMBERTO (s.), vescovo di Ven-
2.a. Uscito da nobile famiglia stan-
ziata nella diocesi di Riez, fu con-
sacrato a Dio fin dalla sua fan-
ciullezza nel monastero di Lerins.
Si distinse egregiamente nello stu-
dio, e le sue virtù gli meritarono
di essere collocato sulla sede di
Venza nel 1 1 1 4. Con zelo indefes-
so governò la sua greggia per qua-
rant'anni, e rendè l'anima a Dio
ai 26 di maggio 1 15/\. La sua san-
tità fu attestata da diversi mira-
coli avanti e dopo la sua morte.
Celebrasene la memoria il 26 di
giugno.
LAMBES A o LAMBESCA, L^r;/-
besa o Lampesa. Sede vescovile
della Numidia, nell'Africa occiden-
tale, sotto la metropoli di Carta-
gine o meglio sotto quella di Cir-
ta Giulia. Al presente è un borgo
dell'Algeria distante otto leghe dal-
la città di Costantina. Fu tenuto
LAM
in Lambesa un concilio verso l'an-
no 24.0, composto di novanla ve-
scovi, nel pontificato di s. Fabiano
e contro Privato vescovo di questa
città, accusalo d'eresia e di molti
delitti. Vi fu severamente condan-
nato e punito anche per lettere del
nominato Papa. Cypr. cp. 89 ad
Cor/2e/.; Regia, Lal)bé, Arduino t. L
Attualmente Lambesa, Lanibcsitan,
è un titolo vescovile in partìbus
sotto la metropoli pure in partihus
di Cartagine. Ne furono per ulti-
mo insigniti Girolamo Stroynowski,
e Matteo Gouzalez Rubio di Car-
tagena nell* America meridionale,
decano in quella cattedrale e già
vicario capitolare, il quale ne fu
nominato dal Papa regnante Gre-
gorio XVI, nel concistoro del pri»
mo febbraio i 836.
LAMEGO (Lamecen). Città con
residenza vescovile nel regno di
Portogallo, nella provincia di Bei-
ra, capoluogo di comarca. Lame-
go, Lanibeca o Lamacwn, è città
antica, giace alle falde del monte
della Sierra Penuda, presso al con-
fluente del Balsamao, che poco
lunge si gitta nel Douro, con fe-
race territorio. Cinta di mura, ha
un vecchio castello- Si divide in
tre quartieri , e rinchiude molte
belle case. Il palazzo vasto è bello,
e possiede una biblioteca; la cat-
tedrale fu fondata dal conte Enri-
co, padre del primo re di Porto-
gallo. Evvi una collegiata , diversi
conventi, un collegio, il seminario,
due ospedali. Tolomeo fa menzio-
ne di questa città, chiamandola
Lama^ e se ne parlò nel terzo con-
cilio di Cartagine. I saraceni o ara-
bi se ne impadronirono due volte,
massime nell'VIII secolo. Divenne
famosa per esservi quivi tenuti
molte volte gli stati generali o cor-
LAM
ies, che per la prima volta vi si
riunirono nel ii44 onde confer-
mare l'elezione di Alfonso I al tro-
no di Portogallo, e gillar le basi
della costituzione di questo nuovo
regno, promulgando visi le leggi or-
ganiche delia monarchia. Alfonso
I nell'anno precedente avea ricon-
quistato la città, togliendola al gio-
go de' saraceni.
La sede vescovile già esisteva
nel V secolo , ed era suffraganea
della metropoli di Braga, e conti-
nuò ad esserlo sino all' invasione
de' saraceni nell'VIII secolo; que-
sti espulsi, venne reintegrala del suo
vescovo. Per il primo ne fu nomi-
nato d. Mendo dell' ordine di s.
Agostino, del convento di s. Croce
di Coimbra, che morì nel 1178.
Quanto a' suoi successori noteremo
particolarmente, d. Giovanni fon-
datore dell' arciconfraternita di s.
Giovanni Evangelista in Portogal-
lo, nei primi anni del secolo XIV.
D. Giovanni Madureira , il quale
governò la sua diocesi per sei an-
ni con tutta carità, e fu chiamato
il padre de' poveri. D. Ferdinando
de Meneses e Yasconcellos , della
famiglia reale, che fu poi trasferito
a Lisbona. D. Alfonso Mexia, che
venne trasferito dalla sede di Coim-
bra, quindi nominato governatore
del regno. Clemente XI avendo e-
retto la sede arcivescovile di Li-
sbona in patriarcato, gli fece suffra-
ganea la sede di Lamego. La serie
de' suoi vescovi del secolo passato
e del corrente si legge nelle an-
nuali Notizie di Roma. Per morte
del vescovo Giuseppe di Gesù Ma-
ria, il Papa regnante Gregorio XVI,
per nomina del re d. Michele I,
dichiarò nel concistoro de' 29 lu-
glio i833 successore fr. Giuseppe
dell'Assunzione dell'ordine de' mis-
L A M 7 1
sionari di s. Francesco di Re^iuei-
zo. Morto il quale, a nomina della
regina Maria li, il medesimo Pon-
tefice nel concistoro de' 11 gennaio
1844 pieconizzò l'odierno vescovo
monsignor Giuseppe de Moura Cou-
tinho dell'arcidiocesi di Braga, già
decano della cattedrale.
La chiesa cattedrale, edifizio di
gotica struttura, è sotto il titolo
della Beata Vergine Assunta ; è
munita del sacro fonte, essendo af-
fidata la cura d' anime della par-
rocchia ad un rettore. 11 capitolo
si compone di sei dignità^ la prima
delle quali è il decano , di dodici
canonici comprese le prebende del
teologo e del penitenziere ; sex
cum medietate, sex tercenariis, otto
cappellani, sei cantori, ed altri preti
e chierici addetti alla divina offi-
ciatura. Il magnifico episcopio è
alquanto distante dalla cattedrale.
Oltre la parrocchia della cattedra-
le, in città evvi 1' altra parrocchia
della collegiata di s. Maria Mag-
giore de Almacave, che ha il Ixjt-
tisterio. Vi sono Ire conventi con
religiosi, ed un monastero con mo-
nache, un conservatorio ed alcune
confraternite. La diocesi si estende
per venti leghe di lunghezza, e
cinque ad otto di larghezza ; com-
prende più luoghi e duecento ses-
santa parrocchie. I frutti della mensa
ad ogni nuovo vescovo sono tassati
ne' libri della camera apostolica in
fiorini duecento, corrispondenti alle
annue rendite di scudi tremila, mo-
neta romana , che pagansi dal go-
verno.
LAMENTAZIONE, Lamentatio.
Lamento con pianti e gemiti. La-
mentazione dicesi ancora poema lu-
gubre. Geremia ne compose uno
sulla morte del re Giosia, che si
è perduto. Ne compose altro sulle
72 LAM
disgrazie di Gerusalemme, diviso in
cinque capitoli , il quale esiste , è
gli ebrei lo chiamano Echa, pri-
ma parola del testo, ovvero Rin-
nhot, lamentazioni. Lo stile di Ge-
remia è affettuoso, penetrante, pa-
tetico. Le lamentazioni del profeta
Geremia, che diconsi anche treni:,
sono un libro canonico della sacra
Scrittura ; ed è una specie di poe-
sia composta da quel profeta sopra
la distruzione di Gerusalemme. Que-
sta bella ed inclita figlia di Sion,
più e più volte punita, ma non
emendata mai costantemente, rima-
se alla fine arsa e distrutta. Ne ri-
ferisce Geremia e ne piange le scia-
gure, effetto delle di lei molte pre-
varicazioni; e benché parli della
prima caduta sotto i caldei, fa ben
conoscere che gli si presentava al-
lo spirito anche la seconda ed ulti-
jna, che segui sotto i romani. Imper-
ciocché di tale desolazione parla ,
da cui non sarebbe risorta; quale
appunto e quella che ora prova
questa sciagurata gente, in pena del-
la barbara morte data, giusta la
predizione di Daniele, all' unto del
Signore. La Chiesa si serve di quei
lugubri e mestissimi cantici del pro-
feta, che in nostra lingua sono detti
lamentazioni, perchè nelle pene di
Geremia, e nelle lagrime di Gero-
solima si vedono vivamente espres-
se le memorie del Calvario. Que-
ste lamentazioni, de Lamentatione
Hieremiae, sono cantate in tuono
flebile ed in aria lugubre : le la-
mentazioni o lezioni si cantano dai
cantori , secondo il costume delle
chiese, incominciando dai più gio-
vani, l'un dopo l'altro; il celebran-
te mai dice 1' ultima lezione, pur-
ché non siano pochi gli ecclesia-
stici, o non vi sia una consuetu-
dine in contrario. Come le canta-
LAM
no i cantori della cappella pontifi-
cia in questa, nel mercoledì , gio-
vedì e venerdì santo ne' mattutini
delle tenebre, Io dicemmo nel voi.
Vili, pag. 284 e seg. del Diziona-
rio. La struttura è quella che vien
detta acrostica ed ahecedaria, per-
chè le lettere iniziali di ogni stro-
fa vanno secondo l'ordine dell'al-
fabeto ebraico, Aleph, Bcth, Ghi-
mei. Onde è che non potendosi
ritenere nella traduzione de' treni
in altre lingue il medesimo ordine
dell'alfabeto, la Chiesa ha voluto
che ad ogni strofa si premetta la
sua lettera ebraica, Aleph , Belh^
Ghimel; di modo che i primi ele-
menti del parlare siano i primi e-
lementi del pianto, a fine d'ispi-
rare i sentimenti di compunzione
convenienti ai misteri che si cele-
brano in que' santi giorni. Così il
Mazzinelli nelF Uffìzio della setti-
mana santa, che inoltre aggiunge ;
deplorò Geremia le rovine di Ge-
rusalemme desolata per la perdita
eziandio de'suoi abitanti; ma moltp
più deplorò i peccati, per li quali
essa aveva provocata la divina ven-
detta. E poiché i peccati sono cagio-
ne delle pene del Redentore, e delle
nostre rovine, la Chiesa prende a
piangere la di lui morte, e nello
stesso tempo le nostre colpe, che
lo hanno fatto morire. A tale ef-
fetto con un tenero intercalare sot-
to il nome ed allegoria di Gero-
solima, invita la Chiesa le anime
cristiane a pentirsi e convertirsi al
Signore : Jerusaleni , Jerusaleni ,
convertere ad Dominimi Deuni
tiium.
Chiama vansi in passalo giorni
delle lamentazioni i tre giorni della
settimana santa, in cui si cantano
verso notte o di notte le lamen-
tazioni di Geremia. In molli luo>
LAM
ghi della Francia le lamentazioni
si cantano senza Alephy Beth, Ghi-
melj Daleth, ec. : ciò praticavano
ancora alcune congregazioni bene-
dettine, cistcrciensi e premonstraten-
si. Queste lettere in fatti trovansi
nelle lamentazioni, oltre la spiega-
zione che abbiamo dato, anche per
tener luogo di cifra e di numero,
e per marcare la distinzione dei
versetti, come se si mettesse inve-
ce 1,2, 3, 4> ec. Fu in uso presso
gli antichi d' inserire talora il loro
nome, per acrostici, ne' libri, per-
chè se si perdeva per accidente in
fronte dell' opera, i lettori potessero
raccoglierlo dall'opera slessa. Così
vediamo fatto da Donizone nella
vita della contessa Matilde ; e dal-
le prime sillabe di ciascun libro
della cronaca del Rolandino si ri-
levano le parole Cronaca Rolan-
dilli data Paduae. V. il cardinal
Bona, De divina psalnwdia e. 1 6.
Sarnelli tom. IV, Lett. eccl. 6: Del-
le lettere ebraiche poste avanti i
versi de' treni di Geremia. Bene-
detto XIV, Defestis p. 46. Il p.
Benedetto Feiioo generale dell'or-
dine di s. Benedetto di Spagna, nel
suo Teatro inveisce con molto ze-
lo contro le arie e recitativi che
talvolta si sentono nel canto di
queste lamentazioni, nelle quali o
si piange la desolazione di Geru-
salemme per li caldei, o la strage
del mondo per li peccati, o l'af-
fhzione della Chiesa militante nelle
persecuzioni, o l'angustia del Nostro
Bedeutore ne'suoi martini. Nella
Storia deWantio santo lySo, cele-
brato da Benedetto XIVj si legge
a p. 57, che Alessandro vescovo
di Lucca avendo osservato, che
nella settimana santa si facevano
musiche solennissime, da scelti pro-
fessori di canto e di suono, incora -
LAM 73
patìbili colla mestizia propria di
tali giorni nelle sacre funzioni, pub-
blicò un editto proibitivo, dalla
domenica delle palme, all'ultimo
giorno del triduo di Pasqua. Ma
avendo preteso gli esenti dalla di
lui giurisdizione di non restarvi
obbligati, ed il vescovo essendo ri-
corso a s. Pio V, questi con suo
breve, dopo aver deplorato la ceci-
tà degli uomini, che non solo nei
giorni sacri, ma anche in quelli
ne' quali specialmente si celebra la
memoria della passione di Gesù
Cristo, si lasciano trasportare dai
piaceri del mondo, condanna l'a-
buso introdotto in Lucca, appro-
vando l'editto del vescovo, cui sot-
topose le chiese quantunque esen-
ti. Molti fecero parafrasi e com-
menti alle lamentazioni di Gere-
mia : ne nomineremo alcuni. Fran-
cesco Panigarola, Dichiarazione del-
le lamentazioni di Geremia pro-
feta, Verona i583. Jacopo Cico-
gnino, Lagrime di Geremia, Firen-
ze 1627. Benedetto Menzini, La-
mentazioni del s. profeta Geremia
espresse ne^ loro dolenti elètti e de-
dicate a Clemente A/, Roma 1704-
Anton Maria Salvini le tradusse
dal greco e riformò coli' ebraico,
Firenze 1727, e Venexia 1736.
Felice M. Lampi, Parafrasi delli
treni di Geremia, tradotti in ver-
si volgari con annotazioni, Vene-
zia 1756. Francesco de Sordi, Le
lamentazioni di Geremia, Roma
1779. Cristoforo Castri, Comnien-
tatio in Lanientationes Jercmiae,
Moguntiae 1616. Treni di Gere*
mia tradotti da Fabio Devoti j
B.oma 1760.
LAMI Giovanni. Professore di
storia ecclesiastica a Firenze, cele-
bre letterato ed antiquario italia-
no, nato nel 1697 nella villa di
74 LAM
s. Croce tra Pisa e Firenze, mor-
to a' 6 febbraio 1770 in quest'ul-
tima città. Di lui abbiamo: i.^ De
enulitione apostolorum liher singii-
lariSf Firenze 1738. In essa l'au-
tore mette in chiaro molte cose
risguardanti la dottrina, gli scritti,
i sentimenti, lo studio, la cognizio-
ne, il bene, i costumi e le cerimo-
nie della prima Chiesa : vi aggiun*
se altresì due dissertazioni , una
sugli abiti de' primi cristiani, e l'al-
tra sui manoscritti del nuovo Te-
slamento. 2.° L'edizione delle ope-
re di Vincenzo Borghini, con osser-
vazioni critiche. 3." Una raccolta
che ha per titolo : Ddicìae erudì-
tonim/\n diversi volumi, che con-
tengono un gran numero di scritti
interessanti ed utili per la storia
ecclesiastica. 4-'* Meniorabilia Ita-
lorum eruditione praestantiitm, qui-
bus vertens saeculuni XVIII glo-
riatur. 5." Una dissertazione sulle
antiche ciste mìstiche, ed un' altra
sui serpenti sacri. 6.° Ebbe parte
nel 1747 ad una nuova edizione
del Meursio.
LAMIA. Sede vescovile della pro-
vincia di Tessaglia, nella diocesi
dell' Illiria orientale, sotto la me-
tropoli di Larissa, eretta nel V se-
colo. Al presente chiamasi Lami-
ndy situata sul piccolo fiume Ar-
girena, verso il golfo Zeiton. Ne
furono vescovi Secondiano che tro-
vossi al concilio di Efeso; Stefano
che sottoscrisse la petizione di Ste-
fano di Larissa, presentata al Papa
Bonifacio lì nel concilio romano
del 53 1. Oriens christ. tom. II,
pag. I 18.
LAMINA D'ORO. Il sommo sa-
cerdote degli ebrei portava per or-
dine di Dio sulla sua fronte una
lamina d'oro, sulla quale erano
scritte queste parole : Kodesch-la-
LAM
Jelwvahy cioè la santità t nel Si-
gnore j questa lamina era attacca-
la ad un nastro che allacciavasi
dietro alla testa. Questo ornamen-
to nella sacra Scrittura chiamasi
pure corona, come nell'Ecclesiaste;
indi fu trasportalo dai sacerdoti
dell'antica legge, nel sacerdozio del-
la nuova più degno, cioè la mitra.
11 Rinaldi all'anno 34, num. 29^,
scrive che tale ornamento della la-
mina d'oro l'usarono i primi ve-
scovi della cristianità, in segno del
sacerdozio reale, così chiamato da
s. Pietro. Si può anche credere,
che r istesso usassero gli apostoli,
come di s. Giovanni afferma Po-
licrate vescovo d'Efeso, nella episto-
la scritta al Papa s. Vittore I, e
di s. Giacomo Alfeo vescovo di
Gerusalemme lo attestano s. Epi-
fanio, s. Girolamo, e quasi tutti
gli altri che trattano delle cose ec-
clesiastiche. Le lamine d'argento e
d'oro istoriate e lavorate furono
anticamente ed in gran copia do-
nate alle chiese di Roma, princi-
palmente dai Pontefici, come si
legge in Anastasio, nel Severano
ed in altri scrittori.
LAMO, LAMI, Lamus. Sede
vescovile dell' Isauria, nella diocesi
d'Antiochia, sotto la metropoli di
Seleucia, eretta nel V secolo. Stra-
bone la mette nella Cilicia Tra-
chea, dove essa dava il nome alla
Lamotide^ così il Terzi nella Siria
sacra, p. 121, che spiega perchè
fu chiamata Lamos, o da un figlio
d' Ercole, o da una regina della
Trachea fondatrice di questa città.
Fu poscia riunita all'lsauria, come
si apprende dalle Notizie e dagli
atti de'concilii. Eravi un solo ve-
scovo per Lanio e Charadri. Si co-
noscono due vescovi di Lamo, cioè
Numechio che sottoscrisse Te piste-
LAM
la sinodica di sua provìncia all'im-
peratore Leone ; ed Eustachio che
trovossi al VII concilio generale.
Oriens christ. toni. II, p. io 17.
LAMPADA o LAMPANA o
LAMPADE. Lampas. Vaso senza
piede, nel quale si tiene acceso lu-
me d'olio per illuminare, o per
culto sacro, e sospendesi per Io
più innanzi a cose sacre , altari ,
immagini, reliquie. Delle lampade
se ne parla in vari luoghi della
sacra Scrittura. Il candelabro o lam-
pada che Mosè pose nel santua-
rio, e quelli che Salomone collocò
poi nel tempio di Gerusalemme,
erano Lucerne (Vedi) o lampade
piene d'olio. Gli antichi adopera-
vano le lampade o le lucerne, spe-
cialmente a tre usi: il primo era
ne'templi, per gli atti di religione ;
il secondo uso facevasi nelle case
private, e specialmente nelle nozze
e ne' banchetti ; il terzo era riser-
bato a' sepolcri, e ne parleremo
all'articolo Lucerna, parlando del-
le COSI dette lucerne o lumi per-
petui. Antichissimo è I* uso del-
le lampade accese nelle chiese ;
appendevansi esse alle volte ed alle
cornici; se ne mettevano altresì su
delle travi elevate, le quali attra-
versavano r ingresso del coro , e
quasi da per tutto, eccettuala la
tavola dell'altare. L'eretico Vigi-
lanzio, che \isse nel III e IV se-
colo, ebbe l'ardire di condannare i
ceri o torchi di cera, e le lampade
solite accendersi di giorno nelle
chiese, e nelle veglie sulle tombe
dei martiri, come contrario al cul-
to delle reliquie. Lo confutò s. Gi-
rolamo, e scherzando sul nome di
tale eresiarca, dice che invece di
chiamarsi Fìgilanzio, pel grande
amore che avea alle tenebre po-
lca nominarsi piuttosto Dormitan*
LAM 75
zìo. Che sino dai primi secoli del-
la Chiesa i defunti furono onorali
con lumi di candele e di lampade,
si disse all'articolo Funerali ( Fe-
di). Si apprende dal Severano, che
le antiche lampade o Lampadari
( Fedi) furono chiamali Fari ,
Cantari, Cerostatì, Corone, Del-
fini, Licni, Licnuchi e Lucerne, se-
condo le loro forme, tutti destina-
ti a sostenere i lumi nelle chiese.
Dichiara quindi il Severano come
erano tali lampade. Dice che il
Faro era in forma di torre o co-
lonna, sopra la quale si ponevano
le lampade; Cantaro una lampada
in forma di tazza, un lampadario
in forma di colonna con tazza so-
pra ; Ceroslalo una lampada in for-
ma di corno; Corona o Delfino,
lampade che ne aveano la figura,
sebbene per corona talvolta s' in-
tendeva il faro; Licno, Licnuco e
Lucerna significano la medesima
cosa, sebbene l'Anastasio per lu-
cerna intenda molte volte il can-
delliere che sostiene il lume, e per
licno o licnuco la lampada. Si dis-
se Cantlianis e Cantariuni il Can-
delliere [Fedi), ovvero una sorta
di lampada, la cui figura riporta
il Macri nella Notizia de vocab.
cccl., dicendo che si vede nella
chiesa di s. Clemente, e nelle ma-
ni delle dieci vergini figurate nel
mosaico della facciata esterna di
s. Maria in Trastevere. Il medesi-
mo Macri alla voce Gahatha de-
scrive e riporta la figura di im
vaso piano e tondo, che antica-
mente serviva di lampiere, voca-
bolo di cui si fa spesso menzione
nelle vite de'Papi, per quelli che
donarono alle chiese d'oro e d'ar-
gento. Queste lampade gabathe fu-
rono anche dette Saxicae, perch«
in forma di conchiglie o padelle
y6 LAM
marine erano attaccate agli scogli o
sassi di mare. All'articolo Gaba-
iJia (Fedi) abbiamo detto come
Paolo IV introdusse che nella cap-
pella segreta del Papa e avanti
alla confessione di s. Pietro, nelle
lampade ardesse cera in vece di
olio. Delle numerose lampade che
ardono sempre avanti la tomba di
s. Pietro, ne parlammo nel voi.
IX, p. 70 del Dizionario^ ed al-
l'articolo Chiesa di s. Pietro in
Vaticano. Numerose lampade egual-
mente ardono continuamente nei
santuari, come del santo Sepolcro^
di Loreto ed altri^ ai quali furo-
no donate di preziosi metalli e di
pregiati lavori. Di quelle donate
alle principali chiese di Roma, mas-
sime dai Pontefici, ne discorre il
Severano nelle sue Memorie sa-
cre.
Le lampade non solo servono
pel culto ecclesiastico, ma per il-
luminazioni, per feste, ed altre di-
mostrazioni di gioia. Pel culto di-
vino persone pie in vita ed in mor-
te lasciarono delle rendite per Lu-
mi [Fedi) perpetui in qualche
chiesa; cosi fecero i romani Pon-
tefici, e per dire di due, s. Gre-
gorio I assegnò trentacinque pos-
sessioni con oliveti, e s. Zaccaria
assegnò venti libbre d' oro annue,
per l'olio delle lampade della ba*
silica vaticana, nella quale arsero
que'lumi numerosi, anche con olio
miracoloso di odoroso spico e di bal-
samo, che facemmo menzione al voi.
XIIjp. 289 del Dizionario. Dai me-
desimo s. Gregorio I si apprende, co-
me S.Teodoro mansionario di detta
basilica, levatosi di notte per ac-
comodare le lampade, gli compar-
ve s. Pietro, dichiarandogli gradi-
re la sua diligenza. Inoltre alcuni
Pontefici riconobbero il pubblico
LAM
culto di qualche servo di Dio, col
permettere che innanzi al loro se-
polcro od immagine si accendesse
una lampada, come permise nel
i6o5 Paolo V nella chiesa di s.
s. Andrea de'gesuiti di Roma, per
s. Stanislao Rostka . Neil' anno
1 1 1 1, sotto Pasquale li, le mona-
che furono spedite incontro all'im-
peratore Eniico V, quando portos-
si in Roma: monachae quoque cen-
tum, lampadibus multis cuni darò
homìne sumptis, come attesta Do-
nizone presso il Baronio. Allor-
ché nel 1877 Gregorio XI da
Avignone restituì a Roma la re-
sidenza pontificia, dice il Novaes
che la basilica vaticana era illu-
minata da ottomila lampade, che
il Cancellieri scrive dieciottomila
ne'suoi Possessi. Questi nelle Me-
morie delle sacre teste y tra le an-
tiche funzioni della basilica late-
ranense, novera il rito di prende-
re nel sabbato santo il nuovo Fuo-
co (Fedi), da tre lampade nasco-
ste fino dal giovedì santo in segre-
tissimo luogo del Sancta sanato-
rum. 11 Rinaldi all'anno 55, num.
8, parlando della venerazione dei
sepolcri de'santi e de'martiri, la
cui polvere i fedeli pigliavano per
divozione, cosi i fiori ed altre cose
che li aveano toccati, dice che Dio
operò molti miracoli in premio
della loro venerazione; quindi la
medesima forza ebbe l'olio delle
lampade, che secondo l'antico uso
ardevano intorno a' sepolcri dei
martiri. Laonde s. Agostino, De
civ. Dà, l. 22, e. 28, riporta l'e-
sempio dei morto figlio di certo
Ireneo, il quale, unto con esso, da
morte a vita tornò ; e Teodoreto
in Hist. ss. Patrii e. i\ 3 in Jacoho,
parimente riferisce grandissimi mi-
racoU operati con l'olio delle lam-
LAM
pade. Fu antico rito di porre nel*
la cassa del cadavere del Papa e
sotto alla testa un cuscinetto ri-
pieno di tutti gli stuppini di bom-
bace, che intinti nell'olio delle lam-
pade che ardevano nelle chiese sta-
zionali, e benedetti dal Pontefice
che visitava la stazione, venivano
da lui baciati, indi riposti per l'in-
dicato uso. Congettura il Gallicio-
li, che da ciò debba ripetersi il
costume, che tuttora si pratica, di
distribuire alle persone pie la bom-
bace intinta nell'olio delle lampade
che ardono avanti a qualche sacra
immagine o reliquia di cui sono
divote e di cui hanno implorato il
patrocinio. Il Domenichino dipin-
se mirabilmente nella chiesa di Grot-
tajeriata (Fedi), s. Nilo che colle
sue preghiere ottiene la liberazio-
ne di un ossesso, facendo da un
monaco sacerdote con un dito in-
tinto neir olio della lampada della
Madonna ungere la gola delluide-
moniato. Il citato Rinaldi all'anno
573, n. 12, narra il miracolo del-
l' accensione delle lampade di una
chiesa che un vescovo ariano voleva
usurpare. Nell'incendio della chie-
sa di s. Marcello di Roma, essen-
do caduta in rovina, restò illeso
il prodigioso ss. Crocefisso che ivi
si venera, e la sua lampada con
stupore fu trovata accesa.
LAMPADARIO. Macchina, ordi-
nariamente di ferro, guernita di
vario-foggiati pezzi di cristallo, a
più bracciuoli, dove pongonsi le
candele ; e serve ad illuminare le
chiese nelle feste, le sale, gli ap-
partamenti, ec. Il vocabolo lampa-
dario deriva dal greco lampas^
lampada, face ardente, che si pren-
de anche per torcia. Lampadari di
argento, in forma di corona per
tener lampade, anticamente molti
LAM 77
se ne donarono alle chiese di Ro-
ma, e massime dai Papi, come si
legge in Anastasio Ribliotecario, nel
Severano, ed in altri autori.
LAMPADARIO o LAMPADISTA,
Lampadariiis. Ministro della chie-
sa di Costantinopoli, incaricato del-
l'illuminazione o luminaria di quel
tempio, e di precedere nelle pub-
bliche funzioni e durante il servi-
gio divino, portando una candela
accesa avanti l'imperatore e l'ira-
pcralrice : il cereo lo portava sopra
un candelliere elevato, con questo
però, che quello che portava in-
nanzi all' imperatore era attornia-
to da due cerchi d'oro in forma
di corona, uno solo avendone quello
che teneva innanzi all'imperatrice.
I patriarchi pretesero in appresso
che si rendesse loro lo stesso ono-
re, e di là vuoisi originato l'uso,
propagato anche in occidente, di
tenere una candela accesa in ma-
no a fianco dei cardinali, degli
arcivescovi, vescovi ed altri prelati
durante l'ufficiatura. Disse Gesù
Cristo nel vangelo : Abbiate sempre
delle lampade ardenti alla mano j
imitate i servi vigilanti che atteu'
dono il momento in cui verrà il
loro padrone a picchiare alla por-
la, a fine di aprirgli prontamente.
Luca e. 12, V. 35. Voi siete la.
luce del mondo . . . fate che sempre
risplenda innanzi agli uomini^ ac-
ciò che veggano le vostre opere
buone. Matteo, e. 5, v. 14. H cereo
acceso innanzi ai nominali digni-
tari della Chiesa è evidentemente
destinato a far loro sovvenire questa
lezione di Gesù Cristo: in ciò
non v'è cosa che possa lusingare
l'amor proprio. Conveniva adun-
que assaissimo inculcare la stessa
verità ai signori del mondo, spe-
cialmente quando erano a pie de-
78 LAxM ' LAM
gli altari ; eglino sono obbligali consecutivi al loro battesimo ve-
del nati che i pastori a dare buo- stivano di bianco in contrassegno
no esempio agli uomini. Per lo dell* innocenza e purità dell'anima,
slesso oggetto mettevasi un cereo che avevano ricevuto con questo
acceso in mano di quei che avea- sacramento. I greci chiamarono
no ricevuto il battesimo. All'arti- Lamproforo il giorno di Pasqua
colo Bugia (Vedi), strumento ove di Risurrezione, tanto perchè quel
si colloca la candela, dicemmo a- mistero spande la luce della fede
Ter questa altra origine, e rendem- nelle anime, quanto perchè in quel
mo ragione perchè al Papa si so- giorno le case venivano illuminate
stiene la candela senza tale stru- con gran numero di ceri e di lam-
mento: però non è permesso l'uso pade, simbolo della luce che il
della bugia al celebrante cardinale risorgimento di Gesù Cristo ha
o vescovo, né ad alcun vescovo sparso in tutto il mondo,
alla presenza d'un solo cardinale, LAMPREDO, Cardinale. Lam-
perchè qualunque distinzione deve predo fu creato cardinale prete di
ommettersi, assistendo alla messa s. Vitale da Innocenzo II, e sotto-
uno più degno del celebrante. Nel- scrisse una sua bolla nel 1 1 3g a
la corte degli imperatori greci favore dell'arciprete di Ferrara,
furonvi uffiziali chiamati lampada- LAMPSACOo LAMPSICOjLflm-
ri, soprastanti alla illuminazione psacus. Città vescovile della provin-
del palazzo. Furono delti lampadi- eia dell' Ellesponto, nella diocesi di
sii coloro che si esercitavano al Asia, sotto la metropoli di Cizico,
corso delle faci, cioè che correva- eretta in sede vescovile nel V se-
no con una face accesa nelle ma- colo, ed in arcivescovato onorario
ni, e non vincevano se non se ar- nel IX. Al presente Lampsaco è
rivando colla face accesa alla meta, un borgo della Turchia asiatica
LAMPEZIANI. Eretici, discepo- nell'Anatolia, sangiacato di Biga,
li di Lampezio che comparve sul sullo stretto de'Dardanelli, in pae«
declinar del IV secolo, uno dei se ameno, bene irrigato e ferlilis-
principali capi de'marcionisti. Scris- simo. Era anticamente una città
se un libro intitolato il Testamento, considerabile dell'Asia minore nel-
nel (juale condannò ogni sorta di la Misia, prima chiamata Pithyusa,
■voli, particolarmente quello del- e fu fondata dai focesi l'anno 653
l'obbedienza, come contrario alla avanti l' era nostra. Si accrebbe
libertà de'fìgliuoli di Dio. I lam- colle rovine della vicina città di
peziani permettevano altresì ai mo- Poesus, i cui abitanti vi si trasfe-
naci di vivere e di vestirsi come rirono. Vi si adorava in particolar
loro più piaceva, e di accordare modo Prìapo, come il Dio dei
alla natura tuttociò che essa chic- giardini di cui abbondava questa
deva, e rinnovarono alcuni errori città. Questa, col suo territorio u-
degli ariani. Molti padri scrissero bertoso di vigneti, Arlaserse asse-
contro di loro, come i ss. Cirillo gnò a Temistocle, perchè sommi-
Alessandrino, Flaviano d'Antiochia, nistrasse alla di lui tavola il vino,
ed Andlochio d'Iconio. Era vi un bel tempio dedicato a
LAMPROFORI. Antico nome Cibele. Siccome patria del fdosofo
de'neofiti, perchè ue'sette giorni Anassimene, la sua presenza di
LAM
spirito la salvò dallo sdegno di
Alessandro.
Nell'anno 364 * vescovi semi-a-
riani vi tennero un concilio o con-
ciliabolo, sotto il pontifìcato di s.
Liberio, e gl'imperatori Valenti-
niano I e Valente che gliene diede-
ro licenza, duiando circa due me-
si. Vi annullarono tultociò che si
era fatto a Costantinopoli coll'au-
torità di Eudossio e di Acacio. Si
ordinò che non si avrebbe più ri'
guardo alla esposizione di fede dei
vescovi occidentali , nota sotto il
nome di formula di Rimini : si
dichiarò che bisognava credere che
il Figliuolo era simile al Padre
nella sostanza ; la parola simile es-
sendo necessaria, diceano quei ve-
scovi, per dinotare la distinzione
delle Persone. Si decise che la con-
fessione di fede, ch'era stata pro-
posta nel 341 per la dedicazione
della chiesa di Antiochia, e sotto-
scritta nel 359 in Seleucia, servi-
rebbe di regola in tutte le chiese.
Dopo aver regolato a loro modo
e capriccio ciò che risguardava la
fede , ordinarono a vantaggio di
loro medesimi, che quelli eh' erano
stali deposti dagli anomei o ano-
raiani cioè ariani, sarebbero rista-
biliti nelle loro sedi ; dipoi citaro-
no Eudossio ed Acacio, i quali non
essendo comparsi, furono dichiarati
legittimamente deposti. Sozomeno
lib. 6, cap. 7, p. 646; Reg. t. IH;
Labbé t. II; Arduino t. I.
Tra i vescovi di Lampsaco sette
ne nomina il p. Le Quien, Oriens
christ. tom. I, p. 772, cioè: Par-
tenio ordinato da Ascolio di Cizi-
co, sotto Costantino il Grande, di
cui celebrasi la festa a' 7 maggio;
Marciano che presiedette al memora-
to concilio del 364 J Daniele che in-
tervenne a quello di Calcedonia; Ar-
LAN 79
monio che sottoscrisse la lettera dei
vescovi della sua provincia all' im-
peratore Leone ; Costantino che fu
al VI concilio generale; Giovanni
al VII; Euschemone cui Teodoro
Studi ta scrisse una lettera, e se ne
celebra la festa a' i4 marzo. At-
tualmente Lampsaco, La/npsacen^
è un titolo vescovile in parlibiiSy
sotto l'arcivescovato pure in parti-
bus di Cizico, che conferisce la santa
Sede. Ne fu uno degli ultimi a por-
tarlo Francesco Chierchiaro , ed il
regnante Papa Gregorio XVI nel
concistoro degli 11 luglio i836 vi
nominò monsignor Giuseppe Crispi
della diocesi di Agrigento di rilo
greco, per le ordinazioni e ponti-
ficali di tale rito nella chiesa di s.
Demetrio della Piana nell' arcidio-
cesi di Monreale per gl'italo-greci.
Lx\NA. Propriamente il pelo del-
la pecora e del montone : lana ,
lanilium. Lanificio, lavoro di lana,
lanificium. La storia fa risalire si-
no alla prima età del mondo l'e-
poca in cui gli uomini si applica-
rono ad educare e coltivare le be-
stie lanute. La principale ricchezza
de' primi abitanti della terra con-
sisteva in greggie di pecore. I ro-
mani riguardarono questo ramo del-
la pastorizia come essenziale. Numa
Pompilio secondo re di Roma, vo-
lendo dar corso alla moneta, della
quale egli dicesi l'inventore, vi fe-
ce stampare l' impronto di una pe-
cora, come simbolo della sua utili-
tà, e quindi Varrone dice derivalo
da pecude il nome di pecunia; di
là a seicento anni i censori avevano
ancora la direzione di tutte le greg-
gie di bianchi lanuti. Essi pronun-
ziarono condanne e multe conside-
rabili contro coloro che trascura-
vano le loro greggie, e all' incontro
accordavano ricompense a quelli che
8o LAN
si distinguevano per la loro indu-
stria nello studio e nella ricerca di
tutto quello che procurare poteva
lane migliori. Servivano quelle lane
presso i romani, come presso di noi,
a formare ogni specie di vestimenti.
Erano però i romani studiosi ri-
cercatori delle lane che superava-
no le altre in finezza, in morbidez-
za e in lunghezza, e quindi trae-
vano i migliori loro velli (la lana
delie pecore, la pelle di pecora col
pelo non tosato) dalla Galazia, dal-
la Puglia, massime da Taranto,
dall'Attica e da Mileto. Ne' tempi
antichi si contavano tra le lane più
preziose quelle del territorio di Mi-
leto e delia Ionia in generale, men-
tre la Grecia europea non forniva
al traffico se non che alcune specie
di lane grossolane poco pregiate, e
appena alte a fornir materia a qual-
che fabbricazione comune; se però
si eccettuino le lane dell'Attica, nel-
la quale le greggie, simili a quelle
della Spagna moderna, superavano
per la finezza dei loro velli quelle
dell'Arcadia e delia Focide, come
si raccoglie da Ateneo nel libro li
del suo Banchetto dt Deipno sofisti.
Plinio e Columella vantano altres'i
i velli o le lane delle Gallie. Nei
tempi più antichi i romani strap-
pavano la lana dalle pecore e dai
montoni invece di tosarle, e per
questa operazione sceglievano la sta-
gione in cui la lana si separa dal
corpo dell'animale, da questo alcu-
ni scrittori pretendono derivare il
nome di vdlo dal verbo veliere che
significa strappare.
Per lungo periodo di tempo ( il
che però dee intendersi dei secoli in
cui la Spagna fu invasa dagli africani)
la Spagna, l'Inghilterra, l'Olanda e
la Svezia somministrarono al traf-
fico europeo le lane più belle, per-
LAN
che in quelle provi nei e si cercò di
perfezionare la qualità e di au-
mentare la quantità di quel prodot-
to colia introduzione di una razza
straniera, di molto superiore a quel-
la delle Provincie medesime. La Ca-
stiglia dicesi debitrice ad Enrico IV
del i4'34^lcl'6 '^*^"6 '''^"6 ch'essa pos-
siede; e si osserva che altre volte le
pecore rendevano annualmente al
tesoro della Spagna più di trenta
milioni di reali. Avendo Odoardo IV
re d' Inghilterra fatto venire dalla
Spagna coll'assenso di quel re tremi-
la lanuti bianchi, aprì agl'inglesi con
questo mezzo una nuova sorgente
di ricchezze. Le Indie orientali som-
ministrarono agli olandesi sino dal
secolo XVII una specie di arieti e
di pecore alte, lunghe e col tronco
assai grosso, e quella razza traspor-
tata nel Texele nella Frisia orien-
tale, riuscì ottimamente. Gli svedesi
ancora trasportarono nel loro pae-
se vari lanuti della miglior specie
di Spagna e d'Inghilterra, e le cu-
re da essi pigliate a questo riguar-
do trionfarono degli ostacoli che il
rigore del clima opponeva alla riu-
scita della loro impresa. Benché le
Gallie forniti avessero bellissimi vel-
li a'tempi dei romani, le lane della
Francia erano tutta volta ben lungi
dal poter gareggiare colie spagnuole,
colle inglesi e colle olandesi. Ma
un potente impulso dato alla indu-
stria alla fine del passato secolo, fe-
ce che la nazione si risentisse della
vergogna e del peso di un tri-
buto ch'essa era obbligata a pagare
agli stranieri . Essa previde , che
impossibile non sarebbe sostener il
concorso e la gara, e presentò in
questo modo un indizio della su-
periorità ch'essa avrebbe in appres-
so ottenuta. Indi nel i8o3 i fran-
cesi introdussero nelle loro ma-
LAN
tiifalture tìoacchine per scardassare
e filare la lana. Intanto con gran
fervore si accrebbero nella Germa-
nia e nell'Ungheria le greggie spa-
gnuole. L'introduzione nella Fran-
cia di quelle macchine si deve in
gran parte alle cure del celebre
Chaplal ministro dell'interno, e ad
esso dehbonsi ancora gl'incoraggia-
iTienti ben meritati che conceduti
furono agli inglesi Douglas e Co-
ckerill allorché questi si recarono
in Francia a stabilire officine, nelle
quali costruirono macchine tanto
belle e vantaggiose, migliorate in
appresso. Non è vero, come scrisse-
ro alcuni, che la Francia non ebbe
più bisogno di acquistar lane dagli
stranieri, bensì l'introduzione in
Francia delle macchine perfezionò
la fabbricazione de'drappi, e l'ala-
crità nel l'esercitare tal ramo d'in-
dustria fece sì che non avesse colà
piìi a temersi né la concorrenza, né
l'invasione delle manifatture stranie-
re. Ma delle lane non potè farsene
a meno, dacché il consumo de'drap-
pi indigeni, e la perfezione di questi
esigevano in particolar modo un
quantitativo considerevole di lane
estere, riguardando pure la quali-
tà più all'uopo per talune specie di
manifatture. Ne abbiamo su ciò un
esempio recentissimo di molti ac-
quisti seguiti nel maggio 1 845 nel-
la fiera di Foggia nel regno di Na-
poli per parte d'incettatori francesi,
come riporta il numero 44 del Dia-
rio di Roma ; anzi in Roma nella
stagione estiva del medesimo anno
può contarsi, che vennero asporta-
te per la Francia tante lane per
oltre un milione di libbre.
Il Muratori nelle Dissertazioni
sopra le antichità italiane, nella
XXX tratta delle arti della lana
e della Seta ( P^edi ), dalle quali,
VOI. XXX vn.
LAN St
egli dice, gfan profitto una volta ri-
cavavano alcune città d'Italia ben at-
tente a'propri vantaggi; mentre é
noto che nell' Italia il lavoro e
commercio della lana non venne
mai meno. Con molto studio l'arte
della lana era esercitata in Mode-
na, come rilevasi da documenti del
i3o6 in poi. Ma particolarmente
in Firenze dopo l'anno 1200, e sen-
za paragone dopo il i3oo crebbero
l'arti della seta e della lana, impie-
gandovisi migliaia di persone. Con ga-
ra non minore vi si applicarono i
bolognesi, milanesi, veronesi, pado-
vani, ed altri popoli ; e tanti lavo-
ri facevano, che l'Italia ne inviava
anche agli oltramontani; ma sog-
giunge il Muratori, che a suo tem-
po, a riserva di alcune poche città,
comprava caro dagli stranieri quello
che poteva fabbricar da sé stessa.
Quanto allo stato pontificio il Ca-
lindri nel Saggio statistico storico,
parlando delle manifatture del me-
desimo , dice a p. 588 che ivi si
lavorano drappi d'ogni sorta, lane,
panni, che non invidiano le fab-
briche di Francia, di Frisia, d'In-
ghilterra e d'Olanda, essendovi pure
saie e scarlatti. Il Garampi nelle
sue Memorie ecclesiastiche p. 3g4
rileva che i religiosi Umiliati {^Vedi)
coltivavano l' arte di lavorare la
lana che avevano appresa in Germa-
nia ne'primi anni del secolo XI ;
e che nel 1261 volendo il comune
di Rimini introdurre in città periti
artefici e professori di lanificio ,
chiamò i frati umiliati, assegnando
loro chiesa con chiostro, ed abita-
zione sufficiente ; altrettanto fece
Perugia nel 1279. E noto che al-
cuni ordini religiosi tessono da per
loro i propri abiti di lana^ massi-
me i Francescani ( Fedi ). Nella
processione che in Roma si fece si-
6
82 LAN
no al pontificato di s. Pio V, del-
l'immagine del ss. Salvatore, cui si
faceva la Lavanda de piedi (Vedi\
intervenendo in essa i consoli delle
arti di Roma, il Marangoni vi re-
gistra pure i lanaìoli. Il Pontefice
$. Pio V contribuì considerabili
somme di denaro per far fiorire
nello slato ecclesiastico l'arte della
lana : concesse molti privilegi al col-
legio de' mercanti di essa, dichia-
rando che i suoi consoli, nelle cau-
se tanto civili che criminali e mi»
ste, all'arte medesima spettanti, es-
sere dovessero soli giudici, senza che
Terun altro tribunale potesse inge-
lirvisi, come si legge nella sua co-
stituzione 43, Uladartis lanae, dei
5 marzo 1567, Bull, Rom. t. IV,
par. Il, p. 396. Il successore Gre-
gorio XI II confermò tali privilegi .
11 gran Pontefice Sisto V conside-
rando le funeste conseguenze degli
uomini e donne oziosi che in copio-
so numero vivevano in Roma, de-
liberò procurar loro un mezzo di
occupazione e di guadagno, laonde
vedendo l'arte della lana alquanto
negletta, volle restaurarla mediante
il disposto della bolla, Cuni alias
considerantes arleni lanae, emana-
ta a' 18 dicembre i585, Bull. Rom,
t. IV. par. IV, p. 171. Perchè dun-
que l'arte rifiorisse diede ad Ales-
sandro Capocefalo e a Fenicio Ali-
fano o Alfano, due mercanti di lana,
la somma di scudi dodicimila in
prestito, coU'obbligo di restituirli do-
po dieci anni alla camera apostoli-
ca, più ne die loix) altri duemila
senza restituzione, onde poter met-
tere in ordine la fabbrica già da s.
Pio V cominciata presso alla fon-
tana di Trevi nel luogo detto il
purgo, e gli attrezzi necessari alla
fabbricazione e tintura delle lane;
destinando a tutto in sopraiiUen-
LAN
dente il celebre cardinal Prospero
Publicola Santacroce romano , ed
altresì concedendo ai consoli di que*
sta arte molti privilegi. Inoltre Si-
sto V, al modo che dicemmo all'ar-
ticolo Colosseo (Fedi)j ivi voleva
stabilire l'arte della lana, ciò che
la morte gl'impedì effettuare.
Alessandro VII con chirografo
dei 12 febbraio 1667 proibì l'in-
troduzione de'panni esteri nello stato
pontifìcio, per vantaggio degli opi-
ficii nazionali, concedendo sei mesi
di tempo per lo smercio de'panni
già introdotti. Clemente IX con chi-
rografo de'4 aprile 1669, Invigilali'
do noi, diretto al suo nipote car-
dinal Giacomo Rospigliosi, lo no-
minò primo protettore dell'antica
e nobile arte della lana, disponen-
do che protettori pro-tempore sa-
rebbero stati i cardinali soprain-
tendenti generali dello stato eccle-
siastico, ovvero il cardinal decano,
presiedendo allora all'esercizio di
tale arte in Roma e suo distretto
il prelato tesoriere generale. Creò
pure col chirografo un tribunale
composto di quattro presidenti ro-
mani, di un assessore dottore d'am-
bo le leggi, di tre mercanti conso-
li, d'un sopraintendente e d'un no-
taro , con le rispettive facoltà e
provvidenze. Nel pontificato d' In-
nocenzo XI ebbe origine il lanifi-
cio dell' Ospizio apostolico (Vedi),
che ingrandì Clemente XI ed i
suoi successori , come si dirà a
quell'articolo. Questo Pontefice nel
17 19, con editto de'7 agosto, proi-
bì che nello stato ecclesiastico s'in-
troducessero dall'estero panni e
sete lavorate , tranne i panni so-
praffini, pel danno che ne risenti-
vano le fabbriche di tali manifat-
ture nel medesimo stato : diverse
aoaloghe provvidenze di altri Pon-
LAN
tefìci si possono leggere all'arlico-
lo Dogane Pontificie, ed in quelli
analoghi. Avendo Tarte della lana
in Roma rinnovato il suo statuto,
a tenore delle disposizioni di Cle-
mente IX, supplicò ed ottenne da
Clemente XIII la sua pontificia ap-
provazione, mediante il breve Ad
pastoralis dignitaiisy de' i5 settem-
bre 1758. Quindi si pubblicò in
Roma coi tipi del Salvioni lo sta-
tuto nel 1759, e con questo titolo:
Statuti del nobil collegio dell' arte
delia lana di Roma approi'ati e
conferinati dalla Santità di nostro
Signore Papa Clemente XIII. Di-
poi Pio VI nel 1778 proibì agli
incettatori la comprita delle lane
maggesi, che nello stato pontificio
sono eccellenti, affinchè le fabbri-
che potessero godere la prelazione
e farne la scelta, e non passassero
in paesi stranieri con notabile pre-
giudizio de' suoi sudditi , eh' erano
necessitali a ricomprarle a prezzo
maggiore almeno del terzo di quel-
lo che da loro stessi erano vendu-
te. Nel 1782 Pio Vi fece dare
quattromila scudi al Conservatorio
Pio (Vedi), per l'avanzamento del
lanifìcio; poscia nel 1788 soccorse
con generose somme di denaro le
fabbriche di tele, calancà, bamba-
cina e panni di lana sopraffini, sì
di Roma che di diversi luoghi dello
stato. Dipoi nel 1802 il Miselli
pubblicò in Roma colle stampe:
Memorie delle lane grezze dello
stato pontificio.
Pio VII nel 1804 per promuo-
vere r industria nazionale, assegnò
dei premi a favore dei fabbricatori
di drappi di lana, al quale ogget-
to visitò l'opificio dell'ospizio apo-
stolico, e la fabbrica delle calancà
alle terme Diocleziane. In seguito
con moto-propri de* i o settembre
LAN 83
1816 e primo aprile 1817, Pio
VII estese la fabbricazione de' drap-
pi di lana in Roma, in Àlatri, ia
Matelica, ed in altri luoghi dello
slato, a tal uopo avendo il cardi-
nal Pacca camerlengo emanato ai
I 7 aprile corrispondente editto, de-
cretandosi l'annua e solenne espo-
sizione de' drappi di lana de' fab-
bricatori romani. Quella de' 25 lu-
glio 18 18 fu onorata dalla presen-
za del cardinal Consalvi segretario
di stato, ricevuto dalla deputazio-
ne de' fabbricatori, che l'accompa-
gnò nelle camere di esposizione.
Due giorni dopo vi si recò pure
il Pontefice, ricevuto dal cardinal
camerlengo, dal cardinal Ruffi3 pro-
tettore del nobile collegio de' fab-
bricatori de* drappi di lana, e dal
senatore principe Altieri. Pio VII
commendò gli sforzi de'fabbricanti,
per vederli gareggiare coi migliori
dell'Europa ; indi alla presenza del-
la deputazione si fece Tesperimen-
to coi preparati chimici per ve-
dere se reggevano le tinte, e si
trovarono perfette. Nel suo ponti-
ficalo furono inlrodotte in Roma
le macchine pei lanificii, pel mi-
nor costo delle manifatture e pel
perfezionamento del lavoro, onde
furono autorizzate non solo con leg-
ge de' 9 febbraio 1821, ma si proi-
bì l'apertura di nuove fabbriche
se non erano munite di macchine.
Non le macchine, ma la mancanza
dello smercio, fu talvolta la cagio-
ne dell' inoperosità de' lavoranti la-
nari. In tale epoca Roma contene-
va cinquantasei lanificii^ e duecen-
to erano quelli dello stato, fioren-
do particolarmente in Cagli, A la-
tri, Matelica, Piastra, Norcia, Nar-
ni, Spoleto ed altri luoghi. Aven-
do il Papa Leone XII ordinato che
l'accademia de' Lincei formasse una
84 LAN
commissione onde proporre i mezzi
ai miglioramento delie principali
manifatture dello slato , massime
de* tessuti filamentosi di lana, ca-
nape, lino, seta e cotone, il mar-
chese Luigi dei Gallo compose a-
naloglie memorie sulle indicale ma-
terie e specialmente sulla lana, ac-
cennando i mezzi di fabbricarle con
economia di tempo e di spesa e
eon perfezione di lavoro: le me-
morie furono pubblicate colle stam-
pe e con questo titolo : V indu-
strialismo ossiano cenni sull'utilità
ed il modo di stabilire le arti mec'
caniche e segnatamente quella del*
la lana nello staio pontificio^ ec,
Italia i83i.
Nell'odierno pontificato, per le
cure del regnante Gregorio XVI ,
furono emanale molte utili provvi-
denze sulla fabbricazione della lana,
quali si leggono nella Raccolta del-
le leggi e disposizioni di pubblica
amministrazione nello stato ponti-
ficio j laonde ci contenteremo sol-
tanto di accennarle. A' 16 febbraio
i83i il tesoriere generale monsi-
gnor Mario Mattei ora cardinale ,
emanò una notificazione sulla di-
minuzione de' dazi, dichiarando che
l'incasso del dazio sull'introduzio-
ne dei panni esteii veniva addetto
ad incoraggire i' industria naziona-
le de' panni con premi trimestrali.
A' 21 agosto 1835 il tesoriere ge-
nerale monsignor Antonio Tosti
ora cardinale, pubblicò una notifi-
cazione sull'aumento del dazio so-
pra i tessuti di lana, accordando
premi ai fabbricanti di Roma e del-
lo stato, ad incoraggimento e so-
stegno dell' industria nazionale. In
essa sono dichiarati i premi slabi-
liti sulla qualità e quantità della
lavorazione de' panni ; le discipline
da osservarsi dai fabbricatori pei
LAN
conseguimento de' premi ; la forma
della bollazione de' tessuti ; ia di-
chiarazione sulla solennità della
premiazione annua in Campidoglio
della miglior qualità de' panni ; l'e-
stensione deiraumento del dazio sui
panni esteri ai tessuti misti di la-
na e di altro genere; il regola-
mento per la verificazione e riscon-
tro de' tessuti di lana sul telaio ,
e per l' esame ed apposizione del
bollo di premio ai drappi di lana;
le disposizioni sull'esposizione e pre-
miazione de' tessuti di lana nazio-
nali ; il premio d'una medaglia d'o-
ro di scudi sessanta a tutti i fab-
bricatori che presentano tre pac-
cotte di panno consimile alle eccel-
lenti manifatture delle fabbriche e-
stere ; e la forma del concorso e
del giudizio delle pezze di drappo
che si presentano per ottenere il
premio. Il cardinal Pier Francesco
Galleffi camerlengo, a' 27 luglio
i836, con notificazione pubblicò
le disposizioni sulla esposizione e
premiazione de' tessuti di lana , e
forma del concorso, in sequela del-
la precedente notificazione del pre-
lato tesoriere. Nel numero 99 dei
Diario di Roma i844) si legge la
premiazione seguita in quell'anno
ai fabbricatori di lane sì di Roma
che dello stalo pontificio, di prima
e seconda classe, e di quella di e-
mulazione e di paragone . Colla
notificazione de' 2 luglio i845 monsi-
gnor tesoriere generale Giacomo An-
tonelli confermando nel nome sovra-
no le premiazioni generose di circa
annui scudi ciquantamila, stabilite a
favore dei fabbricatori di panni di
lana dalle notificazioni de' 2 i ago-
sto i835, e ir aprile 1842, Iia
modificato il dazio d' introduzione
sui panni, castorini, circassi e ca-
simiri, ec. per ogni libbre cento,
LAN
scudi venticinque. In Roma vi è
un officio di manifattura dei drap-
pi di lana di Roma e dello slato;
esso aveva V ispettore generale fab-
Lricatore. Quanto poi alla lana col-
la quale si formano i sacri palili, e
delle diverse qualità di lana che si
usano per gli abiti degli ecclesiastici
secolari e regolari d'ogni specie e
grado , non che dalle monache e
da altri, se ne tratta ai relativi ar-
ticoli.
Il Piazza tanto nelle Opere pie,
come neir Eusevologio romano trat-
ta dell' università dell'arte della la-
na, con varie erudizioni sulla lana,
e della loro confraternita eretta
nella chiesa di s. Lucia de' Ginna-
si, setto r invocazione de' ss. Biagio
ed Ambrogio. Cosi pure discorre
della confraternita de' tessitori eret-
ta nel i5i7 sotto Leone X col pa-
trocinio di s. Agata, nella chiesa
di s. Maria degli Angeli detta in
Slaccilo Martyrum. Noteremo, che
Plinio attribuisce l'origine dell* ar-
te del tessere agli egizi: le figure
che ci rimangono del IV e V se-
colo, ci mostrano donne che fila-
no, ed alti*e che stirano la tela; i
tessitori stanno in piedi. Il Cancellieri
nelle Dissertazioni bibliografiche, ci
dà alcune erudizioni sulla lana e
sui lanari. Nel registro originale
delle adunanze dell' università dei
lavoranti dell'arte della lana, ho
letto le seguenti notizie. Sotto In-
nocenzo XI il collegio de' mercanti
fece una concordia coli' università
de' lavoranti lanari sul prezzo e pa-
gamenti delle mercedi stabilite. A-
vendo il collegio de' mercanti nel
nuovo statuto dichiarata come pro-
pria la cappella sotto l' invocazione
de' ss. Biagio ed Ambrogio, esisten-
te nella chiesa di s. Lucia de' Gin-
nasi di Roma dell'università dei
LAN 85
lavoranti di lana, che già la pos-
sedevano nel 1600, come attesta il
Panciroli, stampato in quell' anno,
Tesori nascosti di Roma, p. 43o,
r università avanzò analoghi re-
clami contro siffatte pretese. Pio
VI nel 1791 accordò all'università
il privilegio della mano regia, con-
tro que' padroni che ricusavano o
rilardavano pagare le mercedi. Gli
uffiziali dell' università de' lavoran-
ti dell'arte della lana sino a' 4
gennaio 1824 solevano annualmen-
te celebrare le loro adunanze e ge-
nerali congregazioni. Queste aveva-
no luogo in Campidoglio nella gran
sala de' conservatori, con licenza di
essi. Ivi trattavano degli interessi
spettanti all'università, l'elezione e
nomina per bussolo del sindaco,
uffiziali nuovi e ministri della me-
desima. Le adunanze si tenevano
alla presenza e coll'assistenza dell' u-
ditore del cardinale protettore del-
l'università, che ordinariamente era
il cardinal decano. Inoltre v'inter-
veniva uno de' fedeli del popolo^
lomanOj^delis inclyti populi roma-
ni. L' università manteneva nella
suddetta cappella in s. Lucia il
cappellano ed una lampada per-
petua, e celebrava la festa de' san-
ti protettori. Finalmente nel me-
morato anno 1824, avendo il col-
legio de' mercanti o fabbricanti del-
la lana di Roma, elevate delle pre-
tese sul diritto di uffiziare tale cap-
pella, cessarono le adunanze in Cam-
pidoglio, e l'uffiziatura della cappel-
la medesima.
LANCELLOTTI Scipione, Cardi-
nale. Scipione Lancellotti, di antica e
generosa famiglia romana (che secon-
do l'Amidenio in origine era porto-
ghese, indi trapiantata in Avignone,
Bologna, Napoli e Roma), per la
straordinaria perizia nell'uno e nel-
B6 LAN
l'altro diritto , di cui otteìme la
laurea ia Bologna, ammesso da
Paolo III tra gli avvocati concisto-
riali, fino dalle prime mosse della
carriera prelatizia diede tali con-
trassegni di prudenza e valore, che
apri ai futuri Pontefici largo cam-
po di valersi di lui in affari di
somma importanza. Paolo IV lo
spedì nella Romagna e a Vene-
zia ; Pio IV a Milano affinchè as-
sistesse al primo concilio celebrato
dal cardinal arcivescovo s. Carlo
Borromeo , e poi al concilio di
Trento, dove i legati pontificii nel
i563 lo deputarono al conte di
Luna ambasciatore di Spagna, per
indurlo ad affrettare la sua venu-
ta a Trento, e quindi a Massimi-
liano II re de' romani e di Boe-
mia, e ad Alberto duca di Ba-
viera, per trattare e conchiudere
con esso gravissimi affari riguardan-
ti il medesimo concilio generale.
Bestituitosi a Roma, il Papa nel
i565 Io annoverò tra gli uditori
di rota ; ma poco dopo il succes-
sore s. Pio V l'incaricò di trasfe-
rirsi nuovamente in Trento al car-
dinal Madrucci vescovo di quella
città, ed al suo capitolo, per com-
porre una grave differenza insorta
tra il cardinale, Ferdinando arci-
duca d'Austria, cesare, g il duca
di Baviera, che poteva avere con-
seguenze funeste alla chiesa di
Trento, ciò che felicemente eseguì.
Venne poscia destinato alla dieta
di Augusta per assistere all'elezio-
ne dell' imperatore col cardinal
Commendone. Indi Gregorio XIII
lo deputò compagno e consigliere
al cardinal Orsini legato a lalere
a Carlo IX re di Francia, dove su-
però l'espettazione ch'erasi forma-
ta della di lui abilità e saviezza.
Ritornato a Roma dovè recarsi a
LAN
Napoli e nella Romagna per cau-
se ni'<];entissime che si agitavano
nella romana rota. Finalmente Gre-
gorio XIII in ricompensa di tante
fatiche, ai 12 dicembre 1 583 lo
creò cardinale diacono e poi prete
del titolo di s. Simeone, dal quale
Sisto V lo trasferì a quello di
s. Salvatore in Lauro, di cui fu il
primo titolare. Inoltre Sisto V lo
dichiarò segretario de' brevi e so*
praintendente di alcuni affari dello
stato ecclesiastico , non che com-
missario a terminare sulla faccia
del luogo le controversie nate tra i
bolognesi ed Alfonso li duca di
Ferrara, intorno ai confini. Inter-
venne a cinque conclavi, e mori
in Roma nel i^gS di anni set-
tantuno. Ebbe tomba nella basilica
Lateranense , nella cappella di s.
Francesco da lui fondata con ren-
dite.
LANCELLOTTI Orazio, Car-
dinale. Orazio Lancellotti patrizio
romano, nipote del precedente, il
quale essendo uditor di rota quan-
do fu creato cardinale, impetrò da
Gregorio XIII che gli fosse sostituito.
Dopo aver sostenuto quell'impiego
con incorrotta rettitudine e giusti-
zia per Io spazio di ventidue anni,
a persuasione del cardinal Tonti,
di cui seppe guadagnarsi la grazia
in quel tempo in cui la godeva
pienissima da Paolo V, questi ai
17 agosto 161 I lo creò cardinale
prete di s. Salvatore in Lauro. Al-
la dottrina ebbe congiunta un'in-
signe pietà cristiana ; ben dimo-
strandolo e il ristoramento della
chiesa di s. Simeon profeta, ch'egli
fece nel i6io, e il legalo di sei
mila scudi lasciato nel testamento
ai chierici regolari della Madre di
Dio. Morì in Roma sul declinar
del 1620 in età di quarantauove
tAN
anni, e fu sepolto nella basilica La-
teranense, nella cappella di sua fami-
glia. Egli ebbe tre fratelli, de'quali
uno fu vescovo di Nola. Il nipote dì
questi Tiberio si ritirò collo zio in
tal città, ove comprò nel regno di
Napoli una terra cbiamata Lauro,
che fu dichiarata marchesato e nel
1726 dall'imperatore Carlo VI
principato, ereditando poi la fami-
glia i beni e le prerogative di
Ginnetti di Velletri, che die al
sacro collegio due cardinali. I prin-
cipi Lancellotti hanno in Roma un
palazzo nel rione di Ponte presso
la via 3e'Coronari, ed altro a piaz-
za Navona.
LANCELLOTTI Filippo, Car-
dinale. Filippo Lancellotti de' prin-
cipi di Lauro nacque in Roma ai
17 agosto 1782. Mostrando incli-
nazione per lo stato ecclesiastico,
fece i corrispondenti studi e quel-
lo abbracciò. Si mise quindi in
prelatura, e Benedetto XIV lo fe-
ce protonotario apostolico e cano-
nico della basilica di s. Pietro.
Coltivando la poesia meritò nel
1759 di essere proclamato principe
dell'accademia degli infecondi, laon-
de nell'ampia sala del suo palazzo
ai Coronari, fatta magnificamente
adornare, da lui vi si tennero alcune
solenni accademie, massime per la
Passione e per l'Assunta, l'ultima es-
sendo stata nel 1776 e lo fu pure
dell'accademia, la quale piti non
si adunò, a cagione della morte
della principessa d. Ginevra Lan-
cellotti , la quale ne formava il
principal sostegno, e per quella- del
suo figliastro Filippo nostro. Di
questa accademia degl'infecondi, ca-
rne del palazzo Lancellotti, ne ri-
porta le notizie il Cancellieri nel
suo Mercato. Pio VI sino dalfa-
prile 1779 ^^ promosse ad udito-
LAN 87
re di rota, indi avendo creato car-
dinale nel 1786 il suo nipote Bra-
schi ch'era maggiordomo, e lascian-
dogli questa carica col titolo di
prò, nell'anno seguente per averlo
nominato segretario de' brevi, fece
Filippo maggiordomo , rispettabile
carica ch'egli funse. Poscia nel con-
cistoro de' 2 1 febbraio 1794 lo
creò cardinale dell' ordine de* dia-
coni, ma poco sopravvisse, onde
non potè conseguire la diaconia
cardinalizia. Passò dunque agli e-
terni riposi in Roma dopo breve
malattia, e munito de' sagramenti
della Chiesa e dell' apostolica be-
nedizione, quasi all'improvviso, a' i3
luglio dello stesso anno 1794 e
d'anni sessantadue : il suo cadave-
re fu esposto ed ebbe i funerali
celebrati dal cardinal Caprara, nel-
la chiesa di s. Maria in VoUicélla
de'filippini, donde venne trasportato
in quella di s. Ignazio, ove fu se-
polto nella cappella di s. Luigi
Gonzaga, juspatronato di sua no-
bile famiglia, per averla eretta con
quella magnificenza che si ammi-
ra. Buone furono le doti dell'ani-
mo , e robuste quelle del corpo ,
perciò dotato d'una forza singola-
re : la sua perdita fu compianta.
LANCIA, Reliquia insigne. Stru-
mento di ferro col quale Longino
ferì ed apri il costato di Gesù Cri-
sto appena spirò sulla croce, per
assicurarsi s' era veramente morto,
e ne uscì acqua e sangue. 11 p.
Menochio nelle sue Stuore tom. I,
p. 5o8, esamina : Chi fosse il sol-
dato, che con la lancia aprì il co-
stato di Cristo, e se fu cieco e poi
illuminato, e se ferì il lato destro
o sinistro del Salvatore. Questo
Longino sembra clie fosse un sol-
dato, che poi abbracciò il cristia-
nesimo, ^ patì il martirio a Cesa-
88 LAN
rea nella Cappadocia, ond* è comu-
nemente venerato per santo a* i5
marzo. 11 Piazza nell' Enierologio
di Roma, e nel Santuario roma'
noj dice che nella basilica vatica-
na si venera un suo braccio, che
l'altro con gian parte del suo cor-
po si conserva nella chiesa di s.
Agostino, altre reliquie di lui esi-
stendo nelle chiese di san Marcel-
lo, di san Giovanni dei fiorenti-
ni e de' santi Sergio e Bacco. La
lancia cogli altri strumenti della
crocefissione , secondo il costume
degli ebrei, furono sepolti colla Cro-
ce (Fedi)^ nel luogo ov'era segi,ii-
ta. L* imperatrice s. Elena madre
di Costantino il Grande, porfatasi
in Gerusalemme l' anno 826, rin-
venne la croce, i chiodi, la lancia
e gli altri strumenti della passio-
ne ; ed i Bollandisti scrivono che
la sacra lancia s. Elena la ritrovò
a' i5 marzo, pag. 3 19. La lancia
fu inclusa in una croce di legno ,
e collocata venne nel portico della
chiesa del santo Sepolcro di Ge-
rusalemme alla venerazione de' fe-
deli, come testifica il ven. Beda,
De' luoghi santi e. 2. Dipoi invasa
la città dai saraceni , fu secreta-
mente trasportato il sacro ferro in
Antiochia e sotterrato. Nel 1098,
narrano diversi storici , ivi si ri-
trovò per prodigiosa rivelazione fat-
ta da s. Andrea ad un chierico
chiamato Pietro, al quale coman-
dò che si recasse ai principi della
prima crociata, e dicesse loro che
cercassero la sacra lancia nella chie-
sa di s. Pietro sotterrata, indi con
essa marciassero contro i saraceni
che gli angustiavano col loro nu-
mero, ed avrebbero ottenuto vit-
toria. Cercata la lancia nel luogo
indicato dall'apostolo, si rinvenne
CQa gran giubilo d^' crocesiguati,
LAN
e per autenticarne la verità Dio
operò molti nnracoli, come afTenna
il monaco Roberto, Hist, Hierosol.
1. 7, ed il Bosio, De triumph. Cruc.
e. 17. Dapprima fu portata in bat-
taglia dal legato apostolico innanzi
all' esèrcito cristiano , che riporlo
gloriosa vittoria; indi venendo pre-
sa Gerusalemme a' 5 luglio 1099,
ivi fu la reliquia depositata, donde
fu poscia trasferita in Costantino-
poli, dove non manca chi asserisca
esservi già stata sino dal VI secolo.
Sembra che in Costantinopoli il sa-
cro ferro fosse diviso in due parti ; la
punta fu collocata nel palazzo im-
periale, la lancia 'nella chiesa del
monastero di s. Giovanni della Pie-
tra. La divisione del sacro ferro si
attribuisce a Costantino V , per
regalar la punta o cuspide a Car-
lo Magno; ovvero a Baldovino II,
di cui andiamo a parlare. Baldo-
vino II, quinto imperatore latino
di Costantinopoli, che regnò sino
al 1261 e mori nel 1272, tro-
vandosi in bisogno di denaro, n'eb-
be una somma dalla repubblica di
Venezia, dandogli in pegno la pun-
ta della lancia. Indi s. Luigi iX
re di Francia parente dell' impera-
tore, col suo consenso, ricuperò dai
veneziani la punta della lancia ,
pagando il denaro che avevano
sborsato, e la fece porre nella san-
ta cappella da lui fabbricata nel
17.^1 in Parigi nel suo palazzo
reale, come si ricava dal Gretse-
ro, De Cruce lib. I, cap. 96, ri-
portato dal Novaes nella vita d'In-
nocenzo Vili. Della punta della
sacra lancia da Baldovino li data
in pegno ai veneziani, e dell'acquisto
che ne fece s. Luigi IX, ne tratta
ancora l'annotatore del Butler, Fi-
te dei padri, ec, maggio p. 69 ,
edizione veneta del 1B24 di Pat-»
LAN
taggia. Che Baldovino II donò al
detto re la Corona di Spine (Ve-
di), Io dicemmo a quell'articolo,
insieme al pagamento che s. Luigi
IX perciò fece ai veneti d'un im-
preslito fatto all'imperatore latino.
li rimanente poi della lancia restò in
Costantinopoli , anche dopo che
IMaometlo II nel i453 s' impadronì
della città e dell' impero , volendo
che le insigni reliquie gelosamente
si conservassero coi tesori impe*
riali.
Maometto II essendo morto nel-
l'anno i48i,gli successe il figlio Ba-
iazelte II, cui disputò il trono suo
fratello Zizimo, del quale parlammo
all'articolo Costantinopoli (Vedi),
ed altrove. Zizimo dopo aver tenta-
lo la sorte delle armi, si rifugiò
in Rodi presso il gran maestro del-
l'ordine gerosolimitano d' Aubus-
son. A questi si rivolse Baiazette
II, acciò gli custodisse il fratello,
che assai temeva. Riputando il Pa-
pa Innocenzo Vili che assumendo
lui tal custodia ne potesse venire
vantaggio al cristianesimo, la do-
mandò ed ottenne dal gran maeslro;
per cui il principe Zizimo nel i4^9
fece il suo Ingresso solenne in Ro-
ma ( f^edi ) al modo detto a quel-
l'articolo. Baiazette II prima tentò
di far avvelenare il Pontefice ed
il fratello, ma non essendogli riu-
scito, somministrò ad Innocenzo Vili
per la custodia del fratello quaran-
tamila scudi d'oro all'anno, donan-
dolo dei prodotti piìi preziosi dell'o-
riente. Oltre a ciò Baiazette 11, per
mezzo dell'ambasciatore turco Clia-
misbuergh o Cassà-Begh, nel i49^
gli mandò in donativo la sacra lan-
cia, colla spunga e la canna con-
sacrate dalla passione del Redento-
re. Nel giorno primo maggio giun-
se in Ancona l' ambascialore^ ove
LAN 89
i due legali nominali dal Papa, cioè
l'arcivescovo d'Arles Rondano, ed
il vescovo di Foligno Borsiani, fe-
cero la ricognizione del sacro do-
no, che poi portarono in processio-
ne per la città, in cui fu concessa
indulgenza plenaria a quelli che vi
intervennero: il vescovo ed il clero
anconitano avevano incontrata la re-
liquia. La sacra lancia sino a Ro-
ma fu portata con continue pro-
cessioni, e al modo che si portava
la ss. Eucaristia ne' viaggi de'Papi,
dentro una nobile cassetta, sopra un
cavallo bianco del Pontefice, prece-
dendo un lanternone acceso. Giun-
ta la preziosa reliquia in Narni la
riceverono i due cardinali legati a
lalere di s. Pietro in Vincoli Giu-
liano della Rovere, e Giorgio Co-
sta lisbonese; arrivata a porta Fla-
minia di Roma, Innocenzo Vili ai
3 1 maggio, festa dell'Ascensione, si
portò a riceverla dai medesimi, qua-
ranta passi fuori della porta, vesti-
to de' paramenti pontificali. Levatasi
la mitra divotamente la baciò, fa-
cendola rinchiudere in un bellissi-
mo vaso di cristallo. Quindi por-
tandola colle sue mani con solenis-
sima processione, dalla chiesa di s.
Maria del Popolo, si recò alla ba-
silica di s. Pietro. Intervennero al-
la'processione tutto il sacro collegio
cogli abili sacri, il clero romano,
il capitolo vaticano presso lo sles-
so Pontefice , le arciconfiaternite
del ss. Salvatore, del Gonfalone,
della ss. Annunziata ed altre, tut-
te con torcie accese, non che l'am-
basciatore turco, che nel giorno pre-
cedente avea fatto il suo ingres-
so solenne in Roma. Giunto il Pon-
tefice alla loggia della benedizione
sopra le scale di s. Pietro, benedì
col sacro ferro l' innumerabile po-
polo, facendo pubblicar l'indulgenza
90 LAN
plenaria in latino dal cardinal Riu-
rio, in italiano dal cardinal Colon-
na, ambedue diaconi. E perchè il
Papa stanco dal lungo viaggio fat-
to a piedi e versando lagrime di
divozione, non potè cantar messa
in s. Pietro, la fece cantare dal car-
dinal Domenico della Rovere, con
l'assistenza dei cardinali e degli
altri.
Volendo il Pontefice fabbricare
in detta basilica una sontuosa cap-
pella per ri porvi si insigne reliquia^
la portò intanto nelle sue camere,
venendo assicurato dall'ambasciato-
re turco della sua identità, e che la
punta o cuspide di essa era presso
il re di Francia. Passali pochi gior-
ni, Innocenzo Vili fu assalito da
grave infermità, chiamò a sé i car-
dinali, per esortarli ad eleggere un
degno successore, e ordinò loro che
riportassero il sacro ferro alla ba-
silica di s. Pietro, ciò ch'essi fece-
ro a' i6 luglio, e lo collocarono
nell'oratorio, in cui si conservava il
Sudario o Volto santo del medesi-
mo Redentore. Mon Innocenzo Vili
a'26 luglio i49^j "el suo deposito
nella basilica vaticana fu rappresen-
tato in bronzo dal Pollaiolo colla lan-
cia in mano. Il suo nipote cardinal
Lorenzo Cibo, già canonico di s.
l^ietro, eseguendo la volontà dello
zio, fece fabbricar nella basilica con
disegno di Bramante, e nell'antica
cappella del Salvatore che restaurò,
un grande e bel tabernacolo di
marmo per riporvi la reliquia, nel
luogo ove è ora l'altare di s. Lon-
gino, nelle grotte vaticane , cioè
sotto la statua di tal santo, e fu
terminato nel i49^« Nel taberna-
colo o ciborio, chiuso da due por-
ticelle di bronzo, fu collocata la sa-
cra lancia a' 12 gennaio i5oo, da
Andrea della Valle vescovo di Co-
LAN
trone e canonico valicano. Nell'al-
tare eravi un'antica immagine della
Beata Vergine, che stava nell'altare
edificato nell'VllI secolo da s. Gre-
gorio HI. Ma per la struttura della
nuova basilica, sotto Giulio II la
cappella fu distrutta, il ciborio fu
disfatto nel i5o7 e fu trasferito nel-
l'ultima nave della vecchia basilica,
non servendosi piìi pel sacro ferro,
ma per mostrare al popolo l'altre
reliquie della basilica ; dappoiché la
lancia fu collocata a* 22 novem-
bre col Sudario nel ciborio di Gio-
vanni VII, presso il quale fu eret-
to il sepolcro d'Innocenzo Vili. Nel
pontificato di Paolo V ai 2 i mar-
zo 1606 la lancia fu col Sudario
trasferita dalla vecchia basilica, in
un pilastro della cupola, donde se
ne fa l'oslensione dalla loggia che
resta sopra la statua di s. Veroni-
ca. Ivi stette sino al primo gennaio
1624, che per ordine di Urbano
Vili fu la lancia posta nel ciborio
del pilastro opposto, ove conservasi
la testa di s. Andrea, finche il luo-
go fosse restaurato. Di li nel 1625
a'23 dicembre fu riportata con so-
lennità nel luogo del Sudario, nella
qual traslazione sostenne l' asta del
baldacchino con sette altri signori
l'arciduca d'Austria Leopoldo. Sic-
come nel i52 7 pel sacco di Roma
operato dai scellerati soldati di Bor-
bone, la reliquia della lancia tratta
dal tabernacolo fu gittata in terra,
onde il vaso che la conteneva ave-
va molto sollerlo, cosi il cardinal
Francesco Barberini nipote di Ur-
bano Vili ed arciprete della basi-
lica, a*25 maggio i634 donò un
nobile vaso di cristallo di monte
di gran valore, legato in oro, onde
cavata la sacra lancia da quello al-
quanto rotto d'Innocenzo Vili, nel
nuovo liiK*ipo§i{i e tuttora si con-
LAN
serva. Benedetto XIV racconta, De'
healìf. et canoniz. t. IV, p. Il, e.
3i,n. i3, che mentre era canoni-
co valicano, fece venire da Parigi
la giusta misura delia cuspide del
sacro ferro , che conservavasi in
quella cappella reale, e che aven-
done fatto il confronto colla lan-
cia spuntata, trovò che ambedue
le parti corrispondevano perfetta-
mente, e con tanta uniforniità che
escludeva ogni dubbio dell' identità
del ferro e della verità d'ambedue
le reliquie. Quanto all' ostensione
pubblica e privata della lancia, ne
parleremo all'articolo Volto vSanto,
ove pure si diranno altre analoghe
notizie.
Sulla sacra lancia e sul donativo
di essa si possono consultare i se-
guenti autori. Tommaso Bartolini,
De lalere Christi aperto, Lugduni
Bat. 1646. Gisb. Voeti, Disaertalio
de perfosso lalere Christi, in ejus Dis-
put. //leo/., p. II, 195, Ultraj. i655.
Gaspare Sagittario, Z^m^/V. ^e La/i-
cea qua perf ossimi Christi latita, Je-
nae iGyS. Enoch Svantenio, Lan-
cea militaris, qua Christi lata per-
fossiun, Roslochi 1686. Jo. David
Roelerus, De imperiali sacrae Lati-
ceae, Altorf lySi. Il Thiers riferi-
sce la superstizione di quelli che
portavano indosso la misura del-
la piaga del costato di Gesù Cristo
per salvarsi da tutti i pericoli : Des
superstilions t. I, p. 3 12. Vittorelli
nelle Aggiunte al Ciacconio t. HI,
col. 100, P'it. Ponti/., ove diffusa-
mente parla di questa reliquia, co-
me della canna e della spiniga.
Diario del Nantiporto presso il
Muratori, Ber. Ital. t. Ili, p. II,
I 108. Notice da journal de Bar-
card par m.r de Brequignf, dans
les notices, et cxlraits des mss. de la
hible diL rei, Paris 17B7, p. 9-2.
LAN 91
L'Infessura presso il Rinaldi all'an-
no i49'2. La costituzione 4 d' Ales-
sandro VI, Bullar. tom. I, pag.
468; e Sandini, f/ist. faniiliae sa-
crae, de Christo Domino ^ cap. XV,
pag. 238 e 289, parlano delle
reliquie della lancia, della canna e
della spuiiga donate ad Innocenzo
Vili. Torrigio, Le sacre grotte va'
ticane, p. 19, 209 e seg., e 210.
Severano, Memorie sacre p. 160
e seg. Un'altra simile lancia si con-
serva in Praga, altri dicono in No-
rimberga, mandata dall'imperatore
Enrico I V Uccellatore, c\\e l'ebbe da
Ridolfo II re di Borgogna, ed era
la medesima che usava l'imperato-
re Costantino il Grande, il quale
l'avea fatta fare a similitudine di
quella che ferì il costato del Reden-
tore, col ferro comune e con qual-
che parte de Chiodi [f^edì), che
servirono per affìggerlo in croce, co-
me scrivono l'abbate Uspergense in
Chron. p. i53 ; Sigiberto in Clvon.
ad an. 929; e Luitprando, Hisc. lib.
IV, cap. 12. Di questa lancia ne
parla il Severano a p. 632. Nel
XIV opuscolo del p. Calogerà si
esamina se Enrico I V Uccellatore
acquistasse la sacra lancia. Gugliel-
mo Malmesbury, De gè siis Angiomi it
lib. I, e. 6, dice: Lancea Caroli
M. ferehatur eadem esse, quae Do-
miiiico lateri, centurionis marni, fuit
ìmpacta pretiosi vulneris jactu Pa-
radisuni miseris morta libns a perni t.
Cosi il Baronio all'anno 929, n. 5.
Alcuni credettero che il centurio-
ne fosse il soldato che colla lancia
aprì il costato di Cristo. 11 Sarnel-
li, Lett. eccl. t. V, lett. XLI, parlan-
do della sacra lancia, riporta quan-
to il Rinaldi dice all'anno i354j n.
18. Carlo IV imperatore ricuperò
la lancia del Signore ( devesi inten-
dere quella formala ' con parte dei
9-2 LAN
chiodi ), ì cliiodi, e parte dollu ss»
Croce, e la fece tiasportare in Pra-
ga, capitale del suo regno di Boe-
mia, con gran giubilo. Il Papa In-
nocenzo VI ad istanza di Carlo IV
gli diede facoltà che le dette sacre
memorie della Passione del Reden-
tore si esponessero sull'altare alla
pubblica venerazione de'fedeli, ed
instituì la festa della Lancia e dei
Chiodi nella feria VI ossia venerdì
dopo l'ottava di Pasqua di Risurre-
zione, concedendo anche per quel
giorno i' indulgenza ; diffondendosi
il Pontefice nel suo diploma in en-
comi su detti strumenti, specialmen-
te della sacra lancia, che riporta il
Sarnelli. Aggiunge questi, se tutte
queste memorie sono d' una istes-
sa lancia , o se della stessa lan-
cia mescolata con altro ferro se ne
fecero più lancié, conchiude bastar
che noi veneriamo non il ferro come
tale, ma la Passione di Cristo nel fer-
ro. Il Marini, Archiatri t. Il, p. 4^) di-
ce che nella cappella o oratorio dello
spedale di Siena, tra le reliquie in-
signi che possiede, vi è parte della
sacra lancia. F^. Giovanni Gretsero,
In Syntagniale de ss. Relìquiis^ et
regnlibus monumentis , praesertim
quadruplici lancea , Doniiiiica ,
Mduriliana, Conslantiniana et Ca-
rolina. Ada s. Longini militis, cura
comm. praevio, et notis in r i martii.
Bollaud. p.376, et apud Surium i5
martii pag. 177. Jo. Henr. a See-
len, Commentatio de festo Lan-
cea et Clavoruniy quibus Corpus
Christifuit perfossuiUy in ducala Ère-
mense diu celebrato. Ext. in ejus
Mise. Luheccae 1734, par. I, p.
339. E noto che lancie con cui fu-
rono trafitti tanti santi martiri, si
seppellivano co'loro venerabili corpi.
Il Piazza nel citalo Santuario Ro-
inauo, scrive a p. 317, che nella
LAN
chiesa di s. Eustachio si conserva tra
le reliquie la lancia che usava quel
cavaliere romano, e tuttora si espo-
ne nel dì della sacra, in quello del
santo e in altri giorni. S. Giorgio,
che ha tanti ordini equestri sotto
il suo nome, è rappresentato in at-
to di ferire con una lancia il dra-
go, come dicesi agli articoli di det-
ti ordini, spiegandosi in quello di
s. Giorgio di Rosmonte, perchè co-
sì viene lappresentato il santo.
LANCIANO (Lancianen). Città
coli residenza arcivescovile nel regno
delle due Sicilie, nella provincia del-
TAbruzzo citeriore , capoluogo di
distretto e di cantone, posta parte
in piano e parte in colle, sulla de-
stra riva del torrente Feltrino, e
sulla riviera del suo nome, che si
getta quivi nel mare Adriatico, for-
maiìdovi un piccolo porto. Ha due
sobborghi, alcuni cospicui edifizi ,
distinguendosi Ira i sagri la metro-
politana. Il suo commercio è flori-
dissimo, e la gran fiera che vi si
tiene nel maggio, e poscia nella
prima metà di settembre, vi attira
uno straordinario concorso. 11 suo
distretto contiene otto circondari o
cantoni , alcuni autori credettero
essere stata questa città fabbrica-
ta sulle rovine dell' Ansanuni o
Auxanuni o Anaxanuni, città dei
frentani, popoli del Sanuio, donde
sembra averne preso il nome, chia-
mandosi pure LausanOy Lancìana
o Lanzano.
La sede vescovile fu eretta da
Leone X nel i5i5, che ne fece
pi imo vescovo Angelo Maccafani,
dichiarandola immediatamente sog-
getta alla santa Sede. Gli arcive-
scovi di Chieti mal sofferendo che
la città di Lanciano, ch'era stata di
loro dipendenza, fosse così sogget-
ta al Pontefice, fecero ogni sforzo
LAN
per opporsi al vescovo, il quale
però sostenne vigorosamente la sua
esenzione contro di essi, e gover-
nò la chiesa con sollecitudine pa-
storale. Portatosi nel i5i7 in Ro-
ma al concilio generale Lateranen-
se V, intervenne alla X sessione,
indi morì nelfe calende di dicem-
bre. Ad istanza dell' imperatore
Carlo V, nel i532 Clemente VII
fece secondo vescovo il cardinale
Egidio Canisio da Viterbo a' io
aprile, il quale mori nel medesi-
mo anno a' 12 novembre. Nel
i533 gli successe Michele Fortini
belga domenicano, ed a questi Gio-
vanni de Salazar spagnuolo, falto
nel i54o da Paolo IH, che fu al
concilio di Trento, e morì in Ispa-
gna nel i555. Nel seguente anno
Paolo IV dichiarò quinto vescovo
Pompeo Piccolomini d' Aragona,
figlio del duca d'Amalfi, che a' 16
gennaio i56o Pio IV traslatò a
Tropea; indi a' 26 dello stesso me-
se fece vescovo di Lanciano Leo-
nardo Marini genovese domenica-
no, vescovo di Laodicea, personag-
gio cospicuo per virtù. A fine di
far cessare le contestazioni coll'ar-
cìvescovo di Chieti, il vescovo ed
il re di Spagna Filippo II, otten-
nero da Pio IV che erigesse Lan-
ciano in sede arcivescovile, ciò che
ebbe luogo a' 26 febbraio i562.
II Pontefice non gli assegnò suf-
fragane!, che non ha tuttora, ed
il Marini fu il primo arcivescovo.
Intervenne al concilio di Trento,
e nel i566 s. Pio V lo trasferì
alla sede d'Alba nel Piemonte; poi
nel i568 gli fece succedere Et-
tore Piscicelli nobile napoletano,
vicecancelliere del regno. Nel 1570
s. Pio V traslatò a questo arcive-
scovato, dalla sede di Monte Ma-
rano, fr. Antonio di s. Michele dei
LA.^ 93
minori spagnuolo, che pose la pri-
ma lapide alla chiesa di s. Bar-
tolomeo che fece consecrare dal
vescovo d'Alba Marini, assistito da
quelli di Ortona e Valva. Grego-
rio XIII lo spedì delegato nella
Spagna per la guerra contro il
turco. Nel 1^79 divenne vescovo
Mario Bolognini nobile di Cajaz-
fo, degno d'ogni lode; pose la
prima pietra nella chiesa di s. Ma-
ria degli Angeli, e fu traslato a
Colrone. Gli successe nel i588 Paolo
Tasso napoletano, probo e dotto, che
benedì la prima pietra per la chie-
sa di s. Maria della Sanità, ed eres-
se la sepoltura arcivescovile nella
cattedrale avanti l'altare della B.
Vergine^ ove fece tumulare i pre-
decessori. Da Minervino nel i6oe)
vi fu traslatò fr. Lorenzo Calati-
na de'minori, che fu succeduto nel
1618 da fr. Francesco Romerio
carmelitano spagnuolo. rei 1621
trasferito a Vigevano. Nel seguen-
te anno fu arcivescovo Andrea Ger-
vasi calabrese, zelante difensore
dell'immunità ecclesiastica : a pro-
prie spese aprì il monastero delle
monache Clarisse; rifece l'episcopio
più comodo dell'antico; fu carita-
tevole e giusto. Nel 1669 venne
fatto arcivescovo fr. Alfonso Alva-
rez Baiba carmelitano spagnuolo,
traslato a Brindisi nel 1673; on-
de gli fu successore Francesco An-
tonio Carafa patrizio napoletano ,
celebre teologo teatino, che nel
1675 passò a Catania. Fr. Em-
raanuele della Torre spagnuolo,
religioso della Mercede, divenne
arcivescovo nel 1688, Gli successe-
ro nel 1695 Giovanni Monreale
di Brindisi, traslato nel 1696 a
Reggio; nel 1697 fr. Barnaba de
Castro toletano, assistente genera-
le degli agostiniani; nel 1701 fr.
94 I- A N
Giovanni Uva di Melfi francesca-
no; e nel 1719 Antonio Paterno
nobile napoletano. Con esso TU-
ghelli nel tom. VI, p. 786 e seg.
óc\[' Jtalia sacra, termina la serie
degli arcivescovi, proseguita sino a
noi dalle annuali Notizie di Ro-
ma .
Pio VII a' 6 aprile 18 18 di-
cliiai'ò arcivescovo Cv. Francesco
IMaria de Luca di Ponticelli dio-
cesi di Napoli, indi colla lettera
apostolica De utiUori^ V kal. julii
1818, soppresse la sede vescovile
d' Ortona (Vedi\ ed in perpetuo
l'unì a Lanciano. Sotto il medesi-
mo arcivescovo, il regnante Papa
Gregorio XVI colla bolla Ecclesia-
rum omnium sollicitndojde 19 feb-
braio 1834, ripristinò la sede ve-
scovile di Ortona, assegnandola pe-
rò in perpetua amministrazione del-
l'arcivescovo di Lanciano pro-tem-
pore. Per morte del mentovato ar-
civescovo, lo stesso Pontefice nel
concistoro de' i3 dicembre 1889
preconizzò successore l' odierno ar-
civescovo monsignor Lodovico Riz-
7.uti di Bocchigliero arcidiocesi di
Rossano. La cattedrale della me-
tropolitana di Lanciano , recente
ed elegantissimo edifìzio, è sacra a
Dio, in onore della Beata Vergine
Maria di Ponte. Il capitolo si com-
pone di due dignità , la prima è
Gl'arciprete, la seconda il primice-
rio; di dodici canonici comprese
le prebende del teologo e del pe-
nitenziere, noncbè di ebdomadari
ed altri preti e chierici addetti al
servigio divino. L'arciprete memo-
rato ha la cura d'anime non nella
metropolitana, ma nella chiesa di
s. Maria Maggiore ov' è il fonte
battesimale, venendo coadiuvato da
alcuni preli. 11 palazzo arcivesco-
vile, buon edifìzio, è alquanto di-
LAN
stante dalla cattedrale. Oltre la
detta parrocchia, nella città ve ne
sono tre altre, tutte munite del sa-
cro fonte. Vi sono due conventi
con religiosi , un monastero con
monache, il conservatorio di s. Car-
lo, otto confraternite, il seminario
per ambedue le diocesi. La diocesi
unita comprende circa venti miglia
di paese, contenendo molli luoghi.
I fruiti delle rendite delle due
mense sono tassati ne' libri della
camera apostolica in fiorini 34o,
corrispondenti a circa 35oo ducati
moneta napoletana di rendita annua.
L ANGLE - SPEZZATE , Lances
Spezzatae. Antica e nobile guardia
pontifìcia di cavalieri ed altri ti-
tolati, a piedi ed a cavallo, all'in-
timo e personale servizio del som-
mo Pontefice, i di cui membri e-
rano chiamati Cavalieri della guar-
dia di Nostro Signore, e comune-
mente Lande spezzate. 1 diziona-
ri della lingua italiana e delle ori-
gini, ecco come definiscono il vo-
cabolo Lancia. » Strumento di le-
gno di lunghezza intorno a cinque
braccia, con ferro in punta e im-
pugnatura da pie, col quale i ca-
valieri in battaglia feriscono. In
appresso dai nostri antichi scritto-
ri, lancia nominossi ogni specie di
arme in asta, ed alcuni parlarono
ancora di lancie manesche che si
lanciavano, le quali dette furono
poi più comunemente lanciotti. Lan-
cia si disse ancora talvolta un ca-
valiere armato di lancia, e il no-
me di lancia spezzata applicossi
a chi assisteva alla persona del
principe". Che questi cavalieri lan-
de spezzate erano compresi tia i
cubiculari del Papa, considerati ca-
merieri laici di spada e cappa per-
chè come questi vestivano essendo
in anticamera ; che assistevano alle
LAN
cappelle dietro i banchi de' cardi-
nali ; die cavalcavano per Roma
quando usciva il Ponlefice , anche
nelle solenni cavalcale, ed allora si
armavano; e che in origine, secon-
do il Bonanni, non erano nobili ,
divenendolo quando funsero V uffi-
cio i cavalieri gerosolimitnni, lo di-
cemmo al voi. VII, pag. 39 e 4^
del Dizionario. Veramente, come si
dirà, in principio i membri di que-
sto corpo furono nobili, poi sotto
Clemente Vili erano tutti capita-
ni riformati, indi tornarono ad es-
sere nobili, massime da Innocenzo
XII in seguito. Eletto nel 17^4
Benedetto Xill, per eccessiva umil-
tà e moderazione volendo uscir
di palazzo privatamente, e solo la-
sciatosi persuadere dell'accompagno
di poche guardie, cassò come su-
perflua questa delle la n eie spezza-
te. Ritornata in esercizio nel se-
guente ponlificato , cioè dodici in
paga con molti soprannumeri , i
quali poi per anzianità entravano
in posto alla vacanza, terminò nel
declinare del secolo decorso per le
note politiche vicende. Istituita nel
1801 da Pio VII la Guardia no-
bile pontificia {Fedi\ le antiche
lancie spezzate conservando il loro
onorario e rango di colonnello vi
furono ammesse con grado di esenti
della medesima, perdendo 1' antica
denominazione e l'uniforme ; luna e
l'altra però continuarono a ritenere
le lancie spezzate esistenti fuori di
Roma. Quanto alle lancie spezzate
soprannumeri, furono anch'essi in-
corporati alle guardie nobili col gra-
do di cadetti ed il rango di te-
nenti colonnelli, che già avevano,
ma senza soldo, che dovevano solo
percepire nel passaggio ad esenti.
Questa guardia pontificia delle lan-
cie spezzate isembra fche sia stata
LAN 95
istituita dopo quella à^: Cavalle f^^ie-
ri (Vedi)j per lo più si coujpose di
dodici cavalieri, ed era la più vi-
cina per la custodia della persona
del Tonlefice. Si volle assomigliare
a quella che introdusse nel palaz-
zo imperiale Sergio Galba , che
nell' anno 68 di nostra era diven-
ne imperatore romano, che al di-
re di Svetonio, quel principe : de-
legit et equestris ordinis juvenes,
qid manente annuloruni aurtoruni
usa evocati appellare ntur , excu-
hiasque circa cubiculuni smini age-
renl. Questa guardia non trovasi
nominata prima di Paolo IV del
i555, il (jujjle avendo fatte molte
grazie al popolo romano, si acqui-
stò in modo la sua aflezione , che
narra il Panvinio : ad testificanduni
grati aninn sludiuni, solenmi de-
cretO) statuani ei in Capìtolio mar-
moreani aiiVqnaruni more erexit,
et cenluni amplius cives et nobili-'
tate electij qui sine stipendio ss.
Ponti fi ci s per vices perpetui custo-
des novo exeniplo essent, equites ah
eo creati. Di ciò parla più ampia-
mente Pietro Nores nella storia mss.
della guerra di Paolo IV contro gli
spagnuoli. Scrive egli che il Pupa
il giorno 5 dicembre i 555, tenuta
cappella, in essa creò centoventi ca-
valieri tutti romani, chiamati ca-
valieri della fidi\G o della colomba.
Ad essi commise la guardia della
sua persona, facendo a tutti asse-
gnare stanze nel palazzo apostoli-
co; ordinò loro di dividersi in do-
dici decurie, una delle quali mai
^i allontanasse dall'anticamera pon-
tificia, ina però tutti dovrebbero
servire ed accompagnare il Papa
quando uscisse in pubblico. Il dia-
rista contemporaneo Cola Colei ne
nota il giorno che questa guardi.i
cominciò a prestar servigio, cioè
96 LAN
agli 1 1 dicembre, e dieci per gior-
no. Poco darò questa dimostrazio-
ne di filiale affetto del popolo ro-
mano verso Paolo IV , dappoiché
sdegnandosi per le conseguenze del-
la guerra cogli spagnuoli, i quali ca-
gionavano gravi danni a Roma ,
suoi dintorni ed altri luoghi dello
stato, dimostrò con molti segni la sua
disapprovazione. Ed è perciò, come
nel 1 558 scrisse l'ambasciatore vene-
to Navagero alla signoria, che Paolo
IV ormai appena guardava i cento
suoi cavalieri, il qual numero a poco
a poco diminuì talmente, che soli
due o tre comparivano. Ascanio
Cen torio, ne' Commentari delle guer-
re d' pAiropa par. II, lib. 3, p. 96,
parla di essi. In seguito si ridusse-
ro al numero di dodici con paga,
e vi furono ammessi anche di al-
tre nazioni col nome di Laucie
spezzate. In fatti ne* ruoli della
Famìglia pontificia (Vedi) di Sisto
V del i585, si trova che due lan-
cie spezzate di guardia avevano dal
palazzo apostolico la parte di pa-
ne, vino, ec. Già sotto Clemente
Vili le lancie spezzate erano tutti
capitani riformati, avevano la detta
parte, più scudi tre mensili pel com-
panatico. Nei ruoli palatini di Pao-
lo V del 1 6 1 5 si legge che sei
lancie spezzate avevano la dispensa
della cera per la candelora. Sei e-
gnalmente erano effettive nei pon-
tificati di Urbano VJII ed Inno-
cenzo X col godimento de' nomi-
nati proventi.
Nella Relazione della Corte di
Roma^ del cav. Lunadoro, edizio-
ne di Bracciano 1646, p. 11 e 29,
parlando del generale delle guar-
die di sua Santità, e delle due
compagnie di cavalleggieri, si dice
eh' eranvi dodici lancie spezzate ,
eh' erano tutti capitani riformati ,
LAN
i quali avevano quindici scudi al
mese, oltre quanto gli passava il
palazzo. Ivi pur si narra che nel
palazzo apostolico facevano la guar-
dia dodici cavalleggieri e quattro
lancie spezzate, oltre cinquanta sviz-
zeri. Dice inoltre il Lunadoro che
ancora i generali di Ferrara e di
Avignone aveano per distinzione
alcune lancie spezzate , s' intende
diverse dalle pontifìcie. Dai ruoli
palatini inoltre rilevasi che sotto A-
lessandro VII nel 1657 e nel 1662
erano sei le lancie spezzate ; in
quelli di Clemente X del 1675
venivano chiamate cavalieri di
guardia, con scudo uno e baiocchi
sessantadue e mezzo per cadauno,
ed il pane papalino; in quelli del
1679 d'Innocenzo XI sono pure
così denominati in numero di sei;
leggendosene sette sotto Innocenzo
XII nel 1693; più tre con scudi
dieciolto e baj. cinquanta per o-
gnuno. Ne' ruoli di Clemente XI
del 1706 i cavalieri di guardia a-
vevano scudi diecisette e baj. cin-
quanta per ciascuno, sei dei quali
scudo uno e baj. sessantadue e mez-
zo per companatico, e solo pane
avevano per parte. Ne' ruoli di
Clemente XII del 1738 dodici e-
rano i cavalieri di guardia , con
scudi venti per ognuno, più due
soprannumeri senza onorario. Nel
1744 sotto Benedetto XIV erano
tredici , eh' ebbero medaglie d' oro
e d'argento per la festa di s. Pie-
tro; nel 1752 se ne trovano se-
dici registrati. Nel pontificato di
Clemente XIII, l'anno 1765 si leg-
gono dieci guardie con scudi venti
ognuno, otto senza paga , perchè
soprannumeri. Finalmente nel pon-
tificato di Pio VI, l'anno 1778
dieci erano i cavalieri lancie spez-
zate con scudi venti, con otto so-
LAN
prannumeri senza nulla. Nelle an-
nuali Notizie di Roma si pubbli-
cavano le lande spezzate sotto la
categoria della Famiglia pontificia^
dopo i cappellani segreti, e prima
dei camerieri segreti partecipanti
di spada e cappa. Nelle notizie del
1798 i cavalieri di guardia, o sia-
no lande spezzate, erano nove^ i
soprannumerari otto, i soprannu-
merari d'onore ventitre: i primi ed
i secondi tutti romani, i terzi del-
le città e luoghi dello stato ponti-
fìcio, con qualche romano. Da ciò
rilevasi che i cavalieri di guardia
effettivi ed i loro soprannumeri con
successione dovevano essere roma-
ni e lutti nobili. Ora riporteremo
alcuni passi della Storia de' posses-
si che i Papi presero della basili-
ca Lateranense, del Cancellieri, ai
quah intervennero le lancie spez-
zate; laonde si vedrà come vesti-
vano, il luogo ove incedevano, e
quali attribuzioni disimpegnavano
in sì solenni funzioni.
Nel possesso di Leone XI del
i6o5, dopo gli uditori di rota
cavalcavano le lancie spezzate del
Papa, armati di arme bianche, se-
guendo l'ambasciatore di Bologna
ed i consevalori di Roma. Nel pos-
sesso di Gregorio XV del 1 62 1
lances spezzatae armatae equitan-
tes ante et retro, ut equitatio pro-
cederet. Nel possesso di Clemente
IX del 1667, precedevano la pom-
pa i cavalleggieri, seguiti da due
lancie spezzate di sua Santità con
bellissimi e ricchi abiti con petti
a botta, e bracciali di fine armi
bianche, quali distribuitisi per la
cavalcata, or qua or là scorrendo
la regolavano, acciocché ordinata-
mente e senza fermarsi quelli che
la componevano, seguissero con mae-
stà e senza confusione il comiociato
VOL. XXXVII.
LAN 97
viaggio. Nel possesso d' Innocenzo
XI del 1676, dopo i cavalleggieri
incedevano le lancie spezzate di Sua
Santità, ec. Nel possesso di Alessandro
Vili del 1689, dopo i cavalleggieri
cavalcavano due lancie spezzate di
Nostro Signore, con belli e ricchi
abiti e petti a botta, e bracciali di
finissime armi bianche, ec. Nel pos-
sesso d'Innocenzo XII del 1691,
due lancie spezzate a cavallo dopo
i cavalleggieri regolavano l' anda-
mento della pompa, seguiti dai va-
ligieri de* cardinali , ec. Nel pos-
sesso di Clemente XI del 1701 ,
ai cavalleggieri andavano appresso
quattro lancie spezzate di sua San-
tità, regolando l' ordine prescritto
dai maestri di cerimonie, ec; indi
ai due lati del cavallo cavalcato
dal Papa erano linee per lungo di
lancie spezzate, paggi, mazzieri, ec.
Nel possesso di Clemente XIII del
1758, appresso i cavalleggieri suc-
cedevano quattro cavalieri della
guardia di Nostro Signore , delti
lancie spezzate, due de' quali re-
stavano in ordine di cavalcata , e
gli altri due invigilavano pel buon
ordine, colle loro vaghe armature;
li seguivano il foriere e cavalleriz-
zo maggiori del Papa. Nel posses-
so di Clemente XIV del 1769,
appresso i cavalleggieri procedeva-
no quattro cavalieri della guardia
di Nostro Signore , ec. L' ultima
volta che v' intervennero fu nel
1775 pel possesso di Pio VI: dopo
i cavalleggieri con lancie seguiva-
no due cavalieri lancie spezzate con
le loro armature di acciaro, ordi-
nando la cavalcata, ed altri due di-
rigendola ; indi venivano il foriere
e cavallerizzo. Nelle cavalcate so-
lenni colle quali i Papi si recava-
no ad assistere alle cappelle della
ss. Annunziata, di s. Filippo, del-^
7
98 LAN
la Natività, e di s. Carlo, incede-
vano pure dopo i cavalleggieri due
cavalieri della guardia detti lande
spezzate, con armatura di ferro
dorato, mentre due altri aveano
r incarico di percorrere avanti e
dietro la cavalcata pel buon ordi-
ne. Seguivano il foriere ed il ca-
vallerizzo. Presso al cavallo su cui
andava il Pontefice, erano altresì
alcuni cavalieri della guardia lan-
cie spezzate. Il Bonanni nella Ge-
rarchia ecclesiastica p. 479» narra
che le lancie spezzate nelle solenni
cavalcate e nelle cappelle solenni
&i vestivano d'armatura, con cap-
pello ornato di penne , in mano un
bastone, la spada al fianco^ collare
di merletto e fascia.
LANDAFF, Landavia. Città ve-
scovile d'Inghilterra, nella contea
di Glamorgan, giace sulla riva de-
stra del Taflf, che si passa un po-
co superiormente sopra un vecchio
ponte di pietra. Si osserva la sua
antichissima cattedrale, vasto e bel-
lo edifìzio, e gli avanzi dell'antico
palazzo vescovile, che si crede es-
sere stato distrutto daOwenGlen-
dower. La sede vescovile fu fon-
data, secondo alcuni, verso l'anno
i8o, ad istanza del re Lucio; al-
tri dicono con Commanville nel V
secolo, il quale aggiunge che il ve-
scovo voleva conseguire la dignità
metropolitica sul paese di Galles,
che la disputò lungo tempo colla
sede di s. David, ma in fine essen-
dosi sottomesso, divenne suffraga-
neo dell'arcivescovo di Cantorbery.
Il primo vescovo che si conosca è
Dubrice o Dubricio, che fu stnbi-
lito arcivescovo della provincia da
s. Germano d'Auxerre e da s. Lu-
po, quando portaronsi dalla Fran-
cia in Inghilterra pc?r combattere
i pelagiani , e tenea la sua sede
LAN
ora a Carlisle, ora a Landa fF, do-
ve fu trasportato il suo corpo sei-
cento anni dopo la sua morte, suc-
ceduta a* 4 novembre 522. Tra i
successori di Dubrice è degno di
special menzione Urbano arcidia-
cono di Landaff, consacrato a* io
agosto I 107, morto in viaggio an-
dando a Pioma: fece fabbricare la
cattedrale di Landaff, il palazzo ve-
scovile e molte case pei canonici;
ricuperò ancora molti diritti che
erano stati anteriormente rapiti o
decimati alla sua chiesa. Landaff
è rinomata per la celebrazione dei
seguenti concilii.
Concila di Landaff.
Il primo concilio fu tenuto nel
56o, in cui fu scomunicato Mou-
rico o Morcan o Morcanno re di
Glamorgan, di cui Landaff* era ca-
pitale della contea del suo nome,
come reo d'assassinio. Reg. t. XI 1;
Labbé t. V; Arduino t. Ili; Angl. 1. 1.
Il secondo nel medesimo anno,
in cui fu assolto il re Mourico dal
delitto commesso. Ibidem.
Il terzo nello stesso anno, nel
quale venne scomunicato Guidner-
to, che avea ucciso il proprio fra-
tello Merescione per giungere alla
corona. Ibidem.
Il quarto neirSSy, e vi fu sco-
municato Teuduro. Angl. t. I.
Il quinto nel Q^o, in cui venne
ricevuto come penitente il reNou-
gui, che avea saccheggiato i beni
della chiesa : il re restituì al ve-
scovo Patro il tolto, e di più gli
concesse una delle sue terre. Que-
sto concilio ed il seguente, nel Diz.
de^ concila si dicono celebrali nel
945. Reg. tom. XXV; Labbé lom.
IX; Arduino tom. VI; Angl. tom. I,
Il sesto del 955, relativamente
ad un diacono ucciso a pie dell'ai-
LAN
tare, dov'erasi rifugiato dopo aver
trucidato un contadino che avea-
Jo ferito. Ibidem.
Il settimo del 982 intorno ai
costumi. Angl. tom. I.
L' ottavo nel 988: fuvvi scomu-
nicato e messo in penitenza il re
Artmaele, finche non avesse espia-
to il suo delitto commesso nell'aver
ucciso il suo fratello Elised. Reg. t.
XXV; Labbé t. IX; Arduino t. VI.
11 nono nel io34-' vi fu sco-
municato il re Mourico per aver
violato i luoghi santi che serviva-
no di rifugio. Angl. tom. I.
Il decimo nel io56, in cui fu
scomunicata tutta la famiglia del
re Cargucano, a motivo delle vio-
lenze che avea fatte contro il ve-
scovo di LandafF, insultando un
medico di lui nipote. Reg. t. XXV;
Labbé tom. IX; Arduino tom. VI;
Angl. tom. I.
L'undecimo nel loSg: venne di
nuovo scomunicata la detta fami-
glia reale. Angl. tom. I.
LANDELINO (s). Nacque nel
628 a Vaux nell'Artois, di nobile
famiglia, e la sua educazione fu
affidata a s. Auberto vescovo di
Cambrai, Entrato nel mondo si
scordò per alcun tempo le buone
lezioni ricevute, e menò vita li-
bertina; ma la morte subitanea
di uno dei suoi compagni lo fece
rientrare in sé slesso. Pentito dei
suoi trascorsi, si gettò ai piedi di
s. Auberto, il quale lo allogò in
un monastero, affinchè ne facesse
penitenza. Tanto fu il fervore e la
contrizione di Landelino, che si sot-
tomise ad ogni sorta di austerità;
laonde dopo alquanti anni s. Au-
berto elevollo al sacerdozio, e gli
commise il ministero della predi-
cazione. Desiderando di piangere i
propri peccati nella solitudine, do-
LAN 99
mandò la permissione di ritirarsi,
e sì portò a Laubac o Lobes, luo-
go deserto posto in riva alla Sam-
bra, nel paese di Liegi. Molte per-
sone pie si unirono a lui, e così
ebbe origine la celebre abbazia di
Lobes, la cui fondazione si colloca
circa il 654- Landelino, riguardan-
dosi come indegno di essere capo
di una comunità di santi, ne la-
sciò la direzione a s. Ursmaro suo
discepolo, e fondò un novello mo-
nastero ad Aune, lungi una lega
dal primo, ed appartenente ali* or-
dine di Citeaux, donando all'ab-
bazia di Lobes la maggior parte
delle terre che avea ricevuto dalla
liberalità dei re di Francia. In ap-
presso, per menar vita ancor più
ritirata, abbandonò i suoi mona-
steri, ed insieme a s. Adeleno e
s. Domiziano si recò in una den-
sa foresta dell' Hainaut tra Mons e
Valenciennes, dove si fabbricarono
delle specie di celle con rami d'al-
bero. Landelino, vedendo crescere
ognor più il numero de* suoi di-
scepoli, fondò l'abbazia di Crepin,
della quale fu finalmente forzato
a prendere il governo. Il suo zelo
per la salvezza delle anime facealo
talvolta uscire dalla sohtudine, per
predicare nej^villaggi, ed istruirvi
i poveri contadini, senza intramet-
tere le sue pratiche ordinarie di
mortificazione. Mori sulla cenere e
sul cilicio nel 6B6, e leggesi il suo
nome nel martirologio romano sot-
to il giorno i5 di giugno.
Non è da confondersi questo con
un altro s. Landelino originario
di Scozia, il quale è qualificato
martire a'2 di settembre in un an-
tico martirologio di Usuardo, e di
cui la diocesi di Strasburgo, dove
fu ucciso, ne celebra la festa il 2 1
di settembre.
,00 LAN LAN
LANDERICO (s.)^ vescovo di na di marmo, con lunga iscrizione
Parigi. Succedette a s. Audoberto in versi.
verso la metà del VII secolo, e fu LANDI Francesco , Cardinale,
un pastore pieno di zelo e di ca- Francesco Landi patrizio piacenti-
rità. In una carestia distribuì ai no, nato a' 9 luglio i683, appena
poveri tutto quello che possedeva, si portò in Roma il cardinal Re-
e fece liquefare infino i vasi sacri nato Imperiali lo trascelse a suo
della chiesa per prestar loro assisten- aiutante di studio. Poco dopo il
za. Gli si attribuisce la fondazione duca di Parma Francesco lo man-
dei celebre ospitale di s. Cristofo- dò ambasciatore in Parigi al reg-
ro, eh' è i'Hòtel-Dieu, vicino alla gente del regno duca d' Orleans, di
cattedrale di Parigi. Sottoscrisse cui avendone incontrata la grazia,
con altri ventitre vescovi il diplo- il principe si valse de* suoi consi-
ma accordato da Clodoveo II nel gli e dell'opera sua in affari di som-
653 all'abbazia di s. Dionigi; ma ma importanza. Ritornato a Roma,
ignorasi 1' anno della sua mor- da Clemente XII fu nominato se-
te, che alcuni pongono nell'anno gretario della disciplina regolare,
657, ^^*^'^ ^^^ é^^- ^" seppellito indi Benedetto XIV nel 1741 lo
nella chiesa di s. Germano d'Au- promosse all'arcivescovato di Bene-
xerre.La sua festa si celebra ai io vento, e quindi a' 9 settembre 1743
di giugno, ed ha un officio prò- lo creò cardinale prete, benché as-
prio nel nuovo breviario di Parigi, sente , dandogli poi per titolo la
LANDI Francesco , Cardinale, chiesa di s, Onofrio. Oltre le assi-
Francesco Landi o Landò, d' illu- due e frequenti visite dell'arcidio-
stre famiglia di VeneJsia, dottore in cesi, celebrò ogni anno il sinodo,
entrambe le leggi, ottenne nel i4o8 e con questo mezzo recò infinito
da Gregorio XII il patriarcato di vantaggio a quella chiesa, non me-
Grado, e con questo carattere si no pel ristabilimento dell' ecclesia-
trovò presente ai concilii di Pisa stica disciplina, che per la riforma
e di Costanza. Alessandro V nel dei costumi ; ed impiegò somme
1409 l'insignì del titolo di pa- considerabili di denaro in abbellire
triarca di Costantinopoli , e Gio- ed ornare la metropolitana. Cono-
vanni XXIII a' 6 giugno i4ii in scendo però che il clima non si
Roma lo creò cardinale prete col confaceva al suo temperamento, do-
titolo di s. Croce in Gerusalemme, pò aver governata questa diocesi
Martino V nel 14^0 Io fece ve- per lo spazio di undici anni, ri-
scovo di Sabina, ove celebrò il si- nunziatala si trasferì in Roma, do-
nodo, ed arciprete di s. Maria Mag- ve fu fatto prefetto della congre-
giore. In questa basilica edificò una gazione dell' indice. Con lode di
cappella alla Beata Vergine , cui versato nella sacra erudizione e di
assegnò buone rendite pel mante- zelante pastore, ivi morì agli ri
nimento di molti sacerdoti, in ser- febbraio 1757, d'anni settantaquat-
vigio e per onorare la medesima, Irò, con rammarico di chi l'am-
in luogo de* quali furono poi so- mirava. Fu sepolto nella chiesa di
stituiti de* beneficiati. Morì nel s. Maria in Portico, con lapide a-
1427, e secondo il suo volere ri- doma delle insegne cardinalizie e
mase sepolto nella basìlica io un*ur- di nobile iscrizione.
LAN
LANDÒ o LANDONE, Papa
CXXV. Landò o Landone della
Sabina, nacque secondo il Suarez,
Storia di Palestrìna^ in Monte Ro-
tondo, altri lo dicono di Eieto, e Io
.Sperandio nella Sabina sacra lo
chiama figlio di Trano nobile e
preclarissimo personaggio di Foro-
novo. Da canonico regolare fu e-
letto Pontefice circa a' 16 ottobre
913. Ad istanza di Teodora, da-
ma senatoria e famosa meretrice,
madre de. le pur famose Teodora
e Marrozzia, il Pontefice dalla chie-
sa di Bologna a cui era stato eletto,
trasferì Giovanni a quella di E.a-
Tenna, e poi col nome di Giovan-
ni X lo ebbe a successore nel pon-
tificato. Gotti fredo dice che Landò
interpose la sua autorità, perchè
Berengario e Rodolfo, figli del con-
te Guido, non facessero guerra tra
loro, e che nuli' altro facesse nel
suo pontificato degno di memoria,
a cui era stato innalzato pel favo-
re e potenza di Marrozzia, secondo
Luitprando. Lo Sperandio dice che
Landò con Amadeo conte di Bor-
gogna ristabilì la chiesa di Foro-
novo che i saraceni aveano in-
cendiata e spianata. Col governo
di sei mesi e dieci giorni, mori
Landò verso il 26 aprile 9i4> e
fu sepolto nel Vaticano. Il p. Ciac-
conio, Vitae Pont. t. I, col. 69,
osserva che la vita di questo Pon-
tefice fu oscurissima, sì per la bre-
vità del suo pontificato, che per la
scarsezza degli scrittori di quell'in-
felice secolo. Anzi avverte che ve
ne sono alcu«i che non numerano
Landò nella serie de' Papi : lo no-
verano però Guglielmo Biblioteca-
rio e Gottifredo. Con diversi an-
tichi scrittori, tutti i moderni cri-
tici annoverano Landò fra i legit-
tirui Pontefici, benché lutti comu»
LAN loi
nemente ne disapprovino i costu-
mi e la libidinosa condotta. La san-
ta Sede vacò circa quattro giorni.
LANDOALDO (s.), missionaria
nei Paesi Bassi. Originario di una
rispettabile famiglia longobarda ,
era prete della chiesa di Roma.
Associossi a s. Amando , il quale
col permesso del Pontefice s. Mar-
tino I avea dimesso il vescovato di
Maestricht per andar a predicare
nei Paesi Bassi. Dopo avere am-
bedue visitato diversi monasteri
di Francia, giunsero nel paese po-
sto tra la Mosa e la Schelda, ove
s. Remaclo, ch'era stato consacra-
to vescovo di Maestricht, pregò s.
Amando di lasciargli Landoaldo,
per essergli di aiuto nel suo epi-
scopal ministero. Esso si applicò
con gran zelo e pazienza ad istruire
i popoli e a sradicare i vizi che
dappertutto regnavano. Verso l'an-
no 659 fabbricò una chiesa a Win-
tershowen, e vi formò una piccola
comunità. Continuò poscia a ser-
vire la chiesa di Maestricht sotto
s. Teodardo ch'era succeduto a s.
Remaclo. Childerico li re d' Au-
strasia aveva per lui una partico-
lare venerazione, per cui s incari-
cò di provvedere al suo manteni-
mento e della sua comunità. Morì
verso l'anno 668, e fu riposto nel-
la sua chiesa di Wintershowen.
S. Landoaldo è onorato ai 19 di
marzo, e ai i3 di giugno.
LANDOLFO, Cardinale. Lan-
dolfo nel 1059 da Nicolò II fu
creato cardinale prete, sebbene al-
cuni lo dicono fatto dal successore
Alessandro li, col quale fu presen-
te alla dedicazione della basilica di
Monte Cassino.
LANDONE o LAUDONE (s.),
di Fontenelle. f^. Vandregesilo (s.).
LANDRIANI de CAPITANI Ge-
IO» LAN
BARDO, Cardinale. Gerardo Lan-
drìani de Capitani nacque in Mi-
lano da nobile famiglia ragguar-
devole, che poi dopo il i499 P^i'
avere il re di Francia occupato il
ducato milanese, a cagione dell'in-
felice fine di Antonio Landriani
generale prefetto dell'erario ducale
di Lodovico Sforza, emigrò in di-
verse città d' Italia, come in Par-
ma, Urbino, Vellelri e Perugia,
nella quale ultima città vi si sta-
bili pel primo Alvise o Luigi; in
tale circostanza forse per la diver-
sità della pronunzia, il cognome
venne alterato con aggiungervi la
prima lettera iniziale L; ma lo
stemma restò perfettamente simile.
Tuttociò si prova dalla Lettera
dUm giureconsulto perugino in or-
dine alla famiglia Adriani di Pe-
rugia, scritta ad un chiarissimo
avvocalo milanese^ Foligno 1841,
tipografia Tomassini. Gerardo dun-
que divenne canonico della chiesa
della ss. Trinità di Pavia, indi Mar-
tino V nel i4i8 lo fece vescovo
di Lodi, e con tal carattere inter-
venne al concilio di Basilea, i cui
padri nel i^Zi lo spedirono lega-
to ad Enrico VI re d'Inghilterra,
innanzi al quale recitò un'orazione
in difesa di quel concilio divenuto
conciliabolo , siccome resistente ai
decreti di Eugenio IV, che si leg-
ge negli alti del medesimo, a fine
di persuaderlo ad inviarvi i pre-
lati del suo regno. Dopo aver fon-
date nella chiesa di Lodi le digni-
tà d'arcidiacono e primicerio, ac-
cresciute le rendile della mensa e-
piscopale, e compartiti alla mede-
sima altri insigni benefizi, siccome
obbediente ad Eugenio IV, fu da
questi nel i437 trasferito alla chie-
sa di Como. Filippo Visconti du-
ca di Milano avendo al suo servi-
LAN
gio in qualità di segretario Fran-
cesco Landriani suo fratello, e che
molto amava per essere uomo in-
traprendente e di straordinario ta-
lento, vivamente pregò Eugenio IV
a creare Gerardo cardinale, ciò che
il Papa fece nel concilio generale
di Firenze, al quale il prelato era
intervenuto, cioè a* 18 dicembre
1439. Lo dichiarò dell'ordine dei
preti , e per titolo gli conferì la
chiesa di s. Maria in Trastevere ,
indi lo nominò primo abbate com-
mendatario dell' abbazia di Chia-
ravalle di Milano, fondata da s.
Bernardo nel ii35, distante due
miglia da quella città, e legato a
latere allo slesso duca Filippo, dal
quale però nulla ottenne di quan-
to richiedeva. Anzi, come scrive il
Galimberti, venuti in sospetto al
duca il cardinale ed il fratello
Francesco, vuoisi che li facesse av-
velenare ; onde il cardinale tornan-
do a Roma dalla sua legazione,
mori nel i44^ i" Viterbo con
dieciotto suoi famigliari pure av-
velenati, ed ebbe sepoltura nella
chiesa di s. Francesco. In alcune
antiche memorie degli archivi del
vescovo e capitolo di Lodi, viene
il merito del cardinale esaltato con
grandi encomi, dicendosi di lui ,
che come nella dignità , così nel-
l'esercizio delle cristiane virtù, si
mostrò a tutti superiore.
LANFREDINI AMADORI Gia-
como, Cardinale. Giacomo Lanfre-
dini A madori, nacque a Firenze
da nobilissima famiglia a'26 otto-
bre 1680, indi ottenne dal gran-
duca Cosimo III un canonicato in
quella metropolitana. Fatti prodi-
giosi avanzamenti nelle scienze,
e nelle lingue greca e latina, ap-
plicossi di proposito nel 1699 ^^^'
l'università di Pisa, sotto la disci-
LAN
plioa del dottissimo Giuseppe A-
verani avvocato di gran nome e
fama, allo studio della giurispru-
denza, a cui lo portava la sua
naturale inclinazione, e poi ne ap-
prese la pratica in Roma, sotto la
condotta del celebre avvocato Pom-
ponio de Vecchis. Quale avvocato
della curia romana, si diede a di-
fendere le cause. Siccome alla dot-
trina congiungeva una pietà singo-
lare, una tenera carità verso il pros-
simo e l'illibatezza del costume, tut-
to quello che ritraeva dal suo uffi-
zio, tranne il suo parco e frugale
trattamento, distribuivalo generosa-
mente a' poveri, e lo impiegava in
altri usi pii, avendo donato in un
sol giorno alla casa della missione
di Roma diecimila scudi. Nemico di
qualunque sollazzo, menava vita riti-
rata e di vota, anzi austera, siccome si
scorgeva dall'aspetto e dall'abito in-
collo e ruvido. A gara i clienti lo pre-
gavano a trattar le cause, essendone
nota l'industria e diligenza che vi po-
neva; e diversi cardinali lo vollero
ad uditore, mentre il cardinal Ac-
ciaioli vescovo d' Ostia lo scelse a
■vicario generale, cosi il cardinal Pao-
lucci pel suo vescovato di Porto.
Cosimo III egualmente lo nominò
suo primo ^aditore, ma Giacomo
modestamente ricusò, accettando in
vece il carico di avvocato delle sue
cause e di quelle di Giangastone
suo figlio in Roma. Ottenuta nel
1721 la prelatura Amadori per con-
corso, nel quale superati di gran
lunga i suoi competitori, diportossi
con tale valore, che con rispetto
potè far osservare ad alcuni esa-
minatori che lo aveano interroga-
to fuori di proposito, rimettendoli
sul giusto sentiero. Imprese quindi
a difendere gratuitamente i poveri,
giusta robbligo che gliene correva
LAN io3
per la prelatura Amadori, il qual
cognome associò al suo. Innocenzo
XllI conoscendone il sapere e la
probità, lo deputò aio e direttore
del suo nipote, e fattolo avvocato
concistoriale, lo annoverò tra i pre-
lati del buon governo. In seguito
fu da Benedetto XIII fatto uditore
del camerlengato, e nel 1728 ca-
nonista, e poco dopo datario e si-
gillatore della sacra penitenzieria.
Nel 1724 n^ea recitato avanti il sa-
cro collegio l'orazione funebre per
la morte d'Innocenzo XIII ; e nel
1730 recitò quella per l'elezione del
Papa, ed ambedue furono pubblicate
colle stampe. In quest'anno Clemen-
te XII gli conferì un canonicato nel-
la basilica vaticana, e neiranno ap-
presso lo dichiarò votante della se-
gnatura di grazia, e segretario della
congregazione del concilio. I nomi-
nati Pontefici lo impiegarono negli
affari più ardui e delicati della san-
ta Sede, si prevalsero sovente del?
l'opera e del consiglio del Lanfre-
dini, che per lo più dava le sue
risposte in iscritto, con sopprimere
per modestia il proprio nome. Fi-
nalmente Clemente XII, che gli ac-
cordava la sua intima confidenza ,
in premio di sue virtù e de' suoi
meriti, a' 24 marzo 1784 lo creò
cardinale diacono di s. Maria in
Portico e vescovo d'Osimo. Nell'e-
sercizio dell' autorità vescovile, si
avanzarono contro di lui alle con-
gregazioni di Roma molti ricorsi
colla taccia di severo, quali nou
produssero altro effetto che quello
di far più risplendere la maschia
sua virtù e specchiata religione.
Visitò ogni anno la diocesi, e cin-
que volte celebrò il sinodo, quale
diede alle stampe in un alle sue
dotte omelie pastorali. Predicava la
divina parola al popolo, esageran-
io4 LAN
do le proprie colpe, e pregandolo
a condonargli i mancamenti che
commetteva nel disimpegno dell'of-
ficio pastorale. Quando poteva re-
cava il ss. Viatico agl'infermi, con-
fortandoli air estremo passo con
fervorose e paterne esortazioni.
Nelle parrocchie si portava ad
istruire i fanciulli ne'misteri della
fede, a fare il catechismo, ed a
vedere se si praticava quanto avea
su ciò prescritto. Nelle feste di
buon'ora recavasi alla chiesa del
Battisterio, per fare teneri e sempli-
ci ragionamenti alle persone di
Lassa condizione ; vi ritornava più
tardi predicando ai giovanetti, cui
compartiva la comunione. Porta-
tosi in Roma per l'elezione di Be-
nedetto XIV, questi ve lo trat-
tenne, conferendogli oltre la pre-
fettura della congregazione dell'im-
munità a cui l'avea destinato Cle-
mente XII, l'incarico di visitatore
dell'arcispedale di s. Spirito e del-
la fabbrica di s. Pietro, laonde ri-
nunziò il vescovato, a lui com-
mettendo il Papa la scelta del suc-
cessore. Abbattuto dalle fatiche
tollerate in servizio della Chiesa,
mori in Roma d'anni sessantuno^ ai
i6 maggio i74i,e fu sepolto nella
chiesa da lui fondata ai signori
della missione presso Monte Cito-
lio, che beneficò in vita, e insti-
tuì erede in morte di sue sostan-
ze. La sua vita fu scritta da un
sacerdote della missione e stam-
pata in Roma nel 1761. La scris-
se ancora il can. Salvino Salvi. Il
dottor Lami ci diede nel 174?
J'eloglo storico del medesimo car-
dinale nel t. II de'suoi Memora-
hilia italorum praestantium. Le
sue Lettere pastorali furono stam-
pate a Genova nel 1755, e a To-
rino nel 1768. La Raccolta di 0-
LAN
razioni sinodali e lettere pastorali,
in Jesi nel 1740-
LANGEAIS o LANGERS o
LANGETS , Langestum vicus al-
bigensisy Alingavia, Langesium. Cit-
tà piccola di Francia nel diparti-
mento d'Indro e Loira, circonda-
rio e capoluogo di cantone, sulla
riva destra della Loira, ove ha un
porto. Ha un castello fabbricato
nel 992 da Folco di Nera conte
d'Angiò, e restaurato nel XIII se-
colo da Pietro de la Brosse, mini-
stro di Filippo III. Si osserva sul
territorio una colonna di pietra •
estremamente dura, che si chiama
il pilastro di s. Marco, la cui co-
struzione si attribuisce a Giulio
Cesare. Nel 1278 Giovanni di
Montsoreau arcivescovo di Tours
vi tenne un concilio co' suoi suf-
fraganei, nel quale pubblicò sedici
canoni sulla disciplina e sopra al-
tre materie ecclesiastiche. Labbé
t. XI; Arduino t. VIL
LANGHAM Simone, Cardinale.
Simone di Langham o Longam,
nato in Inghilterra, monaco bene-
nedettino nel monistero di West-
minster, di cui diventò priore ed
abbate, si distinse per santità di vi-
ta. Intimo amico del re Odoardo
III, fu da lui fatto tesoriere e so-
praintendente delle finanze o ren-
dite del pubblico erario. Quindi
dopo essere stato promosso al ve-
scovato di Londra, di cui non ri-
cevè l'episcopal consacrazione, ven-
ne trasferito a quello di s. Ely, e
decorato della carica di gian can-
celliere. Nel i366 ottenne l'arcive-
scovato di Cantorbery, che sponta-
neamente rinunziò, secondo il Ciac-
conio, ma viene confutato dal Balu-
zio, che anzi dice, che mentre ne reg-
geva la chiesa cacciò dall'accademia di
quella città l'eresiarca WiclelTo. Ur-
LAN
bano V a' 22 settembre i368 lo
creò cardinale prete di s. Sisto,
non pare di s. Prassede come scris-
sero alcuni, ed il Davanzali nella
storia di tal chiesa non lo nomina.
Nel iSyS passò al vescovato di
Paleslrina, sotto Gregorio XI, che
Io confermò in legato ai re di
Francia e d'Inghilterra, senza suc-
cesso. Fondò una chiesa in onore
della Beata Vergine del Buonpas-
so, e ne fece dono ai certosini. Mo-
ri in Avignone nel iSyG, dopo es-
re intervenuto al conclave di Gre-
gorio XI, e dopo tre anni fu tra-
sferito a Westminster, e sepolto nel-
la cappella di s. Benedetto, della
chiesa di quel monastero, in una
tomba d'alabastro con un lungo e-
pitaffio in versi barbari. La sua ca-
rità verso i poveri e gli ordini re-
ligiosi, ed il complesso di molle
virtù furono singolari in questo
cardinale, a cui scrisse parecchie let-
tere s. Caterina da Siena.
LANCIO Matteo, Cardinale.
Matteo Langio di Willenbergh, na-
to di nobili genitori in Augusta
nella Rezia, compiti con successo i
suoi studi nell'università di Vienna,
fu fatto scgrelario delle lettere la-
tine dall'imperatore Massimiliano I,
e coU'ellìcace mediazione de' duchi
di Baviera e Sassonia, ebbe la digni-
tà di preposito della chiesa di Au-
gusta, ad onta delle forti opposizioni
di quel capitolo, da lui vinte e su-
perate. Fu quindi da cesare nomi-
nato suo vicario per le cose d'Ita-
lia, e nel i5o5 da Giulio li al ve-
scovato di Gurck, donde poi prese
la denominazione di cardinale Gur-
gense. Ebbe gran parte nella lega
di Cambrai, e fu autore della pa-
ce d'Italia, al qual oggetto Massi-
iiuliano I lo spedì ambasciatore a
Giulio lì. Pesaci consigli il conci-
LAN io5
liabolo di Pisa fu riguardato con
orrore da cesare e da tutta la Ger-
mania. Massimiliano I lo destinò suo
ambasciatore ai re d'Ugheria, Boe-
mia e Polonia, per collegarli a lui.
Giulio IIa'18 dicembre del i5ii
Io creò cardinale prete, dandogli
Leone X per titolo la diaconia di
s. Angelo in Pescheria, dichiaran-
dola titolo finché ne fosse insi-
gnito Matteo che di ciò l'avea pre-
gato. Intervenne al concilio genera-
le Laleranense V, e come procu-
ratore di Massimiliano I approvò
la cessione del ducalo di Milano ,
fatta a Massimiliano figlio di Lodo-
vico il Moro. Nel iSig fu eletto
coadiutore all' arcivescovo di Salis-
burgo, dove parimenti era stato
preposto. Avendo giovato Carlo V
nella sua esaltazione all' impero ,
questi lo nominò alla chiesa di Car-
tagena nella Spagna. Sotto Paolo
IH nel i535 fu trasferito al ve-
scovato di Albano. Tenne copiosa
e brillante corte, e tra i distinti
soggetti di essa vi fu Erasmo di
B.otterdam, famoso non meno per
la sua dottrina e vasta erudizione,
che pei dannati suoi errori. Morì
in Salisburgo suo arcivescovato nel-
l'anno 1 540 d' anni settantadue ,
e rimase onorevolmente sepolto
in quella metropolitana . Gover-
nò quella diocesi con zelo e sol-
lecitudine, essendo benefico, magni-
fico, di singoiar prudenza e dot-
trina fornito, non che amante del-
la ospitalità. Di quattro concla-
vi ch'ebbero luogo sotto di lui, solo
fu a quello di Paolo 111. Accrebbe
di molti e sontuosi edifizi il palazzo
degli arcivescovi di Salisburgo e la
fortezza di quella città, donando al-
la sua chiesa ricchi e preziosi ar-
redi. L'Hensizio nella sua Germa-
nia sacra a p. 564 e seg. difende
io6 LAN
questo cardinale dalle altrui calun-
nie, e lo dimostra amabile e mece-
nate de'clotli.
LANGLEY Tommaso, Cardinale.
Tommaso Langley o sia Armellino
nacque in Inghilterra. Dotalo dalla
natura di perspicace talento e di
singolare integrità, ed avendo ac-
quistato una vasta erudizione in
qualunque genere di letteratura, si
rese sopra tutto eccellente nella
scienza di ambo le leggi, onde me-
ritò di essere innalzato alla carica
di gran cancelliere del regno, e nel
i4o6 promosso al vescovato di
Durcham. Divenuto vescovo rinun-
ziò il cancellierato , quale dopo
undici anni dovette riassumere .
In premio de' suoi meriti Giovan-
ni XXIII a'6 giugno del i4i i
lo creò cardinale prete. Fini di vi-
\ere nel i^i'j prima dell'elezione
(li Martino V, nella fortezza di Got-
lieb presso Costanza, al qual conci-
lio era intervenuto. Ebbe sepoltura
nella sua chiesa, nella parte occiden-
tale chiamala Galilea.
LANGRES (Lingones). Città con
residenza vescovile di Francia nel-
la Sciampagna, dipartimento del-
l' A Ita- Marna , capoluogo di cir-
condario e di cantone. Vi risiede
il tribunale di prima istanza e di
commercio, la conservazione del-
l' ipoteche e l'ispezione forestale.
K situata in una delle porzioni
piò alte della Francia, sopra un
piano elevato, da dove discendono
verso l'Oceano la Marna, la Mosa,
e verso il Mediterraneo l' Amance
e la Vingeanne, di modo che in
alcune parti i letti delle case ver-
sano le acque loro nei due mari.
L'aria vi è pura e salubre. È cin-
ta di nuove mura, essendo le an-
tiche fiancheggiate da torri, ed ha
sei porte. Oggi si fabbricano di
LAN
nuovo le antiche fortificazioni, alle
qiuili si aggiunge una fortezza e
grandissimi lavori, specialmente dal-
la parte del mezzogiorno, la sola
che sia di facile accesso. L'interno
è assai ben fabbricato e rinchiude
una cattedrale osservabile per la
bellezza e singolarità di sua archi-
tettura, non che per il bell'oriz-
zonte che si gode dall'alto della
sua torre, che termina in una ba-
laustrata. Rimarchevole è la piazza
principale, come rimarchevoli mo-
numenti sono la tribuna dell'anti-
chissima chiesa di s. Didiero, la
cattedrale, l' ospedale detto della
Carità, la chiesa gotica, e specialmen-
te la torre piò recente della chiesa
di s. Martino, la facciata della ca-
sa comune della città, e l'edifizio
del collegio comunale. Avvi una
scuola di disegno, due ospedali,
uno de'quali pegli esposti, una bi-
blioteca di circa 3o,ooo volumi,
un teatro, essendo ameno passeg-
gio quello presso le mura chiama-
to Bianche- Fontaine. Questa città
è rinomala per la sua coltellaria,
e particolarmente per le sue for-
bici, e fa un gran commercio di
mole per affilare, di pelliccerie ed
altro. Nei dintorni vi sono fucine
di ferro. È patria di Giulio Sabi-
no competitore di Vespasiano, e
della sua celebre sposa Eponina,
di un numero ragguardevole di
scrittori ed artisti di riputazione.
Fra i primi figura pel suo gran
genio Diderot, miseramente famoso
nel secolo passato; dopo di lui si
citano Barbier d' Aucourl, Elia
Blanchard, ed altri. Fra gli arti-
sti si numerano Riccardo e Gio-
vanni Tassel egregi pittori, l'inci-
sore Gillot, ed altri piò moderni,
fra ì quali il pittore Ziegler, e lo
scultore Giuseppe Lescorne. Fra
LAN LAN 107
le numerose antichità che offre ro, museo che si arricchisce ogni
questacitlà, tanto del tempo de'galli, giorno di nuovi pezzi di antichità,
che di quello de' romani, si dislin- Langres, Lingonae, AadoniatU'
guono gli avanzi di due archi di nunij Andomaduniun Lingomun ,
trionfo, uno de'quali sembra essere pretendono alcuni storici, ma senza
slato eretto in onore dell* impera- ragione, che quest'antica città sia
tore Probo e l'altro di Costantino stata fabbricata nell'anno del mon-
Cloro. Veramente la destinazione do 2 161 da Longo, sesto re dei
primitiva di detti archi è molto gaulesi, e che da esso i suoi po-
incerta, uno de'quali sussiste anco- poli sieno stati poscia chiamati
ra oggi affatto inlatto, fuori del- longonensi, o lingonì e lingonensi,
l'attico che fu distrutto. A diverse Plinio, Tolomeo, e Cesare special-
epoche, ed ogni giorno ancora^ si mente ne' suoi commentari, fanno
sono scoperti e si trovano avanzi di essa menzione. Tacito, Polibio,
preziosi, consistenti in istatue, pi- Tito Livio, Frontino, ed altri ne
ramidi, piedistalli, vasi, tombe, parlano pure vantaggiosamente, e
mine, ed altre romane antichità ; marcano le conquiste di quelli di
e nel 1770 si scopersero moltis- Langres in Italia^ al tempo di Se-
sìme medaglie d'oro, d'argento e goveso e Belloveso. Divenne repub-
di bronzo, molti vasi e strumenti blica alleata de' romani, ed al tem-
impiegati negli antichi sacrifizi, ol- pò di Giulio Cesare era la capita-
tré ali'esservisi rinvenute molte re- le dei lingoni, uno de'popoli gau-
mote iscrizioni, bassi rilievi, rovine lesi, che primi presero e non la-
d'edifizi, ed altri monumenti atti sciarono mai il partito di Roma,
ad illustrare la storia di questa Nello stesso tempo apparteneva ai-
città. Abbiamo di J. F. O. Luquet la Celtica, ma divenne una città
di Langres architetto : Antiquités della Belgica, sotto Augusto, e vi
de LangreSy ivi stampale nel i838. rimase congiunta sino a che Dio-
A p. IX si legge aver egli nel cleziano la riunì alla Liouese. Di-
1834 formato per la conservazio- cesi che i suoi abitanti abbiano
ne delle antichità una società che avuto dall'imperatore Ottone il di-
fu approvata nel i836 dal mini- ritto di cittadini romani, nel primo se-
stro dell'interno, sotto il titolo di coiodi nostra era. Presso questa città
Société archeologi que Langroìse . nell'anno 3oi Costanzo Cesare dis-
II benemerito autore del citalo li- fece sessantamila alemanni. Dive-
bro e della mentovata società ab- nula città considerabile, fu esposta
braccio poi lo stato ecclesiastico, e come tante altre della Francia a
meritò di essere fatto dal Papa diverse rivoluzioni. Fu presa ed
che regna, vescovo di Esebon in abbruciata nei primi del V se-
partibus, e coadiutore del vicario colo da Attila nel suo passaggio ,
apostolico di Pondichery nelle In- e restaurata provò la sorte stessa
die Orientalìj al quale articolo ci- al tempo delle incursioni de* van-
tammo l'altra sua opera sulla con- dali, che vi uccìsero il suo vesco-
gregazione delle missioni straniere, vo s. Desiderio o Didiero, l'anno
In seguilo fu stabilito un museo, di Cristo 4^7» o 4» ^j o 4'^- Lnn-
collocalo nella parte conservala gres passò poscia in poter de' bor-
dell'anlichissima chiesa di s. Didie- gognoni, e continuò a far parte di
io8 LAN
questo regno sotto i franchi, vin-
citori de' borgognoni. Toccò a Car-
lo il Calvo nella divisione dell'im-
pero tra i figli di Luigi I il Pio.
Ebbe poscia i suoi conti partico-
lari ereditari, sino a che Ugo IH
duca di Borgogna, avendola acqui-
stata da Enrico duca di Bar, la
diede verso l'anno 1 1 79 a Gau-
tier suo zio vescovo di Langres ,
in iscambio del dominio di Dijon,
e poscia Luigi VII la eresse in
ducato, col titolo di pari , unendo
la città alla corona. I prelati suc-
cessori di detto vescovo divennero
assai possenti. Il vescovo di Lan-
gres era uno de' sei pari ecclesia-
stici, e portava lo scettro nelle co-
ronazioni de' re di Francia. Lan-
gres fu fortificata a diverse epoche,
come lo provano le quattro cinte
di muraglia, che vi sono state suc-
cessivamente alzate dalla parte del
mezzogiorno. Nei tempi più mo-
derni fu provveduta di nuova ope-
ra di difesa nel i362, sotto il re
Giovanni II , onde opporre una
barriera agli inglesi. Luigi XI ,
Francesco I e Luigi XIII ne au-
mentarono le fortificazioni, che sic-
come abbiamo detto s' ingrandi-
scono tuttora con lavori grandiosi.
Questa città, benché esposta alle con-
tinue incursioni de' nemici della
Francia, e benché non abbia mai
avuto per diversi secoli altri di-
fensori che i cittadini stessi, non
fu mai presa. Perciò ricevette il
nome di P«ce//e, che conservò fi-
no ai giorni di lamentevole memo-
ria del i8i4 e i8i5, dove la sua
sola guardia nazionale fermò per
diversi giorni sotto le mura delia
città ottantamila austriaci, e fece
dipoi con essi la più onorevole ca-
pitolazione. Langres si segnalò sem-
pre per la sua fedeltà ai re di
LAN
Francia. I vescovi di Langres la
possedettero a titolo di ducato, fi-
no alla rivoluzione che pose a soq-
quadro la Francia, nel declinar del
passato secolo.
La sede vescovile fu eretta nel
HI secolo, e Commanvilie dice Tan-
no 340, fatta suffraganea dell'ar-
civescovo di Lione, come lo è tut-
tora. 11 primo vescovo fu s. Sena-
tore, che reggeva questa chiesa al
tempo di Valentiniano I impera-
tore, verso l'anno 366. Nei cata-
loghi sono notati come successori
di Senatore, s. Giusto, s. Deside-
rio che essendosi portato col suo
clero incontro ai barbari che da-
vano il guasto alle Gallie, per pie-
garne la fierezza, fu anzi trucida-
to nei primi anni del secolo V,
come abbiamo detto. S. Gregorio
eletto nel 5o6, dopo la morte di
sua moglie e dopo di avere go-
vernato con una rara equità il
contado di Autun per quarant' an-
ni, visse sempre a Dijon, nelT e-
sercizio di tutte le virtù vescovili.
Scuoprì in Dijon il corpo di s. Be-
nigno verso l'anno 5o7, e poi volle
essere sepolto presso di lui. Assistè
nel 5i7 al concilio di Epaona, e
nel 525 a quello di Clermont, fa-
cendosi rappresentare dal prete E-
vancio o Evagrio al III d'Orleans.
Morì santamente nel 539 o 5/^i.
Meritò di succedergli il suo figlio
s. Tetrico, il quale sottoscrisse al
concilio d'Orleans, assistette a quelli
di Toul nel 55o, e di Parigi nel
555 in cui sottoscrisse la deposi-
zione di Saffaraco vescovo di quel-
la città: s. Tetrico mori nel 572.
Rinaldo, che alcuni riconoscono au-
tore dell'inno Gloria, laus et ho-
nor libi sit Christe Redemptor etc,
mentre i più lo attribuiscono a
Teodolfo abbate Floriaceuse indi
LAN
vescovo d'Orleans nel IX secolo:
avverte il Macri, che Alcuino che
mori prima di ambedue, fa men-
zione deir inno nel lib. I, cap. i4
De divin. offic. Brunone di Roucy,
parente del re Lotario, eletto ve-
scovo nel 980 , fu uà prelato as-
sai distinto , eh' ebbe gran cui*a
della riforma de' monasteri dell'or-
dine di s. Benedetto, che trovavansi
nella sua diocesi, e morì nel ioi4
o ioi5 con reputazione di santo
vescovo. Tra i suoi successori molti
si resero commendabili per pietà,
zelo e dottrina. Mentre n'era ve-
scovo Godefrido terzo priore di
Chiaravalle, ed uno de' primi di-
scepoli di s. Bernardo, il Pontefi-
ce Eugenio III, stato anch' egli ci-
stcrciense, essendosi portato in Fran-
cia nel 1 148, si recò al suo anti-
co monastero di Cistello, distante
quattro leghe da Dijon, indi pas-
sò a Langres ricevuto cogli onori
convenienti alla sua sublime di-
gnità. Essendo in Langres a' 27
aprile scrisse ad Alfonso VII re di
Leone e di Castigiia, che gli man-
dava in dono la rosa d'oro bene-
detta, che soleva il Papa portare
in mano nella IV domenica di
quaresima, funzione eh' egli forse
celebrò in Langres, da dove tor-
nato a Cistello, partì per l'Italia.
Nel lySi Clemente XII dismem-
brando Dijon {Vedi) dal vescovato
di Langres, l'eresse in sede vescovile,
restando per mensa al vescovo di
Langres l'annua rendita di tien-
taseimila lire tornesi, colla tassa
camerale di novemila fiorini ad
ogni nuovo vescovo. Gli ultimi ve-
scovi di Langres furono i seguen-
ti. Clemente XIV a' io settembre
1770 fece vescovo Cesare Gugliel-
mo de la Luzerne di Parigi , che
fu cousacralo nel seguente ottobre:
LAN 109
diede la sua dimissione nel 1802,
quindi Pio VII nel 18 17 a' 28
luglio lo creò cardinale, e ripristi-
nando il vescovato nel primo otto-
bre lo preconizzò di nuovo e lo
restituì nella sede di Langres.
Per sua morte Leone XII nell'anno
1823 fece vescovo Gilberto Paolo
Aragonnes Dorcet di Clermont, cui
il Papa regnante Gregorio XVI
nel i832 die a successore monsi-
gnor Giacomo Maria Adriano Ce-
sareo Mathieu di Parigi , che poi
nel concistoro de' So settembre
1834 trasferì all'arcivescovato di
Besan^on che governa. Quindi il
medesimo Pontefice nel successivo
concistoro de' 19 dicembre preco-
nizzò l'odierno vescovo monsignor
Pietro Lodovico Parisis d'Orleans.
Questo zelante ed ottimo vescovo
ha ripristinato nella diocesi la li-
turgia romana, al modo detto a
Liturgia.
La cattedrale magnifica d'antica
struttura , con coro di bellissima
architettura, è sacra a Dio sotto
l'invocazione di s. Mara mes mar-
tire. Il capitolo si compone di otto
canonici, senza le prebende teolo-
gale e penitenziale, essendone in-
servienti i puerì de choro, e nelle
feste solenni gli alunni del semi-
nario. Prima il capitolo consisteva
in nove dignitari^ quarantadue ca-
nonici, e molti cappellani. La cat-
tedrale è munita del fonte batte-
simale, esercitando l'ufficio di par-
roco un canonico della medesima.
L'episcopio è comodo; l'antico è
occupato fino a questo momento
dal seminario dei teologi, dove si
costruisce da diversi anni alle spe-
se del governo una bella fabbrica
pel necessario aumento di questo
stabilimento di primaria importan-
za. Il nuovo episcopio si fabbriche-
no LAN
là in seguito, pure a spese del
governo. Oltre la cattedrale fu e-
retta recentemente in nuova chie-
sa parrocchiale l'antica e ragguar-
devole chiesa di s. Martino, tutta
restaiu-ata da diversi anni con do-
ni volontari di pii oblatori. Vi
sono quattro comunità religiose di
donne, una confraternita, e due
seminari con alunni, uno grande,
l'altro piccolo. La diocesi contiene
molti luoghi, e si estende per cir-
ca trenta leghe. Prima dell'erezio-
ne del vescovato di Dijon, la dio-
cesi di Langres era divisa in sei
arcidiaconati e diciassette decanali
rurali. Ogni nuovo vescovo è tas-
sato ne'libri della camera apostoli-
ca in fiorini 870.
Concila di Langres.
11 primo fu tenuto nell'SSo, in
cui Alberico \escovo di Langres
vi confermò la donazione da lui
fatta al monastero di s. Pietro di
Bezuencis. Labbé t. VII; Arduino
tom. IV.
Il secondo nell'S^g a* 9 aprile.
Bemigio arcivescovo di Lione e
Agilmaro di Vienna, vi presiedet-
tero. Si fecero sedici canoni o sta-
tuti, che furono approvati pochi
giorni dopo nel concilio di Toul
o Savonnieres, ed in quello inse-
riti, l sei primi sono i medesimi
del concilio di Valenza sopra la
predestinazione. Labbé t. VII ; Diz.
de'concilii.
Il terzo fu nel 1077 o 1080
contro le investiture de' beni ec-
lesiastici. Labbé tom. X; Arduino
tom. VI.
Il quarto nel r 1 16, contro quelli
che devastavano i beni .di chiesa,
e sopra diverse materie ecclesiasti-
che. Ibidem.
LAN
Furono altresì tenuti in Lan-
gres alcuni sinodi memorabili, che
alcuni chiamano concilii , e sono i
seguenti. Il primo nel i4o4 sotto
Lodovico di Borbone: Rinaldi a
detto anno. Il secondo nel i45i
sotto Filippo arcivescovo di Vien-
na : Labbé tom. XI. 11 terzo nel
1455 sopra la disciplina: Lenglet.
II quarto nel i465 sulla discipli-
na ecclesiastica. Il quinto nel 1622
sopra lo stesso argomento.
LANGTON Stefano, Cardina-
le. Stefano Langton o Langhloa in-
glese, che dicesi monaco benedet-
tino di Cantorbery, fu cancelliere
della celebre università di Parigi
e canonico secolare della collegiata
di s. Maria di quella città , mae-
stro nelle arti, insigne teologo e
principe tra i filosofi del suo tem-
po, e per lunga stagione professo-
re in detta accademia. Innocenzo
III nel 12 12 o 121 3 Io creò car-
dinale col titolo di s. Grisogono.
Dopo gravissime controversie nate
tra Giovanni re à' Inghilterra (Ve-
di) per una parte, ed i monaci di
Cantorbery per l'altra, fu promos-
so a quella metropolitana. Ciò av-
venne dopo la morte dell' arcive-
scovo Uberto, avendo Innocenzo
III rigettata per ragionevoli motivi
l'elezione fatta dai vescovi suffra-
gane e dai monaci nella persona
di Reginaldo e poi di Giovanni
Graio vescovo di Norwick che il
re voleva ad ogni modo arcivesco-
vo. Sul timore che i monaci pro-
cedessero ad una terza elezione, gli
elettori in numero di quindici fu-
rono chiamati a Roma, alfinchè
procedessero all' elezione del loro
metropolitano alla presenza del Pon-
tefice. Fattosi quindi lo scrutinio
sortì eletto canonicamente dalla
maggior parte de' voti Stefano, con
LAN
piena concordia e libertà di suf-
fragi , il perchè fu da Innocenzo
III confermato e consacrato da lui
in Viterbo a' 5 giugno, ed ornato
del sacro pallio. Kicusò il re di
riconoscere Stefano per arcivesco-
vo, e pieno di furore cacciò i mo-
naci dalla chiesa, laonde il regno
fu sottoposto all'interdetto, promul-
gato dai vescovi Guglielmo di Lon-
dra, Eustachio di s. Ely, e Mau-
gero di Vigorne, i quali subito
però partirono dall'Inghilterra. Du-
rò r interdetto quasi sei anni e
mezzo , ed il re alla fine si vide
costretto di obbedire alla santa Se-
de, con ammettere l'arcivescovo al-
la sua sede. Questi benché adem-
pisse tutte le parti di zelante pa-
store , a motivo dell' ecclesiastica
giurisdizione ebbe poi gravi con-
troversie col medesimo re , che si
mostrò sempre a lui contrario, che
anzi spedì a Roma Pandolfo per
oratore, acciò esponesse ad Inno-
cenzo III le sue querele non solo
contro il cardinale, ma contro tutti
i vescovi d'Inghilterra, che furono
citati a Roma per giustificarsi dal-
le incolpazioni di avarizia e so-
verchio rigore nell'esigere quanto
loro era dovuto in tempo dell'in-
terdetto, come ancora di aver vio-
lato i privilegi della chiesa angli-
cana. Finalmente colla mediazione
del cardinal Nicolò vescovo Tuscu-
lano, spedito al re per legato apo-
stolico , cessate le ostilità tra le
parti, furono pacificati il re e l'ar-
civescovo. Non per questo ebbero
termine i tumulti, dappoiché ren-
dutosi il sovrano odioso a lutti, i
sudditi chiamarono al trono il re
di Francia. Essendo di ciò creduto
principale autore il cardinal Stefa-
no, fu citato in Roma a giustifi-
carsi, ma convinto di ribellione con-
LAN III
tro Giovanni fu condannato; se
non che, avendo egli mostrato pen-
timento venne assolto , con patto
di non tornare in Inghilterra fin-
ché non fosse estinta la ribellione.
Intanto il re morì nel 12 16, ed il
cardinale fece ritorno alla sua se-
de, ove tranquillamente esercitò le
pastorali funzioni. Nel giugno 1222
celebrò un sinodo in Cantorbery, ove
fondò un sontuoso palazzo arcive-
scovile, nella cui sommità fece eoa
gran spesa collocare l'orologio; e si
mostrò assai generoso co' poveri.
Morì dopo tante peripezie nel 1228
nel castello di Slindon, donde tras-
ferito in Cantorbery fu sepolto nel-
la cappella di s. Michele nella me-
tropolitana, ove gli fu eretto un
monumento. Intervenne airelezione
di Onorio III e Gregorio IX; ed
il vescovo Rofifense Enrico di santa
vita, predicando la divina parola
annunziò al popolo che la di lui
anima uscita dal purgatorio era
ascesa al cielo. Sono senza numero
le opere composte da questo dotto
cardinale, particolarmente sopra la
sacra Scrittura , i cui libri quasi
tutti illustrò di eruditi commenta-
ri , de' quali nell' Ateneo romano
deirOIdoino si ha un completo ca-
talogo. Alcuni sono di parere che
il cardinale fosse il primo a di-
stinguere la Bibbia per capitoli,
quale tuttora l'abbiamo, sebbene
non manchino altri che ne attri-
buiscono invece l'onore al cardinal
tigone.
LANGUISSEL Bernardo, Car-
dìnale. Bernardo di Languissel ve-
nuto alla luce nelle Gailie da il-
lustre prosapia, arcivescovo di Ar-
les dove celebrò due conci Hi, me-
ritò che Martino IV a' 23 marzo
1281 lo creasse cardinale vescovo
di Porto, e legalo nella provincia
113 LAN
di Emilia agitala e sconvolta dal-
le guerre civili, affinchè colla sua
opera la ritornasse in quiete. Tanto
ampia fu l'autorità conferitagli, che
la sua giurisdizione si estese sui
due patriarcati di Grado e di A-
quileia, ad una parte del dominio
•veneto, ed a tutta la Lombardia,
Toscana e Liguria. Collo stesso ca-
rattere fu inviato alla repubblica
di Venezia per ottenere aiuto a
Carlo I re di Sicilia. Mori in Or-
vieto nel 1290, e rimase sepolto
nella chiesa di s. Francesco, ove
gli fu posta una lapide con iscri-
zione, e lo stemma gentilizio, do-
po aver concorso alle elezioni di
Onorio IV e Nicolò IV.
LANTE Marcello, Cardinale.
Marcello Lante nobile romano, nac-
que da una famiglia originaria di
Pisa, già sublime e distinta a' tem-
pi di quella repubblica, che diede
a Roma un benemerito senatore
nella persona di Pietro Lante, che
fu appunto quello che ivi la tra-
piantò; ma siccome tra le nobili fa-
miglie cui s'imparentò la famiglia
Lante, evvi quella della Rovere
[Fedi), a quell' articolo ne tratte-
remo; dappoiché i Lante dovette-
ro assumere il cognome e Io stem-
ma della Pvovere, al modo che si
dirà in tale luogo. Marcello nel
pontificato di Clemente Vili fece
acquisto d'un chiericato di came-
ra, e poscia si rese degno della
cospicua carica di uditore generale
della medesima. Paolo V suo pa-
rente agli II settembre 1606 Io
creò cardinal prete del titolo de'ss.
Quirico e Giulitta, non che vesco-
vo di Todi e prolettore dell'ordi-
ne francescano. Pieno di santo ze-
lo per giovare alla sua diocesi, ri-
dusse il clero a vivere secondo le
norme dell'ecclesiastica disciplina,
LAN
ed a meglio stabilirla fondò il se-
minario, e promosse energicamen-
te per la città e diocesi il pio c-
sercizio del catechismo e dottrina
cristiana. Sovvenne i poveri con
generose limosina, ed a' francescani
riformati con immensa spesa fondò
un convento presso la chiesa di s.
Pietro sopra le acque, nella terra
di Massa. In Roma ebbe gran par-
te nell'edificazione della chiesa di s.
Maria delle Grazie a porta Angelica,
e della contigua abitazione pegli ere-
miti, e quasi altrettanto fece con la
chiesa di s. Maria Liberatrice, che dai
fondamenti avea fabbricata Miche-
le Lante di lui avo^ come dall' i-
scrizione posta sopra la porta del-
la chiesa stessa, da pochi anni af-
fatto coperta da una cantoria ed
organo, fattovi costruire forse dalle
monache oblate di Tor de' Spec-
chi a cui appartiene la chiesa. Im-
piegò gran somme a favore dell'o-
spedale di s. Spirito, e di quello
de' benefratelli. Eresse la chiesa
e la miglior parte del monastero
di s. Giuseppe a capo le case per
le teresiane, gittando la prima pie-
tra nelle fondamenta del tempio.
Dimesso il titolo passò successiva-
mente al vescovato d'Ostia e Vel-
letri, dove adornò il palazzo ve-
scovile di portici e di un atrio
maestoso verso la chiesa, e vi sta-
bih il seminario ; ed è a notarsi ,
che in tante fabbriche e pie opere
di cui fu autore, mai permise che
vi fosse apposto il suo nome, solo
vi fu collocalo dopo la sua morte.
In quarantasei anni di cardinalato
godè perfetta sanità senza veruna
alterazione , e le somme che cu-
mulò, lungi d'arricchirne i parenti,
le distribuì ai bisognosi, e le impie-
gò in opere pie a vantaggio di
chiese, ospedali, monasteri, confra-^
LAN
terni te e benefici stabilimenti, oltre
immense limosine che passò nelle
mani di poveri vescovi, nelle parli
singolarmente di Germania e di
Scozia. Soccorse pure vergini mi-
serabili, nobili caduti in bassa for-
tuna, ad uno de' quali die tremila
scudi d'oro. Parteciparono di que-
sta singoiar liberalità le famiglie
religiose e l'ospedale della ss. Tri-
nità de' pellegrini, per cui a buo-
na ragione fu detto il s. Giovanni
elemosinario de* suoi tempi. Alla
morte di Urbano Vili ordinò che
ogni giorno finche durasse la sede
vacante, si dassero venticinque scu-
di dì limosina pauticolare, acciò
chi li riceveva pregasse per l'otti-
ma scelta del successore; laonde
■vuoisi che impiegasse in opere pie
un milione di scudi. Divotissimo
della Beala Vergine, nelle vigilie
delle sue feste osservava rigoroso
digiuno, e moltiplicava le limosine.
Si contentava di una mensa fru-
gale e di modeste suppellettili. As-
siduo nella preghiera, ogni giorno
celebrava la messa, ed ogni vener-
dì, ad onta di sua grave età e delle
rimostranze de' medici, si pasceva
con pane e vino in memoria della
passione del Redentore. Essendo
decano del sacro collegio , d' anni
novant'uno mori in Roma nel 1 652
da tutti compianto. Ebbe onorata
sepoltura nella chiesa di s. Nicola
di Tolentino, nella cappella delle
ss. Lucrezia e Geltrude, non da
lui fondata come dice il Cardella,
senza alcuna memoria come si è
detto, ad esempio di s. Carlo Bor-
romeo. Intervenne ai conclavi di
quattro Papi , e nell' anno santo
i65o apri e chiuse la porta santa
della basilica di s. Paolo. Il car-
dinal Bentivoglio lo lodò nelle sue
Memorie, così altri scrittori. L'am-
VOL. XXXVIf.
LAN ii3
basciatore veneto Giustiniani, nella
sua relazione al senato, disse che
il cardinal Laute pieno d'integrità,
di candidi costumi e di rette in-
tenzioni, mai attese di farsi amici
coir intenzione di salire al pontifi-
cato. Ne scrisse la vita Giangiaco-
mo Rossi , che stampò in Roma
nel i653. Quanto alla detta cap-
pella, essa fu eretta da d. Lucr^
zia della Rovere Lante cognata del
cardinale, come rilevasi dall'iscri-
zione eh' è nel pavimento della me-
desima cappella.
LANTE Federico Marcello, Car-
dinale. Federico Marcello Laute
della Rovere nobile romano, nacque
in Roma a' 18 aprile 1695, da
Antonio duca Lante della Rovere
cavaliere dell' ordine dello Spirito
Santo, e da Luisa Angelica de la
Tremoille , sorella di Marianna
principessa Orsini duchessa di Brac-
ciano. Benedetto XIII nel 1728 lo
fece governatore d' Ancona , dove
strinse sincera amicizia col cardi-
nal Lambertini allora vescovo e
poi Benedetto XIV. Nel lySo Cle-
mente XII lo inviò nunzio straor-
dinario in Parigi, a recare le fascie
benedette al delfino, ricevendo dal
re Luigi XV segni di particolare
benevolenza, e regalato di preziosi
doni. Per tale missione, per essere
figlio d' una principessa francese ,
e per la potente influenza alla cor-
te della di lui zia la suddetta prin-
cipessa Marianna de la Tremoille
ebbe i seguenti benefizi ecclesiasti-
ci : le abbazie de la Bianche e de
la gran Selve, ed i priorati di s.
Mellaine, di Perpignano, di Lan-
nenec e di Germitton,onde il totale
delle di lui annue rendite ecclesiasti-
che ascese a circa tredicimila scudi.
Quindi fu fatto arcivescovo di Petra
in partibus, e nel 1782 presidente
ii4 LAN
d'Urbino, dove per la sua dolcez-
za, umanità, giustizia e munificen-
za venne universalmente applaudi-
to e stimato; onde nella sala della
Ragione in Pesaro gli fu eretta una
statua o busto marmoreo, con iscri-
zione al piedistallo assai onorevole.
La stessa stima ebbero per lui i
letterati e gli uomini eruditi, dei
quali fu protettore e mecenate. Ne
compensò i meriti Benedetto XIV
a' 9 settembre 174^1 creandolo car-
dinale prete del titolo di s. Pan-
crazio; quindi nel 1768 divenne
vescovo di Porto e protettore del
regno d'Inghilterra. Clemente XIU
lo fece prefetto del buon governo
ed abbate commendatario dell'ab-
bazia di Faifa e s. Salvatore mag-
giore, che di frequente visitò, pren-
dendosi cUi*a speciale del seminario
dello stesso s. Salvatore maggio-
re, che colla sua vigilanza e dire-
zione diventò assai celebre, fiorente
e più numeroso. Intervenne ai con-
clavi di Clemente XIII e Clemente
XIV che consacrò supplendo le
veci del cardinal Cavalchini deca-
no. Nel suo testamento lasciò un
fondo capace a somministrare onde
vivere a lutti i suoi famigliari,
quale dopo la loro morte volle che
ricadesse all'ospizio apostolico di s.
Michele. Finalmente dopo trenta
anni di cardinalato, in età di set-
tanl'otto anni, mori in Roma a' 3
marzo 1778, e fu sepolto nella cap-
pella gentilizia di s. Nicola di To-
lentino, ove fu collocata la sua ef-
figie dipinta al naturale con orna-
menti e distinto elogio. Ad onta
delle sue belle qualità la plebe di
Roma commise delle insolenze
mentre portavasi il cadavere alla
chiesa. Vuoisi attribuire questo dis-
gustoso avvenimento a quanto an-
diamo ad accennare. Nelle congre*
LAN
gazioni ch'ebbero luogo ne'noven-'
diali per la sede vacante in morte
di Clemente XIIT, il cardinale le
presiedette come facente le veci del
decano del .«acro collegio. In una
di esse i ministri dell'annona, te-
mendo la penuria del grano, sup-
plicarono perchè se ne facesse ve-
nire a Roma dall'estero. Non sem-
brando ciò necessario al cardinale,
ed insistendo {ministri nella ri-
chiesta, nel calore della discussione
dicesi che il cardinale prorompes-
se in una espressione di disprezzo
pei romani. Questi, venuti in co-
gnizione dell'accaduto, d'allora in
poi videro di mal occhio il loro
concittadino, ed in morte il basso
popolo si permise inveire contro il
suo cadavere.
LANTE Antonio, Cardinale. An-
tonio Lante nobile romano, nacque
in Roma a' 17 dicembre 1787, dal
duca d. Filippo, e da d. Virginia
Altieri prima moglie di suo padre,
mentre dalla seconda nacque il se-
guente fratello Alessandro. Fu pri-
mamente educato nel collegio di
Torino diretto dai gesuiti, e quin-
di nel collegio dementino di Ro-
ma. Intraprese la carriera prelati-
zia come reggente della cancelleria.
Dal cardinal Federico Marcello Lan-
te suo pro-zio gli fu assegnata l'ab-
bazia di Farfa e s. Salvatore mag-
giore, con beneplacito di Clemen-
te XIV. Molto si distinse nell'ab-
bazia colle sue pastorali sollecitu-
dini, poiché a sue spese restaurò
templi, mantenne in lustro il ce-
lebre seminario di s. Salvatore mag-
giore, costruì ponti, e celebiò il si-
nodo Farfcnse, che dopo la morte
del cardinal Francesco Barberini
non era stato più celebrato. Ven-
ne destinato governatore di Bene-
vento, indi nel 1771 inquisitore
LAN
generale a Malia, donde dopo sette
anni fu trasferito al governo della
Marca ossia di Macerata. Nel 1785
fu prona osso a chierico di camera
colla presidenza delle zecche, e ne
divenne decano nel 1801, assumen-
do perciò la prefettura dell'erga-
stolo di Corneto. Quivi si distinse
con una retta amministrazione, am-
pliò e ridusse in miglior forma quel
locale penitenziario, rendendo meno
sensibili le pene dei detenuti. Co-
me presidente delle zecche, nel 18 15
contribuì alla sistemazione genera-
le degli uffizi del bollo per le ma-
nifatture d'oro e d'argento, ed a
promuovere dei regolamenti legis-
lativi pei fabbricatori e venditori
di tali preziosi metalli. Nelle vi-
cende politiche repubblicane , e in
quelle della seconda invasione fran-
cese, soffrì con animo ecclesiastico,
e benché fosse stato privato dei
frutti de' luoghi di monte e delle
rendite dell'abbazia, di questa volle
sostenerne i pesi inerenti, come
sempre provvide al mantenimento
de' suoi famigliari, continuando al-
tresì le limosine fjsse che avea as-
segnate a diverse persone povere.
Pio VII nel concistoro degli 8 mar-
zo 18 16 lo creò cardinale delTor-
dine de' preti, poscia in quello dei
2t8 luglio 18 17 lo pubblicò, con-
ferendogli indi per titolo la chiesa
de' ss. Quirico e Giulitta, di cui
non potè prendere possesso ; an-
noverandolo alle congregazioni del-
la disciplina, indulgenze, fabbrica
di s. Pietro, e di Loreto. Poco go-
dè di questi onori , giacché dopo
ottantasei giorni, per breve e tor-
mentosa malattia morì a' 23 otto-
bre d'anni ottanta, lodato per vir-
ili, pietà ed integrità di vita. Dis-
pose nel testamento che a' suoi fa-
migliari fosse continuata la raesa-
LAN
ii5
ta finché vivessero, lasciando di ciò
e di altre disposizioni esecutore
monsignor Domenico Attanasio udi-
tore del camerlengato. I funerali
si celebrarono nella chiesa di s. Ni-
cola di Tolentino , ed il cadavere
fu tumulato nella superba cappella
gentilizia.
LAN TE Alessandro, Cardinale,
Alessandro Laute nobile romano,
nacque in Roma a'2 novembre
1762, dal duca d. Filippo, e da
d. Faustina Capranica seconda di
lui moglie, e perciò fratello del
precedente cardinale. Dotato dalla
natura di avvenente forma, d' in-
gegno acuto e vivace , favorito e
sostenuto dalla più sana e delicata
educazione, non tardò mollo a dare
presagio dell' alto grado a cui sa-
rebbe pervenuto. Placido di tem-
peramento, di cuore pieghevole
ed umano, passò i primi suoi anni
tra' monaci cassinesi di Roma, for-
mando il suo spirito sui principii
della religione, donde fu trasferito
nel collegio dementino della me-
desima città, ivi applicandosi alle
scienze con successo. Datosi agli stu-
di legali presso i dotti giureconsul-
ti avvocato Riganti e monsignor
Carandini, poi cardinali, e fatta
conoscere la sua abilità nella cu-
ria, nel pontificato di Pio VI e
nel 1787 fu annoverato tra' pre-
lati domestici, indi nominato dal
Papa canonico di s. Pietro: come
tale occupò tutte le principali ca-
riche del capitolo Vaticano, nelle
quali die saggio de' suoi talenti
amministrativi, economici ed agri-
coli. Divenne successivamente re-
ferendario delle due segnature, fa-
cendosi ammirare per l'imparziale
giustìzia ; ponente del buon gover-
no, di cui lo fece segretario Pio
VII nel 1800, dopo averne speri-
1X6 LAN
menlata l' abilità dimostrata qual
segretario della congregazione di
riforma di governo, deputata al
riordinamento delle cose dello stato.
Le comunità di esso provarono gii
effetti delle sue cognizioni ed atti-
vità, procurandone il bene genera-
le. In egual tempo coltivò l'amena
letteratura, sia colla traduzione
delle opere del Venosino, di cui ci^ è
rimasto un abbozzo, sia colla com-
pilazione di memorie relative alle
arti, alle scienze segnatamente ar-
cheologiche, da lui lette in parec-
chie accademie. Nel settembre 1 80 1
Pio VII lo destinò con pubblico
plauso alla carica cospicua di te-
soriere generale, e fu reputato op-
portuno a riordinare l'amministra-
zione, disorganizzata per le note
"vicende repubblicane e straniera
invasione, dovendo eseguire il nuo-
vo sistema daziale e i nuovi me-
todi introdotti dal predecessore car-
dinal Litta, contro l'urto degli op-
posti partiti. Aveva egli presente
la massima de'primi ministri di
stato, cioè, che senza conoscere le
cose e le persone non si può go-
vernare. Quindi con particolare
cura volle internarsi nella perfetta
conoscenza d'ogni singolo ramo
delle attribuzioni delia sua carica,
e delle qualità de' subalterni mini-
stri, onde dal complesso riunito
delle parti, aver con certezza il
dato generale dell'attività e passi-
vità delio stato, e del modo da
condursi a dirigere l'amministra-
zione. Non si conosceva ancora in
questa amministrazione il bilancio
di prevenzione, il rtndicouto gene-
rale dell'anno col paraleilo dell'an-
tecedente, che additasse le cause
delle variazioni nell'attivo e nel
passivo ; fu suo merito di averlo
per la prima volta iulrodolto, né
LAN
risparmiò applicazione e fatica a
tutte le molte relative provvidenze
alla vasta azienda. Stabilì il siste-
ma dei rincontri di camera, incari-
cati a invigilare sugli introiti e
rivedere i conti di chiunque tene-
va a fitto i proventi camerali. In-
trodusse eziandio il bene inteso
metodo di percezione sulle contri-
buzioni dirette, obbligando gli am-
ministratori a corrispondere con
un premio proporzionato l'intera
somma nei ruoli descritta, ed a
versarla bimestralmente nell'erario
pubblico ; oltre altre utili disposi-
zioni ed ordini stabili per le con-
tribuzioni indirette. Né ommise di
rivolgere il pensiero ad altri mez-
zi di risorsa vantaggiosi non me-
no all'agricoltura ed al commercio,
che alla popolazione ; incoraggi e
protesse la coltivazione del tabacco,
liberandola in gran parte dail'ob-
bligo di ricorrere alia foglia estera.
Per impedire egualmente l'emissio-
ne del denaro fuori di slato, ecci-
tò alcuni intraprendenti all'erezio-
ne delle nUove saiinre nella spiag-
gia di Corneto, per riparare a
quelle decadute di Ostia. Attivate
tutte le rendite delle finanze, e
venuto a capo di fondare giudizio
sulle risorse dello stato per di lui
mezzo migliorate, sollecito si rivol-
se alla soddisfazione del debito
pubblico, colle più acconcie ma-
niere, e in proporzione dello stato
economico della pubblica cassa ;
ìndi con una quarta parte del
valore sborsato reintegrò gli ac-
quirenti de' beni nazionali, com-
prati dal passato governo repub-
blicano. Allorquando nel 1806
l'ingresso di nuove truppe estere
nello stato pontificio costrinse il
governo a ragguardevoli disborsi,
non è da dire gl'ingegnosi partiti
LAN
co'quali seppe soddisfare ai bisogni,
a fronte della mala corrispondenza
de' forni tori, e dell' imponenza del
comando militare. Ma 1' operazione
che sopra tutte renderà perpetua-
mente glorioso il nome di Ales-
sandro Lante, come ristoratore del-
la finanza pontificia, quella si fu
certamente d'aver restituito il giu-
sto sistema della moneta. Era
allora eccessivo lo sbilancio del
valore fra la moneta reale ossia
d'argento, quella di rame, e quel-
la di biglione. La soverchia crea-
zione delle carte monetate da pri-
ma, e la sconsigliata moltiplicazio-
ne della moneta di rame da poi,
avevano rovesciato in modo la bi-
lancia di proporzione^ che più di
due terei ormai passavano di dif-
ferenza fra l'una e l'altra specifica
rispettivamente. Gravissimi erano
i danni, che ai sudditi ed al com-
mercio dello stato pontificio da ciò
ridondavano; ma più gravi ancora
ne risentiva l''erario, posto alla ne-
cessità di non poter ricusare per
il valor nominale nelle esigenze
de'dazi la moneta imperfetta, co-
stretto per l'altra far le tratte
in moneta reale per le tante cir-
costanze dei rapporti, nei quali si
trova ciascun governo, e quei sopra
tutto che sono in più articoli coll'este-
ro in passività. Con sorprendente
rapidità l'opera fu condotta al suo
fine nello stretto spazio di tre me-
si ; ma più ammirabile fu il mo-
do pel quale venendo la moneta
ricevuta al cambio per il saggio
stesso, al quale rispettivamente
trovavasi ammessa ed accolta in
commercio, altra nuova perdita non
ne risentirono i possessori, oltre quel-
la che già avevano incontrata allor-
ché ne vennero per la prima vol-
ta in possesso. Sarà sempre onore-
LAN 117
vole testimonianza di questa bella
operazione la piena soddisfazione
di Pio VII, e l'elogio fattone dalle
estere nazioni, le quali ne adotta-
rono l'operazione, che avea resti-
tuito l'ordine al commercio, e ri-
donato l'equilibrio nelle private e
pubbliche contrattazioni. A questi
grandi vantaggi aggiunse quelli de-
rivati dalla retta amministrazione
delle dogane ai confini, secondo il
piano immaginato già da Benedet-
to XIV, e posto in esecuzione sot-
to il vigile governo di Pio VI
dal zelante Ruffo tesoriere genera-
le, poi cardinale. Con gabelle sul-
le merci forestiere favori le fab-
briche interne e l'industria nazio-
nale, riparando molti inconvenien-
ti. Fu instancabile per assicurare il
pubblico servigio dalla malizia e
prevaricazione de'ministri, massime
sull'amministrazione de'lotti. Pro-
tesse e favorì i benemeriti nelle
manifatture e nel commercio ;
molte fabbriche ebbero per lui in-
cominciamento, altre si perfeziona-
rono, principalmente delle lane,
delle sete e di altri tessuti. Auto-
rizzato dalla beneficenza sovrana
sovvenne gl'indigenti, i conservato-
rii, gli ospedali, ed altri luoghi pii
bisognosi. Meritano perciò menzio-
ne le beneficenze compartite agli
ospedali di s. Spirilo e di s. Gio-
vanni, oltre la costruzione d'un
nuovo ospedale in Civitavecchia.
Infestando i corsari le spiagge del-
l'Adriatico, ne eliminò le funeste
dilapidazioni e schiavitù, arman-
do la costa con legni in mare
e forza terrestre ; indi accorse a
sollevar la languente umanità che
in Roma e in altri luoghi cadeva
vittima d' un male epidemico. A
lui si deve il migliore stato dei
condannali alle galere ed ai pub-
ii8 LAN
blici lavori, la manutenzione dei
bonifici alle paludi Pontine, la so-
stituzione dei bufali al tiro delle
barche che rimontano il Tevere,
che solevano fare gli uomini, ad
onta d'inumani ed irragionevoli re-
clami de' vecchi conduttori delle bar-
che e de' mercanti. Fornì la cal-
cografia camerale di nuovi rami
incisi ; concorse ad arricchire i mu-
sei, massime il Chiaramonti di
molti e stupendi oggetti di scul-
tura antica, pei quali furono dal-
l'erario spesi piti di centomila scu-
di; sotto di lui fu intrapresa l'es-
cavazione degli archi di Costantino
e Settimio Severo. Operazioni più
grandi volgeva in mente, quando
gl'imperiali francesi consumarono
nel 1809 la seconda occupazione
dell' intero stato pontificio. In be-
neficio de' poveri avea combinato
con monsignor della Genga (che
sommamente reputava non solo
pe' suoi lumi e talenti, ma per le
nozioni di fatti acquistate in alcune
città della Germania) poi Leone
XII, il gran piano d'istituto di ca-
rità da stabilirsi nel palazzo Late-
ranense, già presentato a Pio VII
per l'approvazione, colla distinzio-
ne dei mendicanti per necessità,
dagli oziosi volontari, pel diverso
regime che si doveva tenere con
tali due classi differentissime di po-
veri; ma le sopravvenute vicende
politiche soffocarono l'opera ne'suoi
princìpii. Trasportato il Papa da
Roma, imprigionati e dispersi i
cardinali e prelati, Alessandro si
scelse a tranquilla dimora la con-
finante Toscana, l'animo pascen-
do ne'diletti suoi studi ed in nuo-
ve cognizioni. Ritornato dopo un
lustro di patimenti Pio VII alla
sua sede, ripatriò ancora il nostro
prelatesche agli 8 marzo 1816 fu
LAN
crealo cardinale diacono dal Pon-
tefice, il quale per diaconia gli as-
segnò la chiesa di s. Eustachio, e
per congregazioni quelle del conci-
lio, della consulta, del buon go-
verno, e delle acque, facendolo pu-
re protettore dell' arciconfraternita
di s. Girolamo della Carità, del
monastero de' ss. Giacomo e Mad-
dalena alla Lungura, e della terra
di Bagnala. Restituite le legazioni
alla santa Sede, si ripristinarono
ad esse i cardinali legati, ed a
quella di Bologna prescelse Pio
VII il cardinal Lante, che come
era stato modello dei tesorieri ge-
nerali, lo divenne de'legati aposto-
lici. Nel tempo del di lui arrivo
all'illustre sua residenza, che fu ai
29 settembre 18 16, la pubblica
tranquillità oscillava ancora per
conseguenza delle passate vicende.
Fu suo primo studio il rassodarla,
conciliando i discordi partiti, e
tutta impiegando l'influenza ed
autorità sua, per inspirare amore
e fiducia verso il governo. Accor-
to magistrato politico, lungi dal
perseguitare alcuno per le anterio-
ri opinioni^ cercò di vincerli con
la dolcezza, e di attaccare agl'inte-
ressi del governo que'medesimi, che
d'altronde onesti ed abili, non vi
aveano un' affezione bastantemente
decisa. Però ben si guardò di la-
sciar correre i perversi disegni dei
perturbatori della pubblica quiete,
e ne colpì gli autori col rigore
delle leggi, scompigliandone le pri-
me orditure, e rompendo le fila
d'ogni reo disegno. A prevenir gli
effetti dell'ozio e dell'infingardaggi-
ne di molti individui, riordinò le
due case d'industria e di ricovero
già da molto tempo stabilite in
Bologna, con che tolse la pubblica
mendicità ed il mal costume. Con
LAN
l'energra e destrezza tutta propria
del cardinale, rapidamente organiz-
zò la polizia in tutta la provincia,
il regolare stabilimento delle auto-
rità giudiziarie, l'ordinato sistema
delle carceri, le decenti e comode
residenze de' governatori, facendo
con singoiar zelo disbrigare le cau-
se criminali ; la pubblica economia,
i riguardi di sanità, tutto impiegò
pei detenuti. Con opportuni mezzi
provvide alla penuria cui era mi-
nacciata la provincia, con utili la-
vori di strade ed altre vantaggio-
se riparazioni, sopra tutto veglian-
do alla riproduzione de' generi di
sussistenza, e sostenendo il libero
commercio, come quello che in
ogni evento solo può assicurare la
sussistenza de' popoli. Dopo aver
provveduto alla penuria dei raccol-
ti, un nuovo campo si aprì alla
sua pietà e sollecitudine, nella ma-
lattia contagiosa del tifo petecchiale,
onde pose in opera tutti i mezzi per
debellare il desolante, flagello. Pel
miglioramento dell'agricoltura isti-
tuì r ispettorato de' boschi ; come
presidente delle risaie molte cose
operò, come per la retta organiz-
zazione delle comunità, che di per-
sona visitò. Onorato dal governo
della presidenza della commissione
del Reno, spiegò anco in questa
sua rappresentanza un apparato di
cognizioni che fece stupire gli stes-
si ingegneri. Scelse ottimi soggetti
pel disimpegno degli affari gover-
nativi, premiò i buoni impiegati,
e rimproverò o castigò i cattivi.
Mai superiore forse non fu più
affabile di lui con ognuno che ri-
corresse alla sua giustizia, amando
essere 1' amico di tutti, veniva
rispettalo e riamato. GH uomini
d' ingegno e di lettere formavano
l'ordinaria sua società; fu sana la
LAN iig
sua morale, ed ogni azione rego-
lata dai più sodi principi! di reli-
gione. Sì magnanimo cardinale fu
troppo presto dalla morte rapito,
mentre non aveva oltrepassato l'anno
cinquantesimosesto di sua età. Morì in
Bologna a' 1 4 luglio i8i8, compian-
to vivamente da tutta la provincia.
I suoi solenni funerali, descritti dal
numero 60 del Diario di Roma^
si celebrarono nella metropolitana
di s. Pietro dal cardinal Opizzoni
arcivescovo, a cui assisterono mon-
signor Adriano Fieschi vice-legato,
al presente degno cardinale, i due
capitoli della metropolitana e di
s, Petronio, e tutte le autorità ci-
vili e militari ; indi il cadavere
fu deposto nella confessione della
stessa metropolitana. Poco dopo in
Bologna nella tipografia del gover-
no furono pubblicate le Memorìe
in onore d* Alessandro de' duchi
Lante inclito cardinale di s. Chic-
sa. Le calunnie sparse prima di
essere promosso al cardinalato, e
che tentarono oscurare per poco
la delicatezza del suo carattere, ot-
tennero la più completa confuta-
zione pel trionfo che riportò il
trapassato di sue gesta. Ne premiò
i meriti anche dopo morto il Papa
Pio Ylì, abilitandolo al godimento
de'frutti dell' abbazia di Casamare
da lui conferitagli, oltre una som^
ma cospicua che fece somministra-
re onde venisse dimessa la massa
de'debiti, che il defunto avea la-
sciato agli eredi, e di cui era stato
costretto gravarsi per le recenti
spese dell'esaltazione alla sacra por-
pora, e successiva legazione. Ese-
cutore delle beneficenze sovrane
fu deputato l'illustre prelato Nico-
la Maria Nicolai, il quale come
presidente dell* accademia di ar-
cheologia romana, a' i3 maggio
120 LAN
1819 lesse in essa, ed alla presen-
za del lodato monsignor Fieschi,
il dotto Elogio del cardinal Ales-
sandro Lame socio onorario teste
defunto^ legato in Bologna. Questo
erudito elogio fu stampalo in Bo-
logna nella tipografia Nobili 1' an-
no 1821.
LANZE (delle) Carlo Vitto-
rio Amadeo, Cardinale. Carlo Vit-
torio Amadeo delle Lanze o Lancie,
nobile piemontese dei conti di Sales,
nacque in Torino il primo settem-
bre 17 12. Dopo di avere intrapre-
so il viaggio delle piìi celebri città
di Europa, giunto a Parigi, deter-
minò di consacrarsi al divin servi-
gio tra' canonici regolari di s. Ge-
noveffa, e nel mentre che con e-
dificazione universale proseguiva nel
suo fervoroso noviziato, ebbe Ordi-
ne dal padre di trasferirsi in Ro-
ma, dove applicatosi con grande
ardore agli studi , volle iniziar-
si agli ordini sacri. Accortosi poi
degli onori che ivi si andavano ap-
parecchiando per lui, parti per la
patria, dove si diede a menar vita
ritira ta^ e tutta immersa nello stu-
dio. Carlo Emmanuele HI re di
Sardegna lo dichiarò suo elemosi-
niere, colla provvisione della ricca
abbazia di s. Giusto, nel qual gelo-
so uffizio avendo incontrata la pie-
na soddisfazione del re, fu dal me-
desimo fatto prelato della corte,
pregando Benedetto XIV a crearlo
cardinale. Ciò il Papa esegui a' io
aprile 174?, annoverandolo all'or-
dine de' diaconi e conferendogli la
diaconia de* ss. Cosimo e Damia-
no. Portatosi in Roma passò al-
l'ordine dei preti ed ebbe in tito-
lo la chiesa di s. Sisto, venendo an-
cora creato arcivescovo in partibus
di Nicosia. Nel voi. Vili, pag. 189
del Dizionario, si diede un cenno
LAN
del superbo pali otto di madreper-
la che donò al Papa, esistente
nella cappella pontificia tuttora.
Dalla liberalità del nominato so-
vrano gli furono conferiti altri
benefizi, fra' quali la celebre ab-
bazia di s. Benigno di Fruttuaria,
dove nel 1749 ^^^^ '' ^"^ domi-
cilio e diede principio alla fabbrica
di una sontuosa chiesa, quale arric-
chì di prezióse suppellettili, di ar-
redi sacri, senza che ad essi vi fos-
sero posti i suoi stemmi. Inoltre
fondò un ampio e magnifico semi-
nario, dove a proprie spese mante*
neva trenta alunni. Predicava al po-
polo il vangelo, celebrava ogni an-
no il sinodo diocesano, e visitava
con assidua frequenza la diocesi ab-
baziale; recandosi dagli infermi di
qualunque condizione, li consolava
nell'estremo punto anco coll'ammini-
strazione de' sacramenti. Il suo ca-
rattere candido, sincero, nemico del-
la simulazione, zelante del buon
costume e della religione, compas-
sionevole co'poveri a' quali distri-
buiva tutto il suo, soccorrendo con
generosità gli ospedali, i luoghi pii,
e le famiglie miserabili, rendeva-
lo a tutti venerabile ed amato. So-
brio, temperante, edi-ficava i suoi
canonici di s. Benigno, co' quali avea
comune la mensa. Eccellente nell'e-
rudizione, il suo parere veniva ri-
cercato dagli uomini dotti, fra' qua-
\ì dal sommo p. Gerdil poi cardina-
le. I re di Sardegna ne fecero gran
conto ed ebbero in alta stima i
suoi consigli, come fu assai ben ac-
cetto ai Papi. Pio VI lo fece pre-
fetto della congregazione del conci-
lio, ed a sua insinuazione stabilì
che da quella segreteria lutto fosse
spedito gratis, compensando in altro
modo gli uffiziali della medesima
pegli emolumenti che perdevana
LAO
Dopo essere intervenuto a tre con-
clavi, pieno di meriti e di virtù mo-
rì nella sua abbazia di s. Benigno,
d' anni settantadue, a* 25 gennaio
1784, avendo lasciato erede de' suoi
beni il seminario, e fu sepolto nella
chiesa che aveva edificata , nella
quale il successore gli eresse un ma-
gnifico monumento. Avverte il No-
vaes, ch'essendo il cardinale dive-
nuto primo prete, e perciò titolare
di s. Lorenzo in Lucina, l'annua
rendita che questo avea la cedette
per la causa del ven. Benedetto
Giuseppe Labrè, morto santamente
in Roma a' 16 aprile 1783.
LAODICEA, Laodicea ad mare.
Città vescovile della provincia Teo-
doriade, nella priuìa Siria, del pa-
trarcato d' Antiochia, eretta nel V
secolo ed in metropoli nel VI, quan-
do l'imperatore Giustiniano 1 diede
alla provincia il nome di Teodora
sua moglie; furono dichiarate sue
sufFraganee le sedi vescovili di Pal-
tus o Boldo, di Balagnas che nei se-
colo XII divenne vescovato onorario,
e di Gibbe o Gabala, secondo Com-
manvilie. Ignorasi però se dopo l'e-
rezione della provincia Teodoriade,
questa città continuò a godere i di-
ritti metropolitani, abbenchè il suo
vescovo se ne attribuisse il titolo,
molto più che il patriarca d' An-
tiochia, da cui dipendeva questa se-
de, vi conservò sempre la sua giu-
risdizione. Laodicea, secondo Plinio,
è situata sopra un promontorio.
Strabone dice che Antiochia presso
Dafne, Seleucia nella Pieria, Apa-
mea e Laodicea sul mare, erano
quattro grandi città, che chiama-
vansi sorelle, a motivo della buona
unione che regnava fra di loro ;
tutte e quattro erano state fabbri-
cate da Seleuco Nicatore, che die-
~de il nome di sua madre a Lao-
LAO 121
dicea, ornandola di belli cdifizi. Pri-
ma si chiamò Rìianiata e Ranihha
pel suo tempio consacrato a Mi-
nerva, nel quale gli abitanti, dice-
si, sagrificavano una vergine tutti
gli anni. I greci la chiamarono Leu'
cale.
Laodicea è città della Turchia a-
siatica nella Siria, pascialatico, co-
nosciuta ora sotto il nome di La'
dikieh o Lalakieìi. E in una ame-
na situazione, sulla scarpa del ca-
po Ziaret, sopra un'altura sulla ri-
va del mare, assai bene fabbricata
ed avente un buon porto alPovest
in forma di anfiteatro e che con-
tener poteva una flotta considera-
bile; al presente è decaduto sebbe-
ne sia il porlo d'Aleppo, ed è di-
feso da un castello fortificato in
cattivo stato. Governata da un agà,
è sede di un vescovo greco, e resi-
denza dei consoli di diverse potenze
europee: vi è anche un convento di
religiosi di Terrasanta con parroc-
chia. I terremoti del i796e 1822
grandemente la rovinarono, distrug-
gendo molti edifizi. Allorché i roma-
ni fecero la conquista della Siria, era
ili già considerabile, e l'abbellirono di
nuovo; giudi cando dagli avanzi del-
le mura e dei monumenti che vi
si vedono, essa occupava una su-
perficie due o tre volte più grande
che quella di oggidì, mentre i più
preziosi rimasugli dì antichità che
vi si vedono stanno verso il lato
meridionale della moderna città. Fra
questi si osserva un arco di trion-
fo di bello stile, che si crede eret-
to in onore di Cesare. Si vedono
ancora sopra un'altura poco distan-
te gli avanzi dell'antica cittadella
di Laodicea. Sulle rive del mare
si osserva altresì un prodigioso nu-
mero di catacombe, sep^jlture dei
suoi {>rimi abitanti. Dolubella ve-
122 LAO
tlendosi cacciato da Cassio da An-
tiochia, si ritirò in questa città.
L'imperatore Settimio Severo l'ono-
rò del diritto italico, e privò An-
tiochia de' suoi privilegi, per aver
essa favorito il partito di Pescennio,
contro di cui gii abitanti avevano
preso le armi ; volle altresì che a
titolo di onore si chiamassero Set-
tìniiani. JXell'anno 3SS avendo gli
antiocheni altamente offeso l'im-
peratore Teodosio I, questi levò
ad Antiochia il titolo di metropoli
della Soria, ed in vece lo conferì
a Laodicea. Nel suo porto raccol-
sero le vele i latini nella spedizio-
ne della prima crociata sotto Gof-
fredo , essendo allora popolala di
fedeli, e sotto il dominio degli im-
peratori greci. Viene chiamata an-
co Laodicea di Siria, e siccome la
prese Goffredo a'greci , vi nominò
un vescovo latino. Orietis christ. t.
HI, p. i66.
La diocesi di Laodicea estende-
vasi fino alle porte di Antiochia,
cioè fino a Dafne , sobborgo di
quella città: s. Epifanio parlando di
Giorgio di Laodicea, dice ch'egli era
ancora vescovo di Dafne. Il primo ve-
scovo di Laodicea fu Lucio discepolo
degli apostoli, di cui parla s. Paolo
nella sua epistola a' romani; dun-
que fu la sede eretta nel primo se-
colo, non nel V come vuole Com-
manville. Nel 3G3 divenne vescovo
s. Anatolio patrizio alessandrino ,
che scrisse sottilmente nelle discipli-
ne filosofiche, commentò molti libri
ideila sacra Scrittura, e fiorì in vir-
iti. Gli successe Giorgio, alla cui mor-
te subentrò s. Teodoro vecchio e
•venerando padre dei poveri, che in-
tervenne al concilio JNiceno. Apol-
linare visse negli anni di Teodosio
e scrisse con rara eloquenza tren-
ta libri apologetici contro Porfirio.
LAO
Nella prima azione del concilio di
Calcedonia fu lodato Eusebio pre-
te, mandato dal vescovo Macario.
Quanto agli altri vescovi di Laodi-
cea fino a Stefano U, che trovossi
al V concilio generale nel 553, Fedi
YOriens christ. t. Il, p. 789 e seg.
I martiri di Laodicea sono i ss.
Trafomio e Talo sotto il preside
Asclepiade nella persecuzione di
Diocleziano; i ss. Diodoro, Diome-
de e Didimo ancor essi patirono
il martirio. Inoltre la chiesa cele-
bra il natale de'ss. martiri Teoli-
mo e Basiliano cittadini di Laodicea,
a' quali i fedeli eressero un sontuo-
so tempio in riva al mare. Siria
sacra^ p. 146.
LAODICEA CABIOSA ad Liba-
NUM. Sede vescovile della seconda
Fenicia, nella diocesi d' Antiochia,
sotto la metropoli di Damasco, e-
retta nel V secolo, presso al fiume
Oronle e vicino al monte Libano,
nella Celisiria. Fu edificata da Seleu-
co Nicatore in onore di sua madre
Laodicea, e chiamata Libanica e Ca-
llosa per distinguerla dalle altre.
Giace benché fra monti in ottimo
sito, e fu cara a' romani, le cui
parti seguirono gli abitanti contro
i principi della Siria. L'imperatore
Settimio Severo le accordò il go-
dimento del diritto latino, onde ri-
compensarla del suo attaccamento
agli interessi dell'impero; la chiamò
libera e colonia Severiana. Si co-
noscono tre soli vescovi di questa
sede: Platone, Valerio e Giovanni.
Oriens christ. t. II, p. 84^. Però
il Terzi nella Siria sacra ^ p. i3o,
dice che primo vescovo fu Socrate,
indi lo furono Pegasio che inter-
venne al primo concilio di Costan-
tinopoli, e s. Pelagio che visse sot-
to Giuliano l'apostata, e fu presente
al VI concilio d'Antiochia nel 363.
LAO
LAODICEA. Combusta o Abbru-
ciata, Exusta. Città vescovile del-
l'Asia, che si crede aver ricevu-
to tal nome perchè il suo terreno
oiFriva molte traccie di antichi vul-
cani. Gli uni l'attribuiscono alla Pi-
sidia, altri alla Frigia , altri alla
Licaonia, ed anche alla Galazia, sic-
come edificata ne'conlini di questi
diversi paesi. Fu rovinala da un
terremoto, onde appena si trovano
frammenti dell'antica Laodicea. Al
presente si chiama Ladik o Laodi-
cea Combusta^ città delia Turchia
asiatica nella Caramania, sangiaca-
to, in una piccola valle a piedi di
una catena di colline: racchiude
moschee e bagni pubblici. La sede
vescovile appartenne all'esarcato o
diocesi d'Asia, sotto la metropoli
d' Antiochia, eretta nel V secolo.
Ebbe quattro vescovi: Ammonio,
Messaline, Teodoro e Conone. O-
riens christ. t. I, p. io 52.
\jkOD\CEki Laodicea adLycum.
Città aici vescovile e metropolitana
della Frigia Pacaziana, nell'esarca-
to d'Asia. Dalla sua fondazione es-
sendo di pochissimo riHevo, diven-
ne poi una delle più considerabili
città della gran Frigia, verso il
principio dell' era cristiana . Essa
dovette principalmente il suo in-
cremento alla fertilità del suolo
che la circonda, ed alle donazioni
considerabili che ricevette da perso-
naggi opulentissimi. È situata pres-
so il monte Cadmo, da dove scor-
re il Lieo giltandosi nel Meandro,
onde per distinguerla dalle altre fu
detta Laodicta ad Lycum. Il suo
primo nome fu Diospolis o Teo-
poli, ciVtó di Dio, indi Rhoas ; ma
dopo che fu ingrandita da Antioco
li re di Siria, chianiossi Laodicea,
per onorare sua moglie, che avea
juu tal nome; quindi divenne una
LAO 123
delle città piìi ricche dell'Asia mino-
re. Situata sopra un* eminenza vul-
canica, era soggetta a frequenti ter-
remoti come tutti i luoghi circon-
vicini. Rovesciata quasi per inte-
ro da un terremoto, si rialzò col-
le sue proprie forze; fu poscia distrut-
ta, e le rovine de' suoi templi e
sontuosi edifìzi , che sono una te-
stimonianza parlante di sua celebri-
tà, si chiamano dai turchi Eskìssar
e stanno sulla costa di Siria, al sud
d'Antiochia. Veggonsi tuttora in
Laodicea gli archi di un magnifi-
co acquedotto, gli avanzi di un va-
sto anfiteatro, che attestano l'esten-
sione e la magnificenza antica.
JVe*primi secoli del cristianesimo
Laodicea possedeva una fiorente
chiesa, per l'incremento della qua-
le s. Paolo spiegò tutto il suo ze-
lo, ed ebbe per compagno ne'suoi
travagli Epafia, di cui fa l' elogio
neire^/.y/. 4)C. i 2,ai colossensi; onde
s. Paolo fu tenuto per l'istitutore
della sede di Laodicea eretta nel
primo secolo. Il primo vescovo fu
Archippo, che s. Paolo esortò ad
adempiere degnamente il suo mi-
nistero; e neWepist. a Philemone lo
chiama suo compagno nel ministero.
Dal medesimo apostolo si apprende,
che dimorando egli in Laodicea, a-
vea scelta la casa di Nimfa, ch'era
pure di^ q^uesta città, per riunirvi i
fedeli. Si legge negU atti degli a-
postoli, che s. Paolo due volte si
portò in Frigia, quando fece il viag-
gio di Galazia, e che vi predicò e
confermò nella fede i novelli cri»
stiani. li libro delle rivelazioni o Apo-
calisse di s. Giovanni Evangelista,
contiene una vera censura della tie-
pidezza e dello spiiito mondano dei
fedeli di Laodicea; li minacciò del-
l'estrema rovina, ciò che poscia
precisameule si compì, mentre alio-
124 LAO
ra nuotavano nell' opulenza. Dopo
la partenza di s. Paolo avea s. Gio-
vanni preso cura della chiesa di
Laodicea, e fu perciò che gli venne
comandato di scrivere al vescovo ch'e-
gli chiama Angelo di Laodicea: A-
pocal. 3, 14. Al tempo delle cro-
ciate Laodicea fu sovente visitata
dai crocesignali con esito or tristo
or prospero. Ivi l'armata cristiana
vide arrivare sotto le sue bandiere
un gran numero di crociati, che si
erano ritirati ad Edessa e nella Cilicia,
oche giungevano dalla Francia, dal-
l'Inghilterra e di Germania. Quando
i principi, non potendo piti opporsi
alle vive istanze della moltitudine
che la fame e la peste crudelmen-
te straziava , decisero che l'eser-
cito partirebbe da Antiochia nei
primi giorni di marzo 1098, Boe-
inondo accompagnò il suo primo
comandante Goffredo di Buglione,
ed il conte di Fiandra Roberto IL
La sede vescovile di Laodicea
fu eretta come dicemmo nel secolo
primo, divenne metropoli ecclesia-
stica nel quarto , ed esarcato della
Frigia nel decimoterzo. Ebbe le
seguenti trentaoinque sedi vescovi-
li per suffraganee. Colosso che di-
venne arcivescovato nel IX secolo,
Trapezopoli, Acmonia , Eumenia ,
Sebaste, Cheretapa, Apira, Felle ,
Silbium, Traianopoli, Atanasso, Ci-
disso, Unsi, Ancira, Temisonio, Te-
beriopoli, Acada, Timenotiri, Bitoa-
na, Egara, Aliona, Nea, Filippopoli,
Bleandro, Sani, Azana, Fanum Pa-
meni, Lunda, Ancira Ferrea, Dioclia,
Aristea, Giustinianopoli, Coma, Tri-
poli, ed Icrion 5 le quali sedi furono
nella maggior parte fondate nel V
secolo, alcune nel IX. Furono di
Laodicea suoi vescovi ed arcivesco-
vi, Archi ppo, Nimfa, N., Sagario, Si-
siunio 1, Eugenio, Nuacchio I, Ce-
LAO
crope eretico, Nonnio, Aristonico, Nu-
nechio II, Giovanni, Tiberio, Eu-
stasio, N., Teodoro, Sisinnio II, Pao-
lo, Simeone, N., Michele, N., Basilio,
N. e Teofilatto del i45o, le noti-
zie de'quali si leggono nell' Oriens
christ. t. I, p. 792 e seg. Al pre-
sente Laodicea, Laodicen, è un ti-
tolo arcivescovile in parlibus che
conferisce la santa Sede, con Ire ti-
toli vescovili pure in partibus qua-
li sufFraganei , cioè Diocle , Eume-
nia e Trapezo. Da ultimo furono
insigniti del titolo arcivescovile di
Laodicea , Francesco Zucchini , e
Vincenzo Garofali romano abbate
generale della congregazione de'ca-
nonici regolari del ss. Salvatore la-
teranensi, consultore del s. offizio, dei
riti, di propaganda yz<^e ec. Questo
ultimo fu elevato a tal dignità dal
Papa che regna Gregorio XVI, nel
concistoro de'24 febbraio i832, ìa
premio della sue preclare doti, ed
in contrassegno di antica amicizia
e stima particolare. Il ritratto e
biografia di questo dotto, esemplare,
zelante ed insigne prelato si possono
vedere nel giornale romano V Album
anno VI, p. 178 e seg. Ivi sono e-
ruditaraente riportate le qualità sin-
golari che lo resero celebre, i som-
mi servigi resi alla sua illustre con-
gregazione, il novero delle impor-
tanti opere di cui fu autore, e la
bella ed affettuosa iscrizione posta
sulla sua tomba in s. Pietro in Vin-
coli di Roma, dettata dal canonico
lateranense p. d. Vincenzo Tizzaoi
attuale degno vescovo di Terni.
Il concilio di Laodicea è rinoma-
to per quanto vi si trattò. Intorno
all'epoca non vanno d'accordo gl'i-
slorici. L'annalista Baronio lo pone
sotto l'anno 3 r4, altri nel 319, al-
tri sotto il pontificato di s. Liberio
del 352, altri nel 36o, nel 366,
LAO
nel 367 o nel 870, ed il p. Ar-
duino nel 372, per non riportale
altre date, essendo incerto il tem-
po preciso. Fu composto di diver-
se Provincie della diocesi ed esar-
cato d'Asia, e di trentadue vescovi,
ed è celebratissimo pei suoi sessan-
ta canoni, o regole relative alla vita
ed ai riti de' chierici, che furono
rispettati da tutta l'antichità, dap-
poiché vennero ricevuti dappertutto,
e messi nel codice della Chiesa uni-
versale. Fra le altre disposizioni vol-
le il concilio, che l'elezione de' ve-
scovi sia fatta di concerto col me-
tropolitano ed i vescovi circon-
vicini , i quali devono aver per
lungo tempo provata la fede e i
costumi di quelli che sono eletti.
Non si devono leggere nella chie-
sa cantici particolari, ne altri libri
che le scritture canoniche dell'antico
e del nuovo Testamento. JXon si
devono celebrare in quaresima ne
nozze , né feste. I penitenti che
hanno perseverato nella preghiera
e negli esercizi che furono loro pre-
scritti, e che hanno dato argomen-
to di perfetta conversione, devono
essere ammessi alla comunione, in
■vista della misericordia di Dio, do-
po che si avrà dato loro qualche
tempo per fare delle soddisfazioni
proporzionale ai loro peccati. Inoltre
■vi si trovano delle prove evidenti
del sacrifizio della messa, del digiu-
no quaresimale, della distinzione del
vescovo e del sacerdote. Il concilio
vietò a chierici d'imprestare a usura
e di entrare nelle bettole; lo stes-
so ingiunse a' monaci ; proibì ai
chierici ed anche a tutti i cristiani
di bagnarsi con donne; inibì l'as-
sistere agii spettacoli nuziali, ed ai
festini e danze che li accompagnano,
prescrivendo l'andarsene prima del-
l'arrivo de' ballerini, e doversi con-
L A O il 5
tentare di una refezione frugale quale
convicnsi a' cristiani. Veruno poter
cantare in chiesa, senza essere cantore
ordinato, e montare sulla tribuna col
libro. Tutta la disciplina stabilita da
queslo concilio prova abbastanza che
la Chiesa essendo sullicientementc
florida , e non gemendo più sot-
to le persecuzioni, poteva occuparsi
all'esteriore disciplina. Reg. t. II;
Labbc t. I; Arduino t. I; Diz. dei
concini; Pithou incod. ca nomini ecci.
LAON, Laudwium. Città vesco-
vile di Francia nella Picardia, ca-
poluogo del dipartimento dell'Aisne,
di circondario e di cantone. E sede
d' un tribunale di prima istanza ,
delle direzioni demaniali e conlri-
buzioni, della conservazione delle
ipoteche e della sotto-direzione fo-
restale della marina. Occupa il pia-
no elevalo d'una montagna isolata
ed assai ripida, onde l'aria vi è
pura e vi si gode di una bella vista.
Oltre la vecchia muraglia meglio
la difende la situazione elevata e
quasi inaccessibile. A piedi della
montagna vi sono cinque sobbor-
ghi. Tra gli edifìzi é degna di os-
servazione la sua antica cattedrale,
rifabbricata nel iii5, monumento
gotico sormontato da quattro torri
di un bel lavoro. Pvinchiude cinque
chiese, un piccolo seminario, uno
stabilimento delle sorelle della ca-
rità, due ospizi, uno de' quali di
esposti, ed un deposito di mendi-
cità. Evvi un collegio comunale
con gabinetto di fìsica , bibliote-
ca, ec, il teatro, ec. E patria di
Carlo I duca di Lorenti , competi-
tore di Ugo Capeto , di Anselmo
canonico della cattedrale fondatore
d'una scuola che fiorì nel XII se-
colo, di Giovanni Marquelte che
scuoprì il Missisipì nel ^^JJ i e
dell'abbate Nollet.
126 LAO
Laon più nnlicamenle chiamata
Lagflunum Clavatum^ dicesi fab-
bricata nel luogo dell'antica I^i-
brax, di cui parla Cesare nella sua
guerra delle Gailie, e si fa derivare
il suo roedesìnno nome di Laon
dalle due parole celtiche lodi dati
che significano roccia montagna.
Non era in origine che Un castello
eretto sul dorso d'una montagna e
chiamato Laodununi, dal nome co-
mune fra i gaulesi a tutte le piaz-
ze di tal n£^tura. Clodoveo ne fece
una città, e s. Remigio vi fondò
la chiesa vescovile nel 49^* Luigi
IV d'Oltremare, dopo averla asse-
diata due volte, vi morì prigionie-
ro nel 953, ed Ugo Capeto l'asse-
diò pure nel 988. Sostenne molti
altri assedi nelle guerre fra gli Ar-
magnac ed i borgognoni. Nel 1419
fu data agli inglesi dal figlio di
Giovanni Senza-paura ; gli abitanti
li cacciarono e godettero pace fino
ai tempi della lega, di cui fu uno
de' sostegni ; finché dopo diversi
combattimenti si arrese ad Enrico
IV a' 1 agosto 1594, che vi fece
innalzare una cittadella che più
non esiste. Nel secolo XV II molto
soffrì nelle guerre religiose e della
fionda. Era la capitale del piccolo
paese detto il Laonese. Il 9 e io mar-
zo 181 4 Napoleone vi battè il gene-
rale prussiano Blucher, che avea
un' armata assai superiore in nu-
mero, e che nella notte del 9 al
IO sconfisse il corpo separato del
duca di Ragusi Marmont. Nel 18 15
una parte dell'armata francese es-
sendovisi ritirata dopo la battaglia
di W^aterloo, vi si mantenne sino
al mese di agosto, epoca in cui la
guarnigione ebbe l'ordine di con-
segnarla agli alleati.
La sede vescovile fu come di-
cemmo fondata nel 49^ o 497 da
LAO
s. R^emigio arcivescovo di Reims,
dismembrandola da Reims in fa-
vore di suo nipote , e fatta sulTra-
ganea di quella metropoli. Il pri-
mo vescovo di Laon fu Genebal-
do, cui gli successe Latro o La-
trone suo figlio. Dopo di avere a-
vuto questa chiesa molti zelanti ,
dotti ed esemplari vescovi , essen-
done r ottantesimo ottavo Lodovico
Ettore Onorato Massimo de Sabran
di Rieux, fatto da Pio VI a' 3o
marzo 1778, la diocesi fu soppres-
sa nelle vicende repubblicane degli
ultimi anni del secolo passato , e
nel 1801 alla conclusione del con-
cordato da Pio VII. La cattedrale
sacra alla Beata Vergine, avea il
capitolo composto di cinque digni-
tari, ottantaquattro canonici, e cin-
quanta cappellani. In città eranvi
tre collegiate ; le abbazie di s. Gio-
vanni e di s. Vincenzo appartene-
vano ai benedettini della congre-
gazione di s. Mauro; l'abbazia di
s. Martino de'premonstratensi, le cui
rendite erano unite alla mensa ve-
scovile. Il vescovo era duca e pari
di Francia, e portava la sacra am-
polla nell'incoronazione de' re. La
diocesi conteneva quattrocento venti
parrocchie, dieciotlo abbazie, com-
presa quella di Preraonstrato capo
di quest' ordine , sette priorati con-
ventuali , dieci collegiate ed altret-
tanti ospedali, nove collegi, un se-
minario e due celebri santuari, cioè
di s. Marcone e della Madonna di
Liesse, dove solevasi andare in pel-
legrinaggio.
Concila di Laon.
Il primo fu tenuto nel 948 nella
chiesa di s. Vincenzo , nel quale
venne scomunicato Tibaldo conte
di Blois, che avea cagionato gravi
LAP
danni alla città ed allo stalo. Fio-
doardo in Chronicon.
Il secondo nel i i46 per la cro-
ciata contro i saraceni. Reg. tom.
XXVII ; Labbé toro. IX j Ardui-
no tom. VI.
Il terzo nel i23i o 12 3^, in
favore di Milone vescovo di Beau-
vais, e contro gli uffiziali del re s.
Luigi IX, che avevano usurpato i
suoi diritti. Labbé tom. XI; Ardui-
no tom. VII.
LAOSINATTO. U/Tiziale della
chiesa greca, la di cui incumbenza
era di convocare il popolo per le
assemblee , come anche i diaconi
nelle funzioni necessarie.
LAPITO o LAPATO o LEPI-
TO, Lapithus. Sede vescovile nel-
r isola di Cipro, sulla costa setten-
trionale, nel patriarcato d'Antio-
chia, sotto la metropoli di Fama-
gosta , eretta nel V secolo , detta
pure Lapalhios. Ne fu vescovo Di-
dimo, rappresentato al concilio di
Calcedonia da Epa frodilo di Ta-
masso. Oriens chrìst. t. II, p. 1067.
11 Terzi nella Siria sacra p. 160,
dice che Lapito fu cosi chiamata
per la sicurezza del suo porto ,
dappoiché essendo antica città fe-
nicia, presso quei popoli Lapethus
corrisponde a Statio in latino. Ag-
giunge che ivi si veneravano le re-
liquie di s. Conone di Nazaret, e
che nel sinodo celebrato da s. Epi-
fanio, V intervenne Moisè della
chiesa di Lcpilo , oltre Didimo a
quello Calcedonese.
LAPPA o LAMPE. Sede vesco-
■vile dell'isola di Creta, nella dio-
cesi dell' Illiria orientale , sotto la
metropoli di Cortina, a cui è vi-
cina , eretta nel V secolo. Dione
dice che fu presa d'assalto da Me-
tello. Ne furono vescovi , Pietro
che trovossi al primo concilio gene-
LAR 127
rale di Efeso; Demetrio a quello di
Calcedonia; Prosdocio che sottoscris-
se la lettera de' vescovi della sua
provincia all'imperatore Leone; Gio-
vanni che si appellò al Papa s. Vi-
taliano contro la sentenza che avea
a suo danno pronunziata Paolo di
Creta, per cui fu dichiarato inno-
cente, e poi sottoscrisse il VI con-
cilio generale ; Epifanio che si tro-
vò al VII. Oriens chrìst. t. Ili, p.
269.
LARA Manrico Alfonso, Cardi-
nale. Alfonso Manrico o Manriquez
de Lara, nato nella Spagna , fino
dagli anni più verdi applicossi agli
studi nell'università di Salamanca,
dove pei rapidi progressi che fece
divenne pubblico professore. Bra-
moso di farsi agostiniano, Giovan-
ni priore del convento di Siviglia,
di santa vita e di fino accorgi-
mento, non volle in modo alcuno
esaudirlo, predicendogli che sareb-
be stato grande nella Chiesa di Dio,
ciò che si verificò. In fatti Isabel-
la I regina di Castìglia distinguen-
done il merito , lo nominò cano-
nico della metropolitana di Tole-
do, e poi vescovo di Badajoz. Do-
po alcune contrarie vicende, per es-
sersi dichiarato per Filippo arci-
duca d'Austria, contro Ferdinan-
do V, si portò nelle Fiandre presso
Carlo V che lo destinò alla sede
di Cordova, indi all' arcivescovato
di Siviglia, colle dignità d' inquisi-
tore della Spagna e di regio consi-
gliere. Ad istanza di tale imperatore,
benché assai giovane^ Clemente VII
a*22 marzo i53i lo creò cardinale
prete del titolo di s. Calisto, inoltre
il Papa gli trasmise per distinzione
in Ispagna le insegne cardinalizie,
non essendo giammai uscito da quel
regno. Si prevalse con sommo van-
taggio dell'opera del ven. Giovanni
1^8 LAR
d'AviIa apostolo dell' Andalusia, in
predicare nella sua diocesi la divi-
DM paiolo. Mori nelU Spagna per
una caduta da cavallo nel i538,
in età di vent'anni, se si avesse a
prestar fede all' epitalìio posto sulla
sua tomba, ove certamente corre
grave fallo.
LARANDA. Sede vescovile di
Licaonia nell'esarcato d'Asia, sotto
la metropoli d' Iconio , eretta nel
IV secolo. È situata vicino alla sor-
gente di Cidno, poco lunge da Der-
ba, verso i confini della Cilicia. Ne
furono vescovi Neone, Paolo che
fu al concilio di Nicea, Ascolo a
quello di Calcedonia , e Saba in
quello che ristabilì Fozio. Oriens
christ. tom. I, pag. io 52. Al pre-
sente Laranda, Laranden, nell'Asia
minore, è un titolo vescovile in
parlihus che conferisce la santa Se-
de, sotto r arcivescovato pure in
partibus d' Iconio.
LARGO (s.), martire. V, Ciria-
co (s.).
LARINO (Larinen). Città con
residenza vescovile del regno delle
due Sicilie, nella provincia di Mo-
lise, capoluogo di distretto e di
cantone. E posta fra due riviere
che per mezzo di un ampio tor-
rente vanno ad ingrossare il Bi-
ferno o Tiferno che scorre a de-
stra; è lungi da Benevento per la
via di Morcone e Campobasso mi-
glia quarantaquattro. Fra i suoi
templi primeggia il duomo. Ne fan-
no menzione Mela, Plinio e Tolo-
meo ; Cesare e Livio la descrivono
come una particolare regione tra i
frentani ed i pugliesi. Patì diverse
calamitàjOnde i cittadini un miglio
distante fabbricarono la nuova città
di Larino, in luogo dell'antica La-
rinuni o Alariniun. Se ne vedono
gli avanzi fuori del recinto dell'o-
LAR
dlerna dal canto boreale, insieme
ai fertili campi larinati, ove le ar-
mi romane si opposero ad Anni-
bale fuggitivo da Capua , e dipoi
vi accampò Giulio Cesare colle sue
legioni nella guerra pompeiana. Ci-
cerone difese Aulo Cluenzio citta-
dino larinate. Le vestigia d'un an-
fiteatro di quest' antica città del
Saninìuni sono tuttora visibili. Il
distretto di Larino si divide in otto
cantoni.
La fede vuoisi che sia stata
predicata in Larino fino dal tem-
po degli apostoli. Nell'anno Q^'Ò
era già sede vescovile, che il Papa
s. Vitaliano assoggettò a s. Barba-
to vescovo di Benevento. Indi il
Pontefice Giovanni XI li dichiaran-
do nel concilio romano del 969
Benevento metropoli, tra i vesco-
vati che gli assegnò per sulfraga-
nei vi comprese Larino, che lo è
tuttora. 11 primo vescovo di Lari-
no fu Azzone del 960 ; il secondo
Giovanni che intervenne nel 1062
al concilio beneventano, adunato
dall'arcivescovo Udalrico; il terzo
Guglielmo che nel 1071 trovossi
alla consacrazione della chiesa di
Monte Cassino, fatta da Alessandro
II; il quarto Giovanni del 11 00;
il quinto Pietro che fu al concilio
generale Lateranense III del 11 79.
Fra gli altri successori solo nomi-
neremo: Petronio, sotto il quale
Nicolò IV nel 1291 nominò am-
ministratore di questa chiesa il
cardinal Berardo da Cagli vescovo
di Palestrina, legato nel regno di
Napoli. Fr. Bertrando traslato dal-
la sede d' Ampurias nel i365 da
Urbano V. Fr. Giovanni Leoni ro-
mano domenicano, nominato da
Eugenio IV nel i44o, insigne dot-
tore in teologia e sacri canoni ,
autore di un eccellente commenta-
LAR
rio mss. che fu depositato nella
biblioteca Vaticana, ed intitolato :
De synodo et ecclesiastica potestà-
te. Fr. Giacomo Petriizzi di Chic-
li francescano di lodatissima vita,
professore di teologia nell'universi -
tà di Napoli, fatto vescovo nel
i5o3. Belisario Baldini di Napoli
famigliare di Paolo IV che lo no-
minò nel i555; fu prelato assai
dotto, intervenne al concilio di
Trento sotto Pio IV, fece diverse
costituzioni per 1' ottima ammini-
strazione della diocesi, e morì nel
1591. Gio. Tommaso Eustachio
di Troia, nobile e di eccellente
qualità, dótto, pio e penitente fi-
lippino : Paolo V premiò il suo
singoiar zelo nel 161 2 colla digni-
tà vescovile che accettò ripugnan-
te, per cui governò con prudenza
e pastorale vigilanza. Restituì il
seminario al primiero splendore;
tenne familiari esemplari ; illustrò
la diocesi colla predicazione ed
amministrazione de' sacramenti; di-
votissimo della Beata Vergine, com-
pose diverse opere in suo ono-
re, e le eresse due cappelle ; li-
mosiniero e modello d' ogni virtù,
dopo qualtr' anni rinunziò il ve-
scovato tra le lagrime de'diocesani;
si ritirò fra i suoi filippini di Na-
poli, ove morì santamente nel
i64i- Urbano Vili nel 1628 fece
vescovo Pietro Paolo Caputo no-
bile napoletano, referendario di se-
gnatura ; visse pochi giorni, e fu
compianto per dottrina ed egregie
doti. Gli successe Persio Caracci
di Guastalla, già rettore pontificio
del contado Venaissino e di Car-
pentrasso, assai benemerito ; fu con-
sacrato in Roma nel i63i. Riparò
ed ingrandì l'episcopio; dai fonda-
menti rifabbricò il seminario, e
gli donò seimila ducati per miglio-
VOL. XXXVII,
LAR 129
rame l'istruzione; difese energica-
mente r immunità ecclesiastica, e
nel i656 abdicò la sede. Gli suc-
cessero Gio. Battista Quaranta na-
poletano; nel 1686 Giuseppe Ca-
talani; nel 1703 Gregorio Com-
pagni traslato da Borgo s. Sepol-
cro ; nel 1706 Carlo Maria Pia-
netti di Jesi. Così r Ughelli, Ila'
Ha sacra t. Vili, p. 3o2 e seg.
La serie de' vescovi successori sino
ad oggi, si legge nelle annuali
Notìzie di Roma. Per morte di
Raffaele Lupoli della congregazione
del ss. Redentore della diocesi di
Aversa, fatto vescovo da Pio VII
nel 18 18, il Pontefice Pio VII!
nel concistoro de'21 maggio 1829
preconizzò Vincenzo Rocca di Cer-
ee arcidiocesi di Benevento; final-
mente il Papa regnante in quello
de'24 novembre 1845 dichiarò l'o-
dierno vescovo monsignor Pietro
Bottazzi di Lacedonia.
La cattedrale posta in mezzo
alla città, edifizio di gotica strut-
tura, è sotto il titolo della Beata
Vergine Maria Assunta in cielo.
Tra le reliquie ivi è in gran ve-
nerazione il corpo di s. Pardo ve-
scovo, patrono della città, il quale
essendo stato cacciato dalla sua
sede nel Peloponneso, si ritirò ia
un deserto vicino a Lucerà, dove
morì in odore di santità : si cele-
bra la festa della sua traslazione
a' 26 maggio, e quella dell'invea-
zione del suo corpo a' 1 7 ottobre.
Il capitolo si compone di quattro
dignità, essendo la maggiore l'ar-
cidiacono, di otto canonici compre-
se le prebende del teologo e del
penitenziere, di dodici mansionari,
e di altri preti e chierici addetti
all'uffiziatura. Nella cattedrale evvi
il battisterio e la cura parrocchia-
le, quale si amministra da due.
9
i3o LAR
mansionari del capitolo. L'episco-
pio trovavasi all'elezione dell'attua-
lo vescovo in cattivo stalo. Nella
città vi è un'altra chiesa parroc-
chiale, ma senza il sacro fonte;
un convento di religiosi, due con-
fraternite, ed il seminario riedifi-
cato dai fondamenti. La diocesi si
estende per circa venticinque miglia,
e contiene dieciotto luoghi. I frut-
ti della mensa sono tassati ne'regi-
stri delia camera apostolica in fio-
rini cento, corrispondenti alle ren-
dite della mensa di 3ooo ducati
della moneta napoletana, publicis
deductis onerìhus.
LARISSA. Città arcivescovile e
metropolitana della provincia di
Tessaglia, nella diocesi dell'Illiria
orientale o esarcato di Macedonia.
Larissa, Larìssus, al presente lenit-
scer, città della Turchia europea
nella Livadia o antica Tessaglia
sangiacalo, giace sulla riva destra
della Salembria, l'antico Penco,
che si attraversa sopra un bel
ponte di pietra di dieci archi, e
sulla riva sinistra della quale evvi
un sobborgo. Cinta di muro ha
da lunge una bella apparenza, ma
l'interno ad eccezione del quartiere
dei bazar, di un gran numero di
moschee e chiese greche, di tre
bagni, e d'un pubblico orologio,
non ha altro rimarcabile. L'indu-
stria vi è assai attiva ; ma varie
paludi ne rendono l'aria malsana.
I dintorni sono deliziosi e fertilis-
simi, essendo le rive del fiume co-
perte di belli giardini. Questa an-
tica città capitale della Tessaglia,
nella Pelasgiotide, che tenne un
posto tanto distinto, era molto de-
caduta al tempo di Lucano. Dice-
si la patria d' Achille, chiamato
perciò Larisse da Virgilio. Filippo
ir Macedone avendo risoluto di
LAR
portar la guerra ai greci, dopo
aver fatto la pace cogli illirii ed i
pannoni, scelse la dimora di La-
rissa, e con tal mezzo acquistossi
l'affetto dei tessali, che colla loro
eccellente cavalleria assai contri-
buirono ai suoi ambiziosi disegni.
Secondo Cesare, occupava Scipione
questa città con una legione pri-
ma della battaglia di Farsaglia, e
fu que§ta la prima piazza in cui
pertossi Pompeo dopo la sua scon-
fitta. Quivi pure ritìrossi Acrisio
re d'Argo, onde evitar la morte
minacciatagli dall'oracolo. Il gran
signore Maometto IV vi tenne la
sua corte nel 1669, e siccome vi
fu edificato un bel palazzo, anco
altri monarchi ottomani talvolta vi
si recarono. I suoi abitanti erano
anticamente assai destri nei com-
battimenti coi tori.
La sede arcivescovile di Larissa
nella prima provincia di Tessaglia,
divenne metropoli nel IV secolo,
dipoi nel XIII fu elevata al gra-
do di esarcato della seconda pro-
vincia di Tessaglia. Le sedi ve-
scovili che furono suffraganee di
Larissa, sono le seguenti. Farsaglia
che divenne arcivescovato nel IX
secolo; Demetriade, Zetune o Zeiton,
Domoci, Cardica, Staghi,^Ratosbisdi,
Sciati, Litari, Agraf, Letza, Scar-
fia, Esero, Colydri, Lamia, Cipara,
Trica, Metropoli e Gomphi. la
Larissa fu tenuto un concilio nel-
l'anno 53 1 o 55i per ordinarvi
un vescovo. Baluzio in Collect. li
primo de' suoi arcivescovi fu s.
Achilio, in onore del quale fu de-
dicata la cattedrale^ celebrandosene
la festa a' i5 maggio. Ne tratta
YOriens clirist. t. Il, p. io3, in-
sieme ai ventotto suoi successori,
sino a Gabriele del 1721. Questa
città ebbe ancora i suoi arcivesco-
LAR
\ì Ialini dopo la presa di Coslan-
tinopoli, falla dai francesi e vene-
ziani nei primi del secolo XIII, co-
me si può vedere nel medesimo
Oricns christ. t. HI, p. 979. An-
tonio Pignattelli fu fatto arcivesco-
To di Larissa, e da Clemente X
a' 4 "Ti^oS'o 1671 fu Iraslato alla
chiesa di Lecce; Innocenzo XI lo
creò cardinale, e nel 1691 diven-
ne Papa Innocenzo XII. Al pre-
sente Larissa, Larissen^ è un lito-
Io arcivescovile in partìbus che
conferisce il Papa, avente per suf-
fraganee le sedi vescovili, pur ti-
tolari, di Terape, Tan)aco, Termo-
poli e Tricala. Per ultimi furono
insigniti del titolo arcivescovile di
Larissa Salvatore Maria Caccamo ;
Francesco Canali perugino, traslato
dalla chiesa di Tivoli da Leone
XII nel concistoro de*2 1 maggio
1827, poscia in quello de'23 giu-
gno 1834 pubblicato cardinale dal
regnante Gregorio XVI. Questi in-
oltre nel concistoro de'22 giugno
1843 dichiarò arcivescovo di La-
rissa monsignor Giuseppe Nowak
di Semelino arcivescovo di Zara,
chiesa che rinunziò.
LARISSA. Sede vescovile della
seconda Siria o Celisiria, nel pa-
triarcato di Antiochia, sotto la
metropoli d'Apamea, eretta nel V
secolo. Stefano compresa la prece-
dente Larissa di Macedonia, nomi-
nò undici città di questo nome.
Questa giace tra Apamea ed Epi-
fania, distante da ambedue sedici
miglia, già famosa pel tempio di
Giove Larisseo, dicendosi fondata
dai macedoni, sulle rive dell'Oron-
te. 11 primo de' suoi vescovi greci
fu Geronzio, che trovossi al con-
cilio di Nicea. Il successore Zoilo
fu al concilio di Seleucia, dove u-
nissi a Giorgio d'Alessandria e ad
LAS i3i
A cacio di Cesarea, e sottoscrisse la
loro formola. Atlaccossi in seguilo
agli ortodossi, e sottoscrisse la let-
tera del concilio di Antiochia al-
l'imperatore Giovìano, che confer-
mava la fede nicena. Patrofilo in-
tervenne al concilio primo di Co-
stantinopoli, che fu successo da
Giuliano, da Melezio e da Dioge-
ne. Altro vescovo fu Eusebio che
sottoscrisse la lettera de'vescovi
della sua provincia a Giovanni di
Costantinopoli, colla quale condan-
navano l'empietà di Severo di An-
tiochia e di Pietro d'Apamea. Ste-
fano sottoscrisse la lettera all'im-
peratore Giustiniano I. Oriens christ.
t. II, p. 918. Siria sacra p. i o i .
Questa città ebbe ancora i suoi
vescovi latini, cioè Giovanni Fa-
ber dell'ordine de' minori, nomina-
to da Eugenio IV nel i437; Gio-
vanni II ; e Werboldo di Heyfs
francescano, che sedeva nel i^'jo
nel pontificato di Paolo II. Oriens
christ. t. Ili, p. 1 191.
LARO o LARES. Sede vesco-
vile della Numidia nell' Africa
occidentale, sotto la metropoli di
Girla Giulia. Forse Larobo antica
città di Numidia nella Costantinia-
na, provincia di Algeri, fra le cit-
tà di Cone e di Bona. Al presen-
te Laro, LareHy è un titolo vesco-
vile m partibiis che conferisce la
santa Sede, sotto la metropoli pu-
re in partìbus di Cartagine.
LASSI, Lapsi. Caduti. Nei pri-
mi tempi del cristianesimo e nelle
persecuzioni erano quelli che do-
po averlo abbracciato ritornavano
al paganesimo, per timore de'tor-
meuti o per altri motivi. Distin-
gue vansi cinque specie di questi
apostati, che si chiamavano libel-
laliciy traditori, sacrificati^ turi/i^
catiy idolatri. Altri li chiamano li-
i32 LAS
bdlaùcìy mittentes, thurijicatì, sacri-
ficali, hlasphcmad. Per lihellalici
s'intendevano quelli che avevano
ottenuto per denaro dal magistra-
to un libello o polizza di sicurtà,
ovvero attestato di aver sacrificato
agl'idoli, benché ciò non fosse ve-
ro. Mittentes erano coloro che a-
vevano incaricato alcun altro per-
chè sacrificasse in loro vece. Tku-
rificali quelli che avevano offerto
incenso e culto agi' idoli ne'sagri-
llzi. Sacrificati quelli che avevano
preso parte ai sagiifizi degli ido-
latri, e mangiato ne'sagrifizi. Blas-
phemati coloro i quali avevano
negato formalmente Gesù Cristo,
ovvero giuralo pei falsi Dei. Altri
poi si dicevano traditori, per aver
consegnato ai giudici pagani i va-
si sacri, i libri sacri, gli arredi
delia chiesa, il catalogo de'fedeli,
onde per essi nacque lo scisma
de' donatisti. Chiamaronsi in vece
Stantes tutti coloro che avevano
perseverato nella fede. Il nome di
lapsi fu dato altresì a quelli che
consegnavano ai pagani i libii san-
ti perchè li bruciassero. Tutti quel-
li ch'erano rei di alcuno de'men-
tovati delitti non potevano far
parte del clero, e quelli che li a-
vevano commessi, appartenendo già
al clero, venivano puniti colla de-
gradazione ; si ammettevano però
alla penitenza, ma solo dopo che
l'avevano soddisfatta veniva loro
soltanto concessa la comunione lai-
ca. Vi furono due scismi a cagio-
ne del modo col quale dovevano
esser trattati i lassi o caduti; a
Roma l'antipapa Novaziano nell'an-
no 254 sostenne che bisognava
privarli d'ogni speranza di riconci-
liazione; a Cartagine in vece Fe-
licissimo voleva che fossero ricevu-
ti senza penitenza e senza prova;
LAS
la Chiesa tenne saggiamente una
strada di mezzo tra questi due
eccessi, ed il Papa s. Cornelio in
un concilio di vescovi scomunicò
Novaziano ed i suoi seguaci. San
Cipriano vescovo di Cartagine, nel
suo trattato De. lapsis, fa una
grande differenza tra quelli eh' e-
ransi offerti spontaneamente a sa-
crificare, quando la persecuzione
era stata dichiarata, e coloro 1
quali erano stati sforzati^ ovvero
che avevano ceduto alla violenza
de'tormenti; tra coloro che aveva-
no persuaso le loro mogli, figli e
domestici a sacrificare con essi, e
coloro i quali aveano ceduto sola-
mente per mettere in salvo i loro
parenti, ospiti ed amici. I primi
erano molto piìl colpevoli de' se-
condi, e meritavano maggior seve-
rità, ed è perciò che i concilit
prescrissero ad essi una penitenza
più lun^a e rigorosa che per gli
altri. All'articolo Indulgenze [J^edi)
dicemmo come s. Cipriano si sca-
gliò contro la temerità di quei
caduti, che senza aver fatto pro-
porzionata penitenza impetravano
l'intercessione de' martiri e de'con-
fessori per esentarsene. Delle di-
verse sorta di libellatici tratta il
p. Prilezschi negli j4cta et sciipta
s. Cornelii etc. p. 5, annotati.
Veggasi s. Agostino lib. 7, e. 1 De
Bapt. Baronio agli anni 253 e
3o2. Lambertini, De servor. Dei
beali/, lib. i, cap. 2, p. 7. Bosquet,
Eccles. Gallic. lib. 3, p. 232. Or-
si nella Dissert. hislorica de capi-
talium criniinuni ahsolulione, Me-
diolani 1730. Chardon, Uist. sa-
crament. Bebelio, Dissert. de vete-
rum in lapsos disciplina ecclesia'
stica, Lipsiae 1687. Valchio, Hist,
eccles. p. 1 1 66 e seg. Corrado
Daniele Fiik, Dissert, de libeUa-^
LAf
ticì's in Ecclesìa veteri, Lipsiae
1694. Giannenrico Kraus, Dissert.
de lapsis primitivae Ecclesiae, Li-
psiae 1706.
LASSO Giovanni, Cardinale.
Giovanni Lasso di nobile prosapia
di Siviglia nella Spagna, professò
nell'ordine della Mercede, dove di-
venuto insigne teologo, col favore
di Alfonso XI re di Castiglia, da
Innocenzo VI fu nel fine del i356
creato cardinale prete del titolo
di s. Maria in Trastevere, ciò che
però non sembra certo. Morì in
Avignone nel 1 366..
LATERAIVENSI* CONTI o CA-
VALIERI. F. Conte; Sperone dV
Ro, ordine equestre; Pii, cavalieri.
LATERANO, Lateranus. Luogo
celebra tissimo di Roma per me-
inorie ecclesiastiche e pontificie,
venerabile ed illustre ne'flisti della
santa Sede, ivi essendovi tuttora
in isplendore, come si descrive ai
rispettivi articoli : la Chiesa di s.
Giovanni in Laterano, ossia la pa-
triarcale arcibasilica del ss. Salva-
tore, prima chiesa del mondo, Ec-
clesiaruni Urbis et Orbis niater et
caput, sede principale del sommo
Pontefice, per cui in essa prende
il solenne Possessoj la Chiesa di
s. Giovanni in fonte, ossia batti-
sterio lateranense, eretto dall'impe-
ratore Costantino pel battesimo di
s. Costanza sua figlia ; chiesa che
ha contigue le cappelle dei ss.
Giovanni Battista ed Evangelista,
delle ss. Ruftina e Seconda, cos\
de'ss. Lucia ed Andrea, de' ss, Ci-
priano e Giustina, oltre l'oratorio
di s. Venanzio ; il santuario della
Scala santa o Sancta Sanctoriimj il
Palazzo apostolico Lateranense, l'an-
tico Patriarchio già residenza dei
Papi, magnificamente 'restaurato, ed
ora abbellito con Museo dal re-
LAT i33
gnante Gregorio XVI; Il Triclinio
LeonianOj cioè il musaico che a-
dornava uno de'suoi absidi ; V O-
spedale del ss. Salvatore ad Sancta
Sanctonim; essendo decorata la
vasta piazza del Laterano dal ma-
gnifico Obelisco lateranense.
Laterano è un nome che deriva
dall'antica, nobilissima, ricca e po-
tente famiglia patrizia romana dei
Laterani, che ivi possedevano delle
case, ed un palazzo grande e
magnifico, secondo le testimonianze
di Sesto Rufo, Publio Vittore,
Giulio Capitolino ed altri, cioè
nella seconda regione CeUmontana,
presso la porta di tal nome, nel
Monte Celio, Di tale famiglia fiori-
rono due Sesti, un Torquato, Lucio
Sestilio, che fu console insieme col-
r imperatore Lucio Vero , Aulo
trionfatore de'britanni, e suo nipo-
te Plauzio. Questi benché fosse
uno degli impuri amanti di Mes-
salina , talché campò dal furore
dell' imperatore Claudio solo a
contemplazione dello zio, pure al-
cuni storici lo dipinsero personag-
gio pieno di onore e di patrio
zelo per l'utile pubblico, tutto co-
stanza , magnanimità e fortezza,
ed ebbe per zia Pomponia, che
professò la religione cristiana. Plau-
zio era console designato nell'anno
65 di Gesù Cristo, quando non
per desiderio di novità, non per
torti fattigli dall'imperatore Nero-
ne , ma solo per bene ed amore
alla repubblica si unì con Pisone
e Seneca ai congiurati contro di
quel crudelissimo principe. Cadde
per questo ancor egli, in un al
poeta Lucano e ad altri, vittima
di Nerone, e con tal precipitazione^
che non gli fu permesso né di da-
re l'ultimo abbraccio a' suoi figli,
né la scelta della morte. Tacito
i34 l^AT
nel lib. XV de*suoi Annali, si
mostra quasi rapito dall'intrepidez-
za, con cui Plauzio Laleiano nel-
l'anno Gf ricevette la morte per
mano d'im amico tribuno, a parte
anch'esso della congiura, senza pun-
to rinfacciargliela e senza iscoprirlo,
mantenendo con generoso e co-
stante segreto il silenzio. Anzi ag-
giunge Aciano, epist. lib. I, che
non essendo ben tagliata la testa
al primo colpo, Plauzio presentoUa
di nuovo colla stessa fermezza di
prima. La famiglia de* Laterani
non si estinse con Plauzio, perchè
Capitolino fa menzione dappoi del
nominato console Sestìlio ; né man-
ca chi difenda Plauzio, e solo at-
tribuisca a pretesto di Nerone la
sua incolpazione, onde impadronir-
si del suo palazzo e beni. Nerone
dopo aver sventalo cotal congiura^
confiscò il palazzo, le case, i beni
e gli orti de' Laterani presso il
campo Sessoriano, come attestano
Giovenale nella satira io, il Cassio,
Delle acque anticlie t. II, p. 72, ed
altri.
Del palazzo perciò si serviro-
no gl'imperatori romani per a-
bitazione, fu considerato palazzo
imperiale, come devoluto al fisco,
continuandosi a chiamare Latera-
nense dal nome degli antichi pro-
prietari ; cos'i la contrada fu detta
in Laterano, e per la sontuosità
dell'edifizio, e per la memoria dei
Plauzi Laterani, come si raccoglie
dal verso del citato Giovenale : Et
egregìas Laleranorum ohsidet Ae-
des. Massimiano Ercole associato
all'impero da Diocleziano nell'anno
28G e che regnò sino al 3o5j die-
de il palazzo di Laterano a Fau-
sta sua figlia, che fu moglie del-
l'imperatore Costantino il Grande,
onde si chiamò il palazzo di Fan-
tAT
?/rt, ovvero la casa di Fausta,
forse così detta perchè non tutto
il palazzo, ch'era amplissimo, ma
parte di esso, o un'altra CJisa con-
tigua, fosse assegnata a Fausta;
perlocchè nella tavola marmoica
trovata sotto Paolo III e traspor-
tata in Campidoglio, ov'è delineata
Roma antica, si vede appresso alla
casa di Laterano, un'altra casa se-
parata da essa con questo titolo :
Domus Faustae Constantini. Quan-
do poi Fausta finì la vita vergo-
gnosamente, per la morte procu-
rata a Crispo figlio di Costantino
e suo figliastro, si lasciò di chiamare
il palazzo o la casa col suo no-
me odioso, e riprese quello di La-
terano, che per sempre gli rimase,
in un alle sue vicinanze, edifizi
eretti posteriormente e siti conti-
gui. Non si deve tacere che dopo
. documenti e monumenti incontra-
stabili sopra il nome Laterano,
stranamente il Bergier dice essere
probabile, che il nome di Latera-
no derivi piuttosto da later, qua-
drello, che dal console Laterano.
lì Eeinesio fece malamente deriva-
re la parola Lateranum dalle ra»
nCy avendo abbracciato l'etimologia
curiosa e puerile, che ne diede il
monaco Ruperto lib. 9, e. iQ, De
dii^. offic : » Nomen ipsum quod
dicitur ad Laleranas, antiqua pro-
bra spurci Neronis accusai, qui
dedecorose potionibus usus male-
ficis, illic, ut fertur, Lalens Raiias
evomuit ". Ed il Rinaldi all' anno
3 12, n. 84, scrive, che si veneiò
in Roma un idolo detto Laterano,
il quale sovrastava ai fuochi, così
nominato a latercuUs, siccome bef-
fandolo disse Arnobio, Ads^ers.
gcnt. 1.4- Sopra le varie etimolo-
gie di questo nome, e le famiglie
Seslie Lalerane, patrizia e plebea.
LAT
si possono leggere le notizie ed
iscrizioni riportale dal p. Papebro-
chìo in Analectis de ss. Petro et
Paulo t. V, Junii p. 477 » ^^^
]Marangoni neWIstoria di Sancta
Sanctonim p. 2; dal p. Pennotlo
in Hìslor. tripart. Later. p. 553,
e dal Cancellieri nella Storia dei
possessi de' Pontefici p. 1 52 e 385.
Da questo silo si pretende che abbia
preso il nome una distinta fami-
glia, come s'industria di provare
Gio. Battista Nazari nel Discorso
intorno V antica ed illustre casa
Lateranense, ora detta Ladronescha^
Brescia i552. Il Volpi poi nel
f^etus Latiunìf t. Vili, p. 233, De
reliquis Tusculanìs famiiiisy ac w-
ris Romae illustrihus, dice che Ci-
cerone nell* orazione in favore di
Plancio, dichiara che la famiglia
Laterani era dell' antichissimo mu-
nicipio Tusculano. Aggiunge il
medesimo Volpi, che ignora se
questa famiglia tusculana sia quel-
la medesima di Roma.
Dopo la morte dell' imperatore
Costanzo Cloro, nel 3o6 il di lui
figlio Costantino dall'esercito fu pro-
clamato imperatore, ed avanzatosi
"verso B.oma, coU'aiuto celeste vinse
il suo competitore e cognato Mas-
senzio nel 3 12. Che Costantino do-
po la vittoria conseguita per virtii
della croce apparsagli in aria, a-
bilasse il palazzo Lateranense, può
ragionevolmente credersi, non so-
lamente per essere unita , e parte
di quello, la casa di Fausta sua
moglie, ma per ciò ch'egli fece
nel medesimo anno 3 12. Restò egli
talmente alienato dal culto delie
false deità gentilesche, ed affezio-
nalo alla cristiana religione, che
sebbene ancora non l'avea per fini
politici abbracciala, nulladimeno in
tutto favoriva i cristiani; dimodo-
LAT i35
che fece innalzare nel mezzo di
Roma una statua tenente in mano
la croce, con l'iscrizione di avere
in virtù di quel segno liberato la
città dal giogo del tiranno Mas-
senzio, e restituita la libertà ed il
primiero splendore e grandezza al
senato e popolo romano. Tosto pro-
mulgò editti a favore de' cristiani
di Roma e di altre provincie, per
la restituzione de* beni delle chiese
e per l' immunità de' chierici ; ed
essendo stato avvisato da Anilino
proconsole d'Africa, che alcuni ve-
scovi cattolici esposte aveano molle
accuse contro Ceciliano vescovo di
Cartagine, volle che questa causa
non altrove che in Roma fosse agitata
avanti il Papa s. Melchiade, non aven-
do creduto che potesse essere di sua
competenza il giudicare nella causa
dei donatisti, spettando al diritto ed
autorità apostolica del Papa il giu-
dizio circa la legittimità e validità
dell'elezione del vescovo di Carta-
gine Ceciliano, contro di cui i do-
natisti avevano invece eletto Mag-
giorino o Majorino. Avendo stabi-
lito s. Melchiade di celebrare nei
3 1 3 per questo affare un concilio,
chiamò a Roma Ceciliano e quin-
dici vescovi italiani, oltre Ire dalle
Gallie, secondo il desiderio di Co-
stantino, acciò con l'intervento di
questi si togliesse ai donatisti il
pretesto di sostenere, che i vescovi
i quali giudicavano la loro causa
nel concilio erano giudici sospetti.
I donatisti incolparono Ceciliano
reo o complice criminis traditionisj
perchè era stato consecrato vesco-
vo da Felice vescovo Aptungilano,
il quale asserivano aver durante la
persecuzione di Diocleziano conse-
gnati i libri sacri ai magistrati gen-
tili, per evitar la pena di morte
ordinala dagli editti imperiali. E'.
i36 LAT
siccome questi Costanzo Cloro pa-
dre tli Costantino non li fece ese-
guire nelle Gallie ove comandava,
i vescovi di esse non potevano es-
sere o dirsi sospetti. Di essi tra gli
altri parla Ottato Milevitano nel
lib. 1, cantra Parmeniamini epi-
scopum Carthagensem donatistam^
riportandone i nomi con quelli an-
cora italiani. E perchè molto pre-
meva all'imperatore di porre in
credito ed in maestà il sommo
Pontefice de' fedeli , volendo che
questa adunanza de' vescovi e con-
cilio si eseguisse con tutto il de-
coro possibile, concedette per que-
sto effetto al Pontefice il palazzo
di Fausta unito al Laterano, ove
anch'egli abitava, il che è cosa in-
dubitata per testimonianza di Ot-
tato Milevitano nel lib. I contro
Parmena, scrivendo che i vescovi
venuti a Roma a questo concilio:
Una convenerunt in domum Fau-
stae in Laterano. Il Baronio al-
l'anno 3 12, num. 8o, ed all'anno
824, num. 75 e seg., lungamente
tratta di questa donazione del pa-
lazzo Lateranense fatta da Costan-
tino al Pontefice s. Melchiade, di-
mostrando come volendo egli met-
tere in credito la religione di Gesù
Cristo, dal quale riconosceva la sua
vittoria, ed il possesso pacifico del-
l' impero, non permise che il som-
mo Pontefice abitasse altrove, che
in un palazzo pubblico ed impe-
riale quale era il Lateranense , a-
bitando pure in palazzi pubblici i
pontefici de' gentili. Oltre al palaz-
zo, Costantino assegnò al Papa ren-
dite affinchè si potesse mantenere
con tutto lo splendore necessario
al cospetto del gentilesimo. Il Se-
verano nelle Memorie sacre p. 494»
dice che l' imperatore donasse a
s. Melchiade la pfirte della Casa
LAT
di Fausta, e che avendo poscia
ricevuto il battesimo nello stesso
palazzo l'anno 324>lo donasse tutto
al di lui successore s. Silvestro I,
edificandovi la basilica in onore
del ss. Salvatore e de* ss. Giovanni
Battista ed Evangelista : veramente
il titolo di questi ultimi la basili-
ca lo prese nel secolo XII. I cri-
tici però dubitano del preteso dono
del palazzo fatto da Costantino al
Papa, e ciò che dice il Baronio del
senato convocato dall' imperatore
nella basilica Ulpia è preso dagli
atti apocrifi di s. Silvestro I, cosi
anche il discorso che dicesi pro-
nunziato da Costantino in quella
basilica. È cosa chiara che non si
può parlare con fondamento di cose
che trovansi appoggiate a monu-
menti che sono di autorità alme-
no sommamente dubbia.
L'opinione del Severano sembra
fondata dal sapersi, che Costantino
dopo aver ad istanza de'gentili pro-
mulgata nel 323 in Sardica la legge
con cui concedevasi l'uso delle a-
ruspicine, e di consultare gli au-
guri, quelli di Roma incomincia-
rono ad insolentire contro i cri-
stiani, forzandoli ad intervenire alle
sacrileghe loro lustrazioni, per cui
s. Silvestro I giudicò necessario di
ritirarsi ne' nascondigli del monte
Soratte, sino al ritorno di Costan-
tino in Roma, ritiramento di cui
fortemente dubitano i critici. Per
l'empietà di detta legge, e per al-
tri eccessi, appena Costantino tornò
in Roma, fu da Dio percosso colla
lebbra in tutto il suo corpo, ed
avendo rigettato l'orrido bagno sug-
geritogli dagli aruspici col sangue
d'innocenti bambini, meritò che gU;
apparissero i ss. apostoli Pietro e
Paolo, e gli ordinassero che ricer-
cato il Pontefice luggitivo, adope-
LAT
rato avesse quel bagno che lui gli
proporrebbe, mediante il quale ri-
cuperato avrebbe la bramata sa-
lute, come seguì ricevendo il bat-
tesimo nell'anticamera del palazzo
Lateraneiise, poi convertita da lui
nel battisterio e chiesa di s. Gio-
vanni in fonte, battesimo che altri
dicono somministratogli altrove, cioè
in un sobborgo di Nicomedia, poco
prima di morire, come può vedersi
al voi. XI T, p. 17 del Dizionario.
Vuoisi che anco in quella circo-
stanza Costantino abitasse parte del
palazzo Lateranense, occupando l'al-
tra s. Silvestro I. Non si ammette
dai critici il supposto suggerimen-
to d'un bagno di sangue de' bam-
bini per essere liberato Costantino
dalla lebbra, dappoiché essi dicono
che le leggi risguardanti l' aruspi-
cira e gli augurii fatte dall'impe-
ratore nel 32 3 non potevano me-
ritare il castigo penoso della leb-
bra, con cui negli atti apocrifi di
s. Silvestro vuol dirsi che Dio lo
punisse. Quelle leggi piuttosto che
empie e tendenti a promuovere la
superstizione, erano anzi coercitive
della baldanza e fraudolenza degli
auguri e degli aruspici, e non mi-
ravano se non che a tollerare per
allora l'ariispicina, la quale non si
sarebbe potuta togliere di mezzo
con un colpo di autoi ita , senza
esporsi a grandi pericoli. Ne anche
potrebbe provarsi che Costantino
fosse percosso dalla lebbra per al-
tri eccessi , mentre le incolpazioni
desunte da alcuni fatti della vita
dell'imperatore per denigrarne la
fama, sono state convenientemente
confutate dagli eruditi. Partito l'im-
peratore per r oriente, lasciò l' in-
tero palazzo per uso de' romani
Pontefici, colla basilica del ss. Sal-
vatore, eretta dentro lo stesso pa-
LAT i37
lazzo nel 324, ^ solennemente de-
dicata dal Papa s. Silvestro I.
11 Panvinio nel suo libro delle Sette
chiese, dice essere di parere, che il
palazzo Lateranense altrimenti ap-
pellato Patriarchio, fosse in un me-
desimo tempo colla basilica- fabbri-
cato da s. Silvestro Ij ma dall'o-
razione fatta da Costantino mede-
simo, che riporta il Baronio all' an-
no 3 2 4> num. 81, al senato nella
basilica Ulpia, ove rese ragione di
avere abbracciata la cristiana reli-
gione, sommamente lodandola, e
persuadendo tutti similmente ad
abbracciarla , si espresse di aver
fabbricata la chiesa del Salvatore
dentro il palazzo Laterano. Dal che
apparisce che il Patriarchio alla
medesima unito, non fu altra fab-
brica dal medesimo distinta ed edi-
ficata da s. Silvestro I. Terminata
ch'ebbe 1' imperatore la detta ora-
zione, gli furono fatte più volte le
acclamazioni, e poscia da tutta la
città fu accompagnato allo stesso
palazzo con quantità di ceri e lam-
pade ardenti. Nell'estremità del pa-
lazzo fu situato, ed anche al pre-
sente ritrovasi, l'oratorio di s. Lo-
renzo o Sancta Sanclorum. Molti
Papi dopo s. Silvestro I rinnova-
rono e restaurarono le fabbriche
vecchie dello stesso palazzo Late-
ranense, e vi eressero oratorii, cap-
pelle, triclini e basiliche, afllne di
pili agiatamente praticarvi varie e
diverse funzioni, e specialmente nel
portico sontuosissimo del palazzo ,
ch'era situato sopra la piazza verso
tramontana, e ne* siti dall'oratorio
di s. Lorenzo sino al portico orien-
tale della basilica, i quali erano
tutti occupati da somiglianti fab-
briche, le quali poscia da Sisto V
furono tutte atterrate coli' antico
cadente palazzo. 11 Severano ripor-
i38 LAT
ta la pianta del palazzo, delle sue
parti e della basilica, non giù quale
era ne* tempi di Costantino, ma
bensì ne* secoli posteriori, ricavala
da Francesco Conlini arcbitetto,
dal sito e vestigi di esso, dalla pian-
ta di Roma antica stampata dal
Bufalino in tempo di Giulio III,
e dai disegui che sono nella biblio-
teca vaticana; ed anche si esibisce
dal cardinale Rasponi neW Istoria
della basilica Lateranense. Nostro
proponimento in questo articolo è
solo di parlare de'concilii Latera-
nensi compresi i cinque generali ,
trattandosi de' luoghi antichi e po-
steriori che si conoscono sotto il
nome di Laterano nei succitati ar-
ticoli. Tultavolta premetteremo al-
cune generiche erudizioni , riguar-
danti i medesimi antichi luoghi ,
aggiungendo qualche altra notizia
di quelli ancora esistenti, in prin-
cipio rammentati.
JVel monte Celio oltre le chie-
se che tuttora sussistono, eravi il
tempio e palazzo di Claudio, la
chiesa ed il monastero di sant'E-
rasmo. Nel sito eh' è dalla chie-
sa di s. Erasmo a s. Giovanni
in Laterano, erano molti altri edi-
fizi e case di persone principali che
abitavano queste parti. Sebbene non
si conoscano precisamente i luoghi
particolari, si sa però che vi era
la casa di Simmaco, personaggio
consolare, della quale ne* primi del
secolo XVIl si trovarono molti mar-
mi ed iscrizioni nella vigna incon-
tro la chiesa di s. Stefano allora
dei Teofìli. Giunio senatore ebbe
parimenti la casa in queste parti,
dove bruciandosi ogni cosa, si nar-
ra che solo restasse illesa dal fuoco
r immagine di Tiberio. Ivi era la
casa di Dionisio ove fu preso il
nipote s. Pancrazio, ed ove ritira-
LAT
vasi il Papa s. Marcellino. Era pure
nella contrada l'Area Carboniana o
Carbonara, dove stavano i poveri a
cercar l'elemosina. Vicino a s. Gio-
vanni era il palazzo di Flavio Co-
stantino, e neir istesso sito quello
eziandio di Marco Aurelio Antoni-
no imperatore, la cui celebre sta-
tua equestre di bronzo sino al 1 536
stette appresso il palazzo Latera-
nense, donde Paolo III la fece tras-
ferire al Campidoglio^ al quale ar-
ticolo ne parlammo. Vi erano an-
cora altri palazzi ed abitazioni di
nobili romani, i cui avanzi si rin-
vennero nel pontificato di Sisto V,
che nella piazza fece erigere l' o-
belisco. Il Severano nel descrivere
le chiese di s. Giovanni in Late-
rano, e del battisterio o s. Giovan-
ni in fonte, riporta i ricchissimi
doni che ad ambedue fecero diversi
Pontefici: nel battisterio Adriano I
del 772 vi condusse l'acqua Clau-
dia. Della prima chiesa, oltre il citato
suo articolo, tenemmo proposito an-
cora ad altri, come agli articoli
Fexestrella e Gregorio XVI. Il
Papa s. Ilario del 4^' edificò le
cappelle ed oratorii di s. Giovanni
Battista e di s. Giovanni Evange-
lista, non che l'oratorio o cappella
della Croce contigua al battisterio,
della quale ancora se ne vedeva
porzione a tempo di Sisto V. La
cappella di s. Giovanni Battista
l'adornò con mosaico d'argento e
di pietre preziose, colla confessione
di argento di cento libbre , e con
una croce d'oro. Egualmente ornò
la cappella di s. Giovanni Evan-
gelista con mosaico d'argento e di
pietre preziose, ponendo sopra la
porta che vi fece di bronzo un* i-
scrizione che Io chiamava suo li-
beratore; vi fece ancora la confes-
sione o tabernacolo, e l' ornò con
LAT
cento Ii})l)re d'argento, e con una
croce d'oro. Inoltre s. Ilario presso
s. Giovanni in fonte o l)allisterio
pose due archivi o l^iblioteche :
un'ultra mollo maggiore fu nel pa-
triarchio o palazzo Laleranense, se-
condo il Panvinio , la (]uale forse
il Tiraboschi confuse colla Vatica-
na. L'oratorio della Croce l'edificò
in forma di croce , e lo circondò
con un portico di colonne : la por-
ta era di bronzo ornata di argen-
to, e le colonne che sostenevano
l'architrave erano d'alabastro sca-
nalate. Aveva quattro tribune, in
una era la detta porta, nelle altre
tre gli altari : la volta era ornata
di mosaico con quattro angeli sos-
tenenti una croce. Tra le quattro
finestre in mosaico si vedevano le
imr^agini dei ss. Pietro, Paolo, Gio-
vanni Battista, Giovanni Evange-
lista, Giacomo, Filippo, Lorenzo e
Stefano; e ne' muri delle tribune
coperti di marmi, gli enibleuìi e
segni della Crocè, in questa cap-
pella pure s. Ilario fece la confes-
sione e vi pose una croce d' oro
gemmata di venti libbre col ss. le-
gno della vera Croce. Fece in essa
le porte di argento di libbre cin-
quanta ; un arco d' oro di libbre
quattordici, sostenuto da colonne
d'alabastro, con un agnello d'oro
di libbre due, una corona d' oro,
un faro con delfini di libbre cin-
que, e quattro lampade d'oro. A-
vanti a tale oratorio era un bagno
o ninfeo, ossia un fonte, nel portico,
circondato di cancelli di bronzo e
di colonne di porfido forate, le
quali gittavano l'acque nell' istesso
fonte. Giovanni canonico nel suo
libro de' Sanclis Sanctoruiiiy dice
che nel medesimo oratorio s. Gre-
gorio I fece l'antifonario dettatogli
da un angelo, ed altre opere.
LAT 139
Appresso l'oratorio della Croce,
ne fu cretto un altro in onore del
Papa s. Gregorio I, dove presso
l'altare si conservava il suo letto.
Poco limge dall'oratorio di s. Gio-
vanni Evangelista lo stesso s. Ilario
edificò un oratorio in onore di s.
Stefano, con monastero di monaci,
come affermano Giovanni Diacono
ed il p. Mabillon. Contiguo al bat-
tislerio Giovanni IV dei 640 fab-
bricò l'oratorio in onore di s. Ve-
nanzio, nel quale coll'occasione che
i barbari infestavano la Dalmazia
sua patria , vi fece trasportare i
corpi de' ss. martiri Venanzio,
Donnione, Anastasio, Mauro, Aste-
rio, Settimio, Sulpiciano, Lelio,
Antiochiano , Pauliano e Cajano,
che ripose sotto l' altare ; facendo
dipingere a mosaico nella tribuna
le immagini loro con analoghi versi.
Teodoro I immediato suo succes-
sore, avendone compito il lavoro,
vi fu pur lui effigiato. JXel portico
di questa chiesa Anastasio IV nel
li 54 fece due tribune di mosaico
con due altari, uno dedicato alle
ss. Ruffina e Seconda, i di cui cor-
pi ivi pose; l'altro a s. Andrea ed
a s. Lucia romana, della quale
correva la memoria quel giorno
che ne faceva la dedicazione a' 16
settembre, riponendovi il corpo e
quelli de' ss. Cipriano e Giustina
da lui come i primi trovati. Molle
funzioni facevano i Papi nel porti-
co di s. Venanzio, particolarmente
nel sabbato santo. Nel giorno di
Pasqua il Papa cantava tre vesperi,
uno nella basilica di s. Giovanni,
Tallio in quella del batlisterio, il
terzo neir oratorio della Croce ;
anche nel lunedì seguente si can-
tavimo i delti vesperi. Nella vigilia
di s. Giovanni Battista , la curia
ossia il clero e la cappella del Pa-
i4o LAT
pa, cantava il vespero, e la notte
faceva la vigilia nell'oratorio di s.
Giovanni in fonte ossia nel batti-
sterio ; ed i greci nella cappella del
ss. Salvatore : il giorno poi della
festa la curia faceva Io stesso nella
cappella del ss. Salvatore, ed i gre-
ci nel battisteri©. Erano come in-
torno alle altre basiliche, di cui
parleremo, e vicino a quella di s.
Giovanni alcuni monasteri di mo-
nache e di religiosi : cioè il mo-
nastero de' ss. Maria e Pancrazio;
il monastero Lateranense de' ss.
Giovanni Evangelista , Battista e
Pancrazio, ov'è ora la sacristia. Il
secondo fu rinnovato da s. Grego-
rio IH, che vi collocò una con-
gregazione di monaci perchè offi-
ziassero la basilica di s. Giovanni,
beneficandolo con molti doni, tra ì
quali un calice d'oro gemmato di
libbre ventinove , ed una patena
simile di libbre ventisei. Onorio II
fu eletto Papa nella cappella del
monastero di s. Pancrazio a* 2 1
dicembre 1 124. Il monastero de' ss.
Sergio e Bacco, eh' era dietro la
forma dell'acquedotto del patriar-
chio, e fu rinnovato da s. Pasqua-
le I : in esso era una congregazio-
ne di monache benedettine che
cantavano giorno e notte alle sue
ore, inni e salmi nella basilica. Il
monastero de' ss. Bartolommeo ed
Andrea apostoli fu edificalo da O-
norio I nella sua propria casa, e
rinnovato da Adriano I ripristinan-
dovi i monaci benedettini con l'ob-
bligo che questi da un coro, e quelli
di s. Pancrazio dall'altro offiziasse-
ro nella basilica Lateranense: que-
sto monastero era dov' è al presen-
te l'arcispedale di s. Giovanni. Il
monastero chiamalo Lateranense
principiava tra il portico di s. Ve-
nanzio e la tribuna della basilica
LAT
di s. Giovanni , e si estendeva a
quella parte dell* islessa chiesa che
guarda verso ponente, dove si vede
ora il claustro antico bellissimo ,
ed i vestigi di varie officine del
medesimo monastero. In questo il
Pontefice s. Leone I, a mezzo di
Gelasio che fu poi Papa s. Gela-
sio I nel 49*^ > ^' pose i Canonici
regolari Lateranensi o del ss. Sal-
vatore (Fedi)^ ma nel 58o o pri-
ma fu dato ai monaci benedettini
di Monte Cassino, che vi restarono
sino al 718, epoca in cui vi furo-
no ripristinati i canonici regolari,
che vi restarono sino al tempo det-
to al citato articolo, succedendo i
canonici secolari. Nel Palazzo La-
teranense [Vedi) vi era la basilica
Leoniana, anzi due, la maggiore e
la minore, edificate da s. Leone JII;
1* oratorio di s. Silvestro ; la basi-
lica di s. Zaccaria eretta da quel
Papa; le scale sante; la basilica
e Triclinio Leoniano, detto mag-
giore, di s. Leone III; l'oratorio
di s. Nicolò o Vestiario eretto da
Calisto II; l'oratorio di S.Cesario; la
basilica Giulia, dedicata da s. Celesti-
no I; la basilica di Teodoro I, fabbri-
cata da quel Pontefice; l'oratorio di
s. Gregorio, e gli oralorii di s. Cro-
ce, della Beata Vergine, di s. Mi-
chele Arcangelo, di s. Pietro, di
s. Sebastiano , di s. Giorgio ; 1' o-
ratorio o basilica di Papa Vigilio;
ed il vice-domino o abitazione del
vicario del Papa. Di tutte queste
basiliche, oralorii e luoghi celebra-
tissimi, ne tratteremo al memorato
articolo. A quello di Triclinio par-
leremo del mentovato eretto da s.
Leone HI magnificamente in onore
di Carlo Magno, per festeggiare la
di lui venuta in Roma.
La basilica ed il patriarchio La-
teranense furono illustrati in dii'esa
LAT
delia cattolica religione e della ec-
clesiastica disciplina, con cinque con-
cili! ecumenici che ivi solamente
si sono tenuti, a preferenza d'ogn'al-
tra chiesa, oltre a molti particolari.
Dice il Severano nelle sue Memorie
sacre, quanti concilii e sinodi siano
stali celebrati nel Laterano è im-
possibile a saperlo, essendovene al-
cuni fra i concilii romani (de' quali
parlasi all'articolo Roma), di cui
non si descrive il luogo dove fos-
sero congregati; ed è probabilissi-
mo che di questi, quando non si
esprima apertamente, molti siano
stati tenuti nel Laterano come resi-
denza de'Papi, massime dopo s. JXi-
colò 1, poiché egli scrive. « È ve-
nerabile poi la sacrosanta basilica
patriarcale Lateranense, col palazzo
di Laterano, pei tanti sinodi anco-
ra e concilii nazionali ed universali
che vi sono stati celebrati coli' assi-
stenza dello Spirito Santo; perchè
sebbene ordinariamente questi si
solevano celebrare nella chiesa e
nella confessione di s. Pietro, alcu-
ne volle però si congregarono an-
che nella chiesa e palazzo Latera-
nense, e particolarmente dopo il Pa-
pa s. Nicolò I, il quale avendolo
convocato, e cominciato nella pa-
triarcale basìlica di s. Pietro l'an-
no 863j lo trasferì poi e proseguì in
questa di s. Giovanni, per cagione
del freddo che si pativa nel Vaticano,
come lo stesso Pontefice ne scrisse
al vescovo di Costantinopoli ". E
nell'istesso Laterano seguitarono per
l'avvenire gli altri Papi, tranne quan-
do per qualche occasione giudicarono
bene di convocarlo o nel Vaticano
od altrove. L'ultimo generale lo tenne
Leone X, l'ultimo provinciale Be-
nedetto Xin. Dicemmo che due c-
rano nel palazzo Lateranense le ba-
siliche Leoniane, una detta maggio-
LAT i4i
re e l'altra minore edificata da s.
Leone III, delle quali la maggiore,
al dire di Onofrio Panvinio, che
si vedeva sino al tempo di Sisto V,
era comunemente chiamata basilica
Leonìana o sala del concilio. Ma
l'Alemanni nella sua Disse: tatio hi'
storica de Lateranensibus parieli'
nisj vuole che questa fosse la mino-
re ; sebbene dalle sue ragioni e da
quelle che scrive Anastasio Biblio-
tecario, non pare che si possa nep-
pure dire che fosse la minore pro-
pria, eretta da s. Leone III, perchè
questa fu fabbricata In luogo basso
ed al piano della chiesa e della
strada, mentre quella era in alto pia-
no de'corridori e stanze del medesi-
mo palazzo. Può ben essere che s.
Leone IV, il quale restaurò la ba-
silica e le fabbriche di s. Leone III,
l'avesse alzata nel modo che descri-
ve lo stesso Severano. Per dare un
saggio dei tanti concilii celebrati nel
Laterano, faremo menzione di al-
cuni che sono assai celebri e noti.
Li nomineremo con ordine di tem-
po e non numerico secondo il no-
stro sistema; come ancora nomine-
remo per Lateranensi quelli cele-
brati nelle basiliche ed altri luoghi
compresi nel Laterano.
Concila Lateranensi.
Il primo fu adunato nel palazzo
Lateranense nell'anno 3i3 a'2 ot-
tobre, presieduto dal Papa s. Mel-
chiade, con l'intervento di dieciot-
to vescovi , per la causa dei do-
natisti, di cui già dammo un cen-
no di sopra. Condannò Donato ve-
scovo delle Case Nere, Casae Nigrac,
sede della Numidia sotto Cirta Giu-
lia, nell'Africa occidentale, però di-
verso da Donato il capo de'dona-
listi, i quali più tardi furono con-
i42 LAT
dannali dalla Chiesa perchè negaro-
no la validità del baltesimo dato
dagli eretici, e rigettarono l'infaUi-
bilità della Chiesa cattolica, ch'egli-
no chiamavano meretrice. Donato
vescovo delle Case Nere fu con-
dannato per avere consacrato ve-
scovo di Cartagine Maggiorino, con-
tro il legittimo Geciliaiio. Il conci-
lio inoltre dichinrò innocente Ceci-
liano vescovo di Cartagine, che i
donatisti falsamente avevano accusa-
to traditore, cioè apostata del gene-
re óe Lassi (Vedi), calunniandolo
di avere consegnalo a' pagani i sa-
cri codici. Berti, Pro5e volgari p. 1 83,
dissert. VI.
Nell'anno 337 ^^ celebrato un
concilio nella basilica Lateranense',
dal Papa Giulio I, contro gli aria-
ni in favore della fede Nicena. Len-
glet. Tavolette cron.j Severaho 3Ie-
morie. Inoltre san Giulio 1 nel-
r anno 342 tenne nel Latera-
no un altro concilio, in cui fu
pienamente giustificato s. Atanasio
"vescovo d'Alessandria, contro tutte
le calunnie che gli ariani avevano
avanzate contro di lui. Marcello ve-
scovo d' Ancira parimenti, che gli
ariani pure perseguitavano, dimostrò
in quel concilio la sua innocenza,
e cosi anche Asclepa vescovo di Ga-
za. In questo concilio intervennero
cinquanta vescovi. Il Papa scrisse
da questo concilio la celeberrima
sua lettera ad Eusebiano vescovo di
Nicomedia. Questi vescovi eretici,
conoscendo il ricorso che s. Atana-
sio avea fatto al Pontefice contro
di essi, che ingiustamente e senza
autorità lo aveano deposto, doman-
darono da principio che si tenesse
un concilio per esaminare questa
causa ; ma chiamati poi e infilati
piti volte da s. Giulio I a venire,
non vollero portarsi a Roma, né
LAT
essere prosenti ad un concilio nel
quale prevedevano facilmente, che
s. Atanasio e gli altri vescovi
cattolici perseguitati ingiustamente
ed oppressi da essi loro, sarebbero
stati dichiarati innocenti. Regia t. Il;
Labbé t. II.
Il concilio dell'anno 5o2 si ten-
ne nella basilica Giulia, dal Ponte-
fice s. Simmaco in di lui favore.
Lenglet e Severano. Va avvertito
che prima e dopo tale epoca vari
concilii ebbero luogo nella causa
di s, Simmaco in diversi luoghi.
Il concilio del 649 nella basilica
Lateranense secondo il Severano, o
nel palazzo al dire di altri, aduna-
to dal Pontefice s. Martino I, tenu-
to contro l'eresia de monoteliti, sic-
come gran difensore del domma
cattolico opposto all' errore di tali
eretici. V'intervennero circa cento
cinque vescovi d'Italia, di Sicilia, di
Sardegna e d'Africa. Si fecero cin-
que sessioni o sia cinque secretari
o consultazioni , la prima si ten-
ne a' 5 ottobre, e l'ultima a'3f
dello stesso mese. Il Papa vi espo-
se dapprima gli errori del mono-
telismo, introdotti da Sergio di Co-
stantinopoli, da Ciro vescovo d'A-
lessandria, Teodoro vescovo Fara-
nilano, Pirro e Paolo di Costanti-
nopoli, che aveano insegnato che
non vi è in Gesù Cristo che un'o-
perazione della divinità e della u-
manità, che chiamavano Theandrica
ossia divinoumana. Questo errore
che confondeva in Gesti Cristo le
due volontà e le due operazioni
(come due sono in esse distinte l'u-
mana e la divina) in una sollan-
to, discendeva dall' eulichianismo ,
colla quale eresia s' introdusse e
si sostenne la confusione delle due
nature nel Verbo incarnalo. I mo-
noteliti erano potentissimi nella cor-
LAT
te di Costantinopoli, la quale era
divenuta monotelitica. Nella secon-
da si denunciarono le accuse; si
lesse la supplica presentata da Ste-
fano vescovo di Dota ; e si fecero
entrare molti abbati, preti e mo-
naci greci, che domandarono fos-
se anatematizzato il Tipo (Fedi)
di Costante II: « imperciocché in
questo Tipo, dissero, si fa Gesù
Cristo senza operazione e senza vo-
lontà, vale a dire senza intelletto e
senza anima; confermate dunque la
dottrina cattolica, che insegna due
"Volontà come due nature".Nella terza
si produssero gli scritti degli accusali,
e tra gli altri il libro di Teodoro ch'era
stato vescovo di Faran, e che inse-
gnava da per tutto una sola e la
stessa operazione, della quale il Ver-
bo divino era il principio, e l'uma-
nità n'era soltanto lo strumento. II
Papa rilevò tutti questi errori che
rendevano immaginaria V Incarna-
zione, supponendo che Gesti Cristo
non avesse avuto un vero corpo
solido siccome i nostri: spiegò con
precisione il termine di operazio-
ne teandrica, la qual parola disse
comprendere necessariamente due
operazioni, e s. Dionigi© se n'era
servito per denotare la loro unione
in una stessa persona. Ora è pro-
prio di questa unione di fare uma-
namente le azioni divine, e divina-
mente le azioni umane. Nella quar-
ta si lessero le definizioni de'cin-
queconcilii generali. Nella quinta. si
lessero i passi de'padri;si fece profes-
sione di seguire in tutto la loro dot-
trina; si svilupparono le sottigliezze
dei monoteliti, e si stabilì con molta
sodezza il domma cattolico. Si con-
dannò come empia XEclesi ( Fedi)
di Eraclio, che dopo una confessio-
ne di fede ortodossa sopra la Tri-
nità e l'Incarnazione, conteneva la
LAX i43
dottrina dell'unità dì operazione e
di volontà. Si rigettò altresì e con-
dannò il Tipo di Costante lì, che
impose silenzio egualmente a'catto-
lici e ai monoteliti, e che in tal
maniera metteva del pari la verità
coll'errore. Al quale proposito i pa-
dri del concilio dissero queste pa-
role. H È ben fatto che non ci siano
dispute intorno alla fede; ma va
pur male il confondere i dommi dei
padri con que' degli eretici ....
Non occorre dunque punire indistin-
tamente quelli che inseguano la
verità e quelli che insegnano l'er-
rore, ma punire severamente coloro
che non confessano ciò che i padri
hanno insegnato. E regola della Chie-
sa di non condannare al silenzio se
non coloro che combattono la sua dot-
trina ". Il concilio dopo aver recato in
mezzo una quantità di passi de'san-
ti dottori, diede il suo giudizio in
venti canoni, coi quali egli condanna
chiunque non confessa che in Ge-
sti Cristo vi sono due nature e due
volontà. In conseguenza furono con-
dannati Sergio, Pirro, Paolo vesco-
vi di Costantinopoli, capi della fa-
zione, unitamente a Teodoro vesco-
vo di Faran, e Ciro vescovo d'A-
lessandria. Gli atti di questo con-
cilio furono inviati dal Papa a tut-
ti i vescovi cattolici, con una let-
tera egualmente forte e soda, e que-
sto concilio fu ricevuto da per tut-
to con gran venerazione, coi cinque
concini generali, e dopo questi fu di
sì grande autorità, che venne inserito
nella professione di fede solita far-
si dai Pontefici, e nei giuramenti
ch'essi facevano dopo la loro elezio-
ne, nei tempi prossimamente poste-
riori alla celebrazione del concilio,
giurando anche espressamente: prac'
sertim quae a sa. me. Martino u-
niversaU Papa definita sunt, et de-
i44 LA^^
creta. L'imperatore Costante II ir-
ritato da qnL'sle decisioni e condanne,
crudelmente perseguitò s. Martino
I (Vedi) che fu vittima del suo ze-
lo, e meri tossi la corona del mar-
tirio. Ileg. tom. XV; Labbc tom.
VI ; Arduino tom. Ili; Dizionario
de concila j Mansi, Suppl.
Sono considerati per concilii Late-
ranensi quelli del 78 1 e 782 nella cau-
sa degli Iconoclasti [P^edi)^ e tenuti da
s. Gregorio III, In quello principal-
mente del 782 si pronunziò la sco-
munica contro i nemici del cullo e
venerazione delle sacre immagini.
IVellanno 743 il Papa s. Zaccaria
tenne un concilio di quaranta ve-
scovi, nel quale furono fatti quindi-
ci canoni riguardanti la disciplina
ecclesiastica, ed i matrimoni illeciti.
Rcg. t. XVII; Labbé t. VI; Ar-
duino t. III.
Il concilio del 74^^ nella basili-
ca di Teodoro, celebrato dal Pon-
tefice s. Zaccaria contro Adalberto
e Clemente eretici, che scomunicò
e depose dal sacerdozio, proibendo
il nominare e riconoscere per an-
geli tutti quelli che si veneravano
per tali, tranne gli arcangeli Mi-
chele, Gabriele e Kafifaele, come
meglio dicemmo all' articolo Coro
degli Angeli (Fedi). Sì avverte
j)oi che la Sede apostolica riprova
nel culto de' ss. Angeli il far men-
zione con nome proprio degli altri
quattro arcangeli che stanno da-
vanti al trono di Dio ; non proi-
bisce però verso i detti sette ar-
cangeli un culto speciale, come
addicesi alla loro maggiore eccel-
lenza. Tuttora la santa Sede riget-
ta l'indiscreta divozione che oggidì
alcuno con falso zelo e petulanza
vorrebbe di nuovo introdurre a
favore di altri Angeli, essa non ri-
conosceodo che i nominati^ ed i ss.
LAT
Angeli custodi , mentre tutti gli
altri angeli i cui nomi non si tro-
vano espressi nelle sante Scritture,
li comprende nel 29 settembre, e
gli onora tutti con uftizio e messa
la Chiesa. Reg. t XVII; Labbe'
t. VI; Arduino t. III.
Il concilio del 769 nella basili-
ca Lateranense dal Papa Stefano
III detto IV, nel mese di aprile,
composto di quasi tutti i vescovi
d'Italia e delle Gallie, contro l'an-
tipapa Costantino intruso nella cat-
tedra di s. Pietro senza alcun or-
dine sacro, che fu condannato a
penitenza perpetua. Decretò che
nessuno fosse promosso al pontifi-
cato, se prima non era ordinato
cardinale diacono o prete. Fu al-
tresì ordinato che le sacre reliquie
e le sante immagini sarebbero o-
norate secondo l'antica tradizione,
e venne scomunicato il concilio te-
nuto in Grecia nel 754 contro le
immagini ed il loro culto. Questo
concilio trovato in un codice anti-
co nell'archivio capitolare di Ve-
rona, fu per la prima volta pub-
blicalo ed egregiamente illustrato
dall'eruditissimo d. Gaetano Cenni
con questo titolo ; Conciliuni La^
teranenseni Stephani III an. 769
eie. Roraae ex typ. Vaticana 1731-
1787. Il Cenni vi schiarisce con
squisita erudizione la disciplina ec-
clesiastica di que' tempi, e le sedi
di que'vescovi che v'intervennero.
Lateranense si considera il con-
cilio tenuto nel 799 da s. Leone
III, coli' intervento di cinquantaset-
te vescovi, contro Felice vescovo
Urgellitano che sosteneva Vadoptia-
nisniOy dicendo Gesù Cristo solo
figlio adottivo di Dio, e contro
Elipando di Toledo, ch'era caduto
nel medesimo errore. Baluzio in
notìs ad Jgobard.
LAT
Il concilio dell' 86 r nella basi-
lica Leoniana, tenuto dal Pontefice
s. Nicolò I, contro Giovanni vesco-
vo di Ravenna, che maltrattava i
suoi diocesani, che appellarono alla
santa Sede. Reg. t. XXII; Lab-
bé t. Vili; Arduino t. V.
Lateranense pure vuoisi il conci-
lio tenuto neir864 da s. Nicolò I,
nel quale furono nominati legati da
inviarsi a Costantinopoli nella cau-
sa dell' ingiusta deposizione fatta
del patriarca s. Ignazio, cioè Ro-
doaldo vescovo di Porto e Zaccaria
vescovo d'Anagni. Nello stesso anno
il medesimo s. Nicolò I tenne pu-
re un altro concilio, nel quale alla
presenza dell'ambasciatore dell'im-
peratore Michele dichiarò, ch'egli
non avea mandati i suoi legati a
Costantinopoli per approvare la
deposizione del patriarca s. Ignazio
e la consecrazione di Fozio, ma
che anzi egli non avrebbe giam-
mai consentito ne all'una, né all'al-
tra. Quindi in altro concilio di s.
Nicolò I fu condannato e dichia-
rato nullo tuttociò che in Costan-
tinopoli era stato fatto contro s.
Ignazio e per la elezione di B'ozio.
Neil' 864 dal Papa s. Nicolò I
il primo novembre si tenne un al-
tro concilio , in cui fu deposlo
e scomunicato Rodoaldo vescovo
di Porto, il quale era slato in-
viato dal Papa come suo legato a
Costantinopoli, per prendere una
sincera ed esatta informazione sul-
la deposizione di s. Ignazio patriar-
ca e sulla elezione di Fozio in di
lui luogo, e di renderne poi un
conto verace alla santa Sede. Ma
Rodoaldo sopraffatto dai donativi
intervenne al concilio latrocinale
che neir86i celebrò Fozio in Co-
stantinopoli nel tempio degli Apo-
stoli, ed approvò la deposizione di
VOL. XXXVII.
LAT 145
s. Ignazio e la intronizzazione di
Fozio nella di lui cattedra. Dicesi
latrocinale quel concilio, perchè
s. Ignazio fu ivi violentemente spo-
gliato delle sue insegne, percosso
e tormentato crudelmente, acciò
prestasse il consenso, ed allorché
era quasi esanime, fu costretto a
fare il segno di croce in una car-
ta, cui Fozio istesso aggiunse le
parole esprimenti, che Ignazio di-
metteva il patriarcato, ed aderiva
al decreto del concilio. Rodoaldo
dopo queste scelleraggini aveva in-
formato il Papa, come se tutto si
fosse fatto regolarmente in Costan-
tinopoli intorno a questa grave
causa. Inoltre Rodoaldo prevaricò
ancora nell' 863 nel concilio tenu-
to in quell'anno in Metz, perchè
ivi sedotto dalla presenza del re
Lotario, non badò egli ad esegui-
re gli ordini ricevuti dal Papa
come di lui legato nella causa del
matrimonio di Lotario istesso, ma
10 favori in vece nell'impegno pre-
so per isposare Valdrada. Pertanto
contro la verità delle cose, per
non disgustare Lotario, fu ivi con-
dotto in modo l'afTare come se
Valdrada avesse avuti gli sponsali
col re prima di Tieberga, e come
se questa ultima fosse stata presa
da Lotario suo malgrado per i-
sposa. Nello stesso concilio Latera-
nense fu probabilmente ristabilito
Rotado vescovo di Soissons, e lo
fu poi anche più solennemente in
un altro concilio tenuto dal mede-
simo s. Nicolò I, incominciato nel
dicembre dell' anno istesso 864 e
finito nel gennaio 865. Rotado
vescovo di Soissons avea punito
colle censure un prete della sua
diocesi reo di un delitto capitale.
11 prete avea appellato ad Inc-
maro arcivescovo di Reims, il qua-
10
i46 LAT
le avea ordinato a Rotado di ri-
stabilire il prete. Rotado avendo
operato secondo i canoni non vol-
le aderire, quindi Incmaro nel con-
cilio tenuto in Soissons neU'SGi
scomunicò il vescovo. Ma nel me-
desimo anno si tenne in Pitres sur
la Seine, a tre leghe al di sotto
di Rouen, un altro concilio , nel
quale Rotado appellò al Papa
contro la scomunica pronunziata
da Incmaro. Carlo il Calvo fece
trasferire il concilio da Pitres a
Soissons neir862, ed in questo con-
cilio Incmaro avendo fatto arre-
slare Rotado, onde impedirgli di
andare a Roma per trattare il suo
appello, lo depose, costituì un altro
vescovo nella di lui sede, e lo fece
rinchiudere in un monastero. Inc-
maro ottenne per sorpresa da piin-
cipio che il Papa confermasse
quest'ultimo concilio, ma tale con-
ferma fu ben presto rivocala dal
Pontefice, che inoltre comandò che
si permettesse a Rotado di venire
a Roma per trattare la sua causa,
e fu restituito alla sua sede. Reg.
t. XXII; Labbé t. Vili; Diz. dei
conciliU
Nell'anno 868 Adriano II cele-
brò un concilio, che fu come una
preparazione del concilio generale
Vili tenuto in Costantinopoli nel-
1*869 sotto l'autorità sua pontifi-
cia e colla presidenza dei di lui
legati, allorché Basilio il Macedone,
dopo avere ucciso Michele III^ s'im-
padroni dell' impero, scacciò Fozio
e volle che s. Ignazio fosse rista-
bilito. In questo concilio Latera-
nense furono confermati i decreti
emanati dalla santa Sede sotto s.
Nicolò I, contro Fozio, a favore di
s. Ignazio. Il Papa fece al concilio
una celebre allocuzione, in difesa
dell'autorità della Sede apostolica
LAT
sopra i vescovi di tutto il mondo,
e fu stabilito quanto occorreva per
la celebrazione di detto concilio
generale. Pagi a tale anno.
Nell'agosto del 900 Benedetto
rV tenne un concilio in favore di
Argrimo vescovo di Langres, il
quale cacciato dalla sua sede per
opera di una fazione ad esso ne-
mica, domandava di esservi rista-
bilito, ciò che ottenne dal Papa.
Il concilio del 998 in una delle
basiliche del palazzo Laleranense,
secondo il Severano, altri dicono
in aula conci Hi, dal Pontefice Gio-
vanni XV detto XVI, per la ca-
nonizzazione di s. Udalrico vescovo
d' Augusta. Questa fu la prima
canonizzazione solenne di cui si ha
la bolla del Papa, sottoscritta da
luì, da cinque cardinali vescovi
suburbicari, da nove cardinali del-
l'ordine de' preti, e da tre di quel-
lo de* diaconi. Questo è il primo
esempio di solennità di canonizza-
zione, non di canonizzazione in
generale, giacche la Chiesa anco
ne più remoli tempi prescrisse il
culto ai santi, con autorità del
Pontefice. P^. Canonizzazione, Reg.
t. XXV; Labl>c t. IX; Arduino
t. VI.
Il concilio del ioi5 odel iof6
nella basilica Lateranense da Be-
nedetto Vili sopra l'immunità di
una abbazia. Labbé t. IX.
Neil' io5o s. Leone IX tenne
un concilio con cinquantacinque
vescovi, contro Berengario e l'ere-
sia che spai'geva, colla quale nega-
va la presenza reale di Gesù Cri-
sto neir Eucaristia. Reg. t. XXV,
Labbé t. IX; Arduino t. VI.
Il concilio del loSg nella basi-
lica Laleranense dal Papa Nicolò
II, coli 'assistenza di centotredici ve-
scovi, in cui si pubblicarono tredi-
LAT
ci canoni. Sì determinarono le
pene contro i nicolaitì, cioè con-
tro il concubinato degli ecclesiasti-
ci, ordinati in sacris, e contro gli
avversari della legge del celibato
sacro. Sì fecero alcune leggi con-
tro i simoniaci, proibendosi il com-
mercio delle cose sacre. Fu fatta
una professione di fede sull'Euca-
ristia, che Berengario per la terza
volta condannato sottoscrisse, indi
ritornò all'errore. Il Papa inoltre
vi emanò un decreto, che appena
vacante la sede i soli cardinali
procedessero all'elezione del nuovo
Pontefice, a cui il clero ed il po-
polo prestassero il semplice consen-
so. In tal modo si preparò la via
all'altro decreto, che poi fu fatto
solennemente nel concilio generale
Lateranense III nel 1179 sotto
Alessandro III, col quale decreto
il diritto della elezione del Papa
fu definitivamente privativo ed
esclusivamente proprio dei cardina-
li. Reg. t. XXV; Labbé l. IX;
Arduino t. VI ; Marlene in Col-
ica, t. VII.
Il concilio del io63 nella basi-
lica Lateranense dal Papa Alessan-
dro II, coir intervento di più di
cento vescovi. Venne ordinato ai
sacerdoti di celebrare una sola
messa al giorno ; si confermarono
i decreti di s. Leone IX e Nicolò
li contro i chierici incontinenti ed
i simoniaci. I monaci vallombrosa-
ni accusarono di simonia e d'ere-
sia Pietro vescovo di Firenze, e* si
offrirono di provarlo col giudizio
del fuoco, ma il Papa non con-
venne a tal prova, ne alla depo-
sizione del vescovo. Reg. t. XXV;
Labbe' t. IX; Arduino t. VI.
Il due concilii dell' anno io65
nella basilica Lateranense dal Pon-
tefice Alessandro II, con molti ve-
LAT 147
scovi. Sì condannò l'eresia degli
incestuosi, e de'giureconsulti, i qua-
li pretendevano con l'autorità di
Giustiniano I contare i gradi di
parentela per mezzo del diritto ci-
vile non del canonico, nella stessa
guisa delle successioni. Ibidem.
Il concilio del 1078 nella basi-
lica Lateranense dal Papa s. Gre-
gorio VII in novembre. Berenga-
rio vi fece una professione di fe-
de, coll'obbligo di rendere minuto
conto di sua dottrina in altro con-
cilio. Venne scomunicato l'impera-
tore greco Niceforo Betoniate, per
aver usurpato la corona a Michele
Parapinace. In questo concilio i
deputati di Enrico IV e di Ro-
dolfo di Svevia giurarono che i
loro sovrani non si opporrebbero
in nulla alla conferenza che i le-
gati pontificii dovevano tenere in
Germania. Vennero in fine fatti
dei regolamenti per l'utilità della
Chiesa. Mabillon in Analecl.
Il concilio del 1079 "^^'^ basi-
lica Lateranense dal Pontefice s.
Gregorio VII in febbraio, con cen-
tocinquanta vescovi. Berengario a-
biurò nuovamente i suoi errori,
abbracciò la fede cattolica, doman-
dò perdono e fece penitenza. I
deputati di Rodolfo re de' romani
presentarono le loro querele con-
tro le violenze che commetteva in
Germania Enrico IV. Reg. t. XXVI;
Labbé t. X; Arduino tom. VI;
Martene in Thesaur. t. IV.
Il concilio del 1081 nella basi-
lica Lateranense dal Papa s. Gre-
gorio VII, contro Enrico IV. Reg.
t. XXVI; Labbé t. X; Arduino t.
VI; Martene in Collect. t. VII ; e
l'articolo s. Gregorio VII.
Il concilio del io83 nella basi-
lica Lateranense dal Papa s. Gre-
gorio VII, contro Enrico IV e
i48 LAT
Tanlipapa Clemente III. Reg. t.
XXVI; Labbé tom. X; Arduino
t. vr.
Il concilio del io85 nel palazzo
Lateranense dal Pontefice s. Gre-
gorio VII, contro Enrico IV e
l'antipapa. V. l'articolo s. Gregorio
VII. Noteremo che questo magna-
nimo Pontefice dal 1074 al io8'j>
tenne diversi concilii, e più d'uno
in un medesimo anno, ne' quali
principalmente le materie trattale
e concluse furono la conferma
delle condanne di Berengario ; il
celibato degli ecclesiastici difeso
contro i concubinari, che in tanto
numero in quel tempo violavano
ranlichissima legge universale del-
la Chiesa latina; la proibizione del-
le investiture che i principi euro-
pei conferivano, violando la liber-
tà della Chiesa nelle sacre elezioni,
e promovendo la simonia ; la con-
danna reiterata dall'antipapa Cle-
mente III, suoi seguaci e fautori,
e le gravi vertenze con Enrico
IV, da noi trattate diffusamente
in molti luoghi.
11 concilio del 11 02 nella basi-
lica Lateranense dal Papa Pasquale
II, contro Enrico IV. Reg. t. XXVI;
Labbé t. X; Arduino t. VI.
Il concilio del iio5 nella basi-
lica Lateranense, secondo il Seve-
rano, dal Pontefice Pasquale II, in
quaresima. Vi scomunicò il conte
di Mculan 0 Meulent, ed i suoi
compiici^ ch'erano accusati di es-
sere cagione che il re d'Inghilterra
Guglielmo II si ostinasse a sos-
tenere le dannate investiture ec-
clesiastiche : vi si scomunicarono
anche quelli che gli avevano dato
ricetto. Fu in questo concilio, ov-
vero ad un altro tenuto in quare-
sima dell'anno precedente, che Pas-
quale II fece una severa riprensio-
LAT
ne a Brunone arcivescovo di Tre-
veri, perchè avea ricevuto l'investi-
tura da Enrico IV : Brunone ri-
nunzi(j la sede, ma tre giorni do-
po fu rimesso. Tuttavolta alcuni
pretendono che il Papa non facesse
nessun rimprovero all'arcivescovo pel
suo attaccamento a cesare, benché
questi fosse stalo piti volte scomuni-
cato e deposto; come neppur non
ne fece a s. Ottone per lo stesso mo-
tivo, quando lo consacrò vescovo
di Bamberga a' 17 maggio iio3,
come quello che mentre si era
procacciata la stima di Enrico
IV, non dubitò difendere i diritti
della Chiesa con zelo. Ibidem.
Il concilio del i 1 io da Pasqua-
le II, in favore dell'autorità vesco-
vile. Fu proibito agli ecclesiastici
di ricevere le investiture dalle ma-
ni dei laici, sotto pena della sco-
munica, e della privazione delle
loro dignità : venne altresì dichia-
rato che la cura di tutti gli afKi-
ri ecclesiastici apparteneva ai ve-
scovi. Labbé t. X; Arduino t. VI.
Il concilio del 1 1 1 1 da Pasqua-
le II, contro le investiture ed En-
rico V. Ibidem. Il p. Mansi in ve-
ce nel Suppl. t. II, col. 261, dice
che furono in esso consegnati i
feudi che la Chiesa avea dell'im-
pero ad Enrico V, il quale da
parte sua rinunziò alle Invesliturc.
ecclesiastiche. Su di che meglio è
vedersi quell'articolo.
Il concilio del 11 12 nella basi-
lica Lateianense da Pasquale II,
adunato per prevenir lo scisma
che minacciava alla Chiesa l'estor-
ta e violenta concessione del Pa-
pa ad Enrico V. Vi si trovarono
circa cento vescovi, parecchi abba-
ti e una moltitudine innumerabile
di chierici e di laici. Pasquale II
vi revocò il privilegio delle inve-
LAT
sllture, accordato nel precedente
anno all'imperatore Enrico V che
Uf avea perciò imprigionato. II pri-
vilegio fu cassalo, e tolto all'im-
peratore, come contenente che un
vescovo eletto canonicamente dal
clero e dal popolo, non sarà con-
sacrato, se prima non ha ricevuto
l'investitura dal re; la qual cosa,
soggiunge il concilio, è contro lo
Spirito Santo, e la istituzione ca-
nonica. Enrico V vi fu scomuni-
cato. Il Papa si purgò dal sospetto
di eresia, di cui s'incolpavano quel-
li che favorivano le investiture, e
fece la sua professione di fede in
presenza di tutto il concilio. Ge-
rardo vescovo d'AngouIéme venne
incaricato di portare il decreto di
revoca all' imperatore: il prelato
adempì la pericolosa commissione
con tal fermezza , che disarmò la
collera di Enrico V. Diz. de con-
ci In' ; Labbé t. X; Mansi, ivi.
Il concilio del 1116 nella basi-
lica Lateranense da Pasquale II ai
9 marzo. Alcuni autori hanno da-
to a questo concilio il titolo di
universale. Vi si trovarono vesco-
vi, abbati , signori e deputati di
diverse provincie. Pasquale II con-
fermò il precedente concilio, e con-
dannò il privilegio delle investitu-
re da lui sottoscritto, con violenza
dentro il padiglione di Enrico V,
sotto un perpetuo anatema, rinno-
vando colla slessa pena il decreto
di s. Gregorio VII contro tutti i
laici che conferissero le investiture
ecclesiastiche, ed i chierici che da
loro le ricevessero; tutto il conci-
lio gridò, Così sia. Un vescovo
avendo detto, che questo privilegio
conteneva un'eresia; il Papa rispo-
se, che la chiesa di Roma non a-
vea mai avuto eresia, che anzi le
avea ella sempre tutte fulminate.
LAT 149
L' imperatore non vi fu scomuni-
cato, ma il Papa vi approvò ciò
che i legati avevano fatto ne' loro
concilii, ne' quali l'imperatore era
stato più volte scomunicato. In
questo concilio venne pure deter-
minato che il titolo di abbate
d(>gli abbati, che arrogavasi l' ab-
biite di Cluny, spettava al solo ab-
bate di Monte Cassino. Inoltre il
Papa obbligò Grossolano a rinun-
ziare l'arcivescovato di Milano, e
lo rimandò al suo vescovato di
Savona, avendo rappresentato che
non v'erano che due cause per la
traslazione de' vescovi, la necessità
e l'utilità, e che la traslazione di
Grossolano non tendeva che alla
perdita de' corpi e delle anime.
Alla fine del concilio Pasquale II
accordò un' indulgenza di quaranta
giorni a quelli ch'essendo in pe-
nitenza per certi peccati capitali,
visitassero le chiese degli apostoli.
Ibidem.
Il concilio generale Lateranen-
se I de\ II23, celebrato n^lla ba-
silica Lateranense dal Pontefice
Calisto lì. In questo primo con-
cilio generale ed ecumenico d'oc-
cidente, vi si trovarono più di tre-
cento vescovij e più di seicento
abbati, in tutti quasi mille padri,
non che gli ambasciatori dell' im-
peratore Enrico V. Di questo con-
cilio non ci restano che ventidue
canoni, la maggior parte de' quali
sono ripetuti dai concilii preceden-
ti, molti riguardanti la disciplina
ecclesiastica quasi annichilita dai
lunghi scismi. Fu tenuto per la
pace della Chiesa, intorbidata da
più di cinquant'anni sul diritto
della collazione de'benefizi, che gli
imperatori pretendevano. Fu perciò
confermalo l'accordo fatto dai le-
gati di Calisto II, e di Enrico V
iSo LAT
in Worms nell'anno precedente, sul-
l'affare delle invesliture ecclesiasti-
che, terminando cosi la funesta
controversia, che avea tenuto di-
tìso il sacerdozio dall'impero. Ven-
ne pertanto concluso^ che gl'im-
peratori non darebbero più alcu-
na investitura di benefizi pel pa-
storale e r anelloj ma che i vesco-
vi e gli abbati eletti hberamente
e senza simonia, riceverebbero le
investiture de' feudi soltanto col
bastone o collo scettro . Furono
rinnovate le indulgenze che Urba-
no li avea accordato a coloro, i
quali prestassero soccorsi ai cristia-
ni oppressi dagli infedeli. Fu inol-
tre prescritto ai crocesignati che
avevano deposto le croci che si
erano messe sugli abiti pel viaggio
di Gerusalemme e sacra guerra,
di ripigliarle sotto pena di scomu-
nica, onde sottrarre la Palestina
dalle mani degli infedeli ; come
pure trattossi della spedizione di
Spagna contro i mori e saraceni.
Fu proibito ai monaci dal canone
XVll di amministrare pubblica-
mente la penitenza; di visitare gli
infermi ; di far le unzioni e di
cantar le messe pubbliche. I ve-
scovi lagnaronsi altamente delle
prerogative concesse ai monaci, o
da loro usurpate, dicendo: w Al-
tro non resta se non che ci tol-
gano la croce e l'anello, e di sot-
tometterci alle loro ordinazioni ;
eglino possedono le terre, i castel-
li, le decime, le oblazioni de' vivi
e de* morti ". Sì rinnovarono le
scomuniche contro i nicolaiti ed i
simoniaci. Il Papa vi canonizzò s.
Corrado vescovo di Costanza, e vi
creò quattro cardinali. Reg. tom.
XXVI 1; Labbé tom. X; Arduino
tom. VI; Martenem Collect. tom.
VII; Diz. de' concila.
LAT
Il concilio del 1 1 35 sotto il Pon-
tefice Innocenzo li. Furono appro-
vate le tregue del Signore, le qua-
li consistevano nell' astenersi da
qualunque ostilità, dal mercoledì
a sera fino alla mattina del lunedi
seguente. Gali, christ. t. I, p. 986;
Lenglet, Tavolette cronol.
11 concilio generale Lateranense
7/ del 1139 nella basilica Late-
ranense , celebrato dal Papa In-
nocenzo II a' 18 aprile. V'inter-
vennero quasi mille vescovi, e se-
condo alcuni anche l' imperatore
Corrado III. Il principale oggetto
di questo concilio fu la riunione
della Chiesa dopo lo scisma dell'an-
tipapa Anacleto II, morto nel 1 138.
Vi si fecero trenta canoni, in gran
parte eguali a quelli del concilio
di Reims del 1 1 3 1 , presieduto dal-
lo stesso Innocenzo II. Si proibi-
rono i tornei; si minacciò di ana-
tema i canonici, i quali escludes-
sero dall'elezione del vescovo gli uo-
mini religiosi; condannaronsi i nuo-
vi manichei che seminavano anco-
ra i loro errori, e quelli di Pietro
di Bruis e di Arnaldo da Brescia,
antico discepolo di Abelardo : egli
declamava contro il Papa, i ve-
scovi, i chierici ed i monaci , e
blandiva solamente i laici; si con-
dannarono pure i loro seguaci che
sostenevano non potersi salvare i
vescovi che avessero regalie, i mo-
naci e i chierici che possedessero.
Vi si deposero i vescovi ordinati
dagli scismatici; Innocenzo II H
chiamò per nome, e strappò loro
le croci, l'anello e il pallio, dopo
averli rimproverati de' loro falli;
si abrogarono quindi gli atti del-
l'antipapa, e questo condannato.
Fu proibito a' laici di possedere le
decime ecclesiastiche, o fosse che
le avessero ricevute dal vescovo o
LAT
dal re, e si dichiarò che se non
le rendevano alla Chiesa, incorre-
vano il delitto di sacrilegio, e la
pena di eterna dannazione. Si de-
cretò la scomunica a chiunque
persuaso dal demonio mettesse le
mani sopra gli ecclesiastici. Furo-
no condannati i simoniaci, i nico-
laiti, e quelli che ricevessero dai
laici le investiture ecclesiastiche.
II Papa vi canonizzò s. Sturmio
primo abbate di Fulda. Regìa tom.
XXVII; Labbé t. X; Arduino tora.
VI ; Marlene, Thesaur. tom. IV;
Diz. de' conci Ili.
Il concilio del 1167 0 il 68
nella basilica Lateranense, Celebra-
to dal Pontefice Alessandro III ai
5, i4 e 19 marzo. Lo scismatico
imperatore Federico I che rigoro-
samente assediava Roma, vi fu sco-
municato, ed assolti i di lui sud-
diti dal giuramento di fedeltà, pri-
vando il principe dell'impero, co-
me sostenitore dello scisma e de-
gli antipnpi. Reg. tom. XXVII ;
Labbé lom. X ; Arduino tom. VI ;
Diz. de^ concila.
Il concilio generale Lateranense
III del II 79, celebrato dal Pon-
tefice Alessandro IH. V'interven-
nero più di trecento vescovi di tutti
i paesi cattolici , Nettario abbate
che vi si recò pei greci, i cardina-
li, il prefetto, i senatori ed i con-
soli di Roma. Ebbe luogo per ri-
mediare agli abusi che si erano in-
trodotti nel lungo scisma sostenu-
to da quattro antipapi e di recen-
te sopito, dopo la concordia segui-
ta nel 1177 in Venezia tra il sa-
cerdozio e l'impero, Alessandro III
e Federico I. In tre sessioni si fe-
cero ventisette canoni. Il primo
porla, che l'elezione del Papa fu
dichiarata diritto esclusivo dei car-
dinah. Quindi per la valida ele-
LAT iSi
zione canonica del Pontefice, e per
prevenire gli scismi fu stabilito,
che se nella elezione del Papa i
cardinali non sono d'accordo per
eleggerlo di unanime consenso,
si riconosca per Papa quello che
avrà due terzi de' voti dei cardi-
nali elettori presenti; e quello che
non avendo che il terzo de' suffra-
gi o meno de' due terzi, osasse
prendere il nome di Papa, sarà
privato di ogni ordine sacro, e sco-
municato in guisa che non gli si
accorderà il s. Viatico che negli
estremi della vita, qualora sino a
questo punto fosse stato ostinato nello
scisma, e non si fosse pentito. Nel
secondo si condannarono molli a-
busi cui le frequenti appellazioni
aveano introdotti. Fu proibito di
esigere alcuna cosa pel possesso dei
vescovi, abbati e curati, per le se-
polture, i matrimoni e gli altri sa-
cramenti. I vescovi fecero de' gran
lamenti contro la sregolatezza di
alcuni ordini regolari, massime dei
nuovi ordini militari de' templari
e dei gerosolimitani o spedalieri.
Fu proibito a' religiosi di qualun-
que istituto di ricevere novizi per
denaro, di possedere peculio, sotto
pena di scomunica. Si rinnovaro-
no i regolamenti per la continen-
za de'chierici; vi si proibì la plu-
ralità de'benefizi. » Affine di prov-
vedere all' istruzione de'poveri chie-
rici, vi sarà in ogni chiesa catte-
drale un maestro, a cui si asse-
gnerà un benefizio sufficiente, e
che insegnerà gratuitamente; non
si ricuserà la permissione d' inse-
gnare a chi ne sarà capace". Inol-
tre venne ordinato che i prelati
non potessero assistere ai banchet-
ti, non usassero vesti preziose, né
andassero alla caccia; che niuno
senza il patrimonio non potesse or-
i52 LAT
dinarsi diacono o prete; che niuoo
iosse eletto vescovo senza aver tren-
ta anni di età. Furono condannati
gli eretici valdesi, albigesi che si
divisero in catari, patarini e pub-
blicani; seguendo gli errori de'ma-
nichei rigettavano l'antico Testa-
mento, le preghiere pei morti, la
presenza reale di Gesù Cristo nel-
l'Eucaristia, l'autorità della Chie-
sa, ec. Trattossi della riforma dei
costumi, e vennero annullale le
ordinazioni fatte dagli antipapi. Sì
rinnovarono i canoni de' preceden-
ti concilii circa la disciplina, e si
repressero le violenze de' potenti.
Regia t. XXVII; Labbé tom. X;
Arduino tom. VI; M^artene in Col-
lect. tom. VII; Diz. de'concilii.
Il concilio del 1 1 80 celebrato
da Papa Alessandro III. Furonvi
confermate le tregue del Signore.
Gali, christ. t. I, p. 986.
Il concilio generale Lateranense
/Fdel 12 15, celebrato da Inno-
cenzo III. Questo Papa a* 18 o 20
aprile 1 2 1 3 scrisse una lettera data
dal Laterano, ai patriarchi, agli ar-
civescovi e vescovi, agli abbati e
priori, ai gran maestri degli ordini
equestri, ed a tutti i regnanti di
cristianità, loro esponendo la con-
dizione della Chiesa, il desiderio
della ricupera di Terrasanta e della
riforma della Chiesa universale. Di
avere perciò rivolto ferventi preci
e lagrime al Signore ; tenute fre-
quenti consulte coi cardinali ed al-
tre prudenti persone , e di essersi
deliberato di convocare secondo la
consuetudine de* santi padri un
concilio generale per la salute delle
anime e bene del popolo cristiano,
da lì a due anni e mezzo a prin-
cipiar dal i2i3 stesso. Avvertì i
vescovi che in ogni provincia la-
sciassero uno o due suiti'aganei per
LAT
adempiere al ministero ecclesiasti-
co, i quali al pari di quanti altri
fossero trattenuti da qualche im-
pedimento canonico, vi mandasse-
ro rappresentanti loro ammissibili.
Ognuno osserverà , qcianto all' ac-
compagnamento sì in uomini come
in cavalli, le discipline del concilio
di Laterano, in modo che ninno
abbia seco maggior seguito di quel-
lo consentito dal concilio stesso ;
bensì minore se vuole. Invitò gli
arcivescovi e vescovi d' ingiungere
a tutti i capitoli non solo delle
cattedrali, ma delle altre chie<ie an-
cora, d' inviare al concilio il prio-
re, il decano o altra idonea per-
sona , avendovi a trattar di vari
punti concernenti i capitoli stessi.
Niuno però si attenti di porre o-
stacoli spargendo zizzanie o facen-
do intoppi al viaggio. 11 medesimo
invito ebbe il capitolo patriarcale
di Costantinopoli e V imperatore
d'oriente Enrico, dovendosi delibe-
rare di cose che riguarderebbero
l'utile e l'onore di questo ultimo.
In una parola Innocenzo HI in-
vitò al concilio l'oriente e l' occi-
dente, i principi spirituali e tem-
porali; in tutte le parti del mondo
cristiano mandò inviti ed esorta-
zioni. Al tempo stabilito si trova-
rono in Roma pel concilio quat*
trocento dodici, ovvero quattrocen-
to ottantadue vescovi, ottocento o
novecento abbati e priori, gli am-
basciatori degl'imperatori, dei re
e di quasi tutti i principi cattoli-
ci. V* intervennero due patriarchi
latini , cioè Gervasio di Costanti-
nopoli e Paolo di Gerusalemme;
Giona patriarca de' maroniti ; il
patriarca d' Alessandria a causa dei
saraceni , appena potè mandare il
proprio fratello diacono; invece del
patriarca d* Antiochia infermo , ci
LAT
venne il vescovo Ancherado ; set-
lantuno furono i primali e i nie-
Iropolitani, sopra i quali risplen-
deva il celebre Rodrigo di Toledo
che pronunziò un discorso Ialino
sulle prerogative del Papa, che ri-
petè in tedesco, in francese, ed in
ispagnuolo, acciò tulli gli ascolta-
tori l'intendessero. L'arcivescovo
di Tiro vi accorse pure per espor-
vi le condizioni di Terrasanta. Tra
i vescovi si notò che quello di Lie-
gi nella triphce qualità sua di con-
te, duca e vescovo, si presentò
nella prima sessione ornalo del
manto e del berretto di scarlato ,
nella seconda vestilo di verde, e
solo nella terza coperto degli or-
namenti episcopali. Oltre a tutti
questi, gli uomini più famosi pel
saper loro nel mondo cristiano si
trovarono in Roma pel concilio di
Laterano. Ulrico abbate di s. Gallo
intervenne al concilio come procu-
ratore di Federico II re di Sicilia
e de* romani, mentre l'imperatore
Ottone IV, benché deposto e sco-
munica to^ vi mandò rappresentanti,
per difendervi le sue ragioni. En-
rico imperatore latino di Costanti-
nopoli, Filippo II Augusto re di
Francia, Giovanni re d'Inghilterra,
Giacomo I re d' Aragona , Ugo I
re di Cipro, Andrea H re d'Un-
gheria, principi e grandi di tutti
i paesi d'Europa, ed anche parec-
chie città vi mandarono deputati.
Duemila duecento ottantatre per-
sone assisterono a questo concilio,
altri dicono fra' quali mille due-
cento ottantanove -padri ; numero
maggiore di quelle convenute al
concilio generale Lateranense III ;
per lo che si vide Roma cattolica
in questa congiuntura rispleuder
di maggior lustro di Roma paga-
na. La presenza di tanti principi
LAT i53
ecclesiastici e secolari diede una
solennità forse mai veduta alla con-
sacrazione che fece Innocenzo HI
della basilica di s. Maria in Tras*
levere. Il concilio durò dagli 1 1
ai 3o novembre i2i5, perchè il
Papa lo convocò pel giorno di s.
Martino nella patriarcale basilica
Lateranense, dove per la calca l'ar-
civescovo di Amalfi Matteo di Ca-
pua rimase soffocato sotto il ve-
stibolo, e fu sepolto nella basilica.
Dopo che tutti furono raccolti, In-
nocenzo IH si assise in trono , e
data prima a tutti l'apostolica be-
nedizione, apri il concilio con gra-
ve ed eloquente orazione , della
quale prese per testo le parole del
vangelo : Desiderio desideravi hoc
Pascha manducare vohisciun. Poi
gli alti del concilio furono raccolti
per ordine del Papa in settanta
capitoli ovvero canoni, dopo i quali
vi è il decreto particolare della
crociata, e nel medesimo tempo
vennero tradotti in greco : gli ab-
biamo nei cinque libri delle de-
cretali. Essi risguardano la condan-
na degli eretici, la riforma della
Chiesa universale ed il ristabili-
mento della disciplina ecclesiastica,
la pace tra* principi cristiani, ed il
soccorso di Terrasanta, la riunione
de' greci co' Ialini. 11 patriarca dei
maroniti riunì i suoi connazionali
colla Chiesa romana , e traltossi
pure la questione della primazia
di Toledo. In sostanza questi ca-
noni si aggirano intorno al dom-
ma, alla costituzione interna della
Chiesa, al servigio divino, alla di-
sciplina morale, alle giurisdizioni
delle persone ecclesiastiche, ed al-
cuni diritti degli ordini religiosi, e
finalmente alla condizione degli e-
brei verso i cristiani.
Il primo capo è l' esposizione
i54 LAT
della fedo cattolica, falla principal-
mente in ordine agli albigesi ed
ai valdesi. Per questo vi è detto,
non esservi che un solo Dio che
fin dal principio fece dal nulla
r una e V altra creatura spirituale
e corporea, ed nuche i demoni, da
lui creati buoni, e che diventaro-
no cattivi. La qual dottrina tende
ad escludere i due falsi principii
de' manichei. Per autorizzare l'an-
tico» Testamento, vi si dice: »» che
Io slesso Dio che ha dato agli uo-
mini la dottrina salutare per Mo-
sè e pegli altri profeti, è quel me-
desimo che fece poi nascere il suo
Figliuolo dal seno della Vergine,
affinchè ci mostrasse più chiara-
mente la strada della vita ". Il
concilio soggiunge : « Non v' è che
una Chiesa universale , fuor della
quale ninno si salva : non v' è che
im sagrifizioj cioè quel della messa,
nel quale Gesù Cristo è egli me-
desimo il sacerdote e la vittima. Il
suo corpo e il suo sangue sono conte-
nuti veramente nel sacramento del-
l'altare, il pane essendovi cambiato
nella sostanza del suo corpo, e il
vino in quella del suo sangue dal-
la onnipotenza divina ; e questo
sacramento non può essere fatto
che dal sacerdote ordinalo legitti*
niamente in virtù del potere della
Chiesa, accordato da Gei.ù Cristo
agli apostoli e a' suoi successori '*.
)l termine di transustanziazione
consacrato in questo canone, è slato
poi sempre usalo dai teologi cat-
tolici per significare il cambiamen-
to che opera Dio nel sacramento
dell'Eucaristia; siccome la parola
consostanziale fu consacrata nel
concilio Niceno per esprimere il
mistero ineft'abile della Trinità. Lan-
franco e Simone si erano serviti
del primo contro Berengario. « Se
LAT
dopo il battesimo, dice il concilio,
alcuno cade in peccato, può essere
rialzato per mezzo d'una vera pe-
nitenza ". Lo stesso concilio con-
dannò il libro dell'abbate Gioac-
chino (del quale parlammo all'ar-
ticolo GiOAccuiNo abbate e fonda-
tore della congregazione di Flora
o Florense nella Calabria), contro
Pietro Lombardo sopra la Trinità,
e il Papa confutò la sua opinione
in questi termini. « Quanto a noi,
coli' approvazione del concilio, cre-
diamo e confessiamo, esserci una
cosa sovrana, ch'è Padre, Figliuo-
lo e Spirito Santo, senza che siavi
in Dio quaternità, perchè ciascuna
delle tre persone è la stessa cosa,
vale a dire, la sostanza, essenza
ossia natura divina, che solo è il
principio di tutto". 11 terzo cano-
ne pronunzia anatema contro tutte
l'eresie contrarie alla esposizione
della fede precedente , con qualsi-
voglia nome si chiamino. Lo stesso
canone dice, che se il signore tem-
porale, ammonito, trascura di pur-
gar la sua terra d'eretici, sia sco-
municato dal suo metropolitano e
da' suoi comprovinciali, e se den-
tro r anno non dà soddisfazione ,
se ne darà avviso al Papa, affin-
chè dichiari i suoi sudditi assolti
dal giuramento di fedeltà, ed es-
ponga la sua ferra alla conquista
de' cattolici. E qui è da osservare,
che a questo concilio assistevano
gli ambasciatori di molti sovrani ,
i quali acconsentirono a nome dei
loro padroni a questo decreto. Il
concilio accorda a'cattolici che pren-
dono la croce per esterminare gli
eretici, la stessa indulgenza come
a quelli che vanno in Terrasanta.
Scomunica i fautori degli eretici;
comanda di evitarli, dacché saran-
no stati denunziati dalla Chiesa
LAT
sotto pena di scomunica. « Ogni
vescovo visiterà almeno una volta
all'anno per se o per altra perso-
na idonea, quella parte della sua
diocesi, dove si dirà vi sieno degli
eretici ". La preeminenza del pa-
triarca di Costantinopoli sugli al-
tri patriarchi e subito dopo il Pa-
pa, ch'era già stata chiesta al con-
cilio di Calcedonia , fu ora con-
vertita in canone della Chiesa. Il
concilio nota il posto e le prero-
gative d'ogni patriarca con questo
ordine : Costantinopoli, Alessandria,
Antiochia^ Gerusalemme. Si con-
cesse a delti patriarchi il diritto
di dare il pallio, dopo ch'essi l'a-
vessero ricevuto dal Papa ; il pri-
vilegio di farsi precedere dalla cio-
ce astata, e la giurisdizione delle
appellazioni, salvo quelle alla Sede
apostolica. Vuole che si tengano
dai metropolitani ogni anno con-
cilii provinciali ; regola la maniera
colla quale il superiore dee pro-
cedere quanto alla punizione dei
delitti. Questo canone è celebre
e servi poi di fondamento a tutta
la giudicatura criminale , eziandio
dei tribunali secolari. E proibito
ai chierici di sentenziar a morte,
ne di assistere a nessuna esecuzio-
ne sanguinaria ; ed ai principi di
far nessuna costituzione toccante i
diritti spirituaU della Chiesa. Quan-
to alla scomunica è proibito di
pronunziarla contro chiunque, sen-
za prima avvertimelo in presenza
di testimoni, sotto pena di essere
privato della chiesa per un mese.
» I vescovi eleggeranno uomini
idonei per la predicazione , i qua-
li visiteranno in lor vece le par-
rocchie della diocesi, quando noi
potranno fare da se medesimi; come
pure per ascoltare le confessioni e
amministrare la penitenza ".
LAT i55
>» Nelle chiese cattedrali e col-
legiali, il capitolo eleggerà un mae-
stro per insegnare gratis la gram-
matica e le altre scienze, secondo
la sua capacità. Quanto alle metro-
politane avranno queste un teolo-
go per insegnar ai sacerdoti la san-
ta Scrittura, e principalmente ciò
che risguarda la condotta delle a-
nime, e si assegnerà a ciascuno dì
questi membri la rendita di una
prebenda". Si fecero alcune leggi
per r istruzione del clero ; si vietò
ai chierici l'esercizio della medici'
na o chirurgia; il conferire bene-
fìzi a persone indegne o a bastar-
di, e più che uno al medesimo
soggetto; la santa Sede si riserbò
poi di dispensare a questo propo-
sito cogli uomini distinti per virtù
e sapere. S'invitarono gli ecclesia-
stici alla sobrietà, a fuggire gli spet-
tacoli, astenersi dal tralhco e dalle
taverne, vestir decente e modesto,
osservar le ore canoniche, adem-
piere tutti i doveri e gli uflìzi dei
santo ministero. Venne proibito ai
chierici di benedire acqua calda o
fredda o ferri roventi in servigio
de giudizi di Dio. Pel culto delle
chiese si fecero provvedimenti; si
vietò il raccogliere limosine senza
licenza del vescovo o del Papa,
Vengono poi i canoni sopra l'ele-
zioni, e i sacramenti della peniten-
za e dell' Eucaristia. Dopo il cele-
bre canone : Onmis uliiusqae se-
jcuSy sopra la confessione e comu-
nione pasquale, soggiunge il con-
cilio, per occasione di queste pa-
role al proprio sacerdote; che se
alcuno vuol confessarsi da un sa-
cerdote estraneo, ne ottenga prima
la permissione dal suo proprio sa -
cerdote, poiché altrimenti non può
l'altro uè legare né sciogliere, ^oa
è vero che questo sia il primo ca-
i56 LAT
none nolo , che prescriva gene-
ralmente hi confessione sacramen-
tale, la quale, come dice il concilio
(li Trento : Ecclesia sancta utitur,
tt ab inìtio seniper usa est. 11 ca-
none, dicono diversi, che fu fatto
j)erchè assai di rado in quei tem-
pi i cristiani, parlando in generale,
si accostavano ai sacramenti. Gli
albigesi che pretendevano ricevere
la remissione de' peccati senza con-
fessione e senza soddisfazione, pos-
sono anche aver data occasione a
questo decreto, in cui, per nome
di proprio sacerdote, si deve inten-
dere il curato, come nel concilio
di Parigi del 12 12; salvo però il
diritto del vescovo diocesano ; e il
sacerdote straniero è il curato di
un'altra parrocchia, ovvero qualun-
<|ue altro sacerdote. Quanto alla
riforma de' monasteri, e in conse-
guenza a diversi abusi, il concilio
prescrive. i.° Che gli abbati ovve-
ro priori tengano de' capitoli ge-
nerali ogni tre anni, ne' quali si
tratterà delia riforma e della os-
servanza regolare. 2.° Che lo stesso
far debbano i canonici regolari.
3." Non si dovranno stabilire nuo-
vi ordini religiosi, affinchè la trop-
pa varietà non apporti confusione
nella Chiesa; ma si approvò l'or-
dine de' predicatori istituito da s.
Domenico Gusmano, nonché l'or-
dine de' minori fondato da s. Fran-
cesco d'Asisi. L' ordine de' crociferi
fu ristabilito e dotato di privilegi:
molte questioni e liti Ira diversi
ordini religiosi furono esaminate e
definite. Un abbate non potrà go-
vernare più monasteri , né un mo-
naco avrà figliuolanza in molte ca-
se; non si mostreranno fuori delle
loro casse le antiche reliquie, né
si esporranno in vendita ; non si
darà nessun culto olle nuove, che
LAT
si potessero ritrovare, se prima non
saranno state approvate dall' auto-
rità del Papa. L'indulgenza per
la dedicazione della chiesa non du-
rerà più d' un anno, e di quaranta
giorni per l'anniversario, e così per
altri motivi. Quanto alla giurisdi-
zione interna della Chiesa, non so-
lo il concilio confermò le prece-
denti provvisioni, ma pose limiti
altresì all'ingerenza temporale nella
sua costituzione, proprietà e disci-
plina; nessun laico potendo essere
arbitro in materia ecclesiastica. Gli
altri decreti versano intorno alla
simonia. Il concilio proibisce le tas-
se per la consagrazione de' vesco-
vi, le benedizioni degli abbati , le
ordinazioni de' chierici ; vuole che
i sacramenti siano amministrati gra-
tuitamente. Proibisce alle religiose
di prender donzelle per denaro ,
sotto prelesto di povertà. Quelle
che avranno commesso questo fallo
saranno chiuse in altri monasteri
di più stretta osservanza, per farvi
perpetua penitenza, come per un
delitto de' più enormi. Lo stesso
pegli uomini. Il canone cinquan-
tesimo riduce al quarto grado la
parentela, che mette impedimento
al matrimonio; che prima conta-
vasi sino al settimo : si proibirono
i matrimoni clandestini. Dichiarò
pure il concilio invalido il matri-
monio di Curcardo d'Avesnes con
Margherita di Fiandra, per avere
il primo goduto antecedentemente
de' benefizi ecclesiastici.
La maggior parte de' decreti di
questo concilio servirono di fonda-
mento alla disciplina che si osser-
vò in appresso, e sono molto cele-
bri presso i canonisti. Del rimanen-
te sono tutti in nome del Papa.
Dopo i canoni ci è il decreto deU
la crociata, in cui vi è stabiUto il
LAT
giorno per raccogliersi insieme, per
Ja quale Innocenzo III fece di tut-
to per venirne alla vantaggiosa
riuscita, sia con accendere il fer-
vore de'fedeli, sia nel procurare i
mezzij sia nel concedere privilegi
a'crocesignati. Rinnovossi la male-
dizione e r anatema contro tutti
quelli che fornissero munizioni ai
saraceni, o si mettessero a' loro
stipendila o gli assistessero in qua-
lunque modo. Innocenzo III con
sua bolla data dal palazzo di La-
terano, assolvette da ogni peccato,
dopo confessati e pentiti, quelli che
prendessero la croce, o contribuis-
sero alla santa impresa. In fine si
proibiscono per tre anni i tornei,
acciò non fossero d' impedimento
alla sacra guerra. In questo conci-
lio, e trattando l'affare degli albi-
ges'ìy fu negato a Raimondo VI
conte di Tolosa, venuto al concilio
accompagnato da suo figlio, e dai
conti di Foix e di Comminges, la
restituzione delie loro terre, onde
erano stati spogliati dai crociati,
per questa ragione, dice il Papa
nella sua sentenza: « perchè la fe-
de e la pace non avevano mai po-
tuto conservarsi nei paesi del con-
te Raimondo ";e quindi lo dichia-
rava escluso per sempre dalle sue
terre, sebbene pi'ovasse compassio-
ne per lui_, specialmente pel figlio.
Fu lascialo alla contessa sua mo-
glie, in grazia di sue virtù, il go-
dimento de' suoi fondi dotali, e al
conte Simone di Monfort tutti i
paesi conquistati dai crociati^ salvi
i diritti della Chiesa e delle per-
sone cattoliche. S'impose ai sara-
ceni ed agli ebrei che portassero
un segno esteriore per distinguersi
dai cristiani , massime le donne ;
né mostrarsi in pubblico nella set-
timana santa. Volendo il concilio
LAT iT;
impedire che gli ebrei non ispo-
gliassero con usure i cristiani, ri-
mise in vigore il divieto di qua-
lunque specie di traffico tra ebrei
e cristiani. Rinnovò il canone del
concilio di Toledo, che dichiarò
gli ebrei incapaci d'ogni pubblico
uffìzio. Essendo cadute in rovina
le quattordici sedi vescovili dell' i-
sota di Cipro, furono ridotte a
quattro, inculcando il concilio che
fossero occupate da vescovi latini
anziché greci. La causa dell'impero
fu disputata tra i deputati d'Ot-
tone IV e di Federico II, e giudi-
cata in favore di quest' ultimo,
che dall'emulo veniva chiamato per
ischerno il re dei preti. Avendo
Ottone IV violato il giuramento
suo verso la Chiesa romana, non es-
sendosi curato di restituire le terre
usurpate, ond'era stato scomunica-
to, e commesse diverse iniquità, il
concilio approvò contro di lui l'e-
lezione di Federico II in re dei
romani. Prendendo il Papa le di-
fese di Giovanni re d' Inghilterra,
qual feudatario della santa Sede,
scomunicò i baroni che il re avea
provocato a ribellarsi, e Luigi di
Francia pegli armamenti a danno
del monarca inglese. Il concilio
finalmente si sciolse il giorno di
s. Andrea, e per ispiegarne i ca-
noni e farne l'applicazione, furono
poscia tenuti molti sinodi provin-
ciali nella maggior parte degli stati,
come a Genova, in Francia ed in
Germania. La maggior parte delle
leggi fatte da questo concilio furo-
no rinnovate in quello di Trento,
e sono al giorno d'oggi generalmen-
te osservate. Regia l. XXVIII; Labbé
t. XI ; Arduino t. VI ; Diz. de'con-
cilii ; e l'articolo Innocenzo III.
Il concilio del 12 16. Gallia
chtist. t. Ili, p. 991.
i58 LAT
Il concilio del r444 ^o'*^ '^ P^"*
tefice Eugenio IV: fuvvi deposto il
vescovo di Grenoble. Rinaldi a det-
to anno.
Il concilio generale Lalernnenfie
V del i5i2, celebrato nella sala
detta de'concilii del palazzo Latera-
nense, da Giulio II e da Leone X.
Fu convocato con bolla de'iB lu-
glio i5ri da Giulio II per li 19
aprile dell'anno seguente, onde op-
porlo al conciliabolo di Pisa denun-
ziato da alcuni cardinali scismatici
fautori di Lodovico XII re di Francia,
per impedire una specie di scisma
nascente, per rinnovare i canoni del-
la disciplina ecclesiastica, per unire
in concordia i principi cristiani, e
per intraprendere la spedizione con-
tro i turchi, con dodici sessioni. A-
vendo Giulio II con una bolla di-
chiarata irrita e nulla la simoniaca
elezione de' Pontefici, perchè rice-
vesse maggior forza la fece leggere
nel concilio. Venne estinto lo scisma
eccitato in Pisa contro Giulio II,
e fu abrogata la prammatica san-
zione, ch'era stata introdotta duran-
te i torbidi di Basilea, e che offen-
deva i diritti della santa Sede. Du-
rò cinque anni circa, dappoiché a-
Tcndolo incominciato Giulio II ai
10 maggio i5r2, avendone celebra-
to cinque sessioni, ed essendo mor-
to a* 2 I febbraio 1 5 1 3, Leone X
che gli successe agli 1 i marzo, lo
continuò e compi con altre sette
sessioni a' 1 6 marzo 1 5 1 7 , terminan-
do le differenze col re di Francia.
Alle prime quattro sessioni presie-
dette Giulio II; alla quinta a' 16
febbraio i5i3 il cardinal Raffaele
Rìario vescovo d'Ostia, decano del
sacro collegio, essendo aggravnto il
Papa da mortai malattia. L'inter-
vento dc'padri fu or più or meno
numeroso, che arrivarono a dieciot-
LAT
to cardinali ; i patriarchi titolari
d'Alessandria e di Antiochia, olire
a quello di Aquileia; cento quat-
tordici vescovi, con molli abbati, dot-
tori, ambasciatori de' principi, ed al-
tri personaggi. Non è affatto da por-
si in dubbio l'ecumenicità di que-
sto concilio. Il Bellarmino sostiene
questo concilio per ecumenico, an-
che altri teologi sono di tal sentimen-
to. Il Y)Q\y\2X^Prae.not. can. I. 2,c. 5,
dice, che nec apud nos usquequaqne
probantur hujus concilii acta. Trat-
tine alcuni francesi, perchè è di mol-
to pregiudizio alle loro opinioni,
tutti gli altri reputano e venerano
il concilio Lateranense V generale
ed ecumenico. V. Du Gharme, TheO'
log. t. I, prolog. p. 89, ^10, de Con-
dì. Laler. V, q. 2. Si cerca in fi-
ne da alcuni, se in questo concilio
sia stato riprovato il concilio di Co-
stanza, circa le prime sessioni sulla
podestà del Papa e del concilio, o
se possono conciliarsi X opinioni
d'ambedue i concilii. Per ordine di
Leone X, Giacomo Mazzocchi é-
strasse dai propri originali gli atti
del concilio, e li pubblicò in Roma
colle stampe in un tomo in foglio
nel i52i con questo titolo: Sacr.
Lateranen. conciliuni novissiniwn
sub Jiilio II et Leone X ctlebratum.
Quando Giulio II l'aprì era assisti-
to da quindici cardinali, essendovi
presenti quasi ottanta arcivescovi e
vescovi tutti italiani, e sei abbati o
generali di ordini regolari. Di poi
il concilio dopo morto altamente
ne commendò le gesta.
Fece l'apertura del concilio con
lungo ed eloquente discorso sopra
Io stato lagrimevole della cristiani-
tà, il p. Egidio Canisio da Viterbo
generale degli eremitani di s. Ago-
stino, siccome il più celebre predi-
catore de'suoi tempi, che Leone X
LAT
creò poi cardinale. Fra le altre co-
se disse r oratore. « Può egli ve-
dersi, senza versar lagrime di san-
gue, la corruzione e i disordini del
secolo perverso nel qnal viviamo, il
mostruoso sregolamento che regna
ne'costumij l'ambizione, l'impudici-
zia, il libertinaggio, l'empietà trion*
fare nel luogo santo, donde cpiesli
vizi così abbominevoli dovrebbero es-
sere sbanditi per sempre '* . Prima
sessione li io maggio. Fu letto Tun-
decimo canone del concilio di To-
ledo, sopra la modestia, il silenzio,
l'unione che deve regnare in sifFa-
te assemblee, e furono eletti gli uf
fìziali del concilio. II sessione li 17
maggio. Fu letta la bolla di appro-
vazione del concilio. Il p. Tomma-
so de Vio detto Caj etano, dotto ge-
nerale de'domenicani, e poi creato
cardinale da Leone X, vi parlò
contro il conciliabolo di Pisa. Ili
sessione. Si tenne a' 3 dicembre a
motivo di certo male contagioso che
avea costretto a ritirarsi da Roma
la maggior parte de'prelati. Vi si
rinnovò la bolla che annullava tut-
tociò eh 'erasi fatto a Pisa e a Mila-
no, ove i cardinali scismatici avea-
no trasferito il loro detestabile con-
gresso, e quella che avea sottopo-
sto il regno di Francia all'interdet-
to. Il vescovo di Guerck o Giurk
dichiarò per parte dell'imperatore
Massimiliano 1, ch'egli appiovava il
concilio, e rinunziava e disapprova-
va tutto quello ch'era seguito in Pi-
sa. IV sessione a' 10 dicembre.
Vi si lessero le lelleie patenti del
re di Fi-ancia Luigi XI, indirizzate
al Pontefice Pio li, che abrogava-
no la prammatica sanzione. L'av-
vocato del concilio fece un discor-
so contro questa prammatica, e ne
domandò la revoca. Sì decretò un
monitorio contro i difensori della
LAT i59
prammatica, cioè prelati, princìpi e
parlamenti di Francia, per compari-
re al concilio dentro sessanta giorni,
e addurvi le ragioni che pretende-
vano avere per impedirne l'abroga-
zione. V sessione li 16 febbraio
i5i3, presieduta dal suddetto cardi-
nal decano. Vi recitò un' elegante
orazione Giovanni Maria Ciocchi del
Monte arcivescovo di Manfredonia, e
poi Giulio 111: egli era nipote del
cardinal Antonio del Monte che avea
persuaso Giulio II alla convocazio-
ne di questo concilio. Si decretò un
nuovo monitorio contro la Francia,
perchè fosse risposto intorno allo
stesso argomento. Dopo sei giorni
mori Giulio II. VI sessione li 27
aprile. Il nuovo Pontefice Leone X
vi presiedette. Vi si produsse il mo-
nitorio intimato da Giulio II con-
tro i fautori della prarnmatica, e
si domandò una citazione contro la
contumacia de' francesi in questa
causa; ma il Papa non volle accon-
sentirvi , avendo in vista di guada-
gnare i francesi colla destrezza e
colla dolcezza . In fìtti Lodovico
XII mandò ambasciatori al concilio,
con facoltà di dichiarare a suo no-
me, ch'egli rinunziava al concilio
di Pisa e aderiva a quello di La-
terano, con patto che i cardinali
degradati da Giulio II fossero ri-
stabiliti, e fosse annullato tuttociò
ch'era stato fatto contro il suo re-
gno. VII sessione li 17 giugno. Si
lessero le lettere de' due cardinali
del conciliabolo di Pisa, Bernardino
CarvnjaI e Federico Sanseveriuo,
Colle quali rinunziavano allo scisma,
condannavano tutti gli atti del con-
cilio di Pisa, approvavano quelli
del concilio di Latcrano, promet-
tevano di obbedire al Papa Leo-
ne X , e riconoscevano che il
pontefice Giulio II li aveva giù-
i6o LAT
stamcnte recisi dal numero de* car-
dinali.
Vili sessione li 17 dicemìjre. Il
Papa vi presiedette. Gli ambascia-
tori di Francia del re Lodovico
XII vi presentarono l'atto col qua-
le il re loro signore aderiva al
presente concilio di Laterano, e
rivocava il concilio di Pisa, trat-
tandolo da conciliabolo. Fu fatto
quest'atto, il quale tra le altre co-
se diceva, che quantunque il re a-
vesse creduto di avere delle buone
ragioni per intimare e sostenere
il concilio di Pisa, contuttociò a-
vendo saputo che il Papa Leone
X non l'approvava, e questo Pa-
pa avendogli scritto di rinunziare
a quel concilio e di aderire all'al-
tro tenuto in Roma, come solo
legittimo; e attesoché il Papa Giu-
lio II essendo morto, cessato era
ogni motivo di avversione, e l'im-
peratore e i cardinali contrari al
defunto avevano rinunziato al det-
to concilio di Pisa, prometteva an-
ch' egli in suo nome di non più
sostenere il detto concilio, e di far
cessare dentro un mese l'assemblea
che tenevasi a Lione sotto il suo
nome, i.'' Sopra l'istanza presen-
tata da uno de' procuratori del
concilio, contro il parlamento di
Provenza, il Papa decretò un mo-
nitorio contro i membri di quel
parlamento, per obbligameli a com-
parire in persona dentro tre mesi
al concilio. Si lamentavano in que-
sta istanza, che quel parlamento
non volesse permettere che si das-
se esecuzione alle lettere di grazia
e di giustizia accordate da sua
Santità, senza previa licenza del
parlamento medesimo, e, che si ar-
rogasse sopra i chierici e sopra i
benefizi un'autorità che non gli
conveniva ; il che chiamasi nell' i-
LAT
stanza, alzar il capo contro la san-
ta Sede, imitando la superbia di
Satana. Contuttociò il parlamene
to in questo fatto non avea altro
in mira, si dice, che di mantenere
la libertà della chiesa di Francia,
e di difendere il suo diritto an-
nesso, in virtù del quale tutte le
bolle, brevi , rescritti e mandati
apostolici per la collazione de' be-
nefizi, giubilei, indulgenze, dispen-
se di voti, di età, in somma tutte le
spedizioni della corte o curia di Ro-
ma e della legazione d'Avignone, non
potessero essere eseguite senza la
sua permissione, e senza la sua
ratificazione che chiama vasi annes-
so. In fatti questo diritto è tanto
antico quanto la monarchia fran-
cese, ed era stato sodamente sta-
bilito in Provenza, come si vede
dalla raccolta di scritture di mon-
signor di Maussac consigliere del
parlamento d'Aix, ivi stampata nel
1727. E a dir vero, dopo la bat-
taglia di Marignano, eh' ebbe poi
luogo a* i3 settembre i5i5, il
Papa essendosi dichiarato per la
Fiancia, e il parlamento di Pro-
venza avendo data pubblica sod-
disfazione al Papa, e chiesta l'as-
soluzione delle censure, il Papa
dal canto suo confermò questo di-
ritto d' annesso, e acconsenti che
il parlamento ne facesse uso in
avvenire. 2." Si lesse un decreto
contro certi fi^losofii che pretendeva-
no, che l'anima ragionevole fosse
mortale, e che non ve ne fosse
più d' una in tutti gli uomini,
contro al detto di Gesù Cristo nel
vangelo, che, non si può uccidere
l'anima, e. che quegli che odia Va-
ninia sua in questo mondo, la con»
serva per Veterna vita. E contro
quello eh* è stato deciso dal Papa
Clemente V nel concilio di Viea-
LAT
na : »» che l'anima è veramente ed
essenzialmente per sé stessa la
forma del corpo umano ; ch'ella è
immortale, e moltiplicata secondo
il numero de'corpi^ ne' quali è in-
fusa ". Dipoi Leone X ordinò a
tulli i professori di filosofia, che
per quanto potessero, procurassero
di provare l'immortalità dell'anima
anche dai principii filosofici. Veg-
gasi la di lui costituzione Sposto-
liei regiminisj nel Bull. Rom. t.
I, p. 549; Bernino, Storia delle
eresie, t. IV, p. 240 ; e Lamber-
tini, De serv. Dei beatif, lib. 3,
cap. 19. 3." Si ordinò che tutti
quelli che sono costituiti negU
ordini sacri, dopo il tempo che
hanno impiegato nella grammatica
e nella dialettica, non lascino pas-
sare i loro cinque anni di studio
nella filosofia, senza applicarsi alla
teologia e al gius canonico. 4-°
Si pubblicarono tre bolle, la prima
diretta a' principi cristiani, per e-
sor tarli alla pace e all'unione, e
rivolgere le armi contro gl'infede-
li. La seconda a' boemi, contenen-
te un salvocondotto per obbligar-
neli a venire al concilio. La terza
per la riforma degli ufFiziali della
corte di Roma, intorno all'esazioni
che facevano per le provvisioni
de* benefici ed altre spedizioni,
oltre a quanto era loro dovuto.
Rinaldi ad an. i5i3, num. 91.
IX sessione li 5 maggio i5i4-
Si lesse un alto de'prelati francesi,
col quale scusavansi di non aver
potuto intervenire al concilio di La-
terano, perchè l'imperatore Massimi-
liano I, e Massimiliano Sforza duca
di Milano aveano loro negato un
salvocondotto. L'atto era sottoscritto
da cinque vescovi, di Chalons sur
Saonne, di Lisieux, d'Amiens, d'An-
goulème e di Laon, ed era stalo
VOL. XXXVII.
LAT i6i
disteso da Guglielmo de la Coste
priore commendatario di Vaulvìse
diocesi di Ambrun, e canonico del-
la chiesa collegiale di s. Salvatore
di Montpellier. Inoltre si lesse un
lungo decreto intorno la riforma
della corte di Roma, il quale con-
tiene molti regolamenti di disci-
plina utilissimi , massime riguar-
danti i vescovi ed i benefizi, l
cardinali devono menar vita esem-
plare, assistere all' ufificio divino,
celebrare la messa, aver la loro
cappella in un luogo proprio e
decente; le loro case, i mobili, la
mensa non devono spirare la pom-
pa del secolo; si contenteranno di
ciò che conviene alla modestia sa-
cerdotale ; riceveranno favorevol-
mente quelli che vengono alla cor-
te di Roma; tratteranno amore-
volmente gli ecclesiastici che sono
presso di . essi ; non gl'impiegheran-
no mai in servigi bassi e poco
decenti ; prenderanno cura egual-
mente degli affari dei poveri e di
quelli de'principi ; visiteranno una
volta l'anno o per sé, o per mez-
zo del loro vicario, se sono assen-
ti, le chiese del loro titola e dia-
conie; avranno cura de' bisogni del
clero e del popolo, lasciandovi un
fondo per mantenere un sacerdote,
o facendovi qualche altra fonda-
zione ; non dispenseranno importu-
namente i beni delle chiese, ma
ne faranno buon uso ; avran cura
che le chiese cattedrali, che avran-
no in commenda, siano servite dai
vicari o vescovi suffraganei ; avran-
no un numero sufficiente di reli-
giosi nelle loro abbazie^ e le fab-
briche delle chiese saranno ben
mantenute; eviteranno il lusso e
ogni sospetto di avarizia nel loro
treno. Gli ecclesiastici che stanno
presso di loro, porteranno gli ahi-
II
i62 LAT LAT
li del loro stato, e vivrauno chieri- in avvenire alcun libro in Roma
calraente. L'immunità le godrebbero né in altre città e diocesi, se pri-
solo i loro attuali famigliari, e pel ma non sarà stato esaminato a
futuro i reali ed effettivi. Stabili- Roma dal vicario di sua Santità,
lonsi le pene contro i chierici ed e dal p. maestro del sacro palaz-
i laici colpevoli di bestemmie e zo ; e nelle altre città dal vesco-
di delitti enormi. vo diocesano, ovvero da qualche
X sessione li 4 maggio i5i5. dottore destinato dal vescovo, e
11 Papa vi presiedette ; vi si tro- che ci avranno posta l'approvazio-
varono ventitre cardinali, e una ne sottoscritta, e questo sotto pe-
quantità d'arcivescovi, vescovi, ab- na di scomunica,
bali e dottori. Yi lessero quattro XI sessione li 19 dicembre i5i6.
decreti. Il primo dichiarò che i Si ammisero all'obbedienza del Pa-
monli di pietà stabiliti in Italia e pa i deputati del patriarca de'ma-
altrove , i quali sono una spe- roniti, e vi si lesse la loro professio-
eie di banco pubblico, dove si dà ne di fede, colla quale riconoscono
in imprestito denaro a chi ne che lo Spirito Santo procede dal
ha bisogno , previo il pegno, il Padre e dal Figliuolo, come da
quale sì rende spirato che sia il un solo principio e da un'unica
tempo ; che questi monti di pietà spirazione ; che vi è un purgato-
non sono usurari, quantunque sareb- rio; ch'era necessario di confessar-
be più perfetto stabilire de' luoghi si de'propri peccati e di comuni-
dove s'imprestasse denaro gratuita- carsi almeno una volta l'anno. Fu
mente. Il secondo concerne il de- letta una bolla che prescrive le
10 e il Papa ; prescrive eh» i ca- regole da osservarsi dai predicato-
pitoli esenti non potranno preva- ri nel predicare la parola di Dio.
lersi della loro esenzione per vive« Fu letta la celebre bolla che sosti-
re in un modo poco regolare, ed tuiva il Concordato tra Leone X
evitare la correzione de' superiori, e Francesco T re di Francia, fatto
In conseguenza permette a' vescovi a Bologna, alla Prammatica san-
diocesani di visitare una volta l'an- zione (P^edi). Questo concordato
no i monasteri delle vergini sog- contiene, è vero, parecchi articoli
getti immediatamente alla santa della prammatica, raa la maggior
Sede. Il secondo, che le cause con- parte furono sfigurati e parecchi
cernenti i benefìzi, purché non altri del tutto aboliti. Il primo ar-
Sjieno riservate, e che la loro ren- licolo era diametralmente contrario
dita non ecceda ventiquattro du- alla pramuialica. Questa aveva ri-
cali, saranno giudicate in prima messo il diritto dell'elezione, lad-
ìi»lanza davanti gli ordinari ; uè si dove il concordato porta che i ca-
potrà appellare dal loro giudizio, pitoli delle chiese cattedrali di
se non sarà prima uscita una sua Francia non faranno piii in avve-
sentenza definitiva, se non fosse nire l'elezione de' loro prelati, es-
che l'iuterloculorio contenesse un sendo vacante la sede; ma che il
aggravio, che non potesse essere re esibirà la nomina al Papa nel-
riparato tlalla sentenza definitiva. Io spazio di sei mesi, da contarsi
11 terzo è sopra la stampa de'li- dal giorno della vacanza della se-
bii : piescrivc di non imprimere de^ d'un dottore o di un licenziato
LàT
in teologln, in età di ventisette
anni per lo meno; e che il Papa
lo provvedeià della chiesa vacante.
Che se il re non dasse la nomina
di soggetto idoneo, ne nominerà
tin altro nello spazio di tre mesi,
■dopo esserne stato avvertito, da
coniarsi dal giorno del rifiuto; in
difetto ci provvederh il Papa. Con
questo trattato il Papa si riservò
la nomina de' vescovati vacanti in
curia, vale a dire de'benefìziati che
muoiono nella corte di Roma, sen-
za aspettare la nomina del re. Il
secondo articolo porta l'abrogazione
di tutte le grazie aspettative, e le
riserve pei benefizi che vacheranno.
il terzo stabilisce il diritto dei gra-
duali, e dice che i collatori saran-
no tenuti di dare la terza parte
de'loro benefizi a' graduali, ovvero
piuttosto che nomineranno de'gra-
duati ai benefizi che verranno ft
vacare ne* quattro mesi dell'anno,
cioè in gennaio e luglio a quelli
che avranno insinuato le loro let-
tere di grado e il tempo de'loro
studi, il che si chiama il mese di
rigore j in aprile e in ottobre ai
graduati solamente nominati, vale
a dire, che non avranno fatto in-
sinuare i loro gradi ^ il che si
chiama mese di favore. Il tempo
di studio necessario è fissato dieci
anni per i dottori, licenziati o bac-
cellieri in teologia; e sette per i
dottori e licenziali in diritto ca-
nonico ovvero civile e in medici-
na; e a cinque anni per i baccel-
lieri semplici in teologia, e cinque
anni pei baccellieri in diritto cano-
nico ovvero civile, e se sono no-
bili a Ire solamente. È detto che
saranno tenuti a notificare le loro
lettere di grado e di nomina una
volta avanti la vacanza del benefi-
zio per lettere dell'università, dove
LAT i63
aveano studiato ; e i nobili tenuti
a giustificare la loro nobiltà, e
tutti i graduati di dare ogni anno
in quaresima copia delle loro let-
tere di grado, di nomina, di atte-
stati di sludi ai collatori, ovvero
patroni ecclesiastici, e di produrre
i loro nomi e cognomi ; e nel ca-
so che abbiano ommesso di farlo
un anno, non potranno ricercare in
quell'anno il benefizio vacante in
virtù de'loro gradi. Che se qualche
gradualo non ha prodotto, la col-
lazione sarà libera al col latore,
purché il benefizio con vachi tra
la prima insinuazione e la quare-
sima. I collatori nei mesi di favo-
re potranno eleggere chi vorranno,
tra i graduati nominati, ma nei
due mesi di rigore saranno obbli-
gati di darlo al più antico nomi-
nato; e in caso di concorrenza, i
dottori saranno preferiti ai licen-
ziati, i licenziati ai baccellieri, tol-
tone i baccellieri formati in teolo-
gia, che saranno preferiti ai licen-
ziali in diritto o in medicina, e i
baccellieri in diritto ai professori
delle arti. Chiamavansi baccellieii
formati quelli che non avevano
preso il grado ptima del tempo,
ma secondo la forma degli statuti
dopo dieci anni di studio. Nel-
la concorrenza di molti dottori o
licenziati, la teologia passerà la
prima. Poscia il diritto canonico,
il diritto civile e la medicina ; e
in caso di concorrenza eguale, l'or-
dinario potrà gratificare quel che
vorrà. Bisogna ancora che i gra-
duati esprimano nelle loro lettere
di nomina i benefizi che già pos-
seggono e il loro valore; che se
ne hanno del valore di duecento
fiorini di rendita, o che domanda-
no residenza, non potranno ottene-
re altri benefizi in virtù de'loro
i64 LAT
gradi. Del rimanente i benefizi re-
golari saranno sempre dati a* re-
golarij e i secolari ai secolari, sen-
za che il Papa ne possa dispensa-
re. Le rassegnazioni e permute sa-
ranno libere ne*mesi de*graduati :
Je cure delle città saranno conferi-
te ai graduati. Finalmente si proi-
bisce alle università di dar le let-
tere di nomina ad altri che a
quelli che avranno compiuto il
tempo prescritto degli studi. La
diflferenza tra il concordato e la
prammatica sanzione consiste, che
questa obbligava tutti i collatori e
patroni ecclesiastici a tenere dei
ruoli esatti di lutti i benefizi che
fossero a loro disposizione, a fine
di conferirne d'ogni tre uno dei
graduati per giro ; laddove il con-
cordato, conservando questo diritto,
ha solamente tolto questo giro di
ruolo, ed ha riserbato a' graduati
i benefizi vacanti ne' quattro mesi
dell'anno accennati di sopra , e
questo diritto sussiste ancora di
presente. Il quarto articolo dichia-
ra, che il Papa potrà provvedere
a un benefizio, quando il collatore
ne avrà dieci da conferire, e a due
quando ne avrà cinquanta, purché
non sieno due prebende della stes-
sa chiesa j e che in questa colla-
zione il Papa avrà il diritto di
prevenire i collatori ordinari. 11
giusto valore del benefizio dev'es-
sere espresso nelle provvisioni, altri-
menti la grazia sarà nulla. Il quin-
to concerne le cause e le appella-
zioni 5 questo articolo è conforme
alla prammatica. Vi è detto che
le cause devono essere terminate
sopra luogo dai giudici, ai quali
appartiene per diritto, per costume,
o per privilegio di farne cognizio-
ne ; toltone le cause maggiori, che
sono espresse nel gius, con proibi-
LAT
zione di appellare all'ultimo giudi-
ce omi'sso medio j ne d'interporre
appello prima della sentenza defi-
nitiva, se non fosse che l'aggravio
della sentenza definitiva non si
potesse riparare al definitivo.
I cinque articoli seguenti sono
simili in tutto a quelli della pram-
matica, cioè il sesto de' possessori
pacifici ; il settimo de' concubina-
ri; l'ottavo del commercio cogli
scomunicali, che in certi casi non
sono da evitare; il nono degl'in-
terdetti ; il decimo riguarda il de-
creto de sublatione Clenientinae Ut-
terìs. Quanto agli altri due artico-
li della prammatica concernenti le
annate e il numero de'cardinali, il
concordato non ne fa nessuna men-
zione. Si fece poi nel concilio la
lettura della bolla che aboliva la
prammatica sanzione, sulla pretesa
ch'ella fosse notoriamente nulla
per molti capi. Questa bolla fu
ricevuta da tutta 1' assemblea, ec-
cetto dal vescovo di Tortona in
Lombardia, ch'ebbe il coraggio di
opporvisi. Egli protestò che la ve-
nerazione che doveasi avere pel
concilio di Basilea ( conciliabolo
quando si formò la prammatica),
e per l'assemblea di Bourges( ove
appunto la prammatica si slese nel
i438), avrebbe dovuto impedire
che non si mettesse mano in un
affare di tanta importanza; e che
quanto a se, non poteva egli ap-
provare, che punto si revocasse di
quello ch'era fondato sopra l'auto-
rità di que' due concilii, e ch'egli
risguardava l'assemblea di Bourges
come un vero concilio, attesa la
sapienza di sue decisioni. Ma non
si ebbe riguardo alle sue rimo-
stranze. Del rimanente é noto qua-
li forti opposizioni incontrasse il
concordato per parte del parlamea-
LAT
fo, della chiesa di Parigi, e delle
università; le modificazioni colle
quali fu ricevuto dal parlamento;
le dispute e le divisioni alle qua-
li diede occasione la sua esecuzio-
ne. Fu anche letta la bolla intor-
no al privilegio de* religiosi, colla
quale il Papa stabili, che gli or-
dinari avranno diritto di visitare
le chiese parrocchiali che appar-
tengono ai regolari, e di celebrarvi
la messa ; che avranno diritto di
esaminare i religiosi che vorranno
essere impiegati nel ministero; che
quelli che si saranno confessati da
questi religiosi approvati dall'ordi-
nario, si terrà che abbiano sod-
disfatto al canone XJtrìusque sexus.
Il Papa poi entrò in un minuto
dettaglio delle cose spettanti ai
regolari.
XII sessione li 16 marzo del
i5i7. Vi si pubblicò una bolla
che confermava tuttociò eh* era
stato fatto nelle undici sessioni
precedenti, e che ordinava una
imposizione di decime da essere
impiegate nella guerra contro i
turchi, la quale si decretò contro
Selim I, nominandosi per capi della
spedizione Massimiliano I re dei
romani, e Francesco I re di Fran-
cia; la morte di Cesare, e la na-
scente eresia di Lutero, che cagio-
nò tante turbolenze in Alemagna,
resero nullo quel gran progetto.
In tal modo ebbe fine il concilio
generale ed ecumenico Lateranense
V. Molti vescovi dissero, che vi
erano assai altre cose da regolare,
e che non bisognava terminare il
concilio ; ma la pluralità de* voti
la vinse per la chiusura. Dopo di
che un cardinale disse ad alta vo-
ce : Signori andate in pace. Reg.
t. XXXIV; Labbé t. XIV; Ar-
duiao t. IX; Diz, de* concila.
LAT
65
II concilio finalmente del 1725
nella basilica Lateranense , cele-
brato dal Papa Benedetto XI IL
Questo concilio con qualche diffu-
sione lo descrivemmo nel voi. XV,
p. 172 e seg. del Dizionario. So-
lo qui noteremo, che il concilio
trattò cose riguardanti la fede, ì
costumi, e la disciplina ecclesiasti-
ca e sua riforma. Fra le altre co-
se si dichiarò per regola di fede
la bolla Unigenitus di Clemente
XI, condannandosi tutti gli scritti
contro di essa pubblicati. Avendo
concesso Giovanni XI nel 98 1 il
pallio ai patriarchi di Costantino-
poli senza ricorrere alla santa Se-
de, questo concilio revocò la con-
cessione, accordando solamente ai
patriarchi orientali, che soltanto
dopo di averlo essi ricevuto dal
Papa potessero conferirlo ai rispet-
tivi sufifraganei. V. Concilium ro-
manum in sacrosancla basilica La-
teranense celebratimi anno univer-
sali jubilaei 1725 a sanctissimo
Patre et Domino nostro Benedicto
Papa XIII, Romae 1725. Filippo
Federico Hane, De conciliis Late"
ranensik:s^ Riliae 1725. Gio. Fran-
cesco Budeo, De conciliis Latera-
nensibus, Jenae 1725. Rasponi, De
basilica et patriarchio Lateranensiy
lib. II, cap. XI, De conciliis ha-
bitis in basilica Lateranense. Gior-
gio Walchio, Conimentatio de conc,
Later. a Benedicto XIII celebrato,
Lipsiae 1728. Formagliari, Dia-
rio del concilio romano tenuto nel
1725. Gio. Cristoforo Rlemmio,
De conc. a Bened. XIII in Late-
rano habito j Tuh'iogae 1729. Fran-
cesco Antonio Zaccaria, Difesa del
concilio romano tenuto nel 1725,
Ravenna 1782.
LATGER Bertrando, Cacdinale^
Bertrando Latger, nato nella prò-
i66 LAT
\incia d'Alvergna, valente teologo
dell'ordine de' minori, e lettore del
convento di Montpellier, fu pro-
mosso nel 1345 da Cleraenle VI
al vescovato di Ajaccio nella Cor-
sica, da cui venne dallo stesso Pa-
pa nel 1348 trasferito a quello di
Asisi. Avendo per lo spazio di ven-
ti anni con somma prudènza go-
vernata quella diocesi, passò nel
1 368 al vescovato di Glandeve in
Provenza, finche nel maggio o giu-
gno 1371 Gregorio XI lo creò car-
dinale prete del titolo di s. Prisca,
e forse poi ebbe quello di s. Ce-
cilia. Seguì il Papa nel viaggio che
fece d'Avignone a Roma per resti-
tuirvi la residenza pontifìcia. Inter-
venne ai comizi di Urbano VI, che
quantunque lo facesse vescovo d'O-
stia e Velletri, abbandonò per git-
tarsi al partito dell'antipapa Cle-
mente VII. Mori in Avignone nel
1392, e rimase sepolto nella chiesa
de' francescani. Scrisse un libro del-
lo scisma contro gli eretici.
LATICLAVIO o LATICLAVO,
Latìclavius. ì^oào o liste, segni, or-
namenti di porpora, di altro drap-
po o d'oro in forma di testa di
cbiodo tondo o quadrato , ovvero
striscia di tali materie. La toga se-
natoria, per avere [il laticlavio, si
chiamò toga latìclavis. 11 davo ,
clavus, presso gli antichi romani fu
un ornamento in rilievo, una spe-
cie di bottone a foggia di largo
chiodo, d'oro odi porpora, che si
metteva a più file sulle tuniche,
le quali perciò si chiamavano Jn-
gitsticlave o Lalìclave^ secondo che
le fascìe ornate con quei chiodi
erano strette o larghe : alcuni le
collocavano orizzontalmente, altri
verticalmente. Pare piuttosto che i
romani intendessero pe^' davi delle
liste di stoffa di colore difcenle
LAT
dal fondo delle vesti cui erano at-
taccate. Siffatte liste, ossiano larghe
righe, sono altresì chiamate dagli
autori antichi, viae, virgae^virgulaef
tramite s^ liiieae e zonae. Essendo la
tunica una veste che portavasi più
abitualmente in Roma, essa ador-
navasi coi davi per distinzione del-
le classi fra' romani. L'ansruslicla-
o
vo era ornato di due liste strette
di porpora, collocate sul davanti
della tunica, le quali partendo dalle
spalle, andavano fino ai piedi : il
laticlavo avea una sola lista sul
petto. Alcuni dicono che i romani
avessero ricevuto dalle isole Balea-
ri questa veste, che Tulio Ostilio
portò pel primo : diventò in se-
guito comune a tutti i romani, ma
potevano vestire il laticlavo i soli
senatori, gli altri usavano l'angu-
sticlavo. 11 laticlavo era ciò che i
greci chiamavano mesoporphyra,
od ornato di porpora nel mezzo,
mentre la pretesta era periporphy-
ra, o bordata con una lista di por-
pora. 11 laticlavo portavasi sotto la
toga senza cintura, mentre che con
la penula f mantello militare, ciu-
gevasi la tunica. Inoltre si adorna-
vano di davi anche altre vesti dif-
ferenti dall'angusticlavo e dal lati-
davo; la penula medesima non
era che un mantello od una ca-
sacca bordata di davi. La tunica
angusliclava, a liste di porpora, era
in Grecia usata molto dai ricchi;
portavano gli altri delle tuniche a
liste bianche. A Sparta erano proi-
bite le liste di porpora; a Taran-
to l'angustidavo era di una stoffa
leggiera e trasparente ; a Siracusa
usavasi cortissimo. Sul Laticlavo
ed Angusticlavo furono pubblicati
molti differenti sistemi, e tutti lun-
gamente discussi nell'opera di Al-
berto Rubens intitolala : De re ve-
LAT
stmrìa , praecipite de lato davo ,
Anluerpiae i665.
Il Sarnelli nelle Leti. eccl. t. II,
p. 63, parlando della forma di alcune
vesti ecclesiastiche somiglianti a quel-
le degli antichi romani, dice che la
tunicella del suddiacono e la dal-
matica del diacono sono simili al
lato davo de' senatori, ed all' an-
giisto davo de' cavalieri romani.
Aggiunge che le tuniche degli an-
tichi romani erano vesti quadrate,
cioè vesti di due pezzi di panni
quadrati che si affibbiavano sulla
spalla, e perciò aperte dai fianchi. Il
davo o chiodo, secondo il Sarnelli,
altro non era che pezzetti di porpora
rotonda , come teste di chiodi, cu-
cili nel petto della tunica. Varro-
ne nel lib. 8 li chiamò : plaga-
las j quod iis tunica^ ut rete pla-
gis di stili gneretur. I senatori gli
usavano più grandi, e nella tunica
distinta. I cavalieri più piccoli, e
nella tunica cinta ; si€chè quei dei
senatori chiamavansi lati davi^ e
quelli dei cavalieri angusti davi.
I davi di porpora non solo alle
tuniche, ma eziandio alle suppel-
lettili de' letti e delle inense si u-
savano; onde scrissero, Petronio:
latidavia mappa j Marziale : lato
i^niata mappa davo ; e Lampri-
dio: pura et ctavata lintea. Alle
tuniche palmate, e tutte di porpo-
re, si mettevano cuciti i laticlavi
d'oro, come scrive Alicarnasso lib.
3; però il medesimo Sarnelli, nel
toni. X, pag. 43, dice che pei segni
o laticlavi che si ponevano sulle
vesti, queste chiamavansi palmate
se i laticlavi erano d'oro, verru-
cate se di porpora. Conchiude il
Sarnelli che la dalmatica e la tu-
nicella sono simiglianti alle sud-
dette tuniche , e quanto ai pezzi
di poi'pora, riporta dò che disse
LAT 167
Alcuino : habuisse lineai eoccincas
vel ut aia purpureos tramites^ vel
davos pariter purpureos^ ut tuni-
cae senatorum. Il Buonarroti nelle
Ossen'azionì sopra i vasi ahtidd
di vetro riporta Varie ertidizioni
sui davi^ che chiama frammenti e
strisde di porpora nelle tuniche;
che se ne portavano uno, e per
lo piò due; che fu già in uso
presso gli ebrei anche pastori ;
perchè di essi ne furono orna-
te le tuniche de' profeti, del Sal-
vatore e degli apostoli ; de' davi
usati dai pastori e dalle persone
meccaniche, i quali forse non era-
no di rosso buono di porpora ;
de' davi usati dalle donne, e dalle
vergini consagrate a Dio; de' davi
nelle dalmatiche; de' davi d'oro,
de' davi nelle penule ampie e pia-
nete ; del davo detto la porpora,
e del davo creduto erroneamente
ne' bassirilievi e statue non tanto
antiche, quello eh' è il seno supe-
riore della toga. Nel solenne in-
gresso fatto in Roma da M. An-
tonio Colonna nel 1571 , i capo-
rioni incedevano armati con armi
bianche, col laticlavo di velluto
paonazzo foderalo di tocche d'ar-
gento. V. Ottavio Ferrarlo, De
lato clav»y nell'opera : De re vestia-
ri aj e la Biblìogra pìtie curieuse du
Clement, toni. Vili, p. 287. Del
iato davo, nobilissimo ornamento
de' romani, latus clavus, ne parla
pure il Rinaldi all' anno 34, n. 78.
LATIER DE BAYANNE Al-
Foivso Uberto, Cardinale. Alfonso
Uberto de Latier conte de Bayan-
ne, nacque a Valenza di Francia
nel Delfinato, d'una delle più an-
tiche famiglie di quella provincia,
a' 3o ottobre 1739. Fino dalla
puerizia fu destinato al sacerdozio,
divenendo successivamente vicario»
i68 LAT
generale e dottore di Sorbona.
Fu nominato uditore di rota a' 20
oprile 1773, nel pontificato di Cle-
mente XIV, come si legge nelle
annuali Notizie di Roma, e sotto
quello di Pio VI ne divenne il de-
cano. Tale era quando Pio VII Io
creò cardinale diacono nel conci-
storo de' 2 3 febbraio 1801, pub-
blicandolo poi in quello de* 9 ago-
sto 1802; assegnandogli indi per
diaconia la chiesa di s. Angelo in
Pescheria, e per congregazioni car-
dinalizie quelle del concilio, de' riti,
dell' immunità e delle acque. Va
notato, che appena Alfonso ebbe
notizia che sarebbe stato esaltato
alla porpora, divoto al suo re,
prontamente ne diede partecipazio-
|ie a Luigi XVIII, ch'era allora
a Mittau, mentre la Francia era
governata da Napoleone come pri-
mo console, poi imperatore. Nell'an-
no 1808 Pio VII lo incaricò di
una missione in Francia, ove fu
perfettamente accolto dal governo
imperiale, e dopo la quale restò
sempre a Parigi. Napoleone dopo
averlo fatto conte e grande uÒi-
ziale della legione d'onore, lo nomi-
nò senatore nel 1 8 1 3 ; quindi tut-
tavolta il cardinale nel seguente
anno, nel dì primo di aprile, votò
la creazione di un governo provviso-
rio, come ancora la decadenza dello
stesso Napoleone e sua famiglia. H
re Luigi XVIII il primo maggio
1814 lo fece pari di Francia; ma
nel seguente anno alla ricomparsa
di Napoleone in tal regno, reduce
dall'isola dell'Elba, nel primo di
giugno assistè alla messa celebra-
ta nel campo di maggio da M.
di Barrai, per ordine dello stesso
Napoleone. Tuttavolta nel ritorno
de' Borboni, da Luigi XVIII fu
cpnservatp nella lis(a e camera dei
LAT
pari. Nel processo del maresciallo
Michele Ney, fatto nel dicembre di
quell'anno, come ecclesiastico si ri-
cusò di dare il voto per la sua
condanna a morte. D' allora in poi
prese poca parte ai pubblici affari,
e visse ritirato, anco perchè era
divenuto afifatto sordo. Morì improv-
visamente in Parigi a* 27 luglio
181 8, come si ha dalle annuali ci-
tate Notizie, fu esposto pei funerali
nella chiesa di s. Tommaso d'Aqui-
no, indi sepolto nel cimiterio del p.
Lachaise di quella città. Il suo e-
logio fu recitato nella camera dei
pari da Lemercier. Nella distribu-
zione dei titoli ch'erasi fatta in prin-
cipio di quell'anno, il re l'avea
creato duca. Essendo uditore di
rota, pubblicò in Roma nel 1793:
Discorso sopra la mataria e le
malattie che cagiona principalnieìi'
te in varie spiaggie d'Italia. L'au-
tore opina, che le esalazioni della
terra costituiscano quasi per inte-
ro il veleno della maKaria, e con-
siglia di non abitare se non luoghi
il cui circuito sia selciato. Tale o-
pera, siccome ebbe qualche voga, è
divenuta rara. Dopo il 1772 era
Stato in diversi tempi provveduto
di tre abbazie, che gli davano una
entrata di sessantamila franchi, ma
la perdette all'epoca della rivolu-
zione.
LATIL(de) Giambattista Maria
Anna Antonio, Cardinale. Giam-
battista Maria Anna Antonio de
Latil nacque il 6 marzo 1761, nel-
r isola di s. Margherita, diocesi di
Frejus, in Provenza, ove il padre
era comandante. Destinato allo sta-
to ecclesiastico, entrò nel seminario
di s. Sulpizio a Parigi, ove ricevè
i sacri ordini; indi passò nella co-
munità de' preti, posta nella stes-
sa parroqchia , ch'era come una
LAT
scuola pei giovani ecclesiastici per
fbiDiarsi al sacro ministero. All'e-
poca della rivoluzione di Francia
si dice che fosse gran vicario del
vescovo di Vence, ma non è certo.
Volendo partire dalla Francia fu
imprigionato nel 1792. Restituito
in libertà, passando in Germania
$i fermò in Dusseldorf, dedicandosi
alla predicazione. Portatosi in In-
ghilterra, vi fece la conoscenza con
monsignor Conziè vescovo d'Arras,
che godeva la confidenza del con-
te d'Artois, monsìeur, ù'aleììo di Lui-
gi XVIII , allora ritirato in quel
reame, ed alla morte di quel pre-
lato, verso il i8o5 o 1806, il con-
te lo prese per suo confessore, e
non si separò più da lui. All'epo-
ca della restaurazione il conte es-
sendo rientrato in Francia, Giam-
battista fu nominato membro delle
due commissioni formate successi-
vamente nel maggio e novembre
181 4 per gli affari ecclesiastici, e
verso il medesimo tempo monsieur
lo fece suo primo elemosiniere, ed
ebbe l' abitazione nelle Tuileries;
indi segui il principe fuori di Fran-
cia ne* cento giorni che tornò a
regnare Napoleone. Nel 1 8 1 6 a' 7
aprile Pio VII lo dichiarò vescovo
<l'Amiclea in partibiis, e nel seguen-
te anno nel primo ottobre lo tras-
ferì alla chiesa di Chartres da lui
ristabilita col concordato del me-
desimo anno. Ma non avendo que-
sto allora avuto esecuzione , solo
nel 1821 ai 3 novembre ne prese
possesso, formando quindi il suo
capitolo, ed organizzando la dio-
cesi. A' 3i ottobre 1822 Luigi
XVIII lo elevò a pari di Francia.
Poco dopo, ad esempio di altre
diocesi , volendo riunire la cura
della cattedrale al suo capitolo, il
piirropo Cha§le$ reclamando appel-
LAT 169
lo alla corte reale di Parigi ed al
consiglio di stato, ciò che diede
luogo alla pubblicazione di vari
scritti; l'affare non era ancora ter-
minato, quando Leone XII lo tras-
ferì a* 12 luglio 1824 all'arcive-
scovato di Reims, per nomina di
Carlo X già monsieur. In questa
metropolitana solennemente consa-
crò il re a' 29 maggio 1825, di
cui era sempre il confidente e l'a-
mico. L'avvenimento fu celebrato
con medaglia, di cui facemmo parola
nel voi. XXVII, p. \^i del Dizio-
nario. Nel concistoro de' 1 3 marzo
1826 Leone XII lo creò cardinale
dell'ordine de' preti, ad istanza del
medesimo Carlo X, e gli spedì la
notizia di questa promozione, ed il
berrettino cardinalizio, pel marche-
se Giuseppe Melchiorri, una delle
sue guardie nobili, al presente sot-
to-tenente col grado di brigadiere
generale delle medesime , il quale
fu dal re decorato del grado di
cavaliere della legione d' onore. Il
Papa nominò ablegalo apostolico
per la tradizione della berretta car-
dinalizia in Parigi, monsignor Lo-
dovico Altieri, che a tale effetto
dichiarò suo cameriere segreto so-
prannumerario, ed ora cardinale e
pro-segretario de' memoriali. L'im-
posizione della berretta con solen-
ne cerimonia la fece il re a' 22
aprile, indirizzando al cardinale le
parole piìi lusinghiere, cui rispose
con sensi di profonda riconoscenza
il porporato: questi discorsi sono
riportati òb\V Ami de la religion
de' 26 aprile. Nel medesimo tem-
po il cardinale assistè alla riunio-
ne de' vescovi eh' erano in Parigi
presso il cardinal de la Fare ar-
civescovo di Sens, per redigere
un Exposé des sentimens de Vepi-
scopai sur l'ìndépendancc des rois
I70 LAT
dans Vordre temporel. Questa Espo-
sizione fu provocala dalle esage-
razioni dell'abbate de la Menuais
e de'suoi seguaci. L'Esposizione ai
3 aprile fu sottoscritta da quattor-
dici prelati, e fu presentala al re
ai IO aprile per una deputazione
di vescovi, alla lesta de'quali era
il cardinal de Latil; successivamen-
te i vescovi del rimanente del re-
gno aderirono all'Esposizione. Per
la morte di Leone XII si recò a
Roma, ove giunse a' 9 marzo 1829,
ed entrò nel conclave in cui fu
eletto Pio Vili, il quale gli conferì
per titolo la chiesa di s. Sisto, an-
noverandolo alle congregazioni della
concistoriale, del concilio, della re-
sidenza de' vescovi e di propagan-
éaifide. Ritornalo in Francia, l'op-
posizione che minava allora il tro-
no di Carlo X, dopo la restaura-
zione mise sovente avanti il nome
del cardinal Latil, perchè suppone-
va in lui una costante influenza
politica sugli affari ; lo fece com-
parire come capo d'una camarilla^
alla quale attribuiva la secreta di-
rezione degli affari ; questo motto
i giornali lo ripeterono spesso, per
disegnare talvolta l'alto clero, tale
altra il cardinale. Veramente que-
sti avea cessato d'essere confessore
del conte di Arlois quando diven-
ne vescovo di Chartres, essendo
slato rimpiazzato dal sacerdote Jo-
card; la sua influenza di molto
s'illanguidì dopo l'assunzione al
trono di Carlo X, non perchè que-
sti diminuisse la propria stima e
benevolenza per lui, ma perchè si
credette obbligato di cedere alle
considerazioni politiche ed alle esi-
genze de' suoi ministri ; vuoisi pe-
rò che presiedesse alle nomine dei
vescovi di Francia, e sostenne con
successo moliti difUcollà nella sua
LAT
diocesi, allora divisa da opinioni
politiche. Oltre a ciò, cessò di abi-
tare nelle Tuileries, e passò la più
gran parte del tempo successivo
nella sua sede arcivescovile. Ivi era
all'epoca delle ordinanze de' 25 lu-
glio i83o, ed arrivò a Parigi il
27, nel momento che quella capi-
tale era in preda al tumulto della
famosa rivoluzione; in conseguen-
za egli era interamente straniero
all'ordinanza, cui se ne attribuì lo
sviluppo. Tuttavolta seguì il re nel
suo esilio, prima io Inghilterra, a
Lullworth , ad Holyrood, e più
tardi in Germania, per cui non
potè recarsi al conclave in cui fu
eletto il regnante Papa Gregorio
XVI. Governò l'arcidiocesi a mez-
zo de* suoi gran vicari ; monsignor
Blanquet de Rouville , vescovo di
Numidia in partibus , adempì per
lui le funzioni episcopali, mentre
il sacerdote Gros venne incaricato
dell'amministrazione della sede. Fe-
dele al suo re, nel i836 provò il
dolore di perderlo, dopo tanto tem-
po che gli era sinceramente affe-
zionato; questa disgrazia in un al-
l'aflìevolimento di sua salute, gli
rese più penoso il suo esilio. Es-
sendo ancora morto monsignor Rou-
ville, il cardinale si recò in Roma,
forse preso da scrupoli per ritene-
re una sede di cui non ne adem-
piva lutti gli obblighi, onde fu
consiglialo prendersi un coadiutore,
eh' egli di buon grado indicò in
monsig. Gallard vescovo di Meaux;
ma questi appena comparse in Reims
che la morte il rapì. Non conve-
nendo più alla salute del cardina-
le il soggiorno di Gorizia , lasciò
la famiglia reale di Carlo X, e
passò a prendere le acque di s.
Gervasio in Savoia, indi ritornò
in Francia con l' intenzione di fls-
LAT
sarsi ìq Provenza, a naori in Ge-
iiienos diocesi di Marsiglia, la nelle
del 3o novembre venendo il primo
dicembre 1 83g.Fu esposto ne'funera-
li nella chiesa di Gemenos, indi tras-
portato e sepolto, secondo l'idtima
i>ua disposizione, nella sua nietropo'
Jitana di Reiras. Avendolo assistito
il vescovo di Marsiglia nel punto
estremo, in memoria gli donò il
proprio anello. Fu encomiato per
animo leale e costante, per la sua
pietà e contrarietà alle novità , e
per altri meriti e pregi che distin-
sero la sua lunga ed onorabile car-
riera.
LATINA CHIESA e LATINI.
La Chiesa latina è propriamente
parlando la Chiesa romana, ovvero
la Chiesa d'occidente, per opposi-
zione alla Chiesa greca, ovvero al-
la Chiesa d'oriente. Dopo lo sci-
sma de'greci, incominciato nel IX
secolo e consumato nell'XI, i cattolici
romani sparsi in tutto l'occidente fu-
rono detti latini, perchè hanno ri-
tenuto nell'uffizio divino l'uso del-
la lingua latina, l'antica lingua del
Lazio ( Vedi ) j mentre in vece
quelli d'oriente conservarono l' uso
dell'antico greco. Ed è dopo quel
fatale scisma che la Chiesa latina si
considera sola come la Chiesa cat-
tolica (Vedi) od universale; quin-
di sarebbe un abuso in fatto di
dottrina, il volere opporre il senti-
mento della Chiesa greca a quello
della Chiesa latina ; che però non ne
consegue che sia inutile il sapere
ciò che pensavasi nella Chiesa gre-
ca durante il corso de'primi otto
secoli, giacché in allora faceva essa
parte della Chiesa universale. Tan-
to osserva il Bergier nel Dizionario
Enciclopedico y citando il Bossuet
nella sua Difesa della tradizione
dei santi padri. Aggiunge il Bergier
LAT 171
che devonsi necessariamente auire
i padri greci coi padri Ialini per
formare la catena della tradizio-
ne, e farla risalire (Ino agli apo-
stoli. La riunione dei greci e dei
latini, fu inutilmente trattata più.
\olte , massime ne' conoilii gene-
rali di Lione II e di Firenze. la
tempo delle crociate e nel ponli-
fioalo d'Innocenzo IH [Tedi)^ i
latini, cioè gl'italiani e francesi col-
legali, nel 1204 s'impadronirono di
Cosfanlinopoli (Vedi), e vi domi-
narono per più di sessanta anni sot-
to diversi imperatori della loro co-
munione : eccone la serie. Baldovi-
no I conte di Fiandra eletto nel
i2o4; Enrico nel 1206; Pietro de
Courtenay nel 12 16; Roberto de
CoLirtenay nel 1219; Baldovino II
nel 1228, che nel i23i ebbe a
tutore Giovanni di Brienne già re
di Gerusalemme: fu deposto nel
1261, e mori nel 1272. Si nomi-
nò quell'impero de'lalini, perchè ia
sostanza era un impero greco che
i Ialini smembrato avevano, e fon-
dato in questo modo un nuovo im-
pero sulla base dell'antico. Latini
dicevansi fino dai tempi remoti quei
popoli à' Italia ( Vedi ) che abitava-
no il Lazio; passò poscia questo no-
me a tutti coloro che parlavano
la lingua latina, e latini in tempi
posteriori, cioè dopo la caduta del-
l'impero romano, furono detti qua-
si tutti i popoli d'occidente. I som-
mi Pontefici, come furono zelanti
e gelosi mantenitori de'riti de' Gre-
ci [Vedi), COSI lo #furono dei lati-
ni, tranne qualche parlicolar con-
cessione secondo le circostanze. Il
Papa s. Pio V, colla costituzione
Providenlia, de'20 settembre i566,'
rivocò la facoltà già data ai latini
di celebrare gli uffizi divini in rito
greco, siccome ai greci nel rito la-
172 LAT
tino. Clemente XI nel 170^ ricu-
sò di dispensare i missionari latini
a poter usare secondo il bisogno del-
le cose sacre nel rito greco, conser-
vata la libertà di tornare, cessata
la necessità, al rito latino, giacche
com'egli dichiarò, questa variazione
si opponeva all'antica disciplina del-
la Chiesa cattolica, ai decreti de'con-
cilii generali, e alla costante consue-
tudine . Per greci-uniti s' inten-
dono quei greci che sono in unio-
ne alla Chiesa latina, cioè alla* ro-
mana o d'occidente. In oriente gii
orientali chiamano franchi tutti gli
europei, e latini tutti quelli che
ne seguono il rito, ancorché sieno
di diverse nazioni.
LATOPOLI. Sede vescovile del
Basso Egitto, nel patriarcato d'Ales-
sandria, eretta nel V secolo. Stra-
bone la dice città mediterranea e
la chiama Lalonae civitasy altri la
chiamano Leontopolis. Era la capi-
tale di un nomo o prefettura, det-
ta dal suo nome Latopolite^ assai
vicina a Memfi da cui dipendeva,
facendone anzi parte : poi venne co-
nosciuta sotto il nome di Derote o
Deironte. Dalla vita soltanto di s.
Pacomio si apprende che nella cit-
tà di Latopoli nell'anno 34/ fu te-
nuto un concilio. Si conoscono tre
vescovi che ne occuparono la sede,
cioè Paolo che sottoscrisse il con-
cilio di Sardica; Timoteo, ed Apelle.
Oriens christ. t. II, p. 522.
LATOPOLIS. Sede vescovile
della seconda Tebaide, nel patriar-
cato d'Alessandr^ia, eretta nel IV se-
colo. Apparteneva la città alla pre-
fettura o nomo Hermontite, sulla
riva sinistra od occidentale del Nilo,
£|l di là di Dendera. Quivi onora-
vansi Pallade e Lato ; questo Lato,
da cui forse prese il nome la città,
è un pesce che trovasi nei Nilo nei
LAT
dintorni della città che gli arabi chia-
mano Asna o Isne ossia Siene. Laon-
de Co m man ville crede che Latopolis
sia la Siene dei latini, o l'Isne dei
copti, avente molte antichità. Tre
vescovi ne occuparono la sede, cioè
Isacco Meleciano; Ammonio che
sedeva al tempo della persecuzione
di Diocleziano e di Massimiano ; e
Teodoro giacobita, che assistette al-
la riunione de' vescovi della Tebai-
de, i quali portarono le loro lagnan-
ze contro i domestici di Cirillo II
patriarca dei giacobiti. Oriens christ,
t. II, p. 522.
LATRIA, Latria. Culto di reli-
gione dovuto a Dio, cui solo, in at-
testato del supremo suo dominio, e
della dipendenza nostra da lui, si
offre l'incruento sacrifizio. Il culto
di latria ha i suoi atti interni ed
esterni: gli atti interni consistono
neir adorazione propriamente detta,
per mezzo della quale onoriamo
Dio in ispirito e verità come l'Ente
supremo. Gli atti esterni consistono
ne'sacrifizi che non possono essere
offèrti che a Dio solo, perchè sono
essi stabiliti per fare una pubblica
confessione del supremo suo domi-
nio e della nostra dipendenza. Il Ber-
gier dice che la parola latria deri-
va dal greco servo, che in origine
indicava il rispetto, i servigi e tutti
gli uffizi che uno schiavo rendeva
al suo padrone; quindi si adoperò
questo termine per significare il cul-
to che rendiamo a Dio. Come ono-
riamo anco i santi pel rispetto do-
vuto allo stesso Dio, si chiamò
dulia il cullo reso ai santi, a fine
di testificare che questo culto non
è eguale a quello che si rende a
Dio, ma inferioie e subordinato ; co-
sì il cullo d'iperdulia è quello con
cui si onora la Beata Vergine Ma-
ria. F. Culto.
LAT
LATTANZIO Firmiapto. Celebre
autore ecclesiastico, oratore, ed a-
pologista della cristiana religione;
secondo il p. Franceschini, ch'è l'ul-
timo editore delle sue opere, ed al-
tri, nacque a Fermo ; il Baroni© ed
altri Io dicono in vece africano ,
perchè studiò la rettorica a Sicca
neir Africa sotto Arnobio, mentre
non solevano gl'italiani recarsi in
Africa ad apprendere le scienze. A-
veva di già abbracciala la religione
cristiana all'epoca della persecuzio-
ne di Diocleziano cominciata nel
3o3. Fu chiamato in Nicomedia
per insegnare la rettorica, divenne
precettore di Crispo figliuolo di Co-
^ntino, e ritirossi a Treveri, dopo
)a morte del suo scolare, ed ivi pro-
iDabilraente morì verso il 325. La-
sciò diverse opere molto bene scrit-
te in latino, cioè: i.° Un libro sul-
l'opera di Dio, nella quale prova
la creazione dell'uomo e la divina
provvidenza. 2.° Un altro libro sulla
collera di Dio, nel quale vuole egli
provare che Dio è egualmente ca-
pace di collera, come di misericor-
dia. 3.° Sette libri d'istituzioni di-
vine, nelle quali prova la religione
cristiana, e confuta le difllcoità che vi
si oppongono. Fece altresì l'epito-
me od il compendio dei prefati set-
te libri delle istituzioni. Compose
pure uà libro sulla morte de'perse-
cutori. Questa opera ha per iscopo
di mosti-are che gl'imperatori, i qua-
li perseguitarono i cristiani, sono
tutti periti disgraziatamente. Lattan-
zio compose pure altre opere, ed
alcuni gli attribuiscono anche dei
poemi. Osserva s. Girolamo che
Lattanzio abbatte più il paganesi-
mo, anziché fortemente stabilire la
dottrina cristiana; e benché le sue
opere non sieno piene di eresie, co-
me lo pretende il p. d'Arauda, noi»
LAU 173
si può nondimeno scusarlo di di-
versi errori, dappoiché egli è indubi-
tatamente millenario. Lattanzio per
essere tra gli autori ecclesiastici la-
tini il più eloquente, tranne Sulpi-
zio Severo, fu chiamato il Cicero-
ne cristiano, ad onta che Gaspare
Scioppio voglia diminuirne il meri-
to. La migliore edizione delle ope-
re di Lattanzio è quella pubblica-
ta da Le Brun e Lenglet nel 1748
a Parigi, colla di lui vita.
LATUINO o LAIN (s.), primo
vescovo di Seez in Normandia. Cre-
desi che si recasse dall'Italia nelle
Gallie, in compagnia di molti altri
missionari , verso il pi'incipio del
quinto secolo; ma è assai malagevole
fissare l'epoca del suo apostolato.
Egli però fu il primo ad annunzia-
re il vangelo ai sagieni, agli ozi-
mieni e ad altri popoli vicini, e fon-
dò la chiesa di Seez. Corre tradi-
zione nel paese che sia morto e se-
polto lungi una lega e mezzo da
Seez, ove gli fu dedicata una chiesa.
Il nuovo martirologio di Evreux ne
fa rimembranza ai 20 di giugno,
nel qual giorno pure la chiesa di
Seez ne celebrava la festa, che poi
nel suo nuovo breviario pose ai 19
di gennaio.
LAUDI, Laudes. Parte dell'uffi-
zio mattutino. Le laudi mattutina-
li, secondo la più comune opinione,
non si distinguono dal mattutino,
per cui l'Amalario, 1. IV, cap. io,
le chiama : Malutinale offlcium, ciò
che si verifica dal terminarsi con
l'istessa orazione del mattutino. 11
vescovo nelle ordinazioni ingiungen-
do ai diaconi e suddiaconi il i-eci-
tare il solo mattutino, usa queste
parole ; Dicetis noclurnuni talis fé-
riacj e non dice Alatiitiniim, per
non comprendere anco le laudi. Le
laudisono parti dell'uffizio mattutino,
174 LAIJ
né si deblwno dire separatamente dai
notlurni, se non che per una giusta
causa, e quantunque si prenda il
loro principio dal Deus in acljuto-
rhim, tultnvolta non sono un'ora dai
notturni distinta. Si possono le lau-
di separare dal mattutino, ed al-
lora si terminerà quello con l'ora-
«ione solita^ e Bcnedìcanius Domino^
e senza commemorazione alcuna, se
Ti fosse da farsi dopo le laudi, ag-
giunta soltanto sotto voce l'orazio-
ne domenicale, come si legge nel
Colti par. 2, tit. Laudes. Il Macri
però dice che in tal caso si questio-
na se poi al principio delle laudi si
debba premettere e recitare l' ora-
zione domenicale e la salutazione
angelica, come si costuma fare nel
principio delle altre ore canoniche.
Il Navarro tiene la parte affermati-
va, pensando esso che le laudi sia-
no distinte dal mattutmo, insegnan-
do essere otto le ore canoniche, De
erat. cap. HI, n. 64. Altri seguita-
no la parte contraria, mossi dall'e-
sempio di santa Chiesa , la quale
nella notte di Natale, separando le
laudi dal mattutino, non dice Palcr^
né Ave Maria. Le laudi hanno gran-
dissima somiglianza col Tespero, e
perciò si cantano colle medesime ce-
vimonie ed altre solennità , come
prescrive il Caerem.epìsc. lib. II, e. 7.
Sono dette Laudes^ non perchè nel
fine del mattutino s'interponga l'inno
Te Dcum prima d'incominciare le
laudi, come hanno stimalo alcuni, se-
guitando l'opinione del Durando; ma
perchè nelle laudi si recitano alcu-
ni salmi, che contengono le lodi
divine, con invitare le creature a
lodare il loro creatore, particolar-
mente nel cantico Benedicite. Nel
concilio Tolelano IV il vocabolo Ltìfzf-
des significa il prefazio che si can-
ta nella messa. In tiuibusdani quo-
LAU
queHspnnìarnm Ecclexiis laudes post
Apo^tolnni decantantur.Wena con-
dannato questo rito dal medesimo
concilio dovendosi cantare il prefa-
zio dopo l'evangelio. Per le rubri-
che della recita delle laudi si può
vedere la Rubr. gener. Breviar.
Boni. t. i4; ed il Diz» sacro li-
turgico di d. Giovanni Diclich, al-
l'articolo Laudi.
LAUDI ED AccLAMAziom. Una
volta i magistrati e vescovi veniva-
no eletti dai voti e dalle pubbliche
acclamazioni ; erano frequenti nei
primi secoli della Chiesa nelle adu-
nanze de' fedeli: inoltre queste si
praticavano nelle chiese e ne'concilii
per dare dei felici auguri! ai Pa-
pi ed agli imperatori, o per ma-
nifestare i voti dell'assemblea. Co!
mezzo delle acclamazioni vennero
raccolti i suffragi dei padri del con-
cilio d' Efeso, così in quello di Caì-
cedonia, e in due coùcilii romani,
uno tenuto sotto il Papa s. Ilario,
l'altro sotto il Pontefice s. Simma-
co. Per acclamazione furono eletti
diversi Papi. Delle Laudi e litanie
che cantano nel dì della coronazio-
ne del Papa il caidinal primo dia-
cono, gli uditori di rota suddia-
coni apostolici, e gli avvocati conci-
storiali; e nel dì del possesso del
Pontefice il cardinal primo prete
coi medesimi uditori ed avvocati ,
sono a vedersi gli articoli Coronazio-
ne e Possesso de' Pontefici. Il ri-
to delle laudi ed acclamazioni che
dai memorati personaggi si recita-
no nella funzione del possesso che
il Papa prende della basilica Late-
rànense, sua principale sede patriar-
cale, è antichissimo. Allorché s. A-
gostino destinò per successore nella
propia cattedra d'Ippona Eraclio, fu-
rono fatte ad esso e agli altri vesco-
vi laudi ed acclamazioni, Com' egli
LAU
stesso narra. « A notariis Eoclesioe,
siciit cernitis, excipiuntur, qiiae dU
cimus, excipiuntur, quae dicills; et
me US sermo, et vestrae acclamatio-
nes in terram non cadunt. Aptius
nunc dicam. Ecclesiastica gesta con-
fìcimus... A populo acclamatum
est trigesies. Deo gratias, Chrislo
laiide.Sj Exaiidi Christe. Angustino
viia^ dictum, tredecies; Te Patrem^
Te. episcopiinij dictum est octies '*.
Continuarono i cristiani a seguita-
re la tradizione apostolica, prose-
guendo ad invocare in queste ele-
zioni la divina assistenza, come già
gli apostoli aveano fatto nel Cena-
colo in quella di s. Mattia, dicen-
do: Tu Domine^ qui corda nosti
lioniìniiìiìi etc. Di ciò trattarono fra
gli altri lo Scbarffii : Dispula tio
de Matlhìa rile vocato, Wittem-
bergae i652; ed il Bitlelmajori :
Disserlatio de Matlhia sorte ad
apostolatum electOy Witlerabergae
1676. Cencio Camerario nell'Ordi-
ne romano XI l, §1, num. 2, do-
po di aver riferito le laudi ed ac-
clamazioni che si facevano al nuo-
vo Papa, prima dell' epistola nel
giorno della sua coronazione nella
basilica vaticana, dal cardinal ar-
cidiacono, dai cardinali diaconi, dai
suddiaconi e dagli scrinarli, descrive
ancora queste altre che gli ripete-
vano nel suo ritorno ad Later,
Expleta mìssa D, Papae coronatur
ad ^portarli ipsìus ecclesiae ab ar-
chidiacono cum uno diacono, re-
dilque cum processione ad pala-
tiujn. Tunc judices et ad vocali
veniunt ei ohviani sub gradibus, et
porticu, ihìque prior card. s. Law
renli foris inuruni cum judicibus^
et adi'ocalis fnciunt ei laudes .
Avverte il Cancellieri nella Storia
de possessi, che in quello d'Inno-
cenzo IX le laudi furono cantate
LAU 175
senza gli avvocali concistoriali, e
che non Io furono da veruno ia
qwello di Urbano Vili ; come pu-
re, che talvolta le laudi furono
cantate nella sala regia, aida ma-
gna, del contiguo palazzo Latera-
nense, sedendo in trono nella me-
desima sala il Pontefice. Descrive
ancora le laudi fatte ai nuovi Pa-
pi e cantate dagli ebrei di RomS,
nella presentazione della loro leg-
ge, esclamando talvolta : Benedictus
qui venit in nomine Domini.
Di altre laudi o acclamazioni
ne parlammo altrove, come all'ar-
ticolo Domestico; di quelle per gli
imperatori agli articoli Coronazio-
ne DEGLI Imperatori, Dominus, In-
gressi solenni in Roma, discorrendo
delle pompe trionfali; ed Immagini,
per quelle fatte alle immagini degli
imperatori ed imperatrici. 11 Buo-
narroti nelle Osservazioni sui vasi
antichi di vetro, riporta erudita-
mente diverse specie di laudi ed
acclamazioni che qui accenneremo.
Acclamazione a Cristo : IVica, che
vuol dire vincit. Acclamazioni det-
te senza connessione ed unione di
parole. Acclamazioni fatte dagli ar-
tefici, e scritte nelle cose d'uso, e
ne'regali de' saturnali, a nome an-
che di quei che donavano, essen-
done una Nugas vivas. Acclama-
zioni fatte agli aurighi, simili a
quelle fatte ai principi ; dette Lau-
des e Gloria j ne* co» viti diveni-
vano convivali : di questa sorta
sono Fivas, Faleas, Vincas , la
saecula saeculorxim. Acclamazioni
de'concilii fatte ai sommi Pontefi-
ci ed agli imperatori. Acclamazio-
ni a' consoli nuovi, fra le quali :
Bono reipublicae , et ìterum. Ac*
clamazioni delle nozze, una tra es-
se: Utere fdix. Acclamazioni con-
vivali scritte ne' vasi di vetix) :
176 LAU
Anima dulcis ; Anima dulcis fruU'
miir nos sine bile zeses ; Ante sae-
cula rex benedicte j Bibas in pace
Deij Bibe et propina ; Dignitas
amicorum pie zeses cum tuis omni-
bus bibe et propinaj Dulcis ani-
ma vivas j Hilaris vivas cum tuis
felici ter refrigeris in pace Deij Fi-
vas cum caris tuis j Maxima vi'
vas cum dextro. Acclamazioni fu-
nerali de'cristiani verso de' morti
scritte nelle lapidi, nella calcina
che mura le lapidi , e negli anelli ;
si conoscono perchè hanno il no-
me del defunto posto nel vocativo,
ed invece di scriverle neHe lapidi
facevano talvolta che servissero
quelle scritte ne'vasi di vetro che
muravano per segno accanto a* se-
polcri. Acclamazioni funerali notate
nelle iscrizioni : Accepta sis in
Christo j Anima dulcis j Anima
innox cesquas bene in pacej Bene
vixisti bene consumasti j Calenice
dulcis in pacej Dulcis bene ques-
(juas j In pace et benedictione ;
Ispes in Christo j Requiescas in
pace; Sabbati dulcis anima pere
et roga prò fratres et sodales tuos j
Spirilus tuus in pace. Acclamazio-
ni funerali usate anche dai gentili.
Dice il Marangoni che Zeses, ac-
clamazione solita a scriversi ne'fon-
di delle tazze da bere, può alcune
volte significare il nome di Gesù.
LAUNOMARO (s.), abbate, det-
to volgarmente s. Laumer. Nato
nel villaggio di Neuville-la Mare,
lungi Ire leghe da Chartres, passò
i primi anni di sua vita a pascer
le greggi di suo padre^ santificando
questa sua abbietta occupazione
colla pratica di tutte le virtù cri-
sliane . Apprese le lettere da un
santo prete di Chartres, fu suo
malgrado innalzato al sacerdozio,
e divenne successivamente canonico
LAU
ed economo del capitolo. Il desi-
derio di più alta perfezione il so-
spinse a ritirarsi in una foresta del
Perche, verso l'anno 558; e ben
presto si vide attorniato da molti
discepoli . Ma disturbato dalle trop-
po frequenti visite, determinossi di
cambiare con essi soggiorno, e si
stabili lungi sei leghe da Chartres,
in un deserto, ove verso il 575
fondò il monastero di Corbione.
Celebre pel dono dei miracoli e
per uno straordinario spirito di
preghiera, mori a Chartres ai 19
gennaio del 598, nella casa del
vescovo, che alcun tempo prima a-
vealo chiamato a se. 11 suo corpo
fu deposto nella chiesa di s. Mar-
tino in Vallata, borgo di Chartres;
e dopo varie traslazioni le sue re-
lìquie furono abbruciate a Blois
dagli ugonotti nel 1567, meno le
ossa d'un braccio che si conserva-
rono in un'arca. Il di lui capo è
nel priorato di Maissac in Alver-
gna, che dopo il 912 porta il no-
me di s. Launomaro. Il giorno
della sua morte è sacro alla sua
ricordanza.
LAURA. Dimora degli antichi
monaci. Questo vocabolo deriva
dal greco, e significa piazza, strada,
villaggio, casale o casolare. Il Ma-
cri nelle Not. de" vocab. eccl. dice
che gli autori non sono tutti d'ac-
cordo sulla differenza ch'era vi an-
ticamente tra Laura e Monast^ro^
e che dal nome greco villa o vil-
laggio derivò il nome di Laura,
perchè la moltitudine delle celle
sparse comparivano da lontano co-
me un villaggio. Alcuni pretendo-
no che laura significasse un vasto
edifizio, che poteva contenere fino
a mille monaci ed anco di più;
ma dalla storia ecclesiastica appa-
risce che gli antichi monasteri del*
LAU
la Tebaide non furono giammai
di una tale estensione. V. Cella.
Quindi l'opinione più probabile è
che i monasteri fossero, come quelli
d'oggidì, grandi fabbricati cioè, di-
visi in sale, cappelle, chiostri, dor-
mitoi e celle per ciascun monaco;
mentre in vece le laure erano spe-
cie di villaggi o casali, di cui cia-
scuna casa ovvero cella era occu-
pata da uno o due monaci al più,
i quali vivevano separati a guisa
di eremiti ; e questo è pure il
sentimento di Cirillo nella vita di
s. Saba. Laonde gli odierni mona-
steri de' certosini sembrano rap-
presentare le antiche laure, e le
case degli altri monaci corrispon-
dono ai monasteri propriamente
detti. I monaci delle antiche lau-
re, com'anche i certosini ne' pri-
mordi del loro ordine, congrega-
vansi una sola volta per settimana
nella chiesa per ascoltare la s. mes-
sa, ricevere la comunione, e reci-
tare r uffizio in comune; quindi
mangiavano tutti insieme nel re-
fettorio. Questo nome di laura è
proprio soltanto degli antichi mo-
nasteri d' oriente o d' Egitto, non
essendosi mai usato parlando di
quelli d'occidente. La prima laura
si vuole fondata da s. Cantone
(Fedi), che alcuni dicono essere
lo stesso che fu martirizzato sotto
Aureliano; mentre altri sostengono
in vece che fu un altro Cantone,
il quale fondò la sua laura alla
distanza di circa sei miglia da Ge-
rusalemme, soltanto dopo che s.
Ilarione ebbe introdotta la vita
monastica nella Palestina. Delle
laure ne discorre il Sarnelli, Lett.
eccl. t. Ili, lett. XLIV. Non esse-
re credibile la gran moltitudine
de'monaci, da alcuni autori de-
scritta anche in un sol monastero
vot. xxxvir.
LAU . Ì77
o laura. Descrive le laure il Ri-
naldi all'anno 4^0, n. 22, e quella
di s. Eutimio; aggiunge all'anno
477, n. 21, che tal santo dopo
morto ordinò che si distruggesse la
sua laura e tutte le celle, ed in
vece si fabbricasse un monastero.
LAURETANI o LORETANl,
Ordine equestre. Paolo IH istituì
il collegio, o uffizii Vacabili [Fedi),
de'cavalieri lauretani, perchè fosse-
ro pronti alla difesa della città di
Loreto, dove si venera la santa Ca-
sa ove incarnò il divin Verbo,
contro l'invasione de' turchi, senza
però l'entrata fissa per i frutti an-
nui de'medesimi cavalierati, lo che
diede motivo a Gregorio XIII di
estinguere detto collegio in varie
sessioni ed anni. Il suo immediato
successore Sisto V, allorché eresse la
sede vescovile di Loreto, volle rin-
novare nel i586 il collegio me-
diante la bolla Postquam divina
clementia t. IV, par. IV del Bull.
Roni., con duecento cavalieri lau-
retani, per la somma di centomila
scudi, da pagarsi da quelli che
bramavano esservi annoverati ; po-
nendo i cavalieri sotto la prote-
zione della Beata Vergine di Lo,-
reto. Dipoi a' 21 luglio i588,
colla bolla Romanum decel Pon-
tifìcem, ampliò il collegio aggiun-
gendovi altri sessanta cavalieri per
trentamila scudi, giacché ogni va-
cabile di cavaliere si acquistava
coU'esborso di cinquecento scudi.
In queste due creazioni il Papa
assegnò ai cavalieri le rate sopra
le spedizioni di Dataria e Cari'
celleria (Vedi)^ e specialmente
sopra le dispense matrimoniali di
minor grazia, che come più nume-
rose, compirono la tassa di scudi
duecento per ciascun uffizio. I ca-
valieri lauretani, quantunque am-
12
lyS LAU
mogliali, potevano godere pensioni
sopra i benefizi ecclesiastici, sino
alla somma di duecento scudi d'o-
ro ; era loro permesso di lasciare
queste pensioni ai loro eredi, i
quali avevano diritto di goderne
per tre anni, passati i quali esse
ritornavano alla camera apostolica.
Gli altri privilegi che Sisto V ac-
cordò ai cavalieri lauretani erano
considerabilissimi, imperciocché go-
devano essi dell'esenzione da qua-
lunque gravezza, erano riputati
commensaU e famigliari del Papa,
e potevano portare le aste del suo
baldacchino in alcune occasioni,
come nella processione del Corpus
Domini. I loro primogeniti aveva-
no il titolo di conti di Laterano
o Lateranensi, ed i secondogeniti
di cavalieri dorati o aurati ; e se
tra' loro figliuoli alcuno abbraccia-
va lo slato ecclesiastico, avea di-
ritto di portare l'abito di notaro
apostolico : sebbene i cavalieri lau-
retani cessassero di essere parteci-
panti, continuarono a godere il ti-
tolo di conti Lateranensi. A tali
privilegi era però annesso 1' obbli-
go di difendere dai corsari le spiag->
gie della Marca d' Ancona, dagli
assassini la Romagna, e di custo-
dire la città e santuario di Lore-
to. Il Giustiniani mW Historie de-
gli ordini equestri^ a p. 345» chia-
ma questi cavalieri di s. Maria di
Lorelo detti lauretani^ ma ne at-
tribuisce r istituzione a s. Pio V,
e che dopo la sua morte ebbe ter-
mine l'ordine, ciò che non é vero.
Quando Sisto V premiò il Fonta-
na per l'erezione dell'obelisco vati-
cano, lo creò cavaliere dello spe-
ron d'oro, e gli donò dieci vaca-
bili de' cavalierati lauretani. In se-
guito Alessandro VII nel i656
crebbe il numero de' cavalieri a
LAU
trecentotrenla, aggiungendovene set-
tanta. Ciò fece in occasione di
traslatare e commutare le specie
de' monti vacabili, per minorazione
de' frutti e per l'estinzione' de'capi»
tali. In progresso di tempo mancò
lo splendore a questa ìiobile mili-
zia, ed al tempo del p. Bonanni
più non esisteva, o almeno erano
divenuti ulfiziali della cancelleria
apostolica. Così egli dice a p. LXIV
del Catalogo degli ordini equestri ^
stampato in Roma sotto Clemente
XI, ove ce ne dà la figura por-
tante appesa al petto una meda-
glia d'oro, insegna dell' ordine, a-
vente da un lato l'immagine della
Madonna di Loreto, dall' altro lo
stemma di Sisto V che aveva con-
cesso ai cavalieri tal distinzione.
LAUREO o LAURI V^cenzo,
Cardinale. Vincenzo Laureo o Lau-
ri, nato in Tropea nella Calabria da
miserabili genitori, ma di onesta e
civile condizione, bene educato per
opera di una sua sorella chiamala
Beatrice, presso Ferdinando duca
di Nocera, questi gli pose tale a-
more come a proprio figlio. Sino
dai primi anni diede manifesti se-
gni di straordinaria saviezza e gra-
vila di costumi, indi apprese con
incredibile celerilà le lettere gre-
che e Ialine da Giovanni Padilla
spagnuolo, a cui il duca avea af-
fidato l'educazione morale e lette-
raria del suo figlio Alfonso e di
Vincenzo coetanei. Il Padilla, sic-
come uomo quanto dotto alfrettan-
to d'illibati costumi, pose ogni stu-
dio d' istillarli ne'suoi allievi, par-
ticolarmenle la divozione verso la
Beata Vergine, colla giornaliera re-
cita del suo uffizio, ciò che il Lau-
reo continuò per tutta la sua vi-
ta. Col favore del duca, Vincenzo
si trasferì a Napoli, e poi a Pado-
LAU
va dove nelle facoltà filosofiche,
mediche e teologiche fece tali e si
mirabili progressi, sino a ritene-
re a memoria la Somma dell' an-
gelico s. Tommaso, com'ebbe a te-
stificare s. Pio V. Condottosi a
Roma poco mancò che un fiero
toro l'uccidesse presso la piazza di
s. Marco, dappoiché sollevatolo in
aria colle corna, tuttavia non pati
alcun detrimento. Indi entrò nella
corte del celebre cardinal Parisio,
ove strinse amicizia sincera con
Ugo Boncompagni, poi Gregorio
XI II. Passò quindi in quella del
cardinal Nicolò Caddi, il quale ta-
le stima prese per Vincenzo, che
levatosi un giorno dal capo il cap-
pello cardinalizio, lo pose su quel-
lo suo, dicendogli : Ti auguro que-
sto onore, che non dubito un gior-
no conseguirai. Dopo la morte del
cardinale, entrò nella corte del
cardinal di Tournon, il quale per
segno di affettuosa stima gli rinun-
ziò due pingui priorati di Polonia,
che poi Vincenzo rinunziò a' ge-
suiti, coll'obbligo di mantenere nei
medesimi due loro missionari. Tras-
feritosi col cardinale in Francia,
fu richiesto dal cardinale Ippolito
d'Este legato a lalere in detto re-
gno. Ivi acceso di zelo per propa-
gare la religione cattolica, conver-
tì parecchi calvinisti,, e concorse a
confermare nella romana credenza
Antonio re di Navarra, che in pun-
to di morte persuase a ricevere i
sagramenti, in qualità di suo me-
dico. Piitornato a Roma col cardi-
nal d'Este, che gli donò tremila
scudi, s. Pio V lo fece vescovo di
Mondovi e nunzio a . Maria Stuar-
da regina di Scozia. A cagione del-
le politiche vicende di quella regi-
na, dovè fermarsi a Parigi, indi
portarsi alla sua chiesa. Nei brevi
LAU 179
che il Papa avea scritto alla regi-
na, celebrò il nunzio qual uomo
di singolare e rara virtù, fornito
di dottrina e prudenza. Visitò la
città e diocesi di Mondovi, e sic-
come a cagione delle guerre reli-
giose la trovò piena d'eretici, con
dolcezza e con rigore li bandì da
essa. Fondò il seminario, pacificò
nobili e cittadini. Fu inviato nun»
zio ad Emmanuele Filiberto duca
di Savoia, che per la venerazione
che concepì, a di lui istanza espul-
se tutti gli eretici dal Piemonte.
Gregorio XIII, suo antico amico, lo
trasferì alla nunziatura di Polonia:
portatosi prima in Roma per la
morte del re, fu dal Papa accollo
e trattato nel palazzo apostolico,
finché eletto per nuovo re Enrico
di Francia, partì per Parigi per
congratularsene, e con lui passò in
Polonia. Ivi con zelo promossegli
interessi della religione, combattè
gli eretici, guadagnò alla fede An-
drea Lorichio ambasciatore del re
di Svezia, e persuase Giovanni re
di Svezia a ricevere il dotto ge-
suita Antonio Possevino nunzio
pontificio, il quale impegnò Sigis-
mondo figlio del re e tutta la fa-
miglia ad abbracciare il caltolici-
smo. Dopo la repentina partenza
del re Eurico dalla Polonia, per
salire sul trono di Francia, il nun-
zio senza effetto si adoperò perchè
fosse eletto in successore Massimi-
liano II re de' romani, ma non
essendovi riuscito gli convenne riti-
rarsi in Slesia. Divenuto re Stefa-
no Batorio, il nunzio gli racco-
mandò la fede cattolica, e la buo-
na corrispondenza con Ridolfo \\
re de'romani; e nel concilio pro-
vinciale di Petricovia ottenne a
fronte degli sforzi degli eretici, che
fosse mantenuta illesa l'ecclesiasti-
,8o LAU LAU
ca giurisdizione ed immunità, e lauto pranzo, nel quale egli con-
che senza alcuna eccezione fossero tento di scarso alimento, tutto il
accettali i decreti del concilio di suo diletto riponeva nella loro con-
Trento; laonde il celebre cardina- versazione. Voleva però che a
le Osio assicurò il Papa, che per mensa sempre si leggesse qualche
opera del vescovo di Mondovi e- libro sacro. Riguardò i suoi fami-
rasi nella Polonia meglio propaga- gliari e domestici con amore pa-
la la cattolica religione, ed accre- terno, occupato assiduamente nel
scinta l'autorità della Sede aposto- procurare i loro vantaggi. Meritò
lica. Tornato in Roma a rendere di goder l'amicizia de' ss. Carlo
conto della sua nunziatura, quan- Borromeo , Filippo Neri , Ignazio
do pensava restituirsi alla sua chic- Lojola, Camillo de Lellis, Felice
sa, da Gregorio XllI fu deputato da Cantalice e Francesco Borgia,
prefetto della congregazione isti- Siccome poi avea goduto l'amici-
tuita per la correzione del calen- zia di Bernardo Tasso, la continuò
dario romano; se non che l'im- anco al figlio Torquato che seni-
matura morte del duca di Savoia pre accarezzò e favori, come rile-
r obbligò ad un nuovo viaggio per vasi dalle sue lettere. Giunto alla
esortare Carlo Emmanuele figlio età d'anni sessantanove, nell'ultima
del defunto a mantenere la pace, malattia, munito de' santi sacra-
Neir esercizio di questa nunziatura, menti, due volte benché grave-
benchè assente, Gregorio XIII ai mente infermo ricevè nella cap-
12 dicembre i583 lo creò cardi- pella domestica vestito da cardi-
nale prete, poi ebbe il titolo di s. naie il s. Viatico^ e con tal fer-
Maria in Via, e fu fatto prefetto vore, che sembrava un angelo. As-
delle congregazioni de' riti e dei sistito da s. Camillo de Lellis, che
vescovi e regolari , non che prò- ne predisse la morte, firn di vi-
tettore de'minimi, de'ministri de- vere in Roma nel 1592, con fa-
gl' infermi, e del regno di Scozia, ma universale di uomo dotto e
In tal qualifica riconobbe giuridi- santo. Fu sepolto nella chiesa di
camente il testamento dell' infelice s. Clemente suo secondo titolo, ove
regina Maria Stuarda decapitata gli fu eretto un monumento con
in Londra, da lei scritto in fran- l'arme gentilizia, e col di lui no-
cese il giorno precedente alla sua me scolpito in metallo. Lasciò la
morte. Il cardinale lo sottoscrisse suppellettile a' suoi famigliari e
e consegnò al conte di Olivares domestici, la biblioteca al collegio
ambasciatore di Spagna in Roma, romano, e l'eredità a' religiosi mi-
Si trovò presente a quattro con- nistri degl'infermi. La vita di que-
clavi, ma non giunse in tempo a sto pio e degno cardinale la scris-
quello in cui fu eletto Sisto V. Il sero il Castiglioni, e Ruggero Trik-
suo carattere schietto e sincero, toni suo segretario in latino, che
non solo faceagli pronunziare con il Rossi stampò a Bologna nel iSgg.
senatoria libertà i propri sentimen- Si vuole che il cardinale compilas-
ti, ove la necessità o la giustizia se la vita del cardinal Tournon,
Io richiedeva, ma gli faceva ri- suo generoso benefattore,
guardar gli amici con affettuosa LAURERIO o LORKRIO Dio-
beuevplenza, trattandoli sovente a wisio, Cardinale, Dionisio Laure-
LAU
rio o Lorerio nacque in Beneven-
to da miserabili genitori di oscura
condizione, che il INicaslro nella
sua Pinacoteca Beneventana dice no-
bili ed illustri. Professò in tenera
età nell'ordine de' servili, dove la
sua singolare dottrina ed eloquen-
za gli meritò le prime cariche.
Lesse filosofia, matematica . e teo-
logia in Perugia, Bologna e Roma,
e come eccellente predicatore con
molta gloria predicò in molti dei
più famosi pulpiti d' Italia. Enrico
Vili re d'Inghilterra lo fece suo
ministro presso la santa Sede in
luogo di Tommaso Crammer suo
cappellano. Questi giunto in Lon-
dra mise in ottima vista Dionisio
al re, alla cui corte d'ordine di
Clemente VII dovette poi trasfe-
rirsi per urgentissime cause, e per
affari di religione. Restituitosi a
Roma, il Papa lo nominò generale
del suo ordine , ma egli anziché
prevalersi del breve di nomina ,
raccolto il capitolo rimase a pieni
voti nell'addossatogli ministero sta-
bilito e confermato, quantunque ciò
dispiacque a lui solo, che ripugnan-
te e piangente accettò. Spedito da
Paolo III nel i536 a Giacomo V
re di Scozia pel concilio generale,
con prerogative di legato a latere
e facoltà amplissime per visitare,
correggere e riformare monasteri
di monache, conventi di frati, col-
legi, capitoli, università, chiese di
sacerdoti secolaii e regolari, cosa
che non poteva cadere più in ac-
concio attesa l'apostasia di Enrico
Vili dalla Chiesa romana, e con
lui lutto il regno d' Inghilterra, il
quale come confinante colla Scozia
poteva agevolmente comunicargli i
suoi errori ; disordine a cui si pro-
curava di prevenire colla riforma
dell'uno e l'altro clero. Dopo que-
LAU i8i
sta legazione da lui compiuta cou
dignità e valore. Paolo III a' 12
dicembre i539 lo creò cardinale
prete del titolo di s. Marcello, e
nel i54o vescovo di Urbino. Il
Papa per distinzione gli trasmise
la berretta cardinalizia per mezzo
di Pier Luigi Farnese , duca di
Parma e Piacenza , cioè gli avrà
recato la notizia della promozione
ovvero la berretta de' regolari, giac-
che solo a questi Gregorio XIV
accordò la berretta rossa come l'u-
savano gli altri cardinali. Continuò
la suprema prefettura dell'ordine,
sinché fu destinato legalo della
provincia di Campagna, ma riten-
ne r arcidiaconato di Benevento ,
che conservò fino alla morte. Si
narra che Dionisio trattando fami-
gliarmente negli sludi di matematica,
in cui era eccellentemente versato,
col cardinal Farnese poi Paolo III,
gli predisse il pontificato, onde que-
sti gli pose subito in testa la sua
berretta cardinalizia. Lo stesso Pon-
tefice, e r imperatore Carlo V sog-
giornando in Lucca, d'unanime con-
senso incaricarono il cardinale di
portarsi in Firenze per indurre il
duca a consentire alla celebrazio-
ne del conciho generale. Si trat-
tenne tre mesi, parte co' suoi frati
in Firenze, e parte nel Monte Se-
nario onde rimettersi in salute, e
ricuperare le perdute forze : in tale
occasione ottenne che il duca fa-
cesse restaurare i bagni di s. Fi-
lippo. Quanto il cardinale fu fa-
vorevole a Carlo V, altrettanto si
mostrò contrario a Francesco I
re di Francia, per cui una volta
con gran ardore perorò contro di
lui in pubblico concistoro, del che
fu energicamente ripreso dal car-
dinal de Cupis decano del sacro
collegio. Morì in Roma d'anni qua-
i82 LAV
rantacinque nel i542, e fu sepol-
to nella chiesa del suo titolo con
elegante iscrizione. Fu quasi d'o-
gni sorte di scienza a meraviglia
ornato, prudente, grazioso nel con-
versare per la sua dolce eloquen-
za, ond'era amalo da quanti lo pra-
ticavano.
LAURIAC, Laurìacum. Luogo
di Francia nell' Anjou. Neil' anno
843 vi si tenne un concilio, in cui
si fecero quattro canoni, de* quali
i due primi anatematizzano coloro
che non obbediscono al re. Diz.
de* concila.
LAUS TIBI DOMINE REX AE-
TERNAE GLORIAE. Si dicono
queste parole invece dell' Alleluja
nel principio delle ore canoniche,
cominciando dalla settuagesirna fi-
no a Pasqua, per decreto di Ales-
sandro II del 1061. Gem. lib. IV,
e. 117; Baronio an. 1078. Con-
tengono il medesimo significato che
V Alleluja (Fedi), si pronunziano
nondimeno in segno di mestizia
in lingua latina, come più umile
e bassa dell'ebrea, come si espri-
me il Macri, citando Alenino, cap.
De septuag, V. il Cecconi, Disser-
tazione dell' Alleluja, num. XI.
LAVABO. Termine di chiesa che
dicesi: i." dell'azione dei sacerdoti,
i quali si lavano le dita celebran-
do la messa ; 2.** della parte della
messa, in cui quell' azione viene
fatta; S.** del pannolino con cui il
sacerdote asciuga i diti, dopo es-
serseli lavati, in seguito all' of-
fertorio; 4-" ^^lla carta su cui so-
no scritte o stampate queste pa-
role. Lavabo inter ìnnocentes ma-
nus meas, ec. Anticamente in al-
cune chiese recita vasi questo solo
versetto Lavabo; in oggi si dice
tutto il restante del salmo 25, da
cui è tolto, col Gloria Patri, ec-
LAV
celtuate le messe dei morti, e in
quelle de tempore, dalla domenica
di Passione fino al sabbato santo
exclusive; ma non però nelle messe
votive de Passione e de Cruce ,
che nel tempo pure si celebrano
di Passione, come avverte il Colti,
Dici, liturg. par. I, tit. Lavabo.
I certosini ed i domenicani reci-
tano il salmo Lavabo arrivando
soltanto fino al versetto Ne perdas
cum impiis, inclusivamente. Quan-
to all'azione della lavanda delle di-
ta, il sacerdote colle mani giunte
si porta in cornu epìstolae, dove
infondendogli l'acqua il ministro,
si lava le mani, cioè l' estremità
delle dita pollice e indice, dicendo
il salmo ec, ed il Gloria Patri
nello stesso cornu epislolae. Nel IV
secolo s. Cirillo di Gerusalemme ,
Cath. Mystag. i5, e l'autore del-
le Costituzioni apostoliche \. 2, e. 8,
n. II, osservano che quest'atto di
lavarsi le mani è un simbolo della
purità dell'anima che devono ave-
re i sacerdoti nella celebrazione del
santo sacrifizio. La lavanda delle
mani poi che fa il sacerdote pri-
ma di vestirsi per la messa, o per
altra sacra funzione, significa la mon-
dezza esteriore, eh' è naturale alla
convenienza ed alla riverenza che
devesi a' sacrosanti misteri che si
accinge a trattare , ed alle sacre
funzioni ch'egli va a fare. Questa
esteriore mondezza indica pure la
mondezza interiore, colla quale si
deve avvicinare ai tremendi miste-
ri. Il p. Le Brun, Spieg. delle ce-
rem. della messa tom. II, p. 343,
nota le diversità assegnate al tem-
po per fare questa azione. Secon-
do r ordine romano si fa imme-
diatamente avanti l'oblazione; nel-
le chiese di Francia e di Germa-
nia immediatamente dopo ; in al-
LAV
cune si usa farla avanti e dopo.
V. le note del p. Morando sul Sa-
cramentario di s. Gregorio I, p.
370 e 371.
LAVAL o LAVAL GUYON ,
LavaUiuììiy Vollis Guidonìs. Città
di Francia nella bassa Maina, ca-
poluogo del dipartimento della
Mayenne di circondario e di can-
tone, nella diocesi di JMans. E si-
tuata sopra un colle alla riva de-
stra della Mayenne, che la divide
dal più grande de' suoi sobborghi
con cui comunica mediante il pon-
te recentemente costrutto. Il vec-
chio castello, sormontato da alta
torre rotonda, fu un tempo la di-
mora dei duchi di Lavai, e poscia
de'duchi della Tremouille. In fian-
co vi fu eretto altro bel castello.
La chiesa della ss. Trinità, costrut-
ta sull'area d'un tempio di Giove,
è di rimarchevole architettura go-
tica mischiata colla moderna ; quella
de' francescani si distingue per la
volta di legno dipinta, e per le
sue trenlasei colonne, metà in mar-
mo rosso, e metà in marmo nero;
nel gran sobborgo si vede la chie-
sa di s. Veneranda. La città è assai
manifatturiera, massime di tele,
e vanta diversi uomini illustri. Si
crede fabbricata sotto Carlo il Cai.
vo onde arrestare le scorrerie dei
bretoni. Divenne il capoluogo di
una delle grandi signorie di Fran-
cia, possedute dalla famiglia dei
Guy, e ch'ebbe per molto tempo
il titolo di baronia. Carlo VII nel
14^9 la eresse in contea colla di-
gnità di pari. Edme di Lavai, ere-
de di questa signoria, portolla in
dote a Matteo II sire di Montmo-
rency, il cui figlio prese il nome
di Lavai che lasciò a' suoi discen-
denti. Ma nel i52i Francesco de
la Tremouille ne divenne possesso-
LAV ia5
re sposando Anna di Lavai. Fu
presa per iscalata da Talbot gene-
rale degli inglesi nel 1466, indi
nell'anno seguente ripresa da' fran-
cesi sotto la condotta dei signori
del paese. Molto soffrì durante la
guerra della Vandea, e fu presa
nel 1793 dai vandeisti. Ne' suoi
dintorni ebbe origine la cosi detta
diovaneria, della quale i quattro
fratelli Chovan, abitanti della cam-
pagna, furono i creatori ed i pri-
mi capi. Da ultimo il eh. J. Gre-
ti Aeau Joly ci ha dato 1' Hisloire
de la Vandee mìlitaire^ la cui XII
edizione aumentata di più di mil-
le pagine di nuovo testo, venne
pubblicata nel i843 in Parigi dal
Gosselin.
Nel 1242 vi si tenne un conci-
lio, che presiedette Giuvelio di
Magonza arcivescovo di Tours, e
vi fece alcuni regolamenti di di-
sciplina. Il terzo de' medesimi sta-
bilisce che gli abbati non potran-
no cambiare i priori. Il quarto
vieta agli arcidiaconi di trattare le
cause di matrimonio, o di simonia,
senza un potere speciale del vesco-
vo, e di avere officiali fuori della
città. Il quinto richiama le pene
stabilite dai canoni contro gli ec-
clesiastici che difendono cause nei
tribunali secolari. Il settimo rin-
nova il divieto fatto ai religiosi di
avere in proprietà del denaro per
acquistarsi degli abiti. L'ottavo di-
chiara che colui il quale rimane
scomunicato un anno, dev* essere
punito coli'interdetto del luogo ove
abita. Il nono ordina che coloro
i quali sono accusati di aver fatto
ingiuria alle chiese, e contro i
quali vi sono de'forti sospetti, si
purghino canonicamente, e venga-
no puniti se non riescono a farlo.
Labbé t. XI; Arduino t. X.
i84 LAV
LàVAL MOINTMORENGY Lo-
dovico Giuseppe, Cardinale. Lodo-
vico Giuseppe Lavai de Monttno-
jenny, nobilissimo francese, nacque
in Blaycler diocesi d'Angouléme nel
1724- Ricevuta una educazione
conveniente alla sua cospicua con-
dizione, egregiamente compì il cor-
so degli studi, dopo i quali avendo
abbracciato lo stato ecclesiastico,
meritò di essere nominato vescovo
di Condom, sede a cui lo preconiz-
zò il Papa Benedetto XIV nel
concistoro de' i3 marzo lySS. Da
questo vescovato lo traslatò a quel-
lo di Metz Clemente XIII a 6
aprile 1761, indi fu dal re di
Francia dichiarato gran limosiniere
del regno. Ad istanza del re Lui-
gi XVI, il Pontefice Pio VI nel
concistoro de' 3o marzo 1789 lo
creò cardinale dell'ordine de'preti.
Inoltre Pio VI dichiarò il di lui
nipote Anna Pietro de Lava} Mont-
morency, cameriere segreto sopran-
numerario, ed ablegato apostolico
a recargli la berretta cardinalizia.
A cagione delle politiche vicende
de'tempi non potè intervenire al
conclave in cui fu eletto Pio VII,
né in Roma a ricevere l'insegne,
il cappello e il titolo cardinalizio,
restando sempre fedele ai Borboni,
per cui Napoleone nel 1806 nomi-
nò alla sua sede di Metz Gaspare
JaufFret. Lodato per belle qualità,
d'anni ottantaquattro mori in Alto-
na, nel mese di marzo 1808.
LAVANDA o LAVaMENTO
DEGLI Altari. Cerimonia che pra-
ticasi nel giovedì santo, nella ba-
silica vaticana ed in alcune altre
chièse, all'altare maggiore, mentre
prima era più comune,, come de-
scrivemmo all' articolo Altare, §
Vili, Lavanda dell' altare. Questa
lavaada ha luogo dopo lo spoglia-
lav
mento degli altari, che ci ricoi*da
Gesù Cristo figurato dall' altare,
quando fu spogliato delle sue ve-
sti in tempo di sua passione ; do-
po la lavanda il popolo suole ba-
ciare gli altari. Sembra che questa
cerimonia della lavanda non sia sta-
ta introdotta solo per pulire gli alta-
ri, avvicinandosi la festa di Pasqua,
come congetturarono il Battelli, De
ritu ec. ; e Du Vert, Des cèrénio-
nies de V Eglise t. I, p. 36, però
la ragione mistica dicesi figurare
la lavanda de' piedi fatta da Gesù
Cristo agli apostoli. Monsignor
Cristoforo Battelli ci diede : Ritus
annuae ahludonis altaris majoris
sacros. bas. Val. in die Coenae
Domini explicatiis^ et illuslratus.
Romae 1676 et 1072. Questo rito
che stolt<imente fu praticato in o-
nore de' falsi Dei anche dai gen-
tili, i quali con acqua lustrale ne
lavavano con solenne rito le sta-
tue, ed aspergevano il popolo, le
are e le immagini degli stessi Dei,
è in uso non solo presso i greci,
ma anche presso i latini, in tutte le
chiese degli ordini de' predicatori,
come attesta Cavalieri vescovo di
Gravina , nella Staterà sacra, til.
IV, n. 127; e carmelitani comesi
ha dal Fantoui, in Caerem. Carmeli-
tan. lib. II, p. 242. Ih alcune
chiese gallicane e spagnuole si be-
nediceva l'acqua e il vino che dove-
vano servire per questa lavanda,
che face vasi altrove coli' acqua di
rose e coll'isopo mischiato all' ac-
qua e al vino dai sacri ministri,
i quali si vestivano di bianco coi
piedi nudi, ovvero assumevano i
paramenti violacei, aggiungendo in
fine la commemorazione del santo,
in onore di cui era eretto l'altare.
Ma in nìun luogo si eseguisce la
funzione con più nobili cerimonie,
LAV
come uetla basilica vaticana, illu-
strale dal Marlene, De ant. tccl.
rit. t. Ili; da Benedetto XIV, De
festis p. 139; e particolarmente
con singolare dottrina da Giuseppe
Suaeres vescovo di Vaison, vicario
della basilica, coll'opera intitolata ;
De ri tu, qui ohsetvalur in has. Val.
qiLoUinnis in die Coena Domini ^
ut sub occasum solis procedente
chorOy clerus omnis cuni aspergillus
altare super Aposloloruin Confes-
sioneni extructum vino diffuso la-
vet^ atque adspergat, et probatur
esse antiquissiniuni usum, Romae
1676.
Varie sono le spiegazioni che
danno i liturgici di (juesli riti. Es-
sendo, come dicemmo, l'altare in
più luoghi della ScrilUua simbolo
di Gesù Cristo, nel suo spogliamen-
to intende la Chiesa di significare
la sua nudità, come pure dichiarò
Melch. Inchofer, Epist. ad Anior-
tium de templorum denudalione ,
ext. cum Geor. A crepoli la p. ^zog.
Durando, Radon, divin. offìc. lib.
VIj e. 76, dice che l'altaie si lava
coH'acqua e col vino per ricorda-
re r acqua ed il sangue che sca-
turirono dal costato di Gesti Cristo;
ovvero per alludere coU'acqua alle
lagrime, col vino all'unguento, co-
gli aspergini o rami di bosso ar-
ricciati ai capelli coi quali Maria
Vergine lavò, unse, asciugò il cor-
po dell' estinto figlio. Ruperto' e
Beleto si uniscono a credere che
nel vino si rappresenti il sangue
con cui fu redento l'uman genere,
e nell'acqua il battesimo con cui
viene rigenerato. Lo spargimento
del vino e dell'acqua per tutta la
mensa dell'altare, dicesi esprimere
la comunicazione della virtù della
Passione, e la santificazione della
Chiesa, seguita per mezzo suo. Per
LAV i85
gli aspergini vuoisi figurata la co-
rona di spine o i flagelli, con cui
fu coronato ^ percosso il Redento-
re. Le spugne ricordano quella in-
zuppata di fiele ed aceto, con cui
fu abbeverato Gesù moribondo;
ovvero quelle colle quali le pie
donne ne raccolsero il prezioso san-
gue. I tovaglioli co' quali asciugasi
l'altare possono significare la sacra
sindone o lo sciugatoio con cui
Pilato si asciugò le mani ; final-
mente le candele smorzate rappre-
sentano le tenebre, cui restò co-
perta la terra nella mancanza del-
la vera luce, mentre il canto lu-
gubre de' salmi dimostra la comu-
ne mestizia per la morte del Re-
dentore. V. Fr. Orlendi, Duplex
lavacrum in Coena Domini^ alte-
rum de sacra pedum lotione^ aite-
rum de expiandis altaribus ^YÌQven'
tiae 17 IO. Riferisce poi il Galletti,
nelle Memorie del cardinal Passio-
nei, p. 109, che s. Leone IX con-
sacrò in Besangone una mensa di
altare, che servì alla chiesa di san
Stefano, la quale poi rovinò. Quin-
di fu trasferita a quella di s. Gio.
Evangelista metropolitana. Osser-
vabile è il rito che quivi s'intro-
dusse, cioè di riempire di vino nel
giorno della cena del Signore, il
concavo di detta mensa, dal quale
i canonici traggono il vino per be-
verlo per ordine, baciando prima
l'altare, ed altrettanto la poi il po-
polo spettatore.
LAVANDA DE' CADAVERI, r.
Cadaveri, Funerali, Imbalsamare.
LAVANDA DELLE MANI. Ol-
tre quanto dicemmo all'articolo La-
vabo, ed agli altri articoli Cappel-
le Pontificie, e Famigliari de' car-
dinali E PRELATI, sulla lavanda del-
le mani del Papa, de' cardinali e
de' vescovi, qui aggiungeremo alcu-
i86 LAV LAV
ne altre erut^izioni. Nelle funzioni dato dal cerimoniere Chiapponi, in
che celebra il Papa gli dà l'acqua Ada canoniz. sanctor. PUF, etc,
alle mani il principe assistente al pag. 227, conae riporta il Novaes
soglio, il senatore, i conservatori di nelle Dissert. storico ■ criticlie ^ to-
Roma ed il maestro del sacro ospi- mo II, pag. i23. V. il Sarnel-
zio, al modo detto al rispettivi arti- li, Lett. eccl. tom. IX, pag. 22,
coli. Nell'esercilare detti personaggi lett. 2 i : iSe // laicOf che vuol ser-
questo onorévole uffizio, che prima vìre la messa, dee lasciar la spada.
disimpegnavano anche gli y^m^<7^ci<i!- In altre funzioni ove non hanno
tori (Fedi), sono accompagnati da luogo i conservatori di Roma, co-
un cerimoniere e da due mazzieri, me nel solenne battesimo che fece
oltre i prelati uditore di rota e chic- Clemente XI in s. Pietro, il prin-
rico di camera, porgitori, il primo cipe assistente al soglio ed il mae-
del pannolino o mantile sopra un stro del sacro ospizio versarono
piatto d' argento dorato, per ascia- l'acqua sulle mani, presentando il
garsi le mani, il secondo del grem- tovagliolo il cardinal decano. Nella
biale. Il cerimoniere , ov' è la messa bassa che il Papa celebrò,
credenza pontifìcia , pone sulle versò l'acqua sulle mani il came-
spalle di chi deve dare Tacqua riere segreto coppiere, ed il detto
alle mani un velo di seta bian- cardinale presentò il tovagliolo. Il
ca, paonazza a rossa, ec. secondo maestro di camera ed il sagrista
il colore de' paramenti , guarnito assisterono nella messa il Pontefl-
con merletto d'oro; ed il creden- ce. Al pranzo il coppiere sommi-
ziere del Papa vestito in abito da nistrò l'acqua alle mani, ed il me-
città gli consegna un boccale con desimo cardinale l'asciugatoio. Quan-
acqua e bacile di argento dorato, to al presentare che fa il cardinale
L'acqua dev'essere prima pregusta- decano del mantile o asciugamano
ta dal credenziere. Chi somministra al Papa, monsignor Dini nel suo
r acqua ciò fa genuflesso , mentre Cerimoniale p. 253, dice che nel
il cardinal decano presenta sul piat- giorno delle Ceneri, dopo che il
to l'asciugamano. Frattanto che il Papa avrà imposte le ceneri, de-
Papa si lava ed asciuga le mani, tran- v'essere il cardinale primo prete il
ne i cardinali e i vescovi, tutti deb- porgitore dell'asciugamano alla la-
bono genufleltere. Nelle messe bas- vanda delle mani, aggiungendo che
se che celebra il Pontefice, allor- questa variazione è oscurissima, ad-
chè si lava le numi, e quando pri- ducendo solo una risposta del ce-
rna e dopo si lava per dare o per rimoniale al quesito. /4n prior e-
aver dato la benedizione col ss. piscoporum debeat in die Purifica'
Sagramento in alcuna chiesa, solo tionis inservire prò ahlutione ma-
genuflettono i viciniori a tale atto nuni sanctissinii, prout dicitur in
e quelli che ministrano , essendo caeremoniali impresso; an potius
azione privata. Quello che porge prior presbyteroruni prout in die
l'acqua dev'essere senza spada, a Cinerum reperilur alias observatUm,
tenore della prescrizione del Cae- et secunduni opinionum Paride de
rem. Roman, lib. Ili, sect. 5, e. 4, Grassis sanctissinius ( Gregorius
e secondo il decreto di Gregorio XIIl i^yS) quod prò nunc ob-
XI U, De reform. cap. Ponti/. , ricor- servetur liber caeremonialis. La ri-
LAV
sposta del quesito riguarcla il cVi
della Purificazione, non quello del-
le Ceneri. Delle Ceneri si adduce
soltanto , alias observatum. Ma
questa osservanza è contraria al
cerinooniale de' vescovi_, che nell'u-
no e l'altro caso dice , che la la-
vanda si fa more solito; e nel ce-
rimoniale del Patrizi, che va sotto
il nome di Marcello, si dice, an-
che nelle Ceneri, abluit manus mo-
re consueto prout etiam siipra in
Purificatione dictiim est . Per la
Purificazione dice, prior episcopo-
rum; dunque anche nelle Ceneri.
Dall'assertiva di monsignor Dini
nacque questione tra il cardinal
Saluzzo primo prete ed il cardinal
Dugnani vescovo, nel pontificato di
Pio VII, e fu convenuto che anco
per le Ceneri il presentar al Papa
1' asciugamano alla lavanda delle
mani , spetta al cardinal vescovo
pili degno ossia antico, e non al
primo cardinale prete. Nella con-
sacrazione di vescovi e di altari ,
nelle benedizioni delle campane ,
degli agmis Dei, della rosa d*oro, ec,
e nell'imposizione delle ceneri, al-
lorché il Papa deve lavarsi le ma-
ni, il chierico di camera, oltre il
zinale, deve alla credenza prende-
re il piallo d' argento, con delle
fette di limone e di mollica di pa-
ne e bombace, colle quali il Papa
si pulisce e netta le dita. Anche i
vescovi nelle dette e altre funzioni
usano nelle lavande delle mani il
limone, il pane, la bombace.
Allorquando il Papa celebra la
messa bassa, gli versa l'acqua sul-
le mani monsignor maggiordo-
mo ( prima soleva ciò fare il cop-
piere, anche nel dì del Corpus
Domini j ed allora vestito di cappa
rossa), e l'asciugamano lo presen-
ta il cardinale più degno. Non es-
LAV
187
sendovi cardinali ciò fa il mag-
giordomo, ed in vece somministra
l'acqua monsignor maestro di ca-
mera. Ai detti personaggi porgono
il piatto col manlile, ed il boccale
col bacile due camerieri segreti, in
mancanza di alcuno di essi suppli-
scono gli aiutanti di camera. Se
vi sono presenti cardinali diaconi,
prima delle lavande che hanno
luogo avanti di pararsi e dopo
spogliato, il più antico leva e poi
mette la stola al Papa, in sua man-
canza supplisce altro cardinale, o
il medesimo che presenta il tova-
gliolo; non essendovi poi alcun car-
dinale, ciò fa il maggiordomo. La
stola la riceve in consegna l' aiu-
tante di camera, che poi la pre-
senta a chi deve imporla; egli ri-
tira pure la mozzetla e poi la po-
ne sulle spalle del Pontefice. Tal-
volta i sovrani per atto di ossequio
porsero ai Papi l'acqua sulle ma-
ni, o il pannolino per asciugarle:
ciò si dice ai rispettivi luoghi; al-
l'articolo Pranzo si descrive il ce-
rimoniale di que' re ed imperato-
ri, che mangiando col Papa ver-
sarono l'acqua sulle di lui mani.
Quando Gregorio X nel 1272 pre-
se il solenne possesso della basili-
ca Lateranense, nel gran convito
ch'ebbe luogo nel contiguo patriar-
chio , Carlo I re di Sicilia dopo
avergli versato l'acqua sulle mani
gli presentò la prima vivanda. Nel
1389 l'antipapa Clemente VII co-
ronò in Avignone re di Napoli Lo-
dovico d'Angiò; e Carlo VI re di
Francia che assistè a tal solennità,
nella messa servì il pseudo-Ponte-
fice dell'acqua alle mani. Cristia-
no I re di Danimarca nel i474
si recò in Roma ricevuto con di-
stinzione da Sisto IV, al quale nel-
le funzioni presentò il mantile alla
i88 LAV
lavanda delle mani. Nel 149^ Car-
lo Vili re di Francia, dopo essersi
pacificato con Alessandro VI, iiella
Ijasilica Vaticana, nella messa so-
lenne ch'esso celebrò, gli diede l'ac-
qua alle mani, avendogli baciato
prima il piede. Nella relazione del
convito solenne eli' ebbe luogo pel
solenne possesso che Giulio II pre-
se nel i5o3 della patriarcale ba-
silica Laleranense, si legge: Nobilior
ex omnibus laicis, etiani imperatore
aiit reXy aqiiam ad lavandas ma-
nus Papae deferat hoc ordine. Duo
scutìferi cuni torciis quatuor. Mace-
rii quatuor, magisler domus, magi'
stcr caerenioniarwiiy duo alìi scutìferi
cum torciisy utius canierarius, aut
nohilis cum mantili ad tergendas
manus, et postea nohilis j aut prin-
ceps ad portandos fonles, idest ha-
cilia duo papalia, adjuvante ma-
gistro aulae, idest scalco, vel ali-
quo alio. Prior cardinalium , et
duo diaconi assistenles^ dep'ositis in
manibus servitoruni suoruni mantel-
lis, sic in rocchetto sen'iant Papae,
dum la\>at manus. Prior cardina-'
liuni aquani cum portatore infun-
dendoy et diaconi mantile hinc in-
de tenendo. Dum autem Papa la-
\'at manus, non praelati, sed lai-
ci omnes genufleclunl. Cardìnales,
et praelati stent capite nudo. Quuni
autem Papa laverit manus, recom-
ponatur mensa ante eum , et tres
cardinales, qui illi sennerunt, ca-
piunt sua mantidla, et vadunt ad
loca sua, et lava nt etiamipsi, sed
stantes ante suas mensas, et dum
carduialis lavai manus, unus ci
servii de mantili, illud explican-
do et tenendo, dum alìus lavat.
Postquani omnes laverint . . . Fini-
ta coena, fit secunda lavatio ma-
nuum ; et tane secundus nohilis
laieus, etiamsi, rex siij portai a-
LAV
qùam manibus Papae cum pria-
ribus caeremoniis. iVel i5i5 nella
messa che Leone X celebrò in Bo-
logna, il re di Francia Francesco
I gli versò r acqua sulle mani, e
gli sostenne lo strascico del manto
ad onta della ripugnanza del Pa-
pa a questo contrassegno di vene-
razione. A questo uffizio sono stati
sempre destinati i più gran per-
sonaggi , come si può vedere in
Bomènico Giorgi, De liturgia Rom,
Pont. lora. I, pag. 2 38. 1 Papi si
esercitarono, e tuttora si esercita-
no per umiltà in questo uffizio
co' poverelli e co' pellegrini, ser-
vendoli a mensa o lavando loro i
piedi, tanto negli anni santi , . che
nel giovedì santo. Quando nel pa-
lazzo apostolico aveano luogo i quo-
tidiani pranzi ai pellegrini e pove-
ri, i Pontefici assistevano alla men-
sa , la benedicevano , e versavano
l'acqua sulle mani de' convitati. Ai
relativi articoli ne portammo molti
esempli.
Sul genuflettere degli astanti
quando il Papa si lava le mani ,
tranne i cardinali ed i vescovi, ci
permetteremo una breve digressio-
ne, siccome argomento che più vol-
te diede luogo ad osservazioni. Nel
cerimoniale della santa romana
Chiesa del Patrizi, eh 'è quello che
riguarda esclusivamente le funzioni
papali, si prescrive che allorquan-
do il sommo Pontefice nelle messe
che solennemente celebra (non solo
quando celebra solennemente, ma
anche quando si lava le mani in
altre funzioni, come in queHe della
Purificazione , delle Ceneri, ec„ e
ciò perchè sono funzioni che fa il
sommo Pontefice, ossia funziona
esso stesso, dappoiché l'assistenza
semplice non è che alla messa) si
lava le mani, tutti quelli che faa«
LAV
no parte della funzione, oltre gli
spettatori, secondo il loro grado e
dignità, debbono prestare un atto
sia d'ossequio, sia di rispello, e sia
anche in segno di unirsi alle preci
del Papa , almeno di quelle che
prima recitava, e quindi o alzarsi
in piedi e scoperti di mitra, rite-
nendo il berrettino come i cardi-
nali, o stare in piedi e scoperti
non solamente di mitra ma di ber-
rettino ancora, come i vescovi, o
stare genuflessi come i laici e tulli
gli altri tranne i cardinali, ed ec-
cone le parole del cerimoniale. Fon-
tifex maniis lavala omnes laici ge-
iw/Iectimfy praelaii vero siirgunt et
stant sine mitra capite delecto : car-
dinales deposilis tantum mitris sur-
glint. Questa cerimonia è slata sem-
pre premessa al santo sacrifizio ,
come si raccoglie da tutti i litur-
gici e dai commentatori. Si aggiun-
ge poi dal Catalani nel commento
e note alle riferite parole del ce-
rimoniale, che questa lavanda so-
leva essere accompagnata colle pre-
ghiere: Qiiae etiani fieri solita erat
Clini precibus. Si avverte che dicesi
solita erat, che era solito; se era,
dunque ora queste preghiere si om-
metlono, erano in conseguenza pre-
ghiere diverse da quelle che reci-
tava il Papa, giacché, come ognu-
no sa, tanto il Papa che i vesco-
vi ed i semplici sacerdoti nel la-
varsi le mani, si avanti la celebra-
zione della messa, che nel tempo
di questa, recitano tuttora l'orazio-
ne : Da Domine, cioè prima di
assumere le sacre vesti ; Lavabo,
dopo l'offertorio. Le orazioni per-
tanto che ora si ommetlono, deb-
bono intendersi cfuelle che il clero
recitava una volta nel tempo della
lavanda. E queste preghiere erano
analoghe a quelle che i-ecilaya il
LAV 189
Papa «ollovoce, e dirette allo slesso
fine, sebbene diverse, e recitavansi
stando genuflessi. Tralascialo poi
questo rito, che anticamente si os-
servava ( come è avvenuto di molli
altri o tralasciati o variati, ripor-
tati dagli ordini romani e da molli
autori liturgici) è restato il solo
atto di genuflettere, o di stare in
piedi , o di scoprirsi , come si è
detto, secondo la dignità, ritenen-
dosi così in parte un vestigio ed
una memoria dell'antico intiero
rito, genuflettendo soltanto senza
recitare alcuna preghiera , essendo
la genuflessione per se stessa un
atto proprio di chi prega ; ed é
perciò che dal citato cerimoniale,
ed anche da quello de' vescovi, si
prescrive tuttora , che nel tempo
della lavanda i laici debbano ge-
nuflettere. Questo è ciò che sem-
bra doversi rilevare daJle espres-
sioni della nota riportata, sebbene
né il Catalani, né il Marlene, né
gli ordini romani, né l'Amelio, né
altri indichino la ragione di questa
genuflessione. Oraci sia permesso che
per analogia di argomento pro-
duciamo alcune osservazioni sul ge-
nuflettere , quando il Papa com-
parte la benedizione apostolica, ed
anco perché non rechi sorpresa che
mentre si dichiara doversi genu-
flettere allorché il Pontefice si la-
va le mani, non pochi si permet-
tano restare in piedi all'atto della
veneranda pontifìcia benedizione.
Il memorato cerimoniale, Sacra-
rum caerimoniarum sive riluum en-
clesiasticoriim S. R. £"., parlando
di qualunque funzione del sommo
Pontefice, sia che Teserei li esso sles-
so, sia che vi assista soltanto, al-
lorché parla della benedizione che
comparte il Papa o dopo l'omelia
o in fine della messa, nulla affat-
1 90 L A V
to accenna sopra la genuflessione
da farsi dagli astanti ; ma da ciò
non si può ne si deve dedursi che
non debbasi genufleltere neli' in-
dicata circostanza. Se nulla accen-
na allorché appunto fa parola del-
l'atto della benedizione, come sem-
brerebbe che dovesse parlarne, la
ragione è che ne parla in altro
luogo, ove dà la norma di molte
azioni che accompagnano le parti-
colari circostanze ossia le partico-
lari attribuzioni, e perciò appunto
non ne fa parola quando descrive
la benedizione suddetta, per non
ripetere in particolare ciò che in
generale in altro ed apposito luo-
go prescrive, potendo ciascuno dalla
generale prescrizione argomentare
ciò che deve farsi ed eseguirsi di
fatto da ognuno secondo il grado
che occupa nella cappella. Si riscon-
tri il medesimo cerimoniale nel lib.
Ili, cap. Vili, de gemifleclionihus
in cappella, e si vedrà chiaramen-
te che ad eccezione dei cardinali ,
allorché il Papa dà la benedizione,
tutti sebbene in diverso tempo ,
cioè chi poco prima e chi poco
dopo, debbono genuflettere nell'at-
to della benedizione. Eccone le pa-
role : Cam Papa dal hencdicùoneni
post sermonem vel in fine missae,
cum incipit: Precihus et meritis etc.j
vel: Sit nomen Domini^ etc, onmes
genii/lectunt praeter cardinales, et
praelalos. Praelati tamen^ cum in-
cipitur: Et bcnedictio Dei, vel Be-
nedicat vos, geniifleclunt. Apparisce
chiaramente , come ognuno vede ,
che i soli cardinaU non genuflet-
tono, e se si dice anche praeter
prelatos, non sono essi eccettuati
come i cardinali, a' quali soli si
prescrive di chinare il capo, e que-
sta eccezione dei prelati consiste
soltanto che non debbono geuu-
LAV
flettere alle parole Precihus et me-
ntis, ma lo debbono nell'atto che
il Papa benedice, come Io dimo-
strano le riportate parole, giacché
dopo aver detto il cerimoniale che
lutti genuflettono fuori che i car-
dinali ed i prelati, si aggiunge im-
mediatamente prelati tanien cum
incipitur, s'intende genuflectunt, Be*
nediclio Dei, etc, vel Benedicat vos.
Per prelati poi s' intendono in sen-
so ovvio anche i vescovi, e ciò
apparisce chiaramente dall'eccezio-
ne de' cardinali soltanto, eccezione
che non può applicarsi ad altri.
Che anco i vescovi debbono genu-
flettere nell'atto che il Papa bene-
dice, e che sieno compresi sotto il
nome di pielati, oltre il non essere
eccettuati come i cardinali, si de-
duce da altro principio: chi non
sa che i vescovi passando avanti
al Papa genuflettono? E se genu-
flettono in tale circostanza, perchè
non debbono genuflettere allorché
il Papa benedice? Sono forse essi
esclusi dalla benedizione? O é me-
no il Papa allorché benedice, di
quello che sia allorché sta in tro-
no ? E se genuflettono passando
avanti al Papa, perché non lo deb-
bono allorché fa un'azione che per
sé stessa esige un alto di maggior
riverenza? 11 non genuflettersi per-
tanto da tutti neir indicato atto ,
è un mancare alla prescrizione del
cerimoniale del sommo Pontefice.
Come parimenti è una inosservan-
za della prescrizione il non genu-
flettere quando chi fa il sermone
recita l* Ave Maria, mentre così
termina il detto cap. VIH: Et gè-
neraliter quotiescumque ille qui fa-
cit sermonem dicit, Ave Maria,
omnes genujlectunt, tranne i soli
cardinali. Come siasi introdotta que-
sta inosservanza, e quando, s'igno-
LAV
ra; ma sicuramente dalTavei* la-
sciato correre la cosa dal principio
che si mancò, o per poco corag-
gio e minor zelo di farlo avverti-
to, o dal non avere avuto presen-
te quel prìnclpìis obsla^ che sono
le due principali cagioni che apro-
no la strada agli abusi, quali una
volta introdotti si rende presso
che impossibile a sradicarli.
I cardinali, i vescovi ed altri
prelatij nelle messe prima di as-
sumere i paramenti sacri, e dopo
che li hanno deposti, con berretta
in capo, avendo deposto la man-
telletta, e la mozzettà quei che la
usano, in rocchetto e sedendo si
lavano le mani. L'acqua viene som-
ministrata da un loro gentiluomo
ecclesiastico, al modo indicato al
succitato articolo Famigliari : il
tovagliolo o manlile lo porge il ce-
rimoniere e lo sostengono i ministri
assistenti. Siccome queste due la-
vande si fauno in sagrestia, il gen-
tiluomo che versa V acqua deve
stare genuflesso,, perchè ivi non vi
è altro superiore, mentre in cap-
pella deve slare in piedi. Noteremo
che tali lavande hanno pur luogo
in altre funzioni, non che prima,
e talvolta anche dopo di esse. In
cappella pontificia il gentiluomo
nell'accesso e recesso deve far la
. genuflessione all'altare ed al Papa.
Sulla credenza si pone il boccale
coir acqua, il bacile e l'asciuga-
mano. I cardinali usano tali e le
altre suppellettili doratp, e nelle
messe di requie di argento; gli al-
tri solo di questo metallo. Le tre
lavande che nelle messe hanno
luogo in cappelle, sono al faldi-
storio dopo che il celebrante ha
letto l'offertorio, essendo egli se-
dente suKmedesimo, ed in piedi a
cortui epislolae al Lavabo, e dopo
L.W 191
la purificazione. Nella messa della
prima domenica dell' avvento, in
quelle del giovedì e venerdì santo,
ed in quella del Corpus Domini^
essendo sull'altare l'ostia consacrala
o per l'esposizione, o pel sepolcro,
o per la processione, il celebrante
dopo la purificazione si lava le
mani fuQii della predella e del-
l'altare, facie versa ad popolani.
Essendo slato stabilito da alcuni
maestri delle cerimonie pontificie,
che nella cappella papale, essen-
dovi presente o assente il Pontefi-
ce, dovesse somministrarsi sempre in
piedi la lavanda, nacque in seguito
il dubbio, se questa effettivamente
sia la regola che debba tenersi,
per cui il dotto liturgico segre-
tario della cerimoniale e mae-
stro delle cerimonie pontificie Gio-
vanni Fornici, fece il seguente e-
rudito voto. Se non essendo pre-
sente il Papa, e nelle cappelle
cardinalizie debba somministrarsi
la lavanda dal gentiluomo o cap-
pellano in piedi o geniiflesso. « Al-
cuni hanno trovato ragionevole
questo dubbio: i." Perchè Fran-
cesco Cancellieri nella Descrizione
delle cappelle pontificie e cardina^
liziej nel cap. VI, diversità del ce-
rimoniale, quando si canta messa
in cappella senza l'assistenza del
Papa, dice nella p. 1 34- I gentil-
uomini o cappellani che danno
da lavare le mani, genuflessi sos-
tengono il bacile e boccale. 2."
Perchè nel vgl. X, /appendice al
t. Ili, in una descrizione delle ce-
rimonie delle cappelle pontificie,
si dice che quando il Papa non
assiste, chi somministra la lavanda
sta genuflesso. 3." Perchè non è
per il trono, ma soltanto per la
presenza del Papa, che non si de-
ve genuflettere, quando si dà la
19^ LAV
Javanda. Per esaminare, se liittociò
fosse sufficiente per allontanarsi dal
principio fissato di versar l'acqua
in piedi nella cappella papaie, o
presente o assente il Papa, ho cre-
duto necessario di riscontrare il
cerimoniale di Marcello, e il ceri-
moniale che ha lasciato mons:ignor
Dini della cappella pontifìcia nel
suo t. Ili, voi. IX, p. 3o, esistente
nell'archivio de' cerimonieri ponti-
fìcii. JXel detto cerimoniale della
Chiesa romana, tanto nel cap. II
del lib. II : Ordo seivandus quan-
do cantatur missa ordinaria corain
Papa, quanto nel cap. seg. Papa
ahsenle. Si dice soltanto nel primo
caso ; exLraliantur chirotecae a mi-
nistrisi et uniis ex sciUiferis portat
aquani, qui primo facìt reverentiam
Papae, dónde altari, tum celebran-
te cui dat aquam manibus j e nel
secondo : depoaantur ei chirotecae
lavai manuSj surgit deinde ec.
Niente più di questo si rileva dal
cerimoniale del Dini, seppure non
avesse di ciò parlato altrove. «
» Non avendo dunque rilevato
alcuna cosa sul proposito nel ceri-
moniale suddetto, e nella istruzione
di monsignor Dini, ho creduto op-
portuno di esaminare il cerimonia-
le de' vescovi, ed i decreti cerimo-
niali fatti per la cappella pontifi-
cia, e mi sembra che da questi
possa evidentemente risultale, che
anche assente il Papa debba darsi
l'acqua alle mani del celebrante in
piedi, e che questo istesso debba
praticarsi nelle cappelle cardinali-
zie, benché il contrario venisse pri-
ma convenuto tra' cerimonieri. Ec-
co poi quello che si prescrive nel
Cerimoniale de* vescovi ( stampato
sotto Clemente XI), cap. VIII, lib.
Il, p. r66: Lavat manus, et tane
laici tantum, ci clerici onines, prae-
LAV
ter canonfcos, et praelatos, dehent
genujlectere nìsi adesse t legatus, aut
alter dignior episcopo^ quo casa
non debit permillere ut genufle-
ctant. ( Nel cerimoniale stampa-
to sotto Benedetto XIV le pa-
role sono alquanto diverse, ma si
prescrive lo stesso, come si legge
a detto capo, § io). Se dunque
non deve permettersi che si genu-
fletta in questa ' azione, essendovi
presente o il legato o altro piìi
degno del vescovo, ne viene per
conseguenza che anco assente il
Papa e nelle cappelle cardinalizie,
siccome vi è sempre il sacro col-
legio, non deve genuflettersi ne al
cardinale ne al vescovo. Non al
cardinale, perchè il cardinale stes-
so benché eguale agli altri, deve
scoprirsi di berrettino, quando vi
siano tre soli cardinali, giacche tre
soli formano collegio, e deve allo-
ra un cardinale stesso distinguerli
con questo atto di ossequio. Come
dunque potrà esigere un atto di
rispetto particolare alla sua perso-
na essendo presente tutto il sacro
collegio, che collettivamente preso
è superiore e piti degno del car-
dinale che celebra? Molto più va-
le la ragione per un semplice ar-
civescovo o vescovo, di cui non
solo è più degno il sacro collegio,
ma un cardinale solo, e perciò te-
nendo fermo quanto si piescrive
nel cerimoniale, io sono d'avviso
che mai debba darsi la lavanda
genuflesso, non solamente assente
il Papa nelle cappelle pontificie,
ma egualmente nelle cardinalizie,
ed alla presenza di un solo cardi-
nale. Si conferma questo mio sen-
timento da un decreto fatto dalla
congregazione cerimoniale. Nei ca-
pitoli per la riforma delle cerimo-
nie nella cappella pontifìcia, riso-
LAV
luti in una congregazione deputala
di cardinali, e confermati da Gre-
gorio Xni nel iSyS, si legge an-
che questo nella collezione auten-
tica dei decreti cerimoniali pag.
1 1 . Cam cardinalis celebralurus
capii paramenia^ ahsente Fontifice,
vel cardinalibus^ sennanl cappella-
ni geniiflexi, alias stent. Presente
dunque il Papa o i cardinali, de-
vono i cappellani del celebrante
stare. Atqui tanto i paramenti ,
che la lavanda debbono sommini-
strarsi nello stesso modo , perchè
egualmente è prescritto dal ceri-
moniale. Dunque come si adsint
cardinales, non può il celebrante
prendere i paramenti dai cappel-
lani genuflessi, così neppure la
lavanda. In fine perchè non è per-
messo al celebrante cardinale o
vescovo, né ad alcun vescovo alla
presenza di un sol cardinale l'uso
della bugia ? Perchè qualunque
distinzione deve ommettersi, assi-
stendo alla messa uno più degno
del celebrante. Lo stare genuflesso
avanti il celebrante è sempre una
particolare disti nzione^ la quale se-
condo il prescritto dal cerimoniale
de' vescovi, e dal decreto cerimo-
niale deve ommettersi, sì adsint
cardinales, aut dignor epìscopo j
dunque io credo che assente il
Papa nelle cappelle cardinalizie,
ed alla presenza di un sol cardi-
nale, debba la lavanda sommini-
strarsi in piedi '*.
Quanto all'uso degli antichi cri-
stiani di lavarsi le mani e la fac-
cia nelle fonti perciò erette a-
vanti e negli atri delle chiese, ne
parlammo agli articoli Battisteri,
massime agli articoli Chiesa, e
FoNT4NA. Il Severano nelle Me-
morie sacre p. 62, osserva che
quando i primi cristiani comincia-
VOL. xxxvii.
LAV 193
rono a edificare chiese pubbliche,
negli atri di esse facevano un
fonte, dove prima d'entrare in esse
a fare orazione, si lavavano le
mani e il viso ; imitando in que-
sta azione il rito e l'uso degli e-
brei che facevano altrettanto in
quel fonte di bronzo, ch'era nel-
l'atrio antico tra l'altare e il ta-
bernacolo nel tempio di Gerusa-
lemme [Vedi). E noto che gli e-
brei solevano lavarsi le mani, a
mostrare d'essere innocenti del san-
gue umano : così fece Pilato quan-
do fu condannato a morte Gesù
Cristo. Avendo Paolino vescovo di
Tiro edificato un tempio, narra
Eusebio weWIst. l. X, cap. 4> che
fece un fonte fuori di esso, dove
i cristiani lavassero le sordidezze
del corpo, con ricordarsi del bat-
tesimo, nel quale erano state la-
vate quelle dell'anima. Molti padri
fanno menzione di quest' uso dei
cristiani di lavarsi le mani prima
di entrare in chiesa o di far ora-
zione, come il Papa s. Clemente
I, 1. 8, Const. e. 38; Tertulliano
dell' O/vzf., ed altri. Ma particolar-
mente s. Giovanni Crisostomo, il
quale volendo mostrare al popolo,
che per la purità dell' anima ed
emendazione della vita non basta-
va quella lavanda sola esteriore,
neir homil. 52, cap. i5 di s. Mat-
teo, dice le seguenti parole degne
di considerazione. >» In nonnullis
jam ecclesiis hunc more corrobora-
tum videmus, ut diligenter multi
studeant quoraodo manibus loti,
candidisque induti vestimentis in
ecclesiam ingrediantur; quomodo
autem animum, atque raentem
suam puram, atque defecatam ot-
ferant Deo, nuUam prorsus habent
curam. Haec dico non quia lavare
manus prohibeamus; sed quia non
i3
194 LAV
aqua solum lavarios velim, verum
etiam, at aequius est, omnis virtii-
tis numero, ec". E l'istesso dice
in altro luogo, liom. 'ji in fine:
>i Ingressuri lemplus manus lavant,
non autetn corda. Numcpiid enirn
manus loquuntur? Anima proferì
verba, in animam Deus inspicit".
Per questo dunque, e per la com-
raodità de* pellegrini, fece il Papa
s. Damaso I quel fonte nelT atrio
della basilica vaticana, che descri-
vemmo air articolo Chiesa di s.
Pietro in Vaticano, il quale poi
fu ornato da altri Pontefici. Dei
fonti o grandi vasi d'acqua presso
alle porte dei templi de'gentili, e
delle chiese de' cristiani , i quali
se ne servivano per lavarsi e pu-
lirsi le mani, a fine di ricevere in
palma la ss. Eucaristia, del qual
rito parlammo a quell' articolo, ne
tratta il p. Lupi, Dissertazioni t. I,
pag. 4^ 6 seg.; ivi discorre pure
dell'acqua benedetta serbata all'in-
gresso delle chiese, dicendo ripete-
re r origine dall' uso de'gentili di
tenere grandi conche di acqua
alle porle de'loro templi, ma esse-
re differenti i pili dell'acqua bene-
detta neir interno e vicino alle
porte delle chiese, dalle fonti ester-
ne di acqua perenne, che cessaro-
no in molti luoghi per essersi rot-
te \e fistole e gli acquedotti. Ivi
il p. Lupi parla dei triclinii che
l'ospitalità cristiana apri vicino alle
diiese più cospicue nelle abitazioni
de' vescovi a ricovero -de' pellegi'ini,
o anche a fomento di carità fra
i sacerdoti minori e il loro capo,
che quivi in alcune principali feste
tutti si refìciavauo. Osserva che i
refeltorii gentileschi e cristiani a-
vcano presso di se il bagno, dove
prima di porsi a mensa si lavava-
no i convìtuli fra i gentili, i pcl-
LAV
legrini fra i cristiani. Così vi furo-
no bagni presso il Vaticano, nel
patriarchio Lateranense, nel mona-
stero di s. Paolo fuori le mura, e
in s. Lorenzo al campo Verano,
uhi lai^antar pauperes ffalres no-
stn\ essendo stati eretti e poi ri-
storati da vari Pontefici, come si
ha dall'Anastasio. P^. Bagno.
LAVANDA DE' PIEDI. Costu-
manza che praticavano gli antichi
verso i loro ospiti^ e che nel cri-
stianesimo divenne una cerimonia
religiosa. Gli orientali lavavano i
piedi agli stranieri appena arrivati
da un viaggio, perchè camminava-
no ordinariamente colle gambe nu-»
de, e con semplici sandali a' piedi,
ed anche scalzi: questa lavanda era
indispensabile essendo in uso man-
giare a tavola sopra de' letti, onde
non lordarli. Così Abramo fece la-
vare i piedi ai tre angeli che rice-
vette in casa; Genesi e. i8, v. 4«
Sì praticò lo stesso con Eliezer e
con quelli che lo accompagnavano,
quando giunsero alla casa di La-
bano ; e così pure ai fratelli di
Giuseppe in Egitto ; Genesi e. 24,
V. 32, e. 43, V. 24. Questo eserci-
zio veniva comunemente esercitato
dai domestici e dagli schiavi. Abi-
gail disse ai messi mandati dal re
David che la voleva prendere per
moglie, che si stimerebbe fortunata
di lavare i piedi ai servi del re;
Reg. e. 25, V. 4i. Gesù Cristo in-
vitato a mangiare in casa di Si-
meone il fariseo. Io rimproverò di
aver mancato a questo uffìzio di
civiltà; Luca e. 7, v. 44- 1^° ^'^^^
Gesù dopo l'ultima cena che fece
co'suoi apostoli, volle dar loro una
lezione di umiltà con lavar loro i
piedi, perchè anch'essi camminavano
scalzi ; e questa azione diventò po-
sciìa un alto di pietà, che rinnovo»-
LAV
9ì in sua memoria. Li lavò pel
primo a s. Pietro, e siccome que-
sto per rispetto si ricusava, Gesìi
gli disse : se non ti lacero i piedi
non avrai parte meco, ed il prin-
cipe degli apostoli subito si sotto-
mise. Tali divine parole fecero cre-
dere a diversi antichi, che la la-
vanda de'piedi avesse degli efTelti
spirituali, e che potesse cancellare
i peccati, s'intende delle venialità.
Questa commovente funzione chia-
masi Manda tOy perchè il Reden-
tore ce ne ha lasciato l'esempio e
il comando perchè si facesse. Nella
primitiva Chiesa, come dicemmo al-
l' articolo Battesimo (f^edi), lava-
vansi i piedi ai- catecumeni o nuo-
vi battezzati, cioè prima di riceve-
re il sacramento del battesimo e
quando sortivano dal bagno sacro,
come testifica s. Ambrogio, lib. De
myster. cap. 6. Ne ciò praticavasi
soltanto dalla chiesa di Milano, ma
anche in altre d'Italia, delle Gallie,
di Spagna, e d' Africa, lavandosi i
piedi a quelli che si dovevano bat-
tezzare il sabbato santo. T^. Viscon-
ti, De ritib. baplis. e. 17; Cornelio
a Lapide ad e. i3 ; Calmet ibid.
V. 8.
I vescovi, gli abbati, i sacerdoti,
i superiori degli ordini religiosi, le
superiore delle monache, molti so-
vrani ed altri principi e principes-
se sovrane lo praticano tuttora in
diversi luoghi, ed il Pontefice an-
cora. Nicolò li del io58, ad esem-
pio de' suoi predecessori, non passò
mai alcun giorno del suo pontifi-
cato, che non lavasse i piedi a do-
dici poveri; ed Onorio III del 12 16
ordinò a lutti i vescovi , che nel
giovedì santo lavassero i piedi ai
poverelli, e facessero loro limosina.
Elgado monaco racconta che Ro-
berto re di Francia, deposte le re-
LAV 19^
gìe insegne e coperto di cilicio, fa-
ceva a più di centosessanta chieri-
ci la lavanda de' piedi, che asciu-
gava co' suoi capelli, come si può
leggere in Martene, De antiq. eccl.
rit. disc. 280. Nella vita di s. Berta
ebbadessa vallombrosana è detto
che nel giovedì santo soleva lava-
re i piedi alle monache. Fra le
risposte date dal Papa s. Zaccaria
del 741 a s. Bonifazio apostolo
della Germania , una dice essere
lecito alle monache il fare in que-
sto giorno fra loro la lavanda dei
piedi, come flumo gli uomini. Noo
essendo questa funzione un atto
del solo sacerdozio , ecco perché
non si restringe a' soli Papi, ve-
scovi e preti. Anzi vi furono al-
cuni che stando al sentimento delle
parole : Et vos debetìs alter alleriiis
lavare pedes, lavavano i piedi ai
loro sudditi, e da questi poi si fa-
cevano lavare ancor essi. Ecco qui
la rubrica di tale funzione , come
si trova scritta nell' ordinario Re-
mense. "» Surgit Dominus archie-
piscopus a sede sua, et praecinctus
linleo lavat pedes archidiaconi, et
decani, et personarum. Postea re-
sidens in sede sua praebet pedes
suos decano ad lavandum ". Alcu-
ni fra gli antichi diedero il nome
di sagrumento alla lavanda de' pie-
di, e le attribuirono la virtù di
cancellare i peccati veniali ; tale
essendo il sentimento di s. Bernar-
do, ed anche di s. Agostino, il qua-
le però fa osservare nell'epist. 129
ad Januar. che molti aslenevansi da
questa pratica, per timore che sem-
brasse far parte del battesimo. Sic-
come sì volle sostenere da alcuni
che la lavanda de' piedi può ri-
mettere i peccati mortali, vedendo
il concilio di Elvira l' abuso che
facevasi di tale opinione senza fon-
196 LAV
daraento, e la superstiziosa confi-
denza che il popolo vi attaccava,
col cap. 4^ "G ordinò la soppres-
sione in tutta la Spagna. Questa
cerimonia si fa nel giovedì santo
presso i greci, come anche nella
Chiesa latina ; in Roma ha luogo
pure neW jdnno santo (Fedi) y di
frequente co' pellegrini che vi si
recano d'ogni parte, massime nel-
r ospizio o spedale dell' arciconfra-
ternita della ss. Trinità de' pelle-
grini. Gl'imperatori di Costanti-
nopoli facevano la medesima ceri-
monia nel loro palazzo prima del-
la messa, lavando ì piedi a dodici
poveri, al modo che descrive il
Codino, De offìciis aulae Constant,
11 Sarnelli nelle Lettere eccles. t.
Vili, lett. XX, n. 7, descrive il
lavipedio del giovedì santo de' gre-
ci, tra' quali un prete fa da dia-
cono. In quel giorno pertanto alla
lavanda un sacerdote greco legge
l'evangelo, perchè secondo il ritua-
le greco, sostiene le veci dell'evan-
gelista s. Giovanni. Mentre il sa-
cerdote legge, il vescovo sta in pie-
di, ed alle parole : Exuit vestimen-
tasua, si spoglia del mandya. In-
di alle parole, accepto linteo se
praecinxit, si cinge di una lunga
tovaglia, detta sahanon. Quando
il sacerdote dice, mittìt acjuani in
peli^im, mette nella conca 1' acqua
tiepida ; quando dice, coepit lava-
re pedes discìpuloruniy comincia la
lavanda, principiando dall' ostiario,
che in quel giorno sostiene la per-
sona di Giuda, perchè così i greci
intendono le parole dell'evangeli-
sta, quasi che cominciasse la la-
vanda da Giuda; ma i latini, co-
me dicemmo, tengono costantemen-
te che cominciasse da s. Pietro.
Quando poi il vescovo greco vie-
ne all' economo , che sostiene le
LAV
veci di s. Pietro, leggendo il sa-
cerdote : Fenit ergo ad Simoneni
Petnun^ et dicit ei; allora parla
s. Pietro: Domine, tu mihi lavas
pedesl II sacerdote prosiegue: jRe-
spondit Jesus et dixit eij allora di-
ce il vescovo: Quod ego facio, tu
nescis modo: scies auteni postea.
Risponde l'economo: Non lavabis
mihi pedes in aeternwn. Legge il
sacerdote, Respondit ei Jesus, e il ve-
scovo dice : Si non laverò te, non ha-
hebis parteni mecuni. E seguita nel
resto la funzione come la facciamo
noi, quando si canta la Passione
del Redentore. Il Baillet descrive
l'uso medesimo della Chiesa greca,
dicendo che s'imponeva il nome a
ciascuno di que* poveri che rap-
presentavano i dodici apostoli , a
cui si lavavano i piedi dal patriar-
ca o dal vescovo, e ricusandosi da
tutti il nome di Giuda Iscariote ,
si estraevano a sorte i nomi. Be-
nedetto XIV nel tom. 1, pag. 264
Delle feste, e De feslis pag. 182,
riporta le diverse opinioni degli
autori intorno al rito della lavan-
da de' piedi nel giovedì sauto, che
varia nelle qualità e nel numero
delle persone a cui si lavano i pie-
di ; poiché in alcune chiese sono
canonici, in altre ministri inferiori,
poveri in altre. Nelle chiese latine
ecco come procede la funzione. Do-
po la denudazione degli altari, da-
to il segno con una tavola, ad ora
competente si radunano gli eccle-
siastici ad facienduni Mandatum.
Il prelato o superiore vestito di
amito, camice, stola e piviale di
color paonazzo, parte dalla sacre-
stia preceduto dalla processione, dal
turiferario col turiholo nel quale
ha posto r iiicenso, dal suddiacono
con la croce ( che il Bisso dice non
doversi poi-tare) senza manipolo
LAV
(che prende poi al luogo della firn-
xione), tra i ceroferari, dal cerimo-
niere e dal clero, avente alla sini-
stra il diacono apparato come il
suddiacono co' paramenti messali dì
color bianco. Giunta la processione
al luogo della lavanda, il diacono
canta l' evangelo : Ante dieni fe-
stum Paschae. Finito che sia , il
suddiacono porta a baciare il libro
aperto al celebrante, il quale vie-
ne incensato dal diacono. Indi il
diacono e suddiacono depongono i
manipoli onde amministrare al ce-
lebrante, e questi si spoglia del pi-
viale, si cinge di un zinale o grem-
biale di lino, e recasi a fare la la-
vanda de' piedi a tredici poveri o
canonici, ec. col capo coperto e se-
denti, come ordina il cerimoniale
de' vescovi, lib. 2, cap. XXIV, n. 2.
Si lavano i piedi dal celebrante,
amministrando i chierici il bacile
e l'acqua ; il suddiacono sostiene il
piede destro d'ognuno, e il cele-
brante lo asterge e lo bacia; pren-
dendo dal diacono il pannolino per
astergerlo. Frattanto che il cele-
brante eseguisce la lavanda, si can-
tano le antifone e le cose descritte
nel messale; dopo che l'ha termi-
nata si lava le mani , riprende il
piviale, dice il Pater noster, ec, e
col medesimo ordine ritorna colla
processione in sacrestia. Se a quelli
che si lavano i piedi, secondo le
consuetudini, si devono dare delle
limosi ne, un chierico porta il ba-
cile colle monete, una delle quali
consegna al diacono, e questi al
celebrante, il quale dopo asciugato
il piede la dà al povero, che oltre
la mano del celebrante bacia an-
cora la moneta. Varie sono le opi-
nioni, perchè a tredici piuttosto che
a dodici si lavano i piedi , quali
riportammo al luogo che citeremo.
LAV 197
Qui ci limiteremo a dire, che opi-
nano alcuni sacri scrittori, che ciò
si faccia perchè Gesù Cristo a tre-
dici individui in fatti lavò i piedi,
avendo invitato anche il padre di
famiglia , ove fece la gran cena ;
asserzione che viene smentita dagli
evangelisti, che dicono soltanto i
dodici discepoli 0 apostoli. Altri nel
decimoterzo vi rappresentarono s.
Paolo; altri s. Mattia surroga-
to a Giuda; altri per unire in
una sola le due lavande che si
facevano anticamente in tal giorno,
cioè una dai canonici ai piedi di
tredici poveri, per figurare la Mad-
dalena che lavò ed unse i piedi a
Gesù, e l'altra che si faceva dal
vescovo dopo il vespero a' suoi do-
dici canonici, per dimostrare quan-
to fece il medesimo Gesù a' suoi
discepoli, sebbene il Macri dice che
la lavanda per ricordar quella della
Maddalena facevasi nel sabbato pre-
cedente la domenica delle palme.
11 Rinaldi all'anno 34, n. 38, ri-
leva che nel convito pasquale de-
gli ebrei, due erano le lavande. Di-
ce pertanto, che il lavar de' piedi
tra gli ebrei si facesse dopo la ce-
na dell'agnello ; primieramente per»
che si ha da s. Giovanni, che ciò
avvenne fatta la cena, e che un'al-
tra volta Cristo si levò dalla cena,
e preso lo sciugatoio lavò i piedi
agli apostoli. Quanto all' uso di
lavar i piedi nell' entrar in casa ai
convitati, s'intende mentre non si
erano già lavati, come gli apostoh,
onde disse il Signore a s. Pietro:
Qui lotus esty non indiget nisi ut
pedes lavetj sed est mundiis totus.
E certamente che fossero soliti gli
ebrei nella mensa pasquale lavarsi
di nuovo i piedi e le mani, ben si
vede nel rituale loro : del che si
assegna espressamente la ragione,
f9« LAV.
perché d' un convito si facevano
due cene congiunte insieme, o se
dir meglio vogliamo, d'una cena
due mense, nella prima delle quali
si mangiava V agnello, e nella se-
conda si faceva la cereraonia degli
azimi. Però da un canone dello
stesso rituale apparisce, che ancora
nelle altre grandi solennità, come
della Pentecoste, e della Scenope-
gia ossia de* tabernacoli ( in cui il
popolo per otto giorni abitava sot-
to capanne di frasche e verdure),
si facevano due somiglianti cene,
{la questa era la differenza tra es-
se, che nelle altre una sola volta
si lavavano i piedi, ma in quella
della Pasqua due , cioè prima di
mangiar l'agnello, e avanti la se-
conda mensa e cerimonia degli a-
zimi : e conforme a questo fa me-
stieri dire, che la prima lavanda
s'era fatta avanti che mangiassero
l'agnello, e la seconda dal Signo-
re avanti la seconda mensa. Oltre di
ciò, che la prima mensa dell'agnello
fosse già consumata quando Gesù
Cristo lavò i piedi ai discepoli, lo
dimostra lo stesso s. Giovanni, di-
cendo che dopo la lavanda de'piedi
il Signore ripigliò le sue vesti, cioè
depose la veste cenatoria e riprese la
propria, volendo usare abito diverso
nel nuovo convito in cui istituì la
ss. Eucaristia. Ma prima d' insti^
tuire il cibo divino lavò i piedi ai
convitati, parendo che ciò toccasse
a chi convitava. Pompeo Sarnelli
nel t. VI delle sue Lett. eccl.j ci
dà la lett. XXXllI: Onde è che
santa Maria Maddalena si met-
te nelle litanie prima delle sante
vergini. Il Sarnelli crede, che per
la lavanda de' piedi ch'essa fece a
Cristo colle sue lagrime, la Chiesa
adottò la lavanda di tredici indi-
vidui. Nel t, J, p. 58, rese ragio-
LAV
ne delle due antiche lavande che
fa cévansi nel giovedì santo. Altri
finalmente dicono introdotto il de-
cimoterzo alla lavanda, per figura-
re quell'angelo che s. Gregorio I
trovò tra que' miseri o pelle-
grini che ogni giorno trattava a
mensa, somministrando loro po-
scia anche l'acqua per la Lavanda
delle mani (Fedi). Altri poi con
riJgione più fondata, dicono che la
Chiesa stabili la lavanda di tredici
individui, ciò che confermò Sisto
IV con suo decreto presso il Mar-
cello, per rappresentare che Cristo
col fatto e coll'esempio di somma
umiltà volle istituire questa cere-
monia.
Nel voi. Vili, p. 296 e seg. del
Dizionario , descrivemmo la la-
vanda che nel giovfcd'i santo fa il
Papa dei tredici apostoli, sacerdo-
ti o diaconi; gli antichi riti ese-
guiti dai Pontefici; le due lavande
che prima si facevano; chi debba-
si riconoscere per decimoterzo in-
dividuo; come il Papa ad imita-
zione di Gesù Cristo che depose
le vesti, e si cinse d'uno sciugatoio
per dimostrare la sua grande umil-
tà, essendo ciò proprio de' servi
( racconta Leone Ostiense che una
pcirte di detto sciugatoio portato
da alcuni monaci da Gerusalemme
a Monte Casino, gettato nel fuoco
estinse 1* incendio e restò illeso :
F. il Chifìlet, De liiiteis scpul-
chralibus), si leva il piviale e pren-
de il grembiale; e parlammo pu-
re della tavola o mensa loro im-
bandita ; e chi fa le veci del
Papa per sua impotenza, ciò che
pure dicemmo a p. 288. Qui poi
aggiungeremo, che se il prelato te-
soriere o protesoriere (ancorché
cardinale) è assente o infermo, le
medaglie ai pellegrini o apostoli
LAV
cui il Papa ha lavato il piede, le
sona ministra il prelato decano dei
chierici di camera; ciò che fece
monsignor Giacomo A madori -Pic-
colomini decano de' medesimi nel-
r anno i843, ora cardinale, hen-
chè si dicesse che ciò toccava far-
si da monsignor commissario ge-
nerale della stessa camera apo-
stolica, come quello il quale fa le
veci del tesoriere per sua impo-
tenza o nella vacanza di esso, e
di aver ciò fatto nel pontificato
di Pio VII monsignor commissa-
rio Pier Maria Gasparri. 11 cau-
datario poi del cardinal diacono
che canta il vangelo, sulla croccia
assume la colta. Anticamente le
medaglie che il tesoriere dà al Pa-
pa, eguali a quelle de' pellegrini,
il prelato gliele consegnava , dopo
che il Pontefice avea deposto i pa-
ramenti, finita la funzione della
lavanda. Assente il Papa, la fun-
zione della lavanda la fa il car-
dinale decano del sacro collegio, e
per sua impotenza il cardinale ve-
scovo suburhicario piti antico d'or-
dine. Il celebrante con piviale pao-
nazzo e mitra bianca di damasco,
col diacono e suddiacono assisten-
ti si porta al luogo della lavanda,
dopo aver messo l' incenso nell'in-
censiere, preceduto dalla croce a-
stata^ sostenuta da un accolito^
fermandosi al faldistorio. 11 van-
gelo si canta dal detto diacono,
che bacia poi il celebrante de mo-
re. Incensato il celebrante, depone
egli il piviale, si cinge del greni»
biale di lino e procede alla lavan-
da colla mitra, dopo che i mini-
stri suddetti hanno deposto i ma-
nipoli. 11 suddiacono solleva il pie-
de ed il diacono porge il niantile
o pannolino. 11 celebrante fa la
lavanda genuflesso: cosi fece il
LAV 199
cardinal della Somaglia decano ne-
gli anni 1822, 1823, 1824, come
si legge i\Q Diari di Romay uum.
28, 25 e 3i. 11 tesoriere dà le
medaglie ai pellegrini o apostoli,
ed i bussolanti portano i soliti ba-
cili^ cioè due il boccale coll'acqua
ed il bacile, e due coi bacili dei
pannolini e de' fiori. Terminata la
lavanda, il celebrante torna al fal-
distorio, si lava le mani, depone
il zinale e riprende il piviale^ de-
pone la mitra e recita l'orazione
assistendovi i ceroferari . Ripresa
la mitra, co'sacri ministri si por-
ta al silo ove depone i paramenti.
Questi apostoli sono stati preceden-
temente comunicati dal sotto guar-
daroba, il quale si reca a celebrar
loro la messa coU'abito di mantelr
Ione, assiste alla lavanda colla veste
e cappa rossa, ed al pranzo ripren-
de l'abito di manlellone, deponen-
do la veste e cappa rossa. Ai 22
di agosto 1818, dalla sacra con-
gregazione de'riti, in seguito di uri
voto di monsignor Luigi Gardelli-
ni assessore della medesima, sopra
il dubbio promosso: Se i sacerdo'
ti di rito greco possano e debbano
comunicarsi cogli altri in azinìo,
fu deciso affermativamente. Poiché
nella costituzione di Benedetto XIV,
Etsi pastoralisy de'26 maggio i 742,
per le regole da osservarsi dagl'i-
talo-greci, nell'articolo 6, § i3, fu
loro permesso l'uso dell'azimo, al-
lorché fuoii delle loro parrocchie
non trovano sacerdoti del loro ri-
to, essendo assai conveniente che
i tredici sacerdoti rappresentanti
i dodici apostoli si comunichino
tutti al tempo istesso e nello stes-
so rito, prima di passare alla la-
vanda, avanti di cui si crede da
molli, che seguisse la istituzione
dell'Eucaristia; ed ancora perchè
200 LAV
gli etiopi caltolici i quali nel re-
sto dell'anno consacrano in fermen-
tato, ueWa feria f^ in Coena Domi-
ni celebrano in azimo, che si cre-
de usato dal Salvatore, correndo
allora la festa degli azimi. Fedi
Decret. S, C. Kit. t. VI, p. 65.
A quanto poi si disse a p. 3o2 e
seg. della lavanda e mensa de'pel-
legrini in sede vacante, cui sole-
vano intervenire i conservatori di
Homa, vi aggiungeremo le seguen-
ti notizie. Il calendario Capitolino
ci conserva la memoria di un'an-
tichissima funzione, che ebbe luo-
go nell'arcispedale del ss. Salva-
tore al Laterano, almeno forse fi-
no all'epoca che nel declinare del
passato secolo apparve l'ultima ef-
fimera repubblica romana. Pare
che la sua origine risalga alla tras-
lazione della residenza pontificia
da Roma ad Avignone, dopo es-
sersi tralasciato l'uso in cui il Pa-
pa lavava i piedi a dodici sud-
diaconi o diaconi o cappellani, se
pure non si voglia dire che il pri-
mario oggetto dell'estinta compa»
gnia dell'arcispedale, chiamata di
Sancta sanctorum^ fu di ricevere
i pellegrini, ed anco di curar gli
infermi; ma che dopo la porten-
tosa istituzione concepita da s. Fi-
lippo Neri della arcicon fraternità
della ss. Trinità de' pellegrini, tut-
te le cure della nobile compagnia
si rivolgessero a curare gl'infermi,
e che restò l'annua funzione della
Javanda e mensa, per provare alla
posterità il primo fine dell'istitu-
to. Comunque la cosa fosse, si co-
nosce che la cerimonia era solen-
ne e si faceva ogni anno nelle sale
superiori dell'arcispedale, e grande
era il coiicorso de' romani; es-
sendo notabile che la lavanda e
la jnensa non a tredici individui
LAV
poveH, ma a soli dodici facevasl
dai tre guardiani e camerlengo,
forse in riguardo all'antico cerimo-
niale. Sull'intervento poi alla fun-
zione del magistrato romano, ciò
probabilmente provenne dall'alto
patronato che il medesimo gode
sulla cappella di Sancta sanato-
rum e sue dipendenze. In fatti nel-
lo statuto della nobile compagnia
estinta, stampato nel 1608, si leg-
ge che l'elezione annua delle cari-
che si doveva fare innanzi all'in-
tero magistrato romano, quasi che
la compagnia del ss. Salvatore, ove
non erano ammessi che nobili cit-
tadini romani, fosse una cosa stes-
sa e proveniente dal magistrato,
usando perfino i tre guardiani e
camerlengo la toga senatoria ne-
ra simile a quella del magistrato
romano (che abusivamente i depu-
tati dell'arcispedale usarono nell'an-
no santo 1825, in una funzione
fatta nella sacra cappella col capi-
tolo Lateranense). Non fa meravi-
glia dunque che il magistrato del-
l'alma Roma pubblicamente vi as-
sistesse, e non solo come dice il
calendario Capitolino, quando non
vi è cappella papale^ ma era in
libertà del medesimo assistervi a
piacere, mentre dai diari stampati
degli anni santi, si rileva che non
ostante vi fossero le funzioni pon-
tificie, il magistrato era intervenu-
to alla lavanda nelle sale dell'ar-
cispedale Lateranense. Circa poi i
soggetti che rappresentavano gli
apostoli, abbiamo dal Fanucci che
descrisse le opere pie di Roma nel
1601, opera che in gran parte ri-
produsse il Piazza, che i dodici
poveri erano sempre sei religiosi
dell'ordine di s. Ambrogio ad Ne-
mus che avevano in custodia la
chiesa di s. Clenjente, e sei religiosi
LAV
gesuati ch'erano in ss. Giovanni e
Paolo, i quali religiosi forse saran-
no stati preferiti ad ogni altro, e
perchè erano esteri e perchè di-
moravano nella parrocchia e regio-
ne Lateranense. Estinti però questi
due ordini, il primo sotto Urbano
Vili, o meglio sotto Innocenzo X,
e l'altro sotto Clemente IX, la
compagnia avrà scelto dodici sacer-
doti poveri, come dice il calenda-
rio Capitolino. In Roma oltre la
lavanda che fa il Papa, diversi or-
dini religiosi d'ambo i sessi e pii
istituti fanno egual funzione. Nel
numero 27 del Diario di Roma del
1 80 1 si legge quelle lavande che fe-
cero i domenicani in s. Maria sopra
Minerva, i carmelitani in s. Mar-
tino a'Montij e quelle ch'ebbero
luogo in s. Omobono, ed in s. Ni-
cola in carcere nelle stanze capi-
tolari, dando anco il pranzo a do-
dici poveri. Nel Rituale dell' arci-
confraternita delle sacre Stimmate
di Roma^ stampalo nel 17.11, si
prescriveva che nel giovedì santo
si facesse in chiesa la lavanda dei
dodici apostoli dal sacerdote che
avea celebrato la messa, unitamen-
te ai guardiani. Questo uso è du-
rato fino al i8i3j in cui fu sospe-
so, essendo poi stato proibito con
decreto della s. congregazione dei
riti de' 22 marzo, 1817, per ca-
gione d'un dotto ed erudito voto,
che si legge nel vqI. VI, pag. 12
e seg. del Cardellini, par. \, con-
tro il luogo ove si faceva la lavan-
da, e le persone che l'eseguivano.
Il Sarnelli nelle Lettere eccl. to-
mo I, p. 57, lett. XIII: Perchè nel
giovedì santo si lavano dal vesco-
vo i piedi a tredici, e non più to-
sto a dodici; e se dodici furono
gli apostoli, riporta molle analoghe
erudizioui. Nel t. Ili, p. 87 discor-
LAV 201
re della veste cenalorìa, che dai
romani chiama vasi toga tricliniarìs,
molto usala dagli ebrei ; e perchè
la lavanda de' piedi fu fatta da Cri-
sto prima della cena. Nel t. VI,
lett. XXV, n. 8^ dice che la lavanda
de' piedi mai fu usata nella Chiesa
avanti di prendere la ss. Eucari-
stia, ma dopo di essa e dopo il-
battesimo. Nel t. Vili, lett. XXXVI,
Della sacra lavanda, parla eziandio
del Lavipedio del giovedì santo.
Oltre a ciò il Sarnelli nel 1711
colle stampe di Antonio Barloli
pubblicò in Venezia : Sacra lavan-
da de' piedi di tredici poveri che
si celebra nel giovedì santo. Il Can-
cellieri ha trattato di questo argo-
mento nella sua Settimana santa,
ed a p. 37 e seg. delle Notizie
della venuta in Roma di Canuto li
e di Cristiano I re di D animar-
ca. S. Cyprianus in Serni. de ablu'
tìone pedani. Jacopo Gretsero, Po-
doniptnis, sive liher de more la-
vandi pedes peregrinorum, et ho-
spitunij Ingolstadii 161 o; et in
t. II Oper. par. II : Consuetudo
lavandi peregrinoruni pedes quoti-
die Hierosolynds celebra nda, et
processio per ecclesiam s. Sepul-
chn\ Venetiae 1623. Gio. Battista
Franchi, L' acqua, diceria nella
solennità della lavanda de' piedi y
Reggio i644- Th. Ittigius, De pe-
diluvio D. N. J. C.j Lipsiae 1 699.
A. D. A. Rrachevait, De pedilu-
vio Christi, Rostochii 1707. C. G.
HofFmann , De vera et falsa pedi-
luvii Christi imitatione , Vittem-
bergae 1740- J- J- Kheukus, De
lotione a Chrislo administrata. Pi-
card, Cérémonie de laver les pieds
à douze pouvres le jeudi sainl,
t. II, 20. Gio. Battista Frescobal-
di, Pediluvium, sive de numero
paupevum, quibus lavandi sunt pe-
'J02 LAV
des feria V in Coena Domini^ Lu-
cae 1713, r7i4> »7^o. Menochio,
Stiiore t. II, p. 292, cap. LXXVI :
Del costume di lavare i piedi ai
pellegrini. Inoltre si possono vede-
re gli arlicoli a questo relativi,
e Pellegrini.
I romani Pontefici negli anni
santi, oltre la consueta lavanda del
giovedì santo, in varie circostanze
hanno umilmente lavato i piedi ai
poveri pellegrini. Clemente VII!
nell'anno santo iGoo, ad onta di
sua grave età e delle sue infer-
mità, più volte li lavò con una
mano sola a cagione della chiragra
che gli teneva impedita V altra,
servendoli poscia a mensa. Il Tor-
rigio nella HisLoria della chiesa
di s. Giacomo in Borgo ^ dice a
p. 20, che ciò fece Clemente Vili
nel palazzo del cardinal di Trento
in Borgo, rimpetto a (|uello dei
Campeggi, ove le compagnie o so-
dalizi forestieri si alloggiavano, cioè
ai poveri sacerdoti. Clemente X
non ostante ottantacinque anni di
età, nell'anno santo 1675, per ben
dodici volte si portò all' ospedale
della ss. Trinità de' pellegrini affi-
ne di lavare ad essi i piedi. Cle-
mente XI nell'anno santo 1700
fece altrettanto, ed eccone il ceri-
moniale. A' 2 1 dicembre Clemen-
te XI si portò al detto ospedale
coi cardinali Noailles e Lambergh,
altri trovandosi nell'ospedale. Dopo
aver visitato la chiesa, passò alla
tavola delle donne ch'erano servi-
te da principesse e dame, le am-
mise al bacio del piede sedente in
sedia sotto baldacchino , indi dopo
le solite preci del cappellano se-
greto, benedi la mensa. Si recò al
luogo ov' erano i pellegrini per la-
var loro i piedi. Prima si lavò le
mani, versando l'acqua il principe
LAV
d. Livio Odescalchi come priore
del pio luogo, e presentando il pan-
nolino il cardinal Colloredo, il quale
gli avea già cinto il zinale. Quindi il
Papa lavò i piedi a dieci pellegrini,
assistito sempre da monsignor mae-
stro di camera nell' inginocchiarsi,
alzarsi e baciare i piedi ai pelle-
grini. Terminata la lavanda, Cle-
mente XI andò alla tavola de* po-
veri, rimettendogli il detto cardina-
le il grembiale, e col principe die-
rono a lavar le mani al Papa, poi
il cardinale slacciò il zinale che
restò al nominato prelato, che alla
tavola stette sempre presso il Pon-
tefice porgendogli le vivande. Alla
funzione delle donne, il Papa as-
sistette con camauro, mozzetla e
stola, ed alle tavole ancora; alla
lavanda senza mozzetla e senza
stola ; questa gli fu levata e ri-
messa dal primo cardinal diacono,
tutto il resto dal maestro di ca-
mera ed aiutante di camera. Nel
partire il Papa lasciò all'ospedale
scudi quattromila in due polizze,
dicendo che quella di mille era del
cardinal Albani, cioè lui stesso. Que-
sta fu una delle prime uscite e
funzioni che Clemente XI fece do-
po assunto al pontificato . Dipoi
agli li aprile 1701 il Papa si
portò in s. Sisto, ove lavò i piedi
a dodici pellegrini : un cardinale
levò la stola, pose il zinale, e die-
de il tovagliolo; monsignor maestro
di camera la mozzetla, che colla
stola ritirò V aiutante di camera, e
d. Livio Odescalchi diede da la-
vare. Il maestro di camera assistè
il Papa alla lavanda, ed alzò il
piede de' pellegrini nel chinarsi Cle-
mente XI per baciarglieli. Passò
poi alla tavola delle donne , che
benedì, e servi a mensa i poveri.
Benedetto XIII nel recarsi nel 1727
LAV
alla sua antica chiesa di Benevento
per la settimana santa, ogni sera
si recò all'ospedale a lavare i pie-
di, e servire a mensa i poverelli.
Benedetto XIV, a fronte della sua
avanzata età, nell'anno santo 1750,
a' 19 marzo si portò all'ospedale
della ss. Trinità de' pellegrini, ove
lavò i piedi a dodici sacerdoti pel-
legrini, ed accompagnalo conke Cle-
mente XI da ventidue cardinali, li
servi tutti a tavola. 1 suoi succes-
sori ne imitarono l'esempio.
Della lavanda de' piedi dell' im-
magine del ss. Salvatore che si ve-
nera in Sancta Sanctorunij che
fncevasi sino al pontificalo di s.
Pio V nella vigilia della festa del-
l' Assunzione di Maria Vergine in
Roma, coir intervento del magistra-
to romano, dei consoli delle arti
della città, e di altri, ne parlammo
al voi. IX, p. 83 del Dizionario,
ed all'articolo Kyrie; il Marongoni
ne tratta pure a p. io3, delle Co-
se gentilesche e profane trasportale
ad uso ed ornamento delle chiese^
dicendo che della processione non
il Papa Sergio 11, ma piuttosto s.
Leone IV ne fu istitutore, e che
l'acqua della lavanda bevuta dogli
infermi, conferiva loro la sanità.
E siccome il Martinelli scrisse aver
luogo tale lavanda in memoria di
quella che i sacerdoti della dea
Cibele facevano dell' idolo di essa
nel primo di aprile, il Marangoni
confuta questa asser2Ìone con giu-
ste ragioi)!, dimostrando diverso il
fine delle due lavande. La proces-
sione dell'immagine del ss. Salva-
tole colla lavanda de' piedi ebbe
origine dall' aver s. Leone IV fatto
portare processionalmente la me-
desima avanti una caverna presso
s. Lucia in Selce, ove erasi anni-
dato un pestifero serpente o basi-
LAV 2o3
iiscò, cx)n grave danno de' romani,
e di aver quindi ottenuto la morte
del mobtro^ onde in memoria la
processione fu ripetuta, aggiungeu-
duvisi poi la lavanda coli' erba ba-
silisco ed acqua rosata, che face-
vano delle piante dell' imm;igìne i
sacerdoti. Questa lavanda sembra
derivata dall' esser mancato il prò-»
digioso scaturimento di quell'umo-
re acqueo, che trasudava antica-
mente la tavola ov' è dipinta l'im-
magine, colla quale molli infermi
conseguivano la sanila; e per la
divozione di tutto il popolo fu in
vece sostituita questa lavanda, che
operò gli stessi effetti per virtù di-
vina, y. la biografìa di s. Leo-
ne IV. Filialmente noteremo, che
i gentili si valevano di lavande
nelle cose sacre, per confondere il
sacramento del battesimo, come
Osserva Tertulliano, De coron. mi-
li t, de baptis.
LAVAlNT {Lavantìn). Città ve-
scovile con residenza in s. Andrea,
della bassa Carintia, nel regno di
lUiria, sotto il governo di Lubiana.
È situala al confluente del Lavant
e della Drava, e viene pur chia-
mata Lavantz, Lavamund, Lavand-
Mind, o s. Andrea, Lavaniunda.
La piccola ci Uà di s. Andrea o
Audrastadt, egualmente nel circolo
di Lubiana, giace nella valle di
Lavant, e sulle sponde del fiume
che porta l'istesso nome, e die si
getta nella Drava. Predicò la ì^^ìÌq
cattolica in Lavant s. Virgilio ot-
tavo vescovo ed abbate di Salisbur-
go, onde i popoli della Carintia
abbandonarono gli errori del pa-
ganesimo. Nel 775 s. Virgilio vi
mandò s. Modesto che ordinò ve-
scovo, il quale si stabilì in una
piccola città chiamata Salina, dove
fabbricò una chiesa in onore della
2o4 LAV
Beata Vergine; poco dopo fece e-
difìcare quella di s. Andrea nella
valle di Lavant, e molte altre nei
dintorni. Commanville chiama La-
vant, Lavantum seu Fanum sancii
Andreae^ e crede che la città sia
stala edificata sulle rovine dell'an-
tica Salina o Solva, che qualche
autore disse essere stata sede ve-
scovile sino dal primo secolo. Eve-
lardo di Truchsen arcivescovo di
Salisburgo eresse la chiesa di s.
Andrea in collegiata nel 12 12,
mettendovi dei canonici regolari,
ai quali diede per primo preposto
il suo slesso cappellano Federico
Schalle, aggiungendovi il titolo di
arcidiacono della valle di Lavantz.
Il medesimo arcivescovo ivi fondò
a' IO maggio i223, altri dicono nel
1221, col consenso del Papa Ono-
rio IH, un vescovato che rese suf-
fraganeo della sua metropoli, riser-
vando per sé e per i suoi succes-
sori il diritto di nominare il ve-
scovo, di confermarlo e di ordinar-
lo, per autorità concessagli dal som-
mo Pontefice. I vescovi di Lavant
ottennero in seguito il titolo di
principi del sacro romano impero,
ma senza volo e sessione nelle
diete, ed ebbero il diritto di bat-
tere moneta. Tra i vescovati eret-
ti dagli arcivescovi di Salisburgo,
questo di Lavant ed i suoi vesco-
vi godevano il primo rango. L' e-
piscopio resta sopra un'altura vici-
no alla cattedrale, e prima delle
note vicende i vescovi possedevano
i tre castelli di Lavant presso Fri-
sach, Thurn distante una lega dal-
la detta città, e Twinberg lungi
tre leghe dalla città vescovile. La
cattedrale di s. Andrea ha il capi-
tolo composto di dieciotto canonici
ed un decano, che hanno per di-
gnità ed alla loro testa un prepo-
LAV
sto col titolo di arcidiacono, e col
privilegio di usare la mitra ed il
pastorale. La diocesi di Lavant si
estende nella bassa Carintia e nel-
r interno della Stiria, comprende
due chiese collegiale, l' una di s.
Bartolomeo a Frisa eh, e l'altra ar-
cidiaconale a s. Floriano o Fiorano
nella piccola città dello stesso no-
me j più due belli monasteri di
domenicane, uno a Marnberg nella
Stiria, r altro della Madonna di
Loreto presso Lavant, oltre altri
conventi e monasteri di regolari.
Tuttora la diocesi è sufFraganéa
della metropolitana di Salisburgo,
i cui arcivescovi tuttora nominano
i vescovi di Lavant.
Ulrico parroco di HaufT e cap-
pellano dell' arcivescovo Everardo
di Truchsen, fondatore di questo
vescovato, fu il primo vescovo di
Lavant, ordinato nel i223 o 1228,
e mori nel i25o. Gli successe Car-
lo preposto di Frisach, che morì,
nel 12^9. Tra gli altri vescovi che
occuparono la sede vescovile di
Lavant, noteremo particolarmente
Federico Theyl, che fu uditore
della rota di Roma, nominato nel
1421 e trasferito a Chiemsée nel
1424- Lorenzo di Leichtenberg,
già patriarca di Aquileia, morto
nel i44^* Rodolfo di Rudisheini
uditore di rota, e nunzio pontifi-
cio in Boemia, trasferito a Bresla-
via nel 1467. Giovanni di Rotth
canonico della cattedrale d'Augu-
sta ed uditore di rota, nominato
nel i4^9) 6 trasferito a Breslavia
nel 1482. Marco Ercole di Retti n-
ger, dottore in diritto, canonico
della cattedrale d' Augusta e di
Brixen, nominato nel i555, che si
distinse per la sua dottrina al
concilio di Trento, e morì nel iSyo.
Giorgio Stubeo di Palmburg pi'us-
LAV
siano, consigliere di Ferdinando ar-
ciduca d'Austria, e suo inviato al
re d^ Polonia, morto nel 1618.
Leonardo Gotz dottore e canonico
d'Augusta, cancelliere dell'imperato-
re Ferdinando li, nominato nel
1619, morto nel i64o. Massimilia-
no Gandolfo conte di Reimbourgli
o Kienbourg, nel i654 vescovo di
Lavant, nel 1666 di Secovia, poi
trasferito a Salisburgo nel 1668,
che il Pontefice Innocenzo XI creò
cardinale nel 1686 , morto nel
seguente anno. Sebastiano conte di
Peltingj preposto e canonico della
cattedrale di Passavia, nominato
nel 1668. Filippo Carlo conte di
Furstemberg, cameriere d'onore di
Innocenzo XII, morto nel febbraio
1718. Leopoldo Antonio Eleutero
barone di Firmi an , signore di
Gronmelz e di Meggl, ordinato nel
1718. IS'elle Notìzie di Roma è ri-
portala la serie de' suoi successori
sino al principe e vescovo monsi-
gnor Ignazio Francesco Zimmer-
niann di Windischfeistriz nella
Stiria^ fatto vescovo agli 1 1 set-
tembre 1824. Questo prelato è
morto a*9 marzo 1 846, laonde in
questo punto la sede di Lavant è
vacante.
LAVATA. Sede vescovile di Pa-
trasso in Tessaglia, secondo il p.
Wadiogo, che dice avervi seduto
due vescovi del suo ordine de' mi-
nori, Giovanni cioè, ed Enrico di
Apoldia, nominato da Giovanni
XXII. Oriens christ. t. III, p. io 16.
LAVAUR. Città vescovile di
Francia dell'alta Linguadoca , che
avea già il titolo di contea, in og-
gi capoluogo della vice-prefettura
del dipartimento del Tarn, iti un
fertile territorio, e sulla riva sini-
stra delTAgout, che si attraversa
sopra un arditissimo ponte costrut*
L AV 2o5
to nel 1799. Assai grande, sì di-
vide in vecchia e nuova città, ed
in generale è bene fabbricala. La-
vaur, Vauriam o Castrum Vaii-
ri, prima del 1098 non era che
un grosso borgo cinto di mura e
di fosse, e protetto da un castello.
Divenne una delle più forti piazze
del partito degli albigesi, e fu pre-
sa nel 121 I da Simone di Mon-
fort, che vi esercitò le maggiori
crudeltà . li Pontefice Giovanni
XXII a' 7 aprile i3i7 eresse la
sede vescovile di Lavaur, che di-
chiarò suffraganea della metropoli
di Tolosa, dalla quale dismembrò
il territorio per formare questa
diocesi, stabilendola nel priorato
de' canònici regolari di s. Agostino,
al dire di Coramanville, e secon-
do altri de' benedettini, e dipen-
dente dall'abbazia di Saint-Ponts
de Tomières. Il suo capitolo era
composto di dodici canonici e quat-
tro dignitari. I religiosi della dot-
trina cristiana vi avevano quattro
case religiose. La diocesi conteneva
oltantotto parrocchie, e fu soppres-
sa da Pio VII nel concordalo del
1802. Il primo vescovo di Lavaur
fu Ruggero d'Armaynat, fatto nel
i3i8 da Giovanni XXII. I suoi
successori fino a Gio. Antonio di
Castellane di Troischasteaux, fatto
vescovo da Clemente XIV nel
1 77 1 , e che fu l'ultimo, furono tren«
tacinque.
Concila di Lavaur.
Il primo fu tenuto nel ir 68.
Gallia christ. t. I, p. 1269.
Il secondo nel 12 12. Gallia
christ. t. VI, p. 444-
II terzo nel 121 3 dall'arcive-
scovo di Narbona legato d'Innocen»
zo III, sopra le domande di Pie-
tro lì re d'Aragona protettore di
ao6 LAV
Bni mondo VI conte di Tolosa e
degli altri albigesi, colle quali pre-
tendeva che si rendessero ai conti
di Tolosa, di Foix e di Commin-
ges le terre ch'erano sfate loro
tolte. La risposta del concilio non
fu favorevole ne all'una ne all'al-
tra parte, attesoché il conte di To-
losa avea violato spesso i suoi giu-
ramenti fatti in mano dei legati.
Lahbé tom. XI; Arduino tom. \ì;
Diz. de^ concila.
Il quarto nel i368 da tredici
Teseo vi di tre prò vi nei e, ai quali
presiedette Pietro o Goffredo di
Vairolles arcivescovo di Narbona.
Vi si pubblicò una raccolta di re-
golamenti ecclesiastici, divìsa in
cento trentatre articoli, de'quali
ima gran parte è tratta dai conci-
lii di Avignone tenuti nel 1826 e
nel 1337. Vi è ordinato che il
ciu'ato dicendo la messa nella sua
chiesa, deve essere servilo almeno
da un suo chierico in cotta; che
ogni chiesa cattedrale e collegiata
manderà almeno due persone del
suo corpo, per istudiar teologia o
gius canonico, senza che per quest'as-
senza perdano altro che le distri-
buzioni manuali. li resto riguarda
i beni temporali della Cbiesa, ì
suoi diritti e la sua giurisdizione.
Labbé tora. XI; Arduino tom. VII;
Diz. de' conc. .
LAVELLO, Lavellum. Città ve-
scovile piccola ed antica della pro-
vincia di Capitanata, presso i con-
fini settentrionali della Basilicata ,
distretto di Melfi^ cantone di Venosa.
Sta io ameno ed ubertoso territo-
rio, distante cinque miglia da Ve-
nosa. Quando i normanni divisero
la Puglia nel io/j^ì, cedettero que-
sta città, che non era di molla
considerazione. Ebbe poscia il ti-
tolo di contea, quindi come mar-
LAV
diesato appartenne alia casa di
Tufo. La cattedrale, dedicata a s.
Muuro, aveva il capitolo conT[)osto
di quattro dignitari, l'arcidiacono,
l'arciprete, il cantore ed il primi-
cerio, con dodici canonici, oltre
altri sacerdoti. Non vi erano altre
chiese parrocchiali, e l'arcidiacono
faceva le funzioni del parroco. La
diocesi consisteva nella città, ed a-
vea due conventi, cioè di osservan-
ti e di cappuccini; era suCfraganea
della metropoli di Bari.
La sede vescovile di Lavello di-
cesi molto antica, ma il primo ve
scovo che si conosca è Vincenzo,
che fiori nel 1060 nel pontificalo
di Nicolò II. Il secondo fu Seone
del io64j il terzo Bisanzio del
1069; il quarto Giovanni che in-
terveiìne nel i i 79 al concilio ge-
nerale Laternnense 111, celebrato da
Alessandro III. Tra i di lui succes-
sori nomineremo fr. Filippo napo-
letano domenicano, celebre nella
teologia, prudente, ed ornato di
altri piegij che Clemente VI nel
134^ fece vescovo, e nel seguente
anno trasferì all' arcivescovato di
Tranì. Stefano Capano patrizio
napoletano, nato in Lavello, lodato
per dottrina e virtù: Sisto IV nel
1474 lo ft^ce vescovo. Bernardino
de Leis romano, canonico latera-
nense, fatto nel i5o4 da Giulio
II. Nel i5i5 Leone X fece ammi-
nistratore di questa sede il cardi-
nal Francesco Surrentinus ( proba-
bilmente Remolino ), il quale po-
co dopo la rassegnò al suo segre-
tario Pietro Prisco Guglielm uc-
ci di Amandola, chiaro per eru-
dizione varia. Ad esso nel iSSg
successe Gio. Vincenzo Michele di
Lavello, Iraslato nel i545 a Mi-
nervino. Gio. Pietro Ferretti di
Ravenna, poeta laurealo, isterico
LAZ
celebre, dottissimo scnttore, Paolo
III nel i549 ^^ trasferì da Mileto
a Lavello. Degnamente gli succes-
sero, nel i554 Bartolomeo Orsucci
di Lucca; nel i558 Antonio Fio-
rabelli di Modena, ornalo di singo-
lare erudizione; nel i56i Lucio
Maranta venosino che fu al conci-
lio di Trento; nel 1627 Placido
Padiglia napoletano, egregio predi-
catore celestino; nel i652 Giusep-
pe Boncore napoletano, terminando
rCJghelli neir Ilalia sacra t. VII,
p. 74o, la serie con Nicola Cerbini
napoletano. Questi ebbe a successo-
ri que'vescovi registrati nelle an-
nuali Notizie di Roma, V ultimo
de'quali fu Gennaro Fortunato del-
la diocesi di Rapolla, fatto vescovo
da Pio VI nel 179*2. Dopo lunga
sede vacante, nella circoscrizione
delle diocesi delle due Sicilie, Pio
VII nel 18 18 soppresse la sede
vescovile di Lavello, ed in perpe-
tuo l'unì a quella di Venosa [t^edi).
LAZICA. Provincia dell' Asia,
che chiamasi anche Golchide, od
almeno che faceva parte della Gol-
chide. I popoli della Lazica, chia-
mati lazii o lazes, furono assogget-
tati ai romani, che se ne serviro-
no onde reprimere gli unni, che
scendevano dal Caucaso, e si span-
devano nella Lazica e sulle terre
dell'impero, mantenevano cojnmer-
cio coi romani del Ponto. Conser-
varono il loro nome antico, ed al
presente abitano la Turchia asiati-
ca hungo il mar Nero, nel pascia-
latico di Trebisouda. I popoli che
abitavano il paese di Lazica, al
dire di Procopio, erano altaccalis-
simi alla religione cristiana. Bau-
drand colloca questa provincia dal-
la parte del Fasi, Ira il monte Cau-
caso -ed il Ponto Eusino, ed era
una provincia ecclesiastica della
LAZ 'xoj
diocesi d'Iberia. Da un'antica No-
tizia pare che vi fossero quattro
vescovati sotto la metropoli di Fa-
si, Phasis^ città situata sul fiume
del medesimo nome. Commanville
nell'esarcato di Ponto pone la pro-
vincia Lazica con Phasis per me-
tropoli, nel IX secolo trasferita a
Trebisonda, che nel secolo XIII
divenne esarcato di Lazica , con
dieciotto sedi vescovili per suffra-
ganee, fra le quali Phasiana del
IX secolo. Il p. Le Quien dice
che la Lazica o la Colchide, detta
anche Bassa- 1 berla, chiamasi pure
Mingrelia. Avvi ui^ cattolico o pa-
triarca differente da quello dell'Al-
ta-1 berla, il quale ha sotto di lui
il metropolitano d'Imiretta, il qua-
le ha due arcivescovi ed un vesco-
vo sotto la sua giurisdizione. Il p.
Le Quien incomincia la serie dei
cattolici della Colchide o della
Bassa-Iberia coi vescovi di Fasi, an-
tica metropoli dei lazii o laziani.
Giorgio sedeva al tempo dell' im-
peratore Maurizio, diventò poscia
patriarca d' Alessandria, dopo la
morte di s. Giovanni TElcmosinie-
re. Ciro, uno de'principali difensori
deir eresia monolelita, governava
la chiesa di Fasi nel 622 e 63o;
fa in seguito nominato patriarca
d'Alessandria dall' inlperalore Era-
clio. Furono suoi successori Teodo-
ro, Cristoforo, Gennadio, Giorgio
Scolari, ec. V. il p. Le Quien,
Oricns christ. 1. 1, p. i336 e iZ^\.
LAZIO, Lnlium. Il Lazio o pae-
se de'latini é una contrada nobilis-
sima, illustre e celebratissima d'I-
talia nello stalo pontificio, all'est
del Tevere e al sud del Teverone,
al di sotto dei sabini e in vici-
nanza degli etruschi. L' antico La-
scio non occupava che una porzio-
ne di ciò che poi chiamossi Cam»
2o8 LAZ
pagna di Roma, cioè quello che
trovavasi dopo il Tevere sino al
capo Circeo, Circaeum promonto-
riuni ( di cui parlammo all'articolo
s. Felice). Ma dopo che gli au-
runci, gli ernici, gli equi, i volsci,
i rutuli e gli ausonii furono com-
presi sotto il nome di latini, i li-
miti del nuovo Lazio si estesero
sino al Volturno. Gli aborigeni ne
furono i primi abitatori^ i pelasgi
si unirono ad essi, ed i tirreni
approfittarono poscia della deca-
denza di questi ultimi. I siculi che
da Plinio furono posti in quarto
luogo tra i priq^i abitatori d'Italia,
Dionigio d' Aliearnasso li chiama
popoli naturali del Lazio. Questo
memorabile paese da cui uscirono
i conquistatori del mondo, ch'ebbe
Roma per capitale, e che secondo
alcuni autori un tempo diede il
suo nome a tutta Yltalia (Vedi\
secondo il Bochard fu chiamato
Lazio per una voce ebraica che
significa magia, a cui erano assai
dediti i latini. Molti però lo fan-
no derivare da lateoj his quoniani
latuisset in oris Saturno fuggito
dalle armi di Giove suo figlio, co-
me si legge in Virgilio, Aeneide
Vili, 222; altri poi dal re Latino.
Fabio Pittore, De aiir. saec. lib.
I, registrando la venuta di Satur-
no nella regione, è di parere che
Giano per divisione del regno con-
ceduto a Saturno, vi stabilisse co-
me per linea divisoria il Tevere;
patto osservato ancora molti secoli
dopo per separazione tra' latini e
toscani al tempo di Ascanio, come
si ha da Livio, decad. I, 1. I ;
ecco le parole di Fabio: « Paulo
post frementibus undique contra
se armis^ toto prius perrerato Or-
be Saturnus ad Janum se contulit,
eum comi hospitio JaDUs receptuiU;
LAZ
Latio, et aborigìnibuS praefecit, et
more, quamvis tunc finientis aurei
saeculi, intra fines se quisque con-
tinuit, Janus in Etrurìa, Saturnus
in Latio, Tiberimque fines imperii
esse instiluit ". E più sotto segue.
« Etruria a Janiculo Janus, Lati ura
a Saturno Saturnus cognominavit".
E sesto Aurelio Vittore, De orig.
gent.rom. dice: »lgiturJano regnan-
te apud indigenas rudes , incul-
tosque Saturnus regno profugus,
cum in Italiam venisset, benigno
exceptus hospitio est ". Che Satur-
no edificasse la parte del Capitolio
ove si fabbricò Roma, con nome
di Saturnia, lo dichiara Virgilio
quando vuole dimostrare, che el-
la indifferentemente nel Lazio e
nella Toscana era fabbricata, Ae-
ned. lib. Vili. Ovidio poi, De fast.
lib. I, così si esprime. »» Inde diu
genti mansit Saturnia nomen, dieta
fuitLatium terra latente Deo". Se-
sto Aurelio dice : » Sed Urbem Sa-
turnus, cum in Italiam venisset,
condidisse traditur ". Lo conferma
ancora Giulio Solino, De orig. gent.
rorn., con queste parole. » Quis igno-
rat, vel dictum, vel conditum a
Jano Janiculum, a Saturno Latium,
atque Saturniam ". Ed Isidoro His-
palense lib. i5 eziandio: « In I-
talia autem a Jano Janiculum,
a Saturno Saturnia, atque La-
tium conditum, eo quod ibi fu-
giens latuisset ". Parimente Arno-
bio, Advers. gent. lib. 3 : " Ja-
nus Janiculus conditor, et civita-
tis Saturniae Saturnus auctor";
opinione che seguono Bartolomeo
Isernacense, De ant. rom. lib. I, e.
4; il Fazzello, De reb. Sicil. dee.
2, lib. I;lo Scotto, De origin. ur-
bis Rom.j il Perotti, epigr. 6, ed
altri, come il p. Tbeuli nel Tea-
tro islorico di Felletri, pag. 10 e
LAZ
seg. Sono quasi tutti conformi gli
scrittori intorno all'origine del no-
me del Lazio, affermando perchè
Saturno latuit, si nascose in esso.
Così dice Erodiano, De imp. rom.
lib. I: M Cujus etiam Saturnum
ipsum ab Jove fìlio pulsum fiiisse
hospitem praedicant, quod et ibi la-
tuisset nomen Latio inditum". Pao-
lo Diacono, ^w/. mwc. lib. I : »Sa-
iurnus, quia in Italia latuit, ab ejus
latebra Latium appellatum est ".
L'abbate Uspergense in Cliron., e
Papia nel Vocah. lit. L , dicono lo
stesso. >» Latium pars Italia dictum,
quod Saturnus a Jove fugiens, ibi
latuerit ". Paolo Merula, Chronol.
p. II, lib. 4> dice: « Latium di-
ctura putatur a Saturno, qui patria
profugus in bis locis latuisse fer-
tur". Finalmente il citato Perotti,
epigr. 6 : « Dictum Latium, quod
illic latuerit Saturnus Jovera filium
fugiens". Dunque è provato che
Latium dicatur a latendo, benché
alcuni opinarono cosi chiamarsi :
Quia lalet iuter praecipitia Alpium
et Apennlni.
Il Lazio antico, cioè il Lazio
prima della venuta di Enea troia-
no e di Evandro, ebbe per città
Ostia^ e Laurenlo detta terra Sa-
iurnìay il Gianicolo^ Gobio ^ Fre-
nesie o Palestrina , Tusculo poi
Frascati j LabicOj Ariccia o Ric-
cia^ Boriile e Ortona. Evandro vi
aggiunse Pallanteo Tibiire, e Ca-
tillo prefetto dell'armata navale di
Evandro, Tivoli. I troiani venuti
con Enea vi fondarono Lavinia,
ed Ascanio Alba. Qui va notato
che la maggior parte delle città
dell'antico e del nuovo Lazio han-
no articoli nel Dizionario ; delle
altre se ne parla agli analoghi ar-
ticoli, come per esempio all'articolo
Genzano si parlò di Ardea, Nemi
VOI. xxxvii.
La 2 209
e Lanuvio. Verso la fine di questo
articolo parleremo di Laurenio, la
prima capitale dell'antico Lazio, e
daremo qualche cenno eziandio di
Lavinio ed Albalimga che lo diven-
nero dappoi, oltre quanto in progres-
so dovremo dire di trenta città la-
tine. Quanto ivi diremo natural-
mente riguardano importanti noti-
zie del Lazio stesso.
Dopo la vittoria de' troiani so-
pra Turno re de' rutuli, fu il La-
zio accresciuto dal paese di questi,
che comprendeva Ardea la capitale,
fondata dal re Pilumno, Afrodisio
e Castel d'Invi, cioè del Dio Pane,
come spiega Servio. Finalmente i
romani ampliarono il Lazio anche
più, aggiungendovi i volsci, gli au-
runci, gli ernici e gli equi. Il go-
verno dei re del Lazio fu monar-
chico, e tale durò sino a Numito-
re , dopo la cui morte presero i
latini il governo repubblicano , e-
leggendosi ogni anno un dittatore,
di due de' quali si trova menzio-
ne, cioè di Cluilio e di Mezio Su-
fezio. Dopo che Alba fu distrutta
da Tulio Ostilio terzo re di Roma,
e gli albani passarono in Roma, si
elessero i latini due dittatori , che
altri dissero pretori, l'elezione dei
quali facevasi ogn'anno al bosco di
Ferentino, ove similmente si adu-
navano nelle maggiori urgenze della
repubblica, e così seguironsi a go-
vernare, finché furono soggiogati
dalle armi romane , come si può
vedere nel cardinal Corradini, La-
tium velus tom. I, cap. 8, pag. 66.
Nel Lazio antico non v'ebbero più
re ad un tempo, ma uno solo,
però va avvertito che antichi e
moderni scrittori diverse volte chia-
marono re latini tutti coloro che
hanno regnato di là dal Tevere
verso Napoli, come un re Sabino,
■4
2 10 L AZ
il quale verosimilmente avrà deno-
minata la Sabina, secondo clic di-
cono alcuni ; un Dauno che fu re
de' danni neUa Puglia; un Mur-
rano collegato con Turno , e re
di un qualche vicino paese. Sem-
bra bizzarra l'opinione di Servio,
che vorrebbe Murrano il primo re
del Lazio. Quanto ai re del Lazio
sino ad Enea, il Casella, De prim.
Hai. colon, p. 40) ^^ ^''*'' > dopo
aver falsamente assegnati al Lazio
Enotro, Italo, Morgete e Siculo,
che regnarono nella penisola dei
bruzi, fanno successore di Siculo il
re Osiri combattitore de' giganti ,
indi Lestrigone debellato da Erco-
le , poscia Tosco figlio d' Ercole ,
poi Morgenle figlio di Pùte, poi
Sasio, quindi una regina Roma fon-
datrice della città che divenne si-
gnora del mondo , e dopo di lei
Romanesco; ma queste non sono
che favole. Ecco i veri re del La-
zio. Narra Macrobio lib. I, cap. 7,
sulla fede d'Igino, che arrivato nel
Lazio Giano vi ritrovò il re Ca-
mese, che all'ospite Giano fece par-
te del regno, e gli diede facoltà
di fabbricarvi una città, che dal
suo nome fu detta Gianicolo, con
questo però, che tutto il paese si
appellasse Regton Camascne. Euse-
bio non nomina il re Cauìese ; ma
oltreché paia che debba essere
preferita l'autorità di autoii ante-
riori, forse l'avrà taciuto Eusebio,
perchè Giano oscurò la memoria
di Camese colle sue gesta, arrivan-
do fino ad essere venerato siccome
Dio. Anzi Giano fu Dio non solo
de' latini, ma pure degli etruschi,
come lo mostrano molte loro mo-
nete. V. l'Olivieri, nella raccolta
del p. Calogerà toni. XXI, p. 268;
ed il Maffei, Oss. leti. t. VI,
p. 27.
La venuta di Giano io Italia de^
LAZ
v'essere stata centoquaranlasei anni
prima dell'eccidio di Troia, il quale
corrispondendo, secondo l' Usserio,
all'anno del mondo 2795, sarà Gia-
no venuto in Italia l'anno del mon-
do 2649. Venne egli dal paese dei
gereti, popoli della Tessaglia, situati
lungo il fiume Peneo , come dice
il Banier, Mitol t. VI, lib. 1, e. 6.
Secondo l'autore delle Orìgini del po-
polo di Roma, fu Giano figlio di
Creusa nata dal re d' Atene ; per
lo che non è inverosimile che si
chiamasse Jone, e che questo no-
me nella pronunzia latina non si
cambiasse in Giano. Questo però
è diverso dal Giano de* greci , es-
serido quello morto nell'Attica.
Dopo la morte di Camese^ Gia-
no successe al suo regno. Ebbe
Giano un ospite, cioè Sterce o Sa-
turno, che con nuova leva di gen-
te approdò nel Lazio. Questi inse-
gnò a' latini la maniera di coltiva-
re le terre e d'innestare le pian-
te. E quindi come Giano a Came-
se, così a Giano successe Sterce nel
regno del Lazio, fabbricandovi egli
pure una città che fu delta Satur-
nia, di cui a' tempi di Varrone ri-
manevano de' vestigi. Dopo Giano
regnò nel Lazio Saturno, come at-
testano antichi scrittori greci e la-
tini, poeti e prosatori, e gli slessi
padri della Chiesa, come Eusebio
e Latlanzio. Ma ciò non ostante
parecchi eruditi, ira' quali il p. Do-
menico Ricci chierico minore, nella
Dissert. sopra Giano primo re de-
gli aborigeni, vogliono che il Sa-
turno d' Italia sia un sogno poeti-
co, essendo stato Saturno impri-
gionato da Giove e ucciso in Gre-
cia, come si ha da Onìero e da
Platone, citati da Natal Conte, Mi^
lol. lib. 2, cap. 2. Trattandosi però
di due opposte sentenze, sembra che
debba darsi la precedenza a quella,
cioè alla prima, che ha per sé la
continua tradizione degli antichi
scrittori, e eh' è confermata dalla
città stessa appellata Saturnia. A
comporre simile controversia , la
migliore ragione pare quella di s.
Agostino, Deciv. Dei, 1. i8, cap.
i5. >» De Pici patre Saturno viderint
quid senliant talium deorum cul-
tores , qui eum negant hominem
fuisse, de quo alii scripserunt, quod
ante Picum suum fìlium in Italia
regna verit, et Virgili us notioribus
literis dedit; sed haec poetica opi-
nentur esse fìgmenta, et Pici patre
Stercen potius fuisse adseverent, a
quo peritissittio agricola inventum
ferunt, ut fimo animalium agri fae-
cundarentur, quod ab ejus nomine
Stercus dictum est, unde et hunc
quidam Sterculium vocatum ferunt.
Qualibet autem ex caussa eum Sa-
turnum appellare voi neri nt, certuni
est tamen hunc fuisse Stercen, seu
Stercutium, quem merito agricul-
turae ferunt Deum ". Dunque Ster-
ce è il Saturno d'Italia. Mercè i
benefìzi portali da Sterce ai latini,
credettero di vedere in lui tornalo
un nuovo Saturno, e dopo la sua
morte come tale lo venerarono. La
città fondata da Sterce sarà prima
slata, com'è verosimile, dal suo no-
me chiamata Stercene , tramutato
poi in quello di Saturnia, tosto che
i latini fecero di lui morto l'apo-
teosi, e lo venerarono per Satur-
no. Sembra perciò chiaro , che i
latini aveano idea di Saturno pri-
ma della venuta di Sterce. In fatti
gli enotri avevano nella primitiva
Italia già introdotto il culto di Sa-
turno, a cui si attribuiva la gio-
vevole arte dell'agricoltura, e la
bella età dell'oro fiorita nel regno
suo, sotto i quali racconli si vede
LAZ 211
chiaramente adombrato Noè. Su
questa controversia si possono con-
sultare il Vossio, il marchese Maf-
fei, il Mazzocchi, il p. Theuli a p.
8, cap. II, del regno del Lazio; il
Fourmont, Refi. crit. sur Ics Just,
des ano. peup., tom. I, lib. 2, § 3,
cap. 2, e gli autori che citeremo in
fine.
Quanto alla venuta nel Lazio di
Evandro e di Ercole, quella del
primo pare ch'abbia avuto effetto
sessanta anni prima dell'assedio di
Troia, con piccola truppa d'arcadi,
quanti ne potean capire in due navi,
come narra Dionigi lib, I, regnan-
do Fauno figlio di Pico e nipote
dell' avolo Sterce. Accolto Evandro
cortesemente da Fauno, gii fu as-
segnato il monte detto dipoi Pala-
lino, in cui fabbricò la città appel-
lata da Virgilio, Aeneid. Vili, 54:
Pallantis proavis de nomine Pal-
lanteum ; e tenne vi con picei ol di-
stretto, come dice Varrone, picciol
reame, avendo seco condotto la sua
madre Carmenta. Sette anni ap-
presso , e sotto lo stesso Fauno
giunse nel Lazio anco il famoso
Ercole, e vi uccise il celebre Ca-
co nella spelonca detta poscia A-
ventino. A Fauno successe il figlio
Latino, a cui sembra attribuirsi da
Virgilio Jib. VII, %, Ja città di
Laurento. Ma altrove accenna lo
stesso Virgilio essere stata questa
città più antica ancora di Pico fi-
glio di Sterce. Quanto al nome, è
naturale il derivarlo coH'autore del-
le Origini de'romani, lib. I,c. 12,
e con Erodiano, dai lauri, de'quali
ve n' era intorno a quel luogo
grande abbondanza. Della venuta
di Enea in Italia e nel Lazio pur
vi è grave controversia. Strabone
nel lib. i3 fu forse il primo non
a dubitare egli stesso di questa ve-
2 12 LA Z
nuta, come alcuni hanno creduto,
ma a proporre gli argomenti che
la rendono incerta, riportando in
ispecie le due contrarie tradizioni,
cioè quella de' greci, che descrive-
vano i principi di Scepsi sul mon*
te Ida come discendenti da Etto-
re e da Ascanio figlio di Enea, e
affermavano aver essi continuato il
dominio della mentovata città sino
a* tempi di Antigono e di Lisima-
co; e l'altra dei romani, che por-
tavano con Ascanio la posterità di
lui in Italia, e nel sepolcro di Et-
tore e di Troia tutta chiudevano
la discendenza di Priamo, alle quali
due tradizioni aggiunge il riferito
Straberne che Omero egualmente si
oppone. Dopo Strabene sono pas-
sati più oltre vari moderni, ne-
gando affatto la venuta di cui si
tratta, cioè il Cluverio neh' Italia
antica lib. 3; Samuele Bochar in
una dissertazione alla fine del suo
Canaanj de Segrais nel suo Vir-
gilio. Il Bannier e gli scrittori in-
glesi della Storia universale incli-
nano alla stessa opinione, e in fine
Erasmo Gesualdo nelle sue Osser-
vazioni crìtiche sulla storia della
via Jppia, di d. Francesco M. Pra-
tilli, ha tutti sorpassato nella fran-
chezza di deridere come favoloso
l'arrivo che contro ver tesi. Per con-
trario l'autorità di altri autori fa-
vorisce la tradizione romana, tra i
quali sonosi distinti Teodoro Rikio
nel ììh.Depr.Htal. col. p. io, ii e
12, e monsignor Bianchini nella
Storia univ. p. SgS; il p. Catrou,
Diss. sul VII libro di Virgilio^ e
il Giannicoli, Tract. de orìgine et
pueritia linguae lai. 1. I; e. 9, coi
quali è più equa cosa il sentire. E
da notare, che la questione della
venuta d'Enea in Italia prescinde
dalla verità delia guerra troiana,
LAZ
potendoci egli esser venuto a tras-
portarvi nuova colonia , ancorché
quella guerra non vi fosse mai sta-
ta, né veri sieno stati tutti gli ag-
giunti, che si dicono dello stesso
Enea. Le principali ragioni di que-
sti secondi sono, i." Il consenso di
tutti gli antichi scrittori romani.
2." Le tante romane famiglie, che
si gloriano discese dai troiani, co-
me la Giulia, l'Emilia, T Azia, la
Cecilia, la Clelia, la Cluenzia, la
Gegania, la Giunia, la Memonia,
la Nanzia, la Sergia ed altre ram-
memorate da Igino; il che non
avrebbero fatto, se non si fosse
reputata certa la venuta de' troia-
ni in quelle parti. 3.° L' autorità
del senato e popolo romano , il
quale anche ne' pubblici trattati ri-
chiamava la sua origine dai troia-
ni. 4'° Il sito medesimo ov*é fa-
ma che si accampassero i troiani
nel loro arrivo in Italia, chiamato
Troia; del che può vedersi non
pur Livio, ma anche il greco Dio-
nigi 1. I. 5." Per fine l'attestazio-
ne di più greci autori, cioè oltre
Dionigi grandissimo ricercatore del-
le vetuste memorie, dell'antico Ar-
tino e di Licofrone di Calcide, fio-
rito prima che i romani avessero
alcuna storia.
Le principali ragioni degli auto*
ri contrari trovansi assai bene di-
sciolte presso gli autori citati colla
tradizione, a' quali mi rimetto per
amore di brevità, riferendone qui
sole due. La prima è tratta dal
sepolcro di Enea, che Agatocle Ci-
ziense colloca con diversi autori
nella città di Berecinzia non lungi
da Troia, obbiezione confutata dal-
lo stesso Dionigi , il quale e' inse-
gna, essere stati eretti monumenti
ad Enea in più luoghi, de'quali ce
ne novera sette; dai che è stato
LAZ
facile credere sepolcro di Enea ciò
che non ne era se non un'onorata
memoria. La seconda è presa da
ElianicOj da cui si ha che Ascanio
non regnasse nel Lazio, ma in Troa-
de; di più eh' ei fabbricasse in Fri-
gia una città, dal suo nome chia-
mala Ascania, lo insegnano Stefa-
no e Nicolò Damasceno. Ma ri-
sponde il p. Catrou , che l'Ascanio
del Lazio noa è nato ad Enea da
Creusa, che può lasciarsi in Troa-
de; ma il natogli da Lavinia, sic-
come con Dionigi afferma il Rosi-
ne nelle Antichità romane. Altri
io vogliono lo stesso, e circa la città
Ascania dicono col Brocbard, che
non da Ascanio ebbe il nome, ma
da Ascenaz figliuolo di Gomer;
senzachè potè essere in Troade uà
altro Ascanio, che niente avesse che
fare col figliuolo di Enea. Ma della
venuta di Enea nel Lazio, coll'au-
torità degli storici piìi gravi, greci
e latini, e tra i più moderni dei
Fea e del IXibby sommi archeolo-
gi, ne parleremo all'articolo Roma,
ove riporteremo altre notizie sui
Lazio. Si conoscerà per le attesta-
zioni di vari scrittori, come degli
aborìgeni, de* pelasgi e de' frigi ve-
nuti con Enea in Italia, si costituì
il popolo latino, stipite principale
de' romani, giacche latini furono i
primi abitanti di Roma, latino Ro-
molo che fondò l'eterna città; con-
tro le dottrine del Vico, del j\ie-
Ijhur e di altri tedeschi e stranieri,
ripugnando ai veri italiani, come
si esprimono diversi nostri dotti ,
l'abbeverarsi alle sorgenti straniere
quando sono impure, sulle patrie
cose, non che straziar la fama del-
l'inclita Italia, come fatalmente fe-
cero talora alcuni, ri negando per
così dire il patrio cullo per ado-
rare Iddii foraslieri. Ora passiamo
LAZ 2i3
ad accennare sotto qual re latino
venne Enea nel Lazy), e qual fu
ivi la sua sorte.
Sotto il re Latino, ch'era allo-
ra in guerra coi rutuli, arrivò nel
Lazio Enea co' suoi troiani. Lati-
no accolse benignamente i nuovi
ospiti , diede ad Enea in moglie
l'unica sua figlia Lavinia, e la fa-
coltà di fabbricarsi una città, con
patto di aiutarsi in guerra scam-
bievolmente. La città fabbricala da
Enea fu detta Lavinio dal nome
della sua sposa, e surse su d'un
colle lontano circa tre miglia dal
mare, e il sito fu assai verosimil-
mente ove ora è Patrica, come
prova con assai buone ragioni il
marchese Lucatelli nella Disserta-
zione sull'antica città di Lavinio^
inserita nel tom. VI dell'accademia
etrusca di Cortona. Per questi fatti
incrudelì la nimicizia de' rutuli coi
latini, mal soffrendo Turno loro re,
di veder data Lavinia, a se pro-
messa, ad uno straniero; ma ve-
nuti a battaglia, furono dai latini
disfatti i rutuli, benché nella zuffa
rimanesse estinto il re Latino, che
fu poscia innalzato ai divini onori
sotto il titolo, come pensano alcu-
ni, di Giove Laziale, ch'ebbe un
famoso tempio sul monte Albano
o Laziale, di cui parlammo in di-
versi luoghi, ed ove si celebrava-
no le ferie latine, mentre poco
lunge e presso Marino si raduna-
rono i latini per consultare sui loro
affari. Dopo la rotta. Turno ricor-
se al re di Cere Mezenzio, uomo
empio e disumano, per attestazione
concorde degli antichi scrittori la-
tini; il qual Mezenzio marciò con
numeroso esercito a Lavinio per
assediarla. Ma Enea uscito alla te-
sta de* suoi troiani e de' suoi lati-
ni, gli diede una battaglia, che du-
2i4 LAZ
rata per molte ore, divise in fine
la notte. In questa mischia Enen
incalzato fino alle sponde del fiu-
me Nu micio, vi cadde e vi perì
dopo sei anni di regno, secondo.
Dionigi. Mezenzio dopo la battaglia
andò ad accamparsi in piccola di-
stanza da Lavinio, per Io che A-
scanio figlio di Enea tentò di ve-
nire a qualche accomodamento. Di-
venuto perciò Mezenzio ancora più
superbo, propose ai latini durissi-
me leggi, una delle quali era che
gli mandassero annualmente, almeno
come altri dicono, per molto tem-
po, tutto il vino del loro paese.
Ascanio preso coraggio, ributtò le
inique condizioni, e fece di notte
una sì felice sortita, che Mezenzio
vi perde il figliuolo Lauso, e si
trovò sì ristretto sopra una colli-
na, che dovette egli domandare ad
Ascanio la pace, e Ascanio temen-
do di un rovescio dell' incostante
fortuna, gli diede libertà di riti-
rarsi colle sue truppe, essendosi
prima convenuti, che il Tevere sa-
rebbe stato il confine degli etru-
schi e de' latini. La successione di
Enea, secondo gli storici, cadde su
Eurilone suo figliuolo^ detto poi A-
scanio, ed anche Ilo o Julo, che
ebbe Enea, secondo Cesare e Ca-
tone, citati dall'autore delle Origini
romane, da Creusa figliuola di Pria-
mo re di Troia , e secondo altri
da Lavinia stessa , nel qual Caso
non potrebbe essere stato questo
Ascanio il vincitore di Mezenzio.
Lavinia essendole posto sospetto che
Ascanio volesse privarla di vita ,
fuggì a nascondersi in una selva
presso Tirso o Tirro pastore, ove
die alla luce un figliuolo postumo,
di cui fu lasciata incinta da Enea,
che chiamò Silvio : questo sospet-
to concorre a mostrare Ascanio fi-
LAZ
gliuolo di Creusa. Il certo ^\ è,
che Ascanio si purgò dell'apposto
delitto dinanzi al popolo con giu-
ramento; e lasciando a Lavinia la
città di Lavinio, si die a fabbri-
carne una nuova, che chiamò al-
ba-Longa, la quale dovette essere
ov'è ora Castel Gandolfo (Vedi),
dalle cui rovine surse Albano [Fe-
di), trasferendo colà il regno dei
latini, o piuttosto dando quivi prin-
cipio ad un nuovo regno degli al-
bani. Solino scrive, che Ascanio
fondasse anche Fidene ed Amo.
Morì Ascanio dopo trentaselte an-
ni di regno, secondo Dionigi e Sin-
gello, lasciando due figliuoli Giu-
lio ed Emilio, capi della gente Giu-
lia ed Emilia, de' quali ninno suc-
cessegli, ma sì bene il fratello Sil-
vio.
Pochi anni prima della guerra
di Enea co' rutuli, Diomede figlio
di Tideo e re degli etoli, fu sbal-
zato co' suoi da una tempesta nel-
la Puglia sulle coste de' danni, ove
trovò Danno loro re occupato in
guerra co' messapi. Il re de' danni
pregò Diomede di dargli aiuto, pro-
mettendogli parte de' suoi stati, e
in moglie la sua figliuola. Diome-
de accettò r offerta , ed uscito in
campo co* danni e co' suoi, battè
i nemici ; e distribuì poi tra le sue
genti le terre donategli da Danno,
e vi fabbricò due città. Agrippa o
Arpi, e Malevento poi Benevento.
Inoltre a Diomede si attribuisce
l'erezione della città di Lanuvio.
Nata contesa tra Silvio e Giulio, i
latini aggiudicarono il regno a Sil-
vio, perchè egli era figliuolo della
madre, alla quale apparteneva l'e-
redità del Lazio ( lo che compro-
va che Ascanio fosse figliuolo di
Creusa ). Insieme però trasferirono
a Giulio il sommo sacerdozio, che
LAZ
nella genie Giulia rimase perpetuo.
Dionigi nel lib. 3 e* insegna che i
re di Alba fondarono trenta colo-
nie con Roma. L'autore delle Orì-
gini del popolo romano ne nume-
ra dieci fondate nel regno di La-
lino Silvio lerzo re dopo Silvio, e
sono : SiMo , Palestrina , Tivoli ,
Gabioj Frascalij Cora, Pomeziaj
Crustiimioj Camerìa e Boville. Vir-
gilio ugW Eneide VI, 772, ne at-
tribuisce allo slesso Latino altre
cinque, Noniento, Fide ne. Colla-
ziay il Castel d'Jnvo^ e Boia. Li-
TÌo nel lib. J, 33, ne aggiunge
altre sei senza nominare il re fon-
datore, cioè Politoriunìj Tellenas,
Ficanam, Cornicoliun , Ficulniani
o Fieunlani velereiìi^ Anieriolani.
Dionigi rammenta anche Medullio
e Labico. Alle quali se aggiungansi
Alba ed Amo, attribuite da Soli-
no ad Ascanio, e di più Roma, ne
resteranno ignote ancor cinque. Non
però deve intendersi che i re di
Alba fondassero tutte queste città,
essendovene stata gran parte pri-
ma di essi, come è chiaro ancora
dal già detto; ma che le ripopo-
larono di nuovi abitatori, e le ri-
dussero in istalo migliore. Tra i re
d'Alba, Tiberio o Tiberino si an-
negò nel fiume Albula combatten-
do, dal che cariibiò il nome con
quel di Tevere: [' Albula serviva
di limite tra i latini e gli etruschi.
Allade o Alladio, che forse è l'A-
remolo Silvio nominato dall'auto-
re delle Origini romane, o il Re-
molo di Ovidio, fu un empio dis-
pregiatore degli uomini e degli dei.
Per mettere terrore agli uomini e
farsi riconoscere per un Dio, tro-
vò maniera d' imitare i tuoni e
fulmini dell'aria; ma sopratfatto
da fiero temporale, e caduta sulla
casa di lui una mano di veri ful-
LAZ 2i5
mini , e soperchiando insieme le
sponde il vicino lago Albano, ora
di Castel Gandolfo , fu assorbito
con tutta la casa , come racconta
Dionigi lib. I. L'autore delle Ori-
gini romane o sia Sesto Aurelio
Vittore, o meglio Dionisio, aggiun-
ge che Aufidio Domizio ha opina-
to, che per terremoto anziché per
fulmini rovinasse la casa di Alla-
dio o Aremolo Silvio, e con lui
precipitasse nel famoso lago; forse
più veramente l' uno e l' altro ac-
cidente avrà concorso all' ultima
rovina della reggia e dell'empio
suo regnatore ; e il gonfiamento
del lago può più che verosimilmen-
te dirsi originato dal terremoto o
da un vulcano, su di che può ve-
dersi il citato articolo Castel Gan-
dolfo. Il re Aventino di lui suc-
cessore fu ucciso alle falde del mon-
te di Roma, che da lui prese il
nome d'Aventino, e vi fu sepolto.
Allora sali sul trono Proca, padre
di Numitore e di Amulio, il quale
divise il regno tra i due figliuoli.
Amulio scacciò il primogenito Nu-
mitore, ne uccise il figlio Egesto,
e racchiuse tra 'le vestali la figliuo-
la Rea Silvia, la quale dando poi
alla luce due gemelli Romolo e
Remo, Amulio ne ordinò V ucci-
sione. I gemelli scampati da tal
condanna, e fatti adulti, uccisero
lo zio Amulio e riposero sul tro-
no l'avo Numitore, indi fondarono
la città di Roma.
Ecco tre seiie cronologiche dei
re latini e d'Alba. He latini. Ca-
mese. Giano regnò trentatre anni.
Sterce o Saturno ne regnò altret-
tanti, Pico trentasette, Fauno qua-
rantaquattro, Latino treutasei, E-
nea sei, Ascanio Irentasette, Silvio.
Ascanio col fabbricare la nuova
citta di Alba-Longa^ avendo dato
216 LAZ
principio al memorato regno degli
Albani, ecco la serie dei Re d'Al-
ba. Ascanio che regnò trentasette
anni, Silvio trenta, Enea trent'uno,
Latino cinquant'uno, Alba trenta-
nove, Capeto -ventisei, Capi ven-
t'otto, Calpeto tredici, Tiberino otto,
Agrippa quarant'uno, Allade dician-
nove, Aventino trenlasetle, Proca
ventitre, Amulio quarantadue, Nu-
mitore due. Altra cronologia : Re
del Lazio. Giano fiorì nell'anno
i^5i avanti la nascita di Gesù
Cristo. Saturno 1/^.1 5 anni di det-
ta era. Pico i382. Fauno i335.
Latino i3oi. Enea i25o. Ascanio
II 75. Silvio Postumo II 36. Enea
Silvio 1107. Latino Silvio 1068.
Alba Silvio IO 18. Episto Silvio
979. Capi Silvio 953. Carpento
Silvio 925. Tiberio Silvio 912.
Archi ppo Silvio 904. Aremulo Sil-
vio 863. Aventino Silvio 844* Pi'oca
Silvio 817. Amulio Silvio 796. La
terza cronologia è del p. Theu-
li, che sebbene sembri esagera-
ta, egli vuol provarla con gran-
de erudizione ed autorità di scrit-
tori , che per altro hanno del
favoloso; ma pure credo oppor-
tuno indicarla per dare un cen-
no de' tanti racconti che di quei
remoti tempi si fecero. Dice egli
dunque che alla regione del Lazio
di qua dal Tevere, diede il nome
di Lazio Saturno Caspio, o Saba-
tio Saga, eh' egli fa pronipote di
di Noè, fuggito nella contrada dalle
persecuzioni di Giove Belo suo ni-
pote, cercando ricovero presso il
bisavolo Giano che molto prima
vi era giunto : questo Saturno lo
Sperandio nella Sabina sacra, lo
chiama Cus figlio di Cam e ni-
pote di Noè. Nell'anno del mondo
3195 Giano ricettò il nipote colla
sua famiglia, gli assegnò il lato
LAZ
destro del Tevere per le sue colo-
nie, e il monte Capitolino per suo
albergo e reggia, col governo degli
aborigeni, restando egli nel Giani-
colo. Ambedue furono sì giusti nel
governo, che Giano fu chiamato
Saturno, e questi Giano. Essendo
Saturno al governo del Lazio, de-
stinò a quello della Sabina Sabo
suo figlio, onde per lui la regione
prese il suo nome nell'anno 32 16.
Saturno fece a' suoi sudditi molti
benefizi, insegnando loro l'agricol-
tura, i costumi, i riti, i sagrifizi;
ne dirozzò gli abitanti, e pel suo
retto vivere (e giustizia i quaranta-
due anni del suo regno furono de-
nominati l'età dell'oro, e meritò
che il Lazio e l'Italia pigliassero
il nome di Saturnia. Alla sua mo-
glie Opis o Rea fu alzato un su-
perbo tempio nel monte Capitoli-
no. E siccome Giano fece batter
moneta coli' impronta della nave
colla quale Saturno era venuto in
Italia, questi fu fatto nume tute-
lare degli erarii. A Saturno o Cus
fu nel Lazio eretto un tempio col-
r epigrafe: saturno profugo sa-
CRUM. E sotto il nome di Cus, Cu-
rino o Quirino uno glien' eressero
i reatini nella loro città. Presso la
città d'Ostia esistono gli avanzi di
un tempio detto comunemente di
Saturno o di Giove. Si sa che in
Ostia esistevano quattro templi ,
quello di Giove, quello di Giove
Patulcio ( Patulcio cognominavasi
Giano), quello di Nettuno, e quello
di Castore e Polluce. Giano so-
pravvisse a Saturno, morto nel
3237 , e fece prìncipe del Lazio
Ciano o Cronico suo figlio, onde
fu detto Giano giuniore. Questi nel-
l'anno 3260 ebbe a successore Au-
runco o Aurunno di lui figliuolo,
il quale die il suo nome ad una
LAZ
colonia nel Lazio che divenne fa-
mosa. Avendo regnato quarantatre
anni, Moloc Tagete gli successe, e
dopo quarantadue anni di regno
Moloc fu succeduto dal figlio Sicano
che pare regnasse trent'anni. Dopo
di lui travagliarono l'Italia i gi-
ganti, per cui accorse dall'Egitto
a liberarla Osiride o Apis, stimato
figlio di Saturno. Pacificala la re-
gione ne' dieci anni che vi regnò,
ebbe allora termine il secolo d'o-
ro, e tornando in Egitto lasciò in
Italia Lestrigone, e poi fu ucciso a
tradimento da Trifone suo fratello.
Plinio dice che Lestrigone stabili
la sua sede in Formia : per le sue
crudeltà, Ercole giunto nel Lazio
l'anno 3498 cacciò i lestrigoni, e
vi edificò alcune colonie , e regnò
treni' anni in Italia. Gli successe
Tusco suo figlio, che vuoisi dasse il
nome di Tuscia all'Etruria. Passati
ventisette anni il figlio Altheo gli
successe, terminando dopo selt'anni
la discendenza di Ercole. Atlante
Italo portatosi in Italia ne discac-
ciò il suo fratello Espero nell'an-
110 3573 ; ed il Theuli citando
Snida crede che la provincia ove
fondò il suo regno sia il Lazio, e
che dasse la sua figlia Elletra per
moglie a Gambo fratello o figlio
di Blascone, principe de' toscani col
nome di Corito, chiamato ancora
Giano giuniore, creando regina del
Lazio e sue colonie Roma altra fi-
glia minore. Da questa Saturnia
prese il nome di Roma , cioè gli
antichi alberghi di Giano e di Sa-
turno, non di Roma de' sette colli
cinta di mura, che per coni un con-
senso fondò Romolo. Nel 36 ig suc-
cesse a Roma il figlio Romanesso
e di Sicano re de' celtiberi, che
conservò il nome di Roma alla
parte del Capitohno e dell' Aven-
LAZ 217
tino pigliato da Roma sua madre,
e fu acclamato da* latini aborige-
ni col nome di Saturno. Avendo
regnato anni seltant'uno gli suc-
cesse Pico Prisco suo figlio, che fu
il primo che dell' uccello pico si
servisse negli augurii. Dopo cin-
quantasette anni di regno gli suc-
cesse il figlio Fauno Prisco chia-
mato pur Giove, eh' ebbe in mo-
glie o sorella Fatua, reputato il
primo inventore del culto degli dei
nel Lazio; perchè avendo ucciso
Fatua sua moglie, poi 1' adorò per
dea, sotto il nome di Fauna o di
dea Bona come fu conosciuta dap-
poi. Questo Fauno albergò Ercole
quando dalla Spagna conduceva i
bovi di Gerione, ma fu ucciso da
lui perchè soleva sacrificare gli ospi-
ti a Mercurio di cui si credeva fi-
glio : i gentili l'adorarono qual se-
midio, con sagrifizi di capre. Fu
suo successore nel 3777 Amno
Faunigena che regnò cinquanta-
quattro anni ; indi Vulcano che
visse trentasei anni, a cui successe
Marte Latino detto Giano giuniore,
e fu il quarto ad aver tal nome,
governando ventitre anni. Dopo di
lui regnò Cecolo, chiamato Satur-
no giuniore, che vuoisi fondatore di
Prenesle. Pico giuniore montò sul
trono nel 3926, che alcuni dicono
dasse alla Marca d'Ancona il no-
me di Piceno. Dopo il governo di
trentaquattro anni pigliò la cura
del regno Fauno giuniore suo figlio^
che cortesemente accolse Evandro
con Carraenta sua madre, il quale
nel colle donatogli eresse Pallante
o Valentia. Di Marica poi adorata
per dea dai minturnesì e Fauno
nacque Latino, il quale altri Io
fanno figlio di diversi padri come
di Ercole e d'Ulisse. Egli accolse
Enea cu' suoi tvoianì, che chiamò
2i8 LAZ
latini, die Lavinia sua figlia in mo-
glie ad Enea che gli successe , as-
soluto signore nel regno de' latini,
del quale al parere di Giustino,
liist. lib. 43, ne fu capo per tre-
cento anni Alba , e lo conferma
Floro : Alba lune eral Lalio caput.
Gli successero Ascanio, Silvio Po-
stumo, Enea Silvio, Latino Silvio,
Alba Silvio, Athi o Epito Silvio,
Capi Silvio, Capeto Silvio, Tiberi-
no Silvio, Agrippa Silvio, Arenulo
o Aremulo o Romulo Silvio, Aven-
tino Silvio, Proca Silvio, Amulio e
Numilore Silvii fratelli, e zii di
Romolo e Remo . Questa è la
genealogia che dei re latini fa il
p. Bonaventura Theuli nel Teatro
historico di V^elleiri insigne città e
capo de volsci.
Romolo fondò Roma, Orhis coni'
pendiunif e ne divenne il primo
re, secondo alcuni yoS anni avan-
ti Gesù Cristo, nell'anno del mon-
do 323 1, e alla quinta età sua;
la fondò nel Lazio e sópra sette
monti, e ben presto estese la sua
dominazione quasi sopra tutta la
regione del Lazio, sia per conqui-
sta, sia per confederazione. Sotto il
terzo re di Roma Tulio Ostilio, e-
Jetto nell'anno del mondo 33i3 e
di Roma 83, Alba fu vinta, la cit-
tà di Roma accresciuta colle sue
rovine e co'suoi abitanti. Nell'an-
no I i5 dì Roma gli successe Anco
Marzio, che fece la guerra a* lati-
ni e ne riportò completa vittoria,
dilatando i confini del suo regno.
Nell'anno 139 divenne re Tarqui-
nio Prisco che sconfisse il resto
de'latini, de'quali quasi annichilò an-
co il nome. Espulso da Roma nell'an-
no 244 Tarquinio il Superbo, set-
timo ed ultimo suo re, fu pro-
clamata la repubblica, e stabilito
il governo consolare. Neil' anno di
LAZ
Roma 255 ebbe luogo la prima
guerra dei latini suscitata da Man-
lio o Ottavio Mamilio tusculano
(per cui ne parlammo all'articolo
Frascati, in un alle guerre tra' ro-
mani e latini ) genero di Tarqui-
nio, che comandava l'armata lati-
na. Con sanguinosa battaglia gua-
dagnata da Aulo Postumio ditta-
tore, che comandava vicino al la-
go Regillo nella Campagna di Ro-
ma, terminò la guerra. Restarono
sul campo uccisi quarantamila uo-
mini, cioè seimila romani ed il
resto latini compreso Manlio, con
la morte del quale la speranza dei
Tarquini di ricuperare il dominio
di Roma fu totalmente estinta.
La seconda guerra tra' romani e i
latini ebbe principio nell'anno 4^4
di Roma. Ne fu motivo che i la-
tini volevano avere il diritto di
cittadinanza, ed entrare nelle cari-
che. Furono i latini sconfitti da
Manlio Torquato e da Decio, am-
bedue consoli romani. 11 primo
fece morire il suo figlio per aver
combattuto contro il divieto che
n' era stato fatto, e l'altro si sa-
crificò alla morte per salute del-
l'esercito, gittandosi in mezzo a' ne-
mici ; indi nell'anno 4 <^ 7 la roma-
na cittadinanza fu generalmente
accordata ai popoli latini. Tutta-
volta i latini ardirono poi di sol-
levarsi per una terza volta, ma
furono compiutamente disfatti, e
per sempre sottomessi ai romani.
Delle circostanze principali di queste
guerre, come di altre de'latini, e
di quanto li riguarda, lo ripetiamo,
se ne tratta ai rispettivi articoli
delle loro città, e in altri analoghi.
Del diritto dell'antico e nuovo La-
zio, e cittadinanza romana, nella
facoltà di dare il suffragio ne'co-
mizii, purché stando io Roma i
LAZ
Ialini vi fossero invitati dal magi-
strato che vi presiedeva; e dell'e-
stensione di tale diritto ad altre
nazioni e città d'Italia, che perciò
godevano altri privilegi , se ne
tratta ali* articolo Italia. Il La-
zio al presente viene compreso
nelle provincie della Comarca di
Roma, di Frosinoney di Rieti, e di
J^elletri [Fedi). Il Lazio che nei
remoti tempi abbracciava un pic-
colo distretto col nome di regno^
era principalmente abitato dai lau-
renti, fra gli odierni paes". di Ci-
vita-Lavinia o Lanuvio ed Ostia.
Crebbe il regno de* latini a spese
dei rutuli colla morte del re Tur-
no, con Alba che ne divenne il-
lustre capitale, sottomessa poi co-
me dicemmo da Tulio Ostilio. I
progressi di Tarquinio il Superbo
estesero il Lazio a vari possedi-
menti de'sabini e de'volsci. Tal si
mantenne, non senza opposizione di
genti mal use alla dipendenza, e
specialmente de' tiburtini e pre-
nestini, ma coi sempre accresciuti
acquisti del popolo re interamente
si domarono i volsci, gli ernici,
gli aurunci e gli equi, tutti si fu-
sero nel Lazio, che sotto la dit-
tatura di Quinzio Cincinnato toc-
cò r apice della sua grandezza.
L'antica Campania poi detta Cam-
pania Romana, di cui facemmo
parola al citato articolo Frosinone,
conteneva il nuovo e vecchio La-
zio, e faceva parte alla sinistra
del Tevere del ducato romano. La
porla che da Roma si andava più
frequentemente nel Lazio era "la
Capena ora Porla s. Sebastiano
(Ftdi), forse la più celebre tra le
porte di Roma, perchè da questa
uscivano le vie Appia e Latina.
Alla poj la Capena per andare nel
Lazio, si sostituì poi la Porta La-
LAZ 219
lina (Vedi). La via Latina che con-
duceva al Lazio partiva coll'Appia
dalla detta Capena, e poco dopo
dividevasi. Aureliano ad ogni via
fece una nuova porla, fra le quali
la Latina, che al presente è chiusa.
Ora passiamo a parlare delle an-
tiche tre capitali del Lazio, Lau-
rento, Lavinio ed Albalonga.
Laureato, Laurens, Laiirentum,
Città capitale degli aborigeni , la
più antica del Lazio, e perciò la
sua prima metropoli, una delle
più antiche e più illustri dell' Italia.
Laurento venne chiamata Troia
seconda, e fu la nobile culla del-
Tinclito popolo romano. Laurento
si chiamò pure il distretto marit-
timo del Lazio, e delle regioni a-
diacenli sulla riva sinistra del fiu-
me Tevere, che si estendeva, al di-
re del Nibby, dalla foce ostiense a
sinistra del Tevere sino al confine
del territorio anziate, e racchiuse
la regia città di Laurento. La eti-
mologia di questo nome deriva
secondo il Ricchi dai boschetti di
lauro ivi recisi dal re Pico quan-
do volle fondarvi la città, come
scrive Pri sciano : Laurus ibi pri'
munì inventa, duni Picus eam con-
deret. Il Nicolai osserva, che fu
tradizione degli antichi che pren-
desse il nome la città da un alloro
ritrovatovi da Pico, mentre fonda-
va questa reggia. Sono poi concor-
di gli scrittori che la città prese il
nome di Laurento dalla gran co-
pia di lauri che spontanei cresce-
vano nel suolo. Tali piante in
abbondanza continuavano ancora a
vestir questo luogo e la spiaggia
sul declinar del secolo secondo del-
l' era volgare, per testimonianza di
Erodiano lib. I, e. XII. Questo
storico narrando la fiera pestilen-
za che afflisse Roma circa i' anno
220 LAZ
189, dice che l'imperatore Com-
modo, per consiglio di alcuni me-
dici, e forse di Galeno che allora
fioriva in B.oma, andò a ritirarsi
a Laurento, villa amena per la
freschezza dell'aria, siccome adom-
brata di grandissimi alberi di lau-
ro, la quale sembrava essere un
luogo salubre ed opporsi al cor-
rompimento dell'aria pel grato o-
dore che tramandavano i lauri e
per l'ombra piacevole ch'essi da-
vano. Nota l'Eschinardi, che l'im-
peratore Vileliio, fiorito nell'anno
68 dell' era menzionata, quivi si
ritirava quando temeva i fulmini,
stimando che gli allori ne andas-
sero immuni. L'autore dell' Orìgo
genìis ronianae^ Aurelio Vittore, o
meglio Dionisio, parlando dell'arri-
vo di Enea in Italia, dice che
approdò ad eam ItaUae oram ,
quae ah arbusto cjiisdem generis
Laurens appellala est. Oggi però
benché il suolo sia coperto d'immen-
se boscaglie d' ogni specie, di alberi
e di arbusti, gli allori non sono
molti. La denominazione di laU'
renti si trova estesa a molli popo-
li del Lazio, ma più propriamente
al territorio di Laurento, che a-
vea per confini, come afferma il
citato Nicolai, dal territorio d'Ar-
dea o sia dal fiume Numicio sino
al Tevere. Matteo Vegio pone il
fiume Numicio vicino a Laurento :
Servio dice che fu un grosso fiu-
me, ma poi diminuitosi grande-
mente fu chiamato fonte. Questo
flumicello ora è chiamato Rio-Tor-
to. Laurentina si appellò la via
che da Roma conduceva a Lavi-
iiio ed a Laurento, una delle più
antiche, riconoscendosi ancora da
essa la strettissima relazione che
passava tra le nominate città. Dice
l'Eschinardi che la via Laurentina
LAZ
deriva dall' Ostiense circa teniutìi
lapidem^ e va a terminare a Pa-
terno, eh' è il sito del vero Lau-
rento, come dichiara espressamente.
Indi soggiunge essere certo che la
via Laurentina passava per Decimo,
e per l'osteria della Santola al de-
stro lato degli antichi acquedotti
fino a Paterno, ove si vedono gran-
di vestigi. La celebre villa poi di
Plinio secondo o il giovane, si vuo-
le che fosse nel luogo detto vol-
garmente Piastra, vicino al mare
e ad Ostia, nella tenuta detta la
Spinerba : egli desciive questa sua
villa minutamente nell'epistola XVll,
lib. II, diretta a Gallo. Il marche-
se Sacchetti proprietario di detta
tenuta, nel 17 14 ^ece quivi scava-
re, e furono trovate gran vestigia
di magnifica villa in molte parti cor-
rispondenti a quella di Plinio detta
Laurentina, diciassette miglia di-
stante da Roma fra Ostia e Lau-
rento, sulla spiaggia del mare, per
attestato di Plinio stesso, che av-
verte pure potervisi incedere per
le vie Ostiense e Laurentina, e che
dall' Ostiense deviavasi a sinistra
airXI miglio, e dalla Laurentina a
destra al XIV. Gio. Maria Lancisi
archiatro di Clemente XI pubblicò
una dissertazione sulla villa : Ani-
madversiones in Pliiiianam villani
nitper in Laurentina detectani, Ro-
mae l'ji^. Nota egli le piante che
vegetano nella spiaggia laurente, e
gli alberi che crescono giganteschi
sul suolo, e quali li ricorda Virgi-
lio lib. XI, v. i33, come esistenti
nella selva laurente. Quindi Erco-
le Corazzi ci diede la Dissertatio
de physiologicis aniniadvcrsionibus
Jo. M. Lanci sii in Plinianani vil-
lani in Laurenùno deleclam. Exst.
cum duab. dis. ejusdem, IJononiae
typ. Rossi. La pianta della villa
LAZ
Laurentina la pubblicò monsignor
Furietti : il p. ab. Revillas girola-
mino pensò pubblicare un'operetta
sulla villa di Plinio, ma la morte
glielo impedì. Abbiamo inoltre da
Felibien de s. Ayaux, Les plants et
les descrìptions de deux des plus
belles maisons de campagne de
Pline le con^id, avec des remar'
ques, Londres 1707; fu tradotta
in italiano. Pietro Marquez, Fille
di Plinio il giovane, Roma 1796.
Carlo Fea, Relazione di un viag-
gio ad Ostia e alla villa di Pli-
nio, detta Laurentina, Roma 1802.
Nei citati autori si possono racco-
gliere notizie riguardanti all'aigo-
mento che andiamo a trattare, a-
vendo Laurent© dato il nome alla
\ia Laurentina. Partendo dal Pa-
latino per la porta Lavernale oggi
s. Paolo, incominciava la via che
raggiungeva l'Ostiense circa il se-
condo miglio al ponticello di s.
Paolo, quindi al vico di x\Iessandro
al terzo, se ne distaccava di nuo-
vo a sinistra e s' introduceva nel-
la via moderna di Decimo poco
prima di Mostacciano. Quattro mi-
glia circa distante da Decimo si
trova Porcigliano o Castel Porzia-
no, e poco appresso Tor Paterno,
che autori gravissimi ritengono che
occupi il sito di Laurento, ciò che
dimostreremo poi coll'autorità di
vari scrittori e principalmente della
Topografia dell' antica Laurento,
Memoria del eh. can. Raffaele
Lenti di Fossombrone.
L'origine di Laurento si confon-
de nella storia del Lazio primiti-
vo, del quale fu la metropoli più
antica. Dopo che gli aborigeni u-
niti ai pelasgi discesero dagli A-
pennini e discacciarono i siculi dal-
la pianura, che per lungo tempo
avevano occupato, Pico loro con-
LAZ 121
dottiero, che si dice figlio cioè di-
scendente di Saturno, fondò non
lungi dal mare Lauiento, circa ot-
tanta anni avanti la presa di Tro-
ia, cioè quasi XIII secoli avanti
l'era volgare. Di questo Pico rac-
contasi, che la moglie di lui Pica
o Pomona o meglio Circe lo tras-
mutasse nell'uccello Pica, per Io che
i latini presero motivo di consul-
tarlo per gli augurii, di farne una
tutelare divinità e di cousecrargli
altari e templi. Dopo un regno di
trentasette anni lasciò il governo
a Fauno suo figliuolo, il quale tol-
ta in moglie Marica n'ebbe Lati-
no che gli successe nel regno, dap-
poiché per la monarchica forma
di governo dei primitivi abitanti
del Lazio, succedevansi i re da pa-
dre in figlio. Siccome Latino con-
tribuì molto all' incremento della
grandezza e magnificenza di Lau-
rento, così molti gliene attribuiro-
no la fondazione e l'imposizione
del nome, che prese da uno spazio-
so lauro che sorgeva nei penetra-
li della reggia, nome che si comu-
nicò ai circostanti suoi campi ; ma
già dicemmo, che dai boschi di
alloro que' campi si dissero Lau-
rentini e Laurento la città. La-
tino dopo un regno tranquillo di
molti anni, mentre si riposava,
comparve su questa spiaggia del
mar Tirreno la flotta de' frigi
profughi condotti da Enea. Que-
sta approdò presso la foce del Te-
vere, e rimontando il fiume i tro-
iani posero campo sulla sponda si-
nistra di esso un mezzo miglio
lungi dal mare, dove poscia Anco
Marzio fondò la colonia romana
di Ostia. Esplorato il terreno, ed
informatosi chi vi abitasse e chi
fosse il re. Enea non ottenne da
principio né ospitalità né sussi-
■222 LAZ
dii. Foi^za fu quindi venire a
"violenze, ed i frigi si diedero a
scorrere e depredare il paese, onde
ottenere viveri, e di necessità gli
indigeni difendendo le loro pro-
prietà si azzuffarono co' profughi,
e ne venne una guerra aperta, al-
la quale presero parte principal-
mente da un canto i frigi, dall'al-
tro i laurentini, ed i rutuli loro li-
mitrofi. Dagli scrittori antichi sem-
bra potersi con chiudere che Enea
dopo qualche scaramuccia parziale
venne a trattato con Latino, che
gli assegnò per dimora il colle og-
gi detto di Pratica, e gli accordò in
moglie Lavinia sjia figlia ed ere-
de per mancanza di prole maschi-
le de' suoi diritti. Cosa ne seguisse
ne dammo un cenno di sopra e
ne riparleremo discorrendo di La-
vinio, nome del luogo della città
da Enea ivi fabbricata e così chia-
mata per onorare la moglie. Dopo
la morte di Latino, Laurento ce-
dette a Lavinio il suo grado di
metropoli del Lazio; poi trenta an-
ni dopo la fondazione di Lavinio
e la morie di Enea, Albalunga
divenne la capitale de' latini. La
comune origine e la vicinanza
contribuì a mantenere stretta la fe-
de e l'amicizia fra Laurento e Lavi-
nio, ed i successi dell'una furono
comuni all'altra; ed a vendetta
dell'affronto de' laurentini, i lavi-
niati uccisero Tazio re de' sabini.
Distrutta Albalonga , Laurento
come le altre città più cospicue
del Lazio divenne un comune in-
dipendente, almeno di nome. Ivi
si ritirarono due de' Tarquini ,
Publio cioè e Marco, e di là ven-
nero in Roma a svelar la congiu-
ra tramata da Mamilio e dal li-
ranno espulso, l'anno di Roma
2 56. Subilo dopo l'espulsione dei
LAZ
Tarquini, narra Polibio che i ro-
mani nel trattalo famoso di com»
raercio conchiuso co' cartaginesi,
volendo mostrare la loro supre-
mazia sopra tutta la spiaggia lati-
na e limitrofa, vi compresero tut-
ti i popoli marittimi e perciò an-
che il comune de' laurentini, nel
quale intesero comprendere ancora
quello de' laviniati. Laurento pochi
anni dopò insorse insieme cogli
altri popoli latini in favore dei
Tarquini contro Roma, e Dioni-
sio enumerando tutti i comuni che
presero parte in quella guerra so-
ciale, nomina separatamente i lau-
rentini, i lanuvini ed i laviniati.
Finita quella guerra colla pugna
presso il lago Regillo, i laurentini
furono compresi nel trattato gene-
rale di concordia e di alleanza, nel
quale i romani, che erano i vin-
citori, mostrarono una moderazione
degna di alto encomio. Laurento
dopo quell'epoca non figurò più
tra le città rivali di Roma, e non
entrò neppure nella lega dell'an-
no 4^7> quando tutti i latini pre-
sero le armi contro di essa, per
cui i romani rinnovarono coi lau-
rentini il patto sociale, yòefl?^?^ e ne
ordinarono la rinnovazione ogni
anno dopo il decimo dì delle fe-
rie latine. La prossimità di Lavi-
nio, la vicinanza di Ostia a poco
a poco ne diradarono la popola-
zione talmente che nell'anno 56 :>
di Roma, i laurentini furono di-
menticati nella distribuzione della
carne, che si faceva nelle ferie la-
tine, dicendo Livio, che a questa
omissione vennero attribuiti i pro-
digi che in quell'anno successero,
e che fatte le espiazioni dovute si
celebrarono di nuovo le ferie la-
tine, considerandosi come irregola-
ri quelle antecedentemente cele-
LAZ
brate. Noteremo, che iieirnccade-
mìa di storia romana di Benedet-
to XIV, nel 1753 il dotto Gae-
tano Cenni recitò una dissertazio-
ne sulle Ferie latine^ poi stampa-
ta nel tomo II delle sue Disser-
tazioni, pag. 219: Vedi l'articolo
Feria . Sopraggiunsero nel secolo
seguente i lempi luttuosissimi e le
stragi della guerra sillana, e Lau-
rento andò soggetta insieme colle
altre città marittime del Lazio al
guasto dell'orde sannitiche condot-
te da Telesino a soccorso di Ma-
rio. E da queir epoca Laurento
sempre più decadde, onde Augusto
vi dedusse una colonia, col nome
di Colonia Augusta Laurentuni .
Ma non potè sostenersi, e di co-
lonia divenne villaggio, e come vi-
cus lo indica Plinio il giovane
nella sua lettera XVII citata, Fi-
cus Augustus. Finalmente Traia-
no unì insieme i due comuni di
Laiu'ento e Lavinio in questa ulti-
ma città, che chiamò Lauro-La-
vinio. Dopo quell'epoca Laurento
distintamente ricordasi nelT lline-
i-ario di Antonino e nella Carla
Peulingeriana; e probabilmente il
vico, sebbene per le scorrerie dei
Ixirbari del V e VI secolo dive-
nisse ancor più debole, qualche
popolazione però vi si sarà man-
tenuta che ne avrà conservato il
nome, onde meritasse di venire in-
dicata in un libro postale, qual è
l'Itinerario d'Antonino, ed in una
carta itineraria qual è la Peutinge-
riana: altre analoghe notizie dare-
mo parlando di Lavinio. Circa
l'anno 7^0 Papa s. Zaccaiia volle
rianimarla formandone una Doinus
eulta. Nei secoli IX e X le scor-
rerie de* saraceni finirono di deva-
stare tutta questa contrada e di
allontanare ogni popolazione, ridu
LAZ 11Z
cendo questa bella parte d'Italia
in quello slato di desolazione, dai
quale mai più potè risorgere.
Il luogo occupato dalla più an-
tica sede del regno latino, che per
un tempo fu metropoli degli abo-
rigeni e de' latini, secondo Ja co-
mune opinione degli storici ed ar-
cheologici anche moderni, è Tor
Paterno, dove sono rovine al di-
re del Nibby d'una villa, forse
quella imperiale, ove Commodo
andò a ritirarsi nella peste di Ro-
ma, e probabilmente la forni di
acqua corrente coH'acquedotto lau-
rentino. Il casale che ha nome di
Tor Paterno (poiché la torre pro-
priamente detta fu smantellata da-
gl' inglesi nel 1809, i quali fecero
quasi scomparire ogni costruzione
rialzata nel medio evo sulle an-
tiche rovine) è ora uno de' po-
sti militari che guardano la spiag-
gia del mare Mediterraneo, e da
esso distante mezzo miglio. Opina
il Nibby essere costrutto il casale
di Tor Paterno sopra i ruderi del-
la villa nominata, una di quelle
che nel primo e secondo secolo
dell'era volgare coprivano la spiag-
gia, servendo di diporto nelle sta-
gioni d'inverno e primavera. Esa-
minando tali vestigia riconobbe che
l'edificio più centrale, che si di-
rebbe una gran sala, è il solo che
offra una costruzione originale del
secolo primo dell'era volgare, di
opera laterizia analoga a quella
neroniana del Palatino: il resto si
compone di diversi ambienti di
costruzione del tempo degli Anto-
nini, travisati da' mutilamenti e fab-
briche posteriori moderne. Dopo
la conserva in che metteva capo
l'acquedotto, presentasi primierar
mente un recinto che dircbbcsi
appartenere al IV secolo dagli a-
2^4 LAZ
vanzi dell'opera. In fondo a que-
st'area verso oriente è il salone di
costruzione primitiva; mentre ver-
so occidente è un* altra sala a for-
ma di triclinio. A mezzodì del sa-
lone verso oriente, dov* è oggi la
caserma degli artiglieri, distaccasi
una specie di torre rinfiancata ver-
so oriente e mezzodì da contraf-
forti, ed appoggiata verso occiden-
te ad un muro, eh' è il prolun-
gamento ddl' area, e che verso il
mare si vede troncato. Fra questo
muro ed il triclinio, è la chiesuo-
la dedicata a s. Filippo Neri, di-
nanzi alla quale un capitello joni-
co de' buoni tempi ricorda la de-
corazione primitiva della fabbrica :
altri se ne vedono a Porcigliano
trasportati di qua. Questi sono i
principali avanzi, che veggonsi a
Tor Paterno, e che sono tutti in-
sieme uniti e legati fra loro, onde
per la disposizione mostrano ap-
partenere ad un sol fabbricato co-
strutto in origine nel primo secolo,
ingrandito nel declinar del secon-
do, ed allora fornito di acqua cor-
rente, restaurato verso il setten-
trione nel quarto. Conchiude il
Nibby, che il complesso di questi
ruderi ed il riparto delle camere,
facilmente dimostra che fu una
\illa, la quale ha qualche analogia
con quella di Plinio il giovane, ma
non è la medesima; che un tem-
po restò convinto che Laurento
sorgesse a Tor Paterno , ma che
conosciuti bene i luoghi propende
per stabilire che Capocotta abbia
rimpiazzato il luogo del celebre
Laurento. Capocotta è un leni-
mento selvoso dell' Agro romano,
che appartiene alla principesca fa-
miglia Borghese. Si estende per lo
spazio di quasi 552 rubbia di ter-
ra, e confina colla spiaggia del ma-
LAZ
re e colle tenute di Campo Asco-
lano, Petronella Nari, Castel Ro-
mano, Monte di Leva, e Porciglia-
no o sia Castel Porziano. Il casale
è distante da Roma circa sedici mi-
glia, e vi si va per la strada di De-
cimo, ch'è l'antica via Laurentina.
Il p. Bosco vidi nella sua corret-
tissima mappa pone Laurento ove
è ora Tor Paterno. Monsignor Ni-
colai dice altrettanto nel tom. I,
p. i58 delle Memorie sulle Cam-
pagne di Roma, secondo la deci-
sione degli eruditi ; il simile affer-
ma il p. Eschinardi a p. 3 19 del-
la Descrizione delV Agro romano ^
confutando il p. Rircher che disse
la Torre di s. Lorenzo essere il
luogo del vecchio Laurento, benché
riconosca essere stato questo sette
miglia lungi dal Tevere, mentre
s. Lorenzo lo è circa venti distante
dalla foce. Neil' errore del p. Kir-
' cher cadde ancora il Ricchi nella
Reggia de' volsci pag. 92 : inoltre
il Ricchi parla di Laurento ezian-
dio e delle sue glorie. Il marche-
se Melchiorri nella sua Guida me-
Iodica di Roma e suoi conlorniy
Roma 1840, chiaramente dice a
pag. 754, che gli avanzi di Lau-
rento sono nella tenuta di Torre
Paterno, non Ostante la contra-
ria esposta asserzione del Nibby
prodotta nella sua dotta opera :
Analisi della carta de' dintorni di
Roma, massime all' articolo Lau-
renlum t. II, pag. 189 e seg. Da
ultimo, a sostenere in favore di
Torre Paterno e suoi luoghi adia-
centi il vanto d' essere ivi stata
Laurento, il summentovato can.
Lenti pubblico la sua Topografia^
che essendo stata encomiata per
critica ed erudizione, ne daremo qui
appresso un sunto. Laurento esten-
deva la sua campagna sul lido Tir-
LAZ
reno tra la foce del Tevere ed
Anzio. Dalle antiche tavole itine-
rarie rilevasi che avanzando di via
versola parte occidentale, e non lun-
gi dal lido prima s'incontrasse La-
vinio e poi Laurento. E se gli iti-
nerari non ci fossero venuti guasti
dagli amanuensi,, non sarebbe mai
insorta dubbiezza sulta topografia
di Laurento , e sarebbesi determi-
nato il punto dì distanza fra An-
zio ed Ostia, in mezzo a cui gia-
cevano le rocche laurenline. Ma
nell'antica tavola la serie dei luo-
ghi e delle distanze è la seguente:
Roma-Hostis XVI. Laurento XVL
Lavinium VI. Antium XVII. Nel-
l'itinerario però di Antonino di-
versifica la descrizione : Roma-Ho-
stis XVI. Laurento XVI. Lavi-
nio XVI. Per lo che secondo que-
ste tavole non può fissarsi il punto
di distanza segnato da Laurento
fra Anzio ed Ostia. Certo si è pe-
rò che Laurento fu presso la foce
del Tevere, testimonio Livioj Stra-
bene, e meglio Dionisio; Virgilio
poi dice, che per viaggio di terra
dal Tevere vennero i troiani a
Laurento, e per una corsa di qual-
che miglio. Ma non fu a Torre s.
Lorenzo, come dimostra pure e
chiaramente il Cluverio ; e ciò per-
chè Plinio fissava Laurento di qua
dal fiume Numicio per chi da Ostia
muove ad Anzio. Ed il Numicio
è di là da Torre s. Lorenzo vici-
no a Pratica. Per la qual cosa in
Torre Paterno, ove l'Olstenio po-
neva la villa di Plinio, il Fabretti
dopo il Cluverio fissa Laurento.
11 che gli persuadono i moltissimi
ruderi , che per lunga tratta vi si
trovano, e che non ponno essere
di villa privata. Tanto più che la
villa di Plinio, com'egli scrive^ era
usibus capas non sumptuosa. Ag-
voL. xxxvn.
LAZ 425
giungesi che la via Laurentina si
termina a Torre Paterno, mentre
altra via menava alla villa di Pli-
nio. Onde il Volpi col Fabretti
positivamente conclude, che secon-
do ogni sana critica non può la
città di Laurento collocarsi fuori
di Torre Paterno. Veggasi il p.
Volpi, Fetus Latiuni tom. VI, de
Laureniihus, ed il Fabretti, Dis^
seriazione sopra il vero sito del-
l' antico Lazio contro il p. Kircher.
Il can. Lenti continua col dire,
che chiarissimo scrittore (il Nibby)
ponendosi con sé medesimo in
contraddizione, perchè avea già stam-
pato, che Laurento doveva fissarsi
in Torre Paterno, ha voluto in
questi ultimi tempi (nel iBBy)
quella città nella Capocotta, affer-
mando però nel tempo istesso, che
di Laurento in quel luogo non
rimane che il sito, dove un dì
sorse. Lo argomenta perchè Vir-
gilio non ricorda la vicinanza del
mare, che quasi lambe Torre Pa-
terno. Ma se a Virgilio non gar-
beggiò la immagine del mare, che
vorrebbesi rimembrato, perciò egli
lo escluse? Virgilio avea abbastan-
za dipinto i mari, ed erano le pit-
ture de' boschi, di campi e di ter-
ra più confacenti alla varietà del
grande poema. Oppone quindi, che
Laurento era situata secondo Vir-
gilio in un colle, ed in prova ri-
ferisce quel verso : Atque hingue
vasta pallia, hinc ardua nioenia
cingimi. L'altezza delle mura non
importerà mai l'idea di un colle;
che se vuoisi accennare una pro-
minenza, essa si scorge in vicinanza
al casale di Torre Paterno, dove
ruderi antichissimi si alzano in
luogo rilevato, e dove forse era la
reggia di Latino, e quindi l'abita-'
zione di Commodo e poi degli
i5
22& LA.Z
Antonini. Si aggiunge, clie secon-
do quel verso manca la vasta pa-
lus. Lo che può solo affermarsi da
chi non osservò in vicinanza un
terreno vallato, che il più dell'an-
no è coperto di acqua, e che di-
cesi ancor oggi Lauro-pantano. Ma
contro tutte queste speciose osser-
vazioni basta r esaminare, che la
■via Laurentina, e l'acquedotto dal
Cingolani pure denominato lauren-
tino, vanno a mettere capo in Tor-
re Paterno. Questi due monumen-
ti con troppa di evidenza stabili-
scono la vera topografia di Lauren-
to. Di piii : comunque prestissimo
decadesse per la popolazione, pure
questa città e ricordata nel!' Vili
secolo, in cui il Papa s. Zaccaria
formò di Laurento una Domus
eulta. Or dunque se alla Capo-
cotta fosse stata Laurento, ivi do-
vrebbero trovarsi i ruderi dell'anti-
ca sede di Latino, de' palazzi degli
imperatori, e alcuna traccia delia
grandezza romana, che sino da
Augusto toccava il sommo della
perfezione nelle arti. Ma nulla di
tutto questo, se non qualche ope-
ra laterizia non significante mai
ne città, ne palazzo imperiale. Al
contrario Torre Paterno ridonda
di marmi lavorati, di mosaici, di
capitelli di ogni ordine, e di tutti
i generi di antichità. Le opere la-
terizie vi si ravvisano non solo dei
tempi neroniani, ma dei primi an-
ni di Roma, e a ma^o a mano
secondo la miglioria dell'arte. Tut-
to contesta, che Laurento, il quale
secondo Servio maestro di s. Gi-
rolamo, a' tempi di Costantino si
confuse coi laviniali, e prese nome
di Lauro Lavinio, fu a Torre Pa-
terno. Giova notare, che se V ac-
curato Nibby dice aver bene inve-
stigato i luoghi per stabilir Lau-
LAZ
rento a Capocotta, il can. Lenti
siccome per diversi anni passò in
Castel Porziano molto tempo cogli
attuali signori del luogo, ebbe per-
ciò tutto r agio e la comodità di
ponderare con diligenza e maturità,
e di esclusivamente occuparsi su
quanto ci ha dato nella sua Topo-
grafia.
Nella distruzione degli avanzi
dell'antico Laurento surse in vici-
nanza Porcigliano o Castel Porzia-
no, vasto teuimento dell' Agro ro-
mano, che comprende Torre Pa-
terno, posto fra le vie Ostiense e
Laurentina, con titolo di baronia.
Comprende rubbia 2102, e perciò
uno de'qnattro più grandi teni men-
ti del medesimo Agro. Confina col-
la spiaggia del mare e colle tenu-
te di Fusano, Tra fusa. Decimo,
Tor de'Cenci, Trafusino e Capo-
cotta. Il piccolo castello, situato
sopra un diverticolo antico, che
univa la via Ostiense alla Lauren-
tina , ebbe nome da un qualche
fondo della gente Procilia, gente
di origine lanuvina, della quale ci
rimangono frequenti medaglie bat-
tute nell'ultimo periodo della re-
pubblica, onde da fundav Procilìa-
nus i moderni fecero PorcìlianOy
Porcigliano e Porziano. Il Nicolai
dice che il luogo fu una villa già
appartenente all'antica famiglia Por-
cilia, e dedicata alla dea Cerere,
come si raccoglie da una lapide
riportata dal Volpi, ed aggiunge, che
questo è un argomento che vi do-
veva essere coltura de'grani. Carlo
Bartolomeo Piazza fece la visita
generale pel cardinal vescovo d'O-
stia della diocesi ostiense, sotto di
cui si comprei)de il lenimento in
discorso, e dagli atti della medesi-
ma de' 2 marzo j68f, pubblicò
nella sua Gerarchia cardinalizia
LAZ
a p. 19 quanto segue.» Porclgìia-
no castello. Giace ancora in buon
essere (stampò l'opera nel i7o3)
rispetto alle comuni desolazioni di
queste spinggie, antichissimo come
si vede dai vestigi delle mura e
dall'alta torre e palazzo, è lungi da
Roma quattordici miglia, della nobi-
le famiglia del Nero fiorentina, che
■vi mantiene il curato mercenario,
con lo stipendio assegnato di sei
scudi al mese, senz'altro peso che
del governo delle anime che arri-
vano a settanta (ordinariamente al
presente ascendono a 200, ed in
alcuni tempi dell' anno a 5oo),
quante appunto bastano per la
coltura di quella fertile campagna.
Era questo castello anticamente
una delle ville della nobilissima
famiglia romana de' Forzi, da cui
uscirono valorosi capitani , dei
quali frequentemente se ne fa
menzione nel!' istorie romane da
Livio, da Plinio, da Strabone e
da altri antichi scrittori, essendo
celebre la declamazione fatta da
Porzio Latrone contro Lucio Ser-
gio Catilina , e le memorie illu-
stri di Poi-zio Catone, oracolo della
romana prudenza ; come pure da
s. Luca negli atti apostolici, ove
fa menzione di Porzio Festo giudi-
ce di s. Paolo ". Da Roma a Castel
Porziano può andarsi per la via
Ostiense, deviando a sinistra alla
stazione di Malafede circa dieci
miglia e mezzo distante da Roma.
Nel suo lenimento si trovano ru-
deri rivestiti di signino, avanzi for-
se di antica piscina : due miglia
dopo Malafede si gode una veduta
magnifica della spiaggia, e quindi
incontrasi la cappella rotonda di
santa Croce, e dirimpetto presen-
tasi Castel Porziano. Un'altra stra-
da vi conduce dal canto di Deci-
LAZ 227
mo e distaccasi a destra della via
Laurentina dopo quel casale. Da
Castel Porziano una strada areno-
sa di quattro miglia conduce al
mare, trovandosi a sinistra Torre
Paterno, raggiungendo l'antica via :
questa traversa una parte della
selva laurentina.
La forma di questo castello si
accosta alla quadrangolare ; il suo
recinto è difeso da torri costrutte
verso la metà del secolo XV. Due
colonne di granito bigio dinanzi la
porta attestano antiche fabbriche
avere occupato questo luogo. Il pa-
lazzo è in parte opera del secolo
XIH, in parte del secolo XV. È
la torre altissima costrutta di sca-
glie de' poligoni di selce dell' anti-
ca via spezzati, e forse anche an-
teriori al secolo XIII. Sulla piazza
addosso al muro delle case vi è
un bassorilievo del tempo della
decadenza, rappresentante un Eques
singularisy e presso di esso capitelli
di ordine jonico ben lavorati. Ivi
pure è la lapide sepolcrale che il
Nibby riporta a p. 600 dell'y^^^z-
lisij parlando del castello. La chie-
sa è sotto r invocazione della Bea-
ta Vergine del Soccorso e di s. Fi-
lippo Neri, e sembra per la co-
struzione opera del secolo XIV.
Essendo la chiesa nel 1837 presso
a cadere in rovina indusse l'attuale
patrono a porvi sollecito riparo, e
a ordinare l'intera sua riedifica-
zione. Così fu fatto conservando
neir interno la medesima architet-
tura dell'antica chiesa, e adornando
l'esterno con una facciata , di cui
prima era priva, secondo il dise-
gno e la direzione dell' egregio ar-
chitetto Giuseppe Marini. Sotto il
cornicione evvi una lapide compo-
sta dal eh. marchese Luigi Biondi.
Neir interno vi sono cinque altari.
228 LAZ
Sull'altare maggiore si osserva la
statua (opera forse del XIV seco-
lo ) della Beata Vergine titolare ,
che con un fulmine nella destra è
già pronta a difendere un bambi-
no, che si asconde sotto il di lei
manto dall'aggressione di un dra-
go. Sotto r immagine del bambi-
no vengono simboleggiati tutti i
fedeli, che implorando il soccorso
della Vergine, sono da essa teso-
riera di grazie schermiti dalle in-
sidie del demonio raffigurato sotto
l'effigie del drago. Nel basamento
della statua si legge: Sancta Ma-
ria succurre miseris. Gli altri quat-
tro altari sono dedicati a s. Filip-
po Neri protettore, a s. Carlo Bor-
romeo, al ss. Crocefisso ed alla
Madonna del Rosario. Nel iSSg
fu felicemente la chiesa condotta a
termine, e il dì 5 maggio di detto
anno venne solennemente benedet-
ta dal cardinal Bortolomeo Pacca
decano del sacro collegio e vesco-
vo di Ostia e Velletri. Per si fau-
sta occasione fu posta sulla porta
della sagrestia una lapide, scrit-
ta parimenti dal marchese Biondi.
Questa è la chiesa parrocchiale ;
vi sono poi altre tre chiese. Una
è dedicata all'arcangelo san Mi-
chele, ove si vede la Beala Ver-
gine e vari santi dipinti a fresco
nel 1492- Un'altra è dedicata alla
ss. Croce, ed un' altra , che sorge
presso i ruderi di Laurenlo, è de-
dicata a s. Filippo Neri. Le prime
due sono officiate una volta l'anno
il giorno della loro festa; l'ultima
in tutte le feste inclusivamente.
Molti altri frammenti di marmo,
rocchi di colonne, capitelli di or-
dine composilo del tempo de' Fla«
vi sono sparsi pel castello. Grandi
scavi si fecero entro questo teni-
mento, coi debiti compensi del ter-
LAZ
zo al signore del luo;go, dal prin-
cipe Sigismondo Chigi negli anni
1777 6 seg. fino al 1784. E la
nota degli oggetti trovati, che fu-
rono molti, può leggersi nell'opera
postuma di Carlo Fea intitolata:
Miscellanea filologica critica e ari'
tiquaria, Roma i836, tom. II, p.
2 1 3 e seg. Di alcuni se ne fa men-
zione anche da Giuseppe Antonio
Guattani : Monumenti antichi ine-
diti, Roma 1784. Dagli oggetti tro-
vati pare al Nibby potersi dedurre,
che la villa appartenesse all' epoca
degli Antonini. Fra gli oggetti ri-
portati dal dotto Fea , meritano
special menzione le monete di bron-
zo e di argento, le colonne di vari
marmi , ed alcuni preziosi ; altri
marmi sono le tazze, il bassorilie-
vo con battaglia , le teste di Aclria-
no, di Minerva, di Pallade etru-
sca, e di Giulia o meglio di Ti-
dia Clara di eccellente scoltura; le
teste barbute di Omero , di Elio
Cesare, di Plutone; i busti di An-
tonino Pio, di Faustina Maggiore,
d' un console e di Pallade^ e le
statue di Diana, d'un putto, d'un
Apollo di superba scoltura , oltre
le mutilate ma interessanti. Il luo-
go di Castel Porziano col vasto te-
nimento, vuoisi anticamente cedu-
to da certo Venatore ai monaci
cistcrciensi, per cui nell'archivio del
monastero di s. Croce in Gerusa-
lemme di Roma vi debbono es-
sere analoghe memorie. In proces-
so di tempo il castello col teni-
mento passò in dominio all' arci-
spedale di s. Spirito di Roma. Par-
lando del commendatore del me-
desimo, dicemmo nel voi. XV, p.
72 del Dizionario f che il commen-
datore Benedetto Cirillo, che fu
pure prefetto del palazzo apostolico,
nel pontificalo di s. Pio V, per libera-
LAZ
re l'arcispedale dai debiti, vendette
ad Agostino Del Nero fiorentino il
costello di Porcigliano, il Frunguet-
lo , il Pisciarello , la Dogana , il
Quarto di s. Lucìa, Cerro Sovero
e la naola di Decimo. I baroni Del
Nero di Firenze, forse discendenti
dalla famiglia di s. Filippo Neri,
a questo eressero nel teni mento più
altari, finché il barone Augusto Del
Nero ne! 1823, con istroniento per
gli atti dell' AppoUonj, vendette il
castello e il tenimento ali' attuale
possessore barone Vincenzo Grazioli
nobile romano. Questi non solo ha
ravvivato quelle campagne con utili
bonifici, ma ha restaurato conve-
nientemente il castello, e nella sua
pietà anche la chiesa con ornati ed
abbellimenti, fornendola pure di bel-
lissimi sacri paramenti ed arredi.
Formando il castello onesto sollie-
vo al degno ed unico figlio del
barone Pio ( onorato dal regnante
Papa Gregorio XVI della croce e
titolo di commendatore dell'ordine
di s. Gregorio, e del grado di te-
nente colonnello delle pontificie mi-
hzie di riserva ), ed essendo l'amor
filiale una delle principali doti cui
si distingue, nel di 26 luglio i845
celebrò l'onomastico della barones-
sa Anna sua ottima madre, con
bellissimo componimento poetico di
dodici stanze che fece stampare
dal Monaldi. Tali versi per la loro
leggiadria, e per gli edificanti fi-
liali sentimenti, non si possono leg-
gere senza ammirazione e commo-
zione. E quasi presago di quanto
avvenne ottanta giorni dopo, fece
fervidi voti onde si ravvivassero le
glorie del luogo che die origine
al popolo più grande del mondo,
immortalato eziandio dai dolci ver-
si del maggior epico latino, e di
cui egli si espresse: >ì La fama al
LAZ 229
mondo ancor parla superba ** ;
dappoiché nel luogo stesso il gio-
vane vate , sino dall' età più te-
nera, aveva appreso a rispettarne
le sue celebri memorie. I voti per»
tanto si compirono, col contenuto
nei Supplemento al numero 85 del
Diario di Roriia, quale interamen-
te qui riportiamo.
>* Se una terra, una città, una
provincia grandemente si rallegra-
no come di nuova luce, qualvolta
sono degnate della presenza del-
l'augusto suo principe, quanto non
avià a gioire ed esultare una fa-
miglia, cui sia dato il partecipare
di un tanto singolarissimo favore?
( questo fu l'argomento del secondo
sonetto del eh. Angelo Maria Ge-
va genovese, e perciò allusivo al-
l'onore compartito alla famiglia Gra-
zioli , che qualificò " Piena d'ogni
virtù , vuota d' orgoglio " ). Ond' è
che ad ogni buon diritto può ire
superba la nobil casa de' signori
Grazioli, che nella loro baronia di
Castel Porziano ebbero il gran van-
to di accogliere la Santità di No-
stro Signore Gregorio XVL II dì
i5 di ottobre i845 sarà pei Gra-
zioli giorno da ricordare con bel-
lissima gloria e pari consolazione.
Circa le ore quindici di quella
mattina entrava il santo Padre il
vasto lenimento di Castel Porzia-
no, sotto a' confini del quale sol-
leva vasi un ricco e maestoso arco
di trionfo, nel cui sommo legge-
vasi corrispondente iscrizione. Per
via tratto tratto segnata da ban-
diere, giungeva al castello, sulla tor-
re del quale sventolava un maggior
vessillo, che agitato dal vento, in
quell'ora impetuoso, sembrava, a
cos'i dire, sentir la presenza del-
l'augusto sovrano. Le acclamazio-
ni del molto popolo, che da Ro-
23o LAZ
ma ivi era mosso, ed il rimbom-
bo de' militari strumenti , mentre
festeggiavano l' arrivo del sommo
Pontefice , segnavano il momento
più avventuroso pei Grazioli. Ivi
alla porta massima del castello am-
miravasi la magnificenza di un se-
condo arco trionfale con analoga
isa-izione. Era il castello tutto, le
adiacenti abitazioni e le vie che le
attraversano, messe a drappi, a fe-
stoni e ghirlande , con quanto
può farsi in segno d' una pub-
blica allegrezza, tutto ben rispon-
dendo alla solennità dell'accogliere.
LAZ
che 1 Grazioli facevano, il vicario
di Cristo, il massimo de' principi.
Fralfanto il signor barone, la con-
sorte ed il figlio a loro grande o*
nore il ricevevano ( essendo il Pa-
pa vestito di mozzetta e stola ) al-
la porta del tempio, la cui fronte,
abbellita di sfoggiate ornature, por-
tava una epigrafe celebrante l'av-
venimento. Dentro poi alla chie-
sa, parata a guernimenti non me-
no semplici che preziosi leggevansi
sur una parete le seguenti parole
(scolpite poi in tavola di marmo).
GREGOBIVS . XVI
GRATIOLAM . GENTEM . SVO . ADSPEClTV . RECREATVRVS
PRIV8QVAM . HOSPES . AD . DYIVASTAS . VERGERET
HOC . TEMPLO
D . O . M .
PRECES . PIISSIMAS . FVDIT
III . IDVS . OCTOB . AN . MDCCCXtV
Bicevuta la benedizione del ss. Sa-
gramento dall'illustrissimo e rev.mo
monsignor sagrista ( Giuseppe Ca-
stellani vescovo di Porfirio, cui fe-
cero da diacono e suddiacono i
monsignori Alberto Barbolani , e
Francesco Piccolomini camerieri se-
greti), sua Santità si recò a piedi
al vicino palazzo per via coperta
di tappeto. Ne facevano l'accom-
pagnamento e il corteggio gli emi-
nentissimi e reverendissimi signori
cardinali Mario Mattei e Lodovi-
co Altieri, S. E. reverendiss. mon-
signor tesoriere (Giacomo Antonelli),
con insieme la corte pontificia, e
i signori baroni Grazioli; i quali,
appena giunto nella sala maggiore
ove ergevasi un trono, ammise al
bacio del piede, con molti e rag-
guardevoli personaggi che ivi in-
tervennero. Da una finestra, elegan-
temente fornita a maniera di loggia,
compartì il santo Padre l'apostolica
benedizione alla moltitudine che
lietamente lo acclamava. Non guari
dopo montato in carrozza s'avviò
verso il mare, ove tutti lo segui-
rono chi a piedi, chi in legno, la-
sciando Castel Porziano come di-
serto. Traversando i famosi cam-
pi laurentini scorge vasi nella faccia
d'un ben acconcio muricciuolo ivi
isolatamente piantato, l'epigrafe se»
guente ( poi scolpita in marmo nel
medesimo luogo).
LÀZ
LAZ
23l
LAVRENTVM
ROMAWAE . GENTIS . INCVNABVLA
HORTOS . OLIM
CABSARVM . ANTONINI . ET . COMMODI . AVGVST.
QVOftVM . HIC . DEFOSSAE . IMMAGINES . EX . AERE
LATBVVM . DECVS . PERENNANT
GREGORIVS . XVI
BERVM . VETVSTARVM . CVLTOR . IMMORTALIS
CXMtfPlS . FERE . IPSIS . LAETITIAE . GESTIENTIBVS
CLEMENS . IVCVNDVS . VISIT
Bellissima a vedere rappresentavasi
finalmente all' adorato monarca la
spiaggia del mare; ove drizzavansi
tre vaghissimi padiglioni a diverse
foggie e colori , da uno de' quali
entravasi per lunga tratta nel ma-
re, mercè una via appositamente
costrutta di legnami con industrio-
so artifìcio congegnati e commessi
assieme a forma di molo o di
ponte, lungo passi centottanta. Per
siffatta via entrò il santo Padre in
una scialuppa vagamente recata in
addobbo di festa, coronata, in bella
divisa, per tutto intorno, come so-
pra spianalo e teso un velo che
tutta la ricopriva, e dato de* remi
nelle acque per dieci marinai in
bianchi abbigliamenti, fece un bre-
ve giro, seguitandolo altre adorne
barchette, di dove eletti cori cre-
scevano con dolci armonie letizia
alla festa, mentre una feluca ivi a
poca distanza salutava il supremo
Gerarca con raddoppiati colpi di
artiglieria. Tutto si era qui mira-
bile incanto, tantoché potevasi di-
re in su quel punto col fiorentino
poeta :
Da poppa stava il celestìal nocchiero
Talché faria beato pur descritto.
Ritornato il santo Padre a quella
specie di molo, calcato di cospicui
personaggi, fu apprestato un son-
tuosissimo rinfresco; ed in quel
mentre recitò il dottor Poggioli,
con sovrana annuenza, un elegan-
te latino epigramma, che allora
avea composto. Intanto alcuni pe-
scatori raccoglievano a sé le git-
tate reti, e presentavano quindi la
fortunata preda a sua Santità, che
li confortò di benigne parole. Ri-
salito alla fine in carrozza si ri-
condusse al castello, ove giunse sul
mezzogiorno , e dove s' intertenne
benignamente coi signori Grazioli.
Si degnò poscia d'accogliere l'of-
ferta di una memoria sulla topo-
grafia dell'antica Laurento , scritta
e pubblicata per cura del canoni-
co Raffaele Lenti (con questo ti-
tolo : Ai signori baroni Grazioli
nella faustissima circostanza del
XV ottobre MDCCCXLV, in cui la
Santità di N, S, Gregogio XFI
onorava di sua augusta presenza
la baronia di Castel Porziano , e
visitava i campi Laurentinij Roma
dal tipografo A. Monaldi i845^.
Noteremo che in questo opuscolo si
contengono tutte le iscrizioni qui
riportate o rammentate , e i due
sonetti di cui va a farsi menzione),
il quale tolse saviamente a mo-
strare, che la città di Laurento
era a Torre Paterno in vicinanza
di Castel Porziano, che che altri ne
pensi in contrario. Ricevette con
pari benignità le sopra riportate
!x3i LAZ
epìgrafi messe a stampa, ed un so-
netto del Geva (ia lode di Lau-
rento, cui gli fa dire; *> In me ri-
surse un dì Troia combusta"), il
quale fu poi declamato con altro
suo sonetto, dall'autore medesimo
alla presenza di sua Beatitudine,
riportandone parole di special gra-
dimento e di lode. Dopo pranzato
(colla famiglia Grazioli, compresovi
d. Lorenzo nipote del barone, ac-
LAZ
cademico della pontificia accade-
mia de' nobili ecclesiastici, coi car-
dinali e prelati nominati, ed il re-
sto della nobile famiglia pontificia),
ripassando per la sala maggiore in
che prima alzavasi il trono, trovò
in quella vece un busto ( poi ese-
guito in marmo ), ov' eia scolpito
il suo augusto sembiante, con sotto
un' epigrafe marmorea, che diceva
PARENTI . CATHOLICI . NOMINIS . ET . MAGISTRO
GREGORIO . XVI
QVOD . PRAESENS . PORTIANAS . AEDES . HONESTAVERIT
VINC. DYNASTES . GRATIOLIVS
H OSPITI . AVGVSTO
LVBENTISSIMVS
MNEMOSYNON . HOC . POgVIT
Preso alcun poco di riposo, com-
parve poscia sua Santità alla suin-
dicata loggia, e si piacque di assi-
stere alla partenza di molti picco-
li globi aereostatici, i quali dove-
vano formare il corteggio di un
altro di smisurata grandezza, che
non potè aver luogo per la vee-
menza del vento. Dopo finalmente
manifestati ai signori del castello
i più affettuosi sentimenti di sod-
disfazione e particolare benevoglien-
za, fra gli evviva del popolo, il lieto
suono di musicali strumenti ed il
rimbombo de' mortari, circa le ore
vent'una e mezza si mise il santo
Padre in viaggio per la domi-
nante ". Di questo onore ricevuto
dalla famiglia Grazioli, se ne fa
pure menzione nell'opuscolo inti-
tolato : Jn morie della baronessa
Anna Maria Grazioli, prosa e ri-
me, Roma 1846 pel Monaldi. Dap-
poiché inaspetlatamenie la baro-
nessa mori la sera del io dicem-
bre 1845, immergendo i suoi nel
più intenso dolore, e riscuolendg
l'universale compianto per la stima
che meritamente godeva presso ogni
classe di persone, avendo perduto
gl'indigenti e i mendici una ma-
dre generosa e benefica. Nel nura.
1 1 3 del Diario di Roma del 1 84^
sono descritti i funerali celebrati-
gli decorosamente nella chiesa del
Gesù, ove il eh. p. Ercole Grossi
della compagnia di Gesù, colla sua
nota valentia, pronunziò la fune-
bre orazione, nella quale tolse a
dimostrare, come la illustre defun-
ta fosse stata lo specchio delle spo-
se, delle madri, e delle dame ve-
ramente cristiane. Essa dal Monal-
di fu pubblicata nel 1846 con
questo titolo: Orazione detta nei
funerali di Anna baronessa Gra-
zioli al Gesù di Roma. Nel num,
52 delle Notizie del giorno 184^,
sono riportate l' esequie celebrate
in s. Maria in Via Lata, dai gio-
vani delle scuole notturne, siccome
beneficati della baronessa. Nel num.
49 del foglio di Napoli: 7/ Ci*
cerone, colla necrologia della dq»
LAZ
funta, 8Ì dice del sontuoso fVme-
rale celebrato in quella città nella
chiesa di 8. Giovanni de' fiorentini.
Finalmente nel num. i i del DiU'
rio di Roma 1 846, si legge come
la repubblica di s. Marino, per
avere ascritto al suo patriziato la
famiglia Grazioli, e per aver la
defunta donato ricchi doni al tem-
pio del santo protettore, volle ono-
rarne con esequie la memoria.
LauiniOy Lavinium. Tutti gli an-
tichi scrittori, latini e greci, s'ac-
cordano a riguardare la fondazione
di Lavinio, che alcuni confusero
con Lanuvio, come dichiarammo
all'articolo Genzano, nel descrivere
Civita Lavinia, quale opera di E-
nea, e con maggior lume di storia
Dionisio, rigettando il JVibby le
supposizioni fantastiche di alcuni
moderni, contro la venuta in Italia
dell' eroe troiano. Narrammo già
come Enea dopo lunga navigazione
giunse nella spiaggia laurente , e
fra i segni che notò per riconosce-
re essere questo il luogo destinato
al termine de'suoi travagli, vi fu
pur quello di una troia gravida,
che isfuggita a' suoi, andò a ripo-
sarsi sopra un colle tre miglia distan-
te dal mare. Ivi una voce uscita
dal luco vicino ingiunse al troia-
no di arrestarsi e fondare una cit-
tà, nella quale tanti anni sarebbe-
ro rimasti i suoi, quanti fossero
stati i porcelli venuti alla luce, ed
allora sarebbero partiti a fondare
un'altra città felice e grande. Nel
dì seguente la troia partorì trenta
porcelli, i quali da Enea insieme
alla madre furono immolati agli
dei patrii e penati di Troia. Poi
si venerò in Lavinio la capanna
ove ebbe luogo tal parto straordi-
nario, e il simulacro in bronzo dei
figli nati, conservando i sacerdoti
LAZ 233
il corpo della madre sotto sale.
Quindi Enea fatto muovere il cam-
po ai troiani, ordinò loro che oc-
cupassero il colle, sulla cui som-
mità incominciò a costruire i tem-
pli agli dei, e con grande impegno
sì pose ad edificare la città, pro-
cacciandosi gli attrezzi e i mate-
riali colle scorrerie. L'improvvisa oc-
cupazione straniera e le depreda-
zioni riuscirono durissime agl'indi-
geni, che corsero con esagerate la-
gnanze al campo latino ch'era al-
lora in guerra co'rutuli, de' quali
pur si disse ali* articolo Genzano^
parlando della capitale Ardea. La-
tino re di Laurento, sospesa la guer-
ra, si mosse contro i troiani, senza
conseguenze funeste , pel trattato
conchiuso fra le parti, essendo ap-
parso al re Fauno genio del luogo
e ad Enea i dei penati, i quali
li esortarono alla pace. Lathno con-
venne che gli aborigeni avrebbero
accordato a' troiani il terreno che
domandavano , e questi soccorso i
primi nelle guerre^, operar dovendo
di concerto i due popoli pel comua
vantaggio. Enea ottenne pure in
isposa la figlia del re Lavinia, vin-
se cogli aborigeni i rutuli, e diede
il nome di Lavinio alla città che
edificava, per onorare la moglie,
secondo la tradizione la più rice-
vuta dagli storici nazionali antichi
e dai greci più insigni. Dionisio
narra che a'suoi giorni nel foro di
Lavinio si vedevano un lupo, un'a-
quila, ed una volpe di bronzo,
in memoria del prodigio avvenuto
nell'erezione della città, nell'incen-
dio della vicina selva. Certo e che
tali animali essendo insegne de' la-
viniati, furono poscia adottate dai
romani, che discendevano da loro.
La fondazione di Lavinio si deter-
mina due anni dopo la presa di
234 LAZ
Troia, verso l' anno i 1 98 avanti
r era volgare, cioè 44^ prima di
Bonia. ISiel secondo anno dopo la
fondazione di Lavinio, questa di-
venne la capitale del Lazio. I ru-
tuli insorsero di nuovo contro La-
tino, guidati da Turno cugino di
Amala moglie di Latino , la cui
corte abbandonò percbè restò deluso
negli sponsali che doveva celebrare
con Lavinia: la battaglia fu acca-
nila, poiché da una parte cadde
Latino, dall'altra Turno, la vit-
toria però rimase agli aborigeni ed
ai troiani. Enea pei diritti della
moglie successe a Latino, e traspor-
tò la sede del governo a Lavinio,
ma per unire vieppiù i due popo-
li e cattivarsi meglio V affetto de-
gli aborigeni li fuse insieme sotto
il nome di latini, onde onorare
la Jiiemoria dell'estinto re naziona-
le, almeno come riferisce il Nibby.
Gl'irrequieti rululi uniti ai tir-
reni guidati da Mezenzio re dei
ceriti, vennero ad una fiera batta-
glia coi latini nelle vicinanze di
Lavinio sul fiume Numico, in cui
perì Enea, giacche essendo sparito
si disse assunto dagli dei al cielo.
I latini gli eressero un eroo o tu-
mulo artifiziale con fila di belli
alberi intorno. A lui successe il
figlio Eurileonle soprannomato A-
Scanio e Julo, il quale ebbe a con-
tinuare la guerra contro Mezenzio.
Siccome questi erasi unito coi ru-
tuli a condizione che gli cedessero
lutto il vino dell'agro latino, i
Ialini l'offrirono a Giove, onde eb-
bero origine le feste vinaliaj po-
scia costrinsero Mezenzio alla fuga
dopo avergli ucciso il figlio Lauso.
Temendo Lavinia duri trattamenti
dal figliastro Ascanio, si ritirò, co-
me di sopra dicemmo, nelle selve,
ove die alla luce un figlio che dal
LAZ
luogo chiamò Silvio. A quietare i
clamori de'lalini, Lavinia col neo-
nato tornò ad abitare col figliastro,
e vi rimase fino all'anno trentesi-
mo dopo la fondazione di Lavinio.
Allora Ascanio volendo dar luogo
al compimento della predizione fat-
ta al padre, o liberarsi dall'influen-
za che la matrigna avea sul popo-
lo, si recò a fondare una nuova
città alle falde del monte Albano,
fra questo ed il lago, e le impose
il nome di Alba-Looga, come quel-
la che dilungavasi molto nel dor-
so che cinge il lago Albano verso
oriente a pie della punta culmi-
nante del monte. Lasciato Lavinio
alla matrigna e al fratello Silvio,
trasportò nella nuova metropoli la
sede del governo, e tutti que'lati-
ni che lo vollero seguire in un
agli dei penati di Enea ; questi pe-
rò avendo scelto per sede Lavinio,
vi fecero ritorno. Morta Lavinia ,
la città divenne un cantone del
regno albano, onde la sua storia
con quella d' Alba confoudesi. Se
non che una certa importanza re-
stò a Lavinio per gli dei penati
che conteneva, per cui divenne
una specie di metropoli religiosa
de'lalini, come Alba n'era la capi-
tale politica ; e questa importanza
continuò a godere anco sotto i ro-
mani. Dopo la morte di Numitore,
estintasi la dinastia de're d'Alba,
Romolo primo re di Roma come
suo discendente ne reclamò i di-
ritti, e con lui Tazio associato nel
regno. Avendo le genti di questo
ultimo fatto una scorreria e de-
predalo i campi laurentini, ne pre-
sero inutilmente le parti i lavi-
niati , perchè Tazio non ascoltò
i reclami. Non passò molto tempo
che portatosi Tazio con Romolo
in Lavinio pel sagri fizio prescritto
LAZ LAZ 235
dagli del penati^ i laviniati I ucci- asserirsi che noa accadesse priaiu
seio. Quando poi sotto Tulio O- di Traiano, come per argomento
slilio terzo re di Roma, avvenne positivo è certo che avvenne pri-
la distruzione di Alba , Lavinio ma dell' epoca di Adriano, ripor-
come gli altri cantoni dipendenti tandone le ragioni il JNibby, Ana-
da quella, riacquistò la sua indi- lisi t. II, p. 222, 223. Questi inol-
pendenza. Espulsi i Tarquini da tre osserva che i due comuni pre-
Roma, e creati consoli Bruto e sero il nome di Lauro- Lavinia,
Collatino, questo secondo andò a perchè laurente era il territorio di
fissare la sua residenza in Lavinio Lavinio, e Laurento era stato pri-
con tutti i suoi e vi terminò i ma di Lavinio la metropoli del
suoi giorni. Nella lega latina che Lazio; ed essendo trasferita Tarn-
prese le armi per ristabilire i re minislrazione comunale in Lavinio,
di Roma, i laviniati vi si lasciaro- si volle rendere men dura a quei
DO strascinare , ma soggiacquero di Laurento questa assenza, col-
alla rotta del lago Regillo. Lungo T associare il loro nome e premet-
tempo Lavinio stette in pace con lerlo a quello di Lavinio dove ri-
Roma per la rimembranza di E- siede va. Lauro-Lavinio municipio e
nea ed i penali comuni, anzi nella insieme colonia romana ebbe i suoi
scorreria di Coriolano i laviniati quatuorviri, i pretori, i cavalieri, i
soli osarono resistergli. Non man- pontefici, il flamine, gli auguri, i
tennero però questo attaccamento patroni o protettori, i difensori e
uelT ultima lega latina dell'anno i curatori, in sostanza tutti i ma-
41 5 di Roma, imperciocché si u- gistrati e sacerdoti che aveano le
uirono agli altri. città più cospicue dell' impero, in-
Nella guerra sillana Lavinio fu dizio di popolazione e prosperità,
devastalo dai sanniti difensori di Nel secolo IV durava ancora il
Mario, e sempre più decadde per costume che i consoli, i pretori, o
l'aria insalubre e per la vicinanza i dittatori municipali latini, nell'en-
della metropoli, solo sostenendosi di trare in magistratura andassero a
tempo in tempo con colonie di vele- Lavinio a sacrificare agli dei pe-
rani, una delle quali fu quella di Ve- nati ed a Vesta, onde la popola -
spasiano. Nello spirare del primo zione di Lavinio sostenevasi prin-
secolo dell' era volgare, ad onta di cipalmente per le cerimonie sacre
tutte le premure degl'imperatori, degli dei penali, che ivi aveano
Laurento e Lavinio erano caduti fissata la loro sede, mentie tutta
in tale desolazione, che fu di bi- la costa era divenuta spopolala,
sogno unire in un solo i due Soppresse poi queste cerimonie co-
comuni, e considerare l' ultimo, cioè me gli altri antichi riti del paga-
Lavinio, come rappresentante di nesimo nell'anno Sgi dell'era vol-
auibedue, che perciò Lauro-Lavi- gare, quindi rapidamente Lauro-
niuni dopo quel tempo si appella Lavinio cadde in squallore. Le suc-
dagli scrittori e nelle lapidi, come cessi ve scorrerie di Alarico nel 4o9>
Laiirentes-LaviniaLes gli abitanti, di Genserico nel 45*5, le guerre
Difllcile è determinare l'epoca pre- civili e i tumulti che accompagna-
cisa della riunione dei due comu- rono la caduta dell' impero occi-
ui : può per argomento negativo dentale, che fini in Auguslolo Tan-
236
LAZ
no 47^> ^® devastazioni che per
dieciotto anni travagliarono i con-
torni di Roma nella tremenda lot-
ta con che i goti ed i greci si
disputarono il dominio di questa
parte d' Italia a puro suo danno ,
compierono l'opera di distruzione,
cos\ che Lavinio che nel 3g i era
ancora città ragguardevole, nel 553
era presso a poco ridotta come
oggi la veggiarao. E per una cir-
. costanza fatale mai più fino ad
oggi potè questa riaversi, per le
ragioni medesime comuni a tutto
il rimanente della parte marittima
del Lazio, cioè dell'insalubrità del-
l'aria, e delle scorrerie, prima dei
saraceni, poscia de' barbareschi.
Oia veniamo alla terra moder-
na di Patrica o Pratica nella dio-
cesi di Albano, distretto e comarca
di Roma, eh' è sorta dalle rovine
dell'antico Lavinio. Enea dopo la
morte venne onorato col nome di
Palrìs Dei Indigetis, onde il Ni-,
colai dice che sotto il titolo di
Giove Jndigete ivi gli fu consacra-
to un bosco, che vuoisi ancora in
parte esistere. Questo die il nome
al latifondo attinente, che si sarà
detto fiindus, praedium ed anche
possessio Patris, dal quale derivò
il nome della moderna Lavinio che
cìvilas Patrica ne' tempi bassi ven-
ne appellata. IVel secolo IV come
nel IX. il fondo attinente a Lauro-
La vi nio ebbe il nome di Patre.
Nel IV secolo dice 1' Anastasio che
s. Silvestro I assegnò alla basilica
dì s. Croce in Gerusalemme di
Roma la possessione di Patras sot-
to la città de' laurenti. Nel 1074
s. Gregorio VII confermò la città
di Patrica con tutte le appendici
e colla chiesa di s. Lorenzo al
monastero di s. Paolo, a cui l' a-
vea concesse Marino o Martino II
LAZ
morto nell' 884. Nel secolo XII
Patrica era castello murato, ed una
porzione lo ritenevano i Baronzini,
contro i quali ricorse nel concilio
Lateranense II, tenuto da Innocen-
zo n, l'abbate Azone. Successiva-
mente in parte ne furono proprie-
tari Godo di Nardo, Jacovello di
Branca ne' primi del secolo XV,
chiamandosi Pratica, Casirum Pa-
tricha. Nel i432 esso apparteneva
ai Capranica, e ad altri, forse i
Branca, ed era riguardato come
Casale allora sinonimo in lingua
notarile di Castrimi Praticae. Il
succitato Piazza dice a p. 824,
dopo avere riportato le notizie di
Lavinio, che questa terra fu dei
Massimi, e da questi passò ai Bor-
ghesi, i quali ne sono dal seco-
lo XVII tuttora i signori, dopo
averla quasi riedificata di pianta.
Il colle sul quale sorse Lavinio è
molto più alto del monte Pincio
di Roma. De' superstiti suoi mo-
numenti ne tratta il Nibby. La
chiesa è dedicata a s. Francesca
romana canonizzata da Paolo V
Borghese. La sua tribuna origina-
le sembra del secolo VI, restaura-
ta poi nel XIII verso i tempi di
Innocenzo III, che confermò il pos-
sesso di Pratica ai monaci di s.
Paolo. Il palazzo è opera dei Bor-
ghese, dalla cui torre si gode un
magnifico panorama. Il circondario
di Lavinio comprendeva luoghi
classici, che furono soggetto d' in-
vestigazioni erudite da circa tre se-
coli. 11 citato Nicolai parla di Pra*
tica a p. i63.
Alba ' Longa. Metropoli cele-
bre de'latini, fondata per testimo-
nianza concorde degli antichi scrit-
tori da Ascanio figlio di Enea,
trent'anni dopo la fondazione di
Lavinioj circa i23o anni avanti
LAZ
l'era Tolgare, come dì sopra si è
veduto. Questa fondazione fu pre-
detta ad Enea da Eleno e dal
nume Tiberino, ed ebbe luogo fia
il monte ed il lago Albano, presso
il luogo ov*è il convento di Palaz-
fola, che descrivemmo all'articolo
Albano. A cagione di quanto di
uilba-Louga dicemmo a quell'arti-
colo , di sopra , all' articolo Ca-
stel Gandolfo ed altri analo-
ghi, qui ci limiteremo a brevi in-
dicazioni. II piano di Palazzola
ha però troppo ristretti limiti per
circoscrivervi la metropoli di trenta
città latine, e perciò convien me-
glio dire che quel sito probabil-
mente ne fece parte, ma fu ben
lungi dal contenerla intieramente :
e forse su quella punta che può
riguardarsi come una delle citta-
delle d^Alba fu il palazzo de' re,
donde derivò il nome attuale che
si ricorda fino dal principio del
secolo XIII. Il Nibby riportando le
osservazioni del dotto sir William
Geli, autore della Topography of
Rome and ils uicìnìly, e quelle di
altri archeologi, parla eruditamen-
te delle località ove sorse Alba-
Longa, erigendola Ascanio in sito
ameno, ubertoso e forte. Gli abo-
rigeni dopo essersi fissati nelle mon-
tagne intorno a Rieti, spinti dai
sabini e dagli umbri si ripiegaro-
no verso mezzodì, discacciando i
siculi dagli ultimi contrafforti de-
gli A pennini , cioè dai monti ti-
burtini e corniculani , e quindi
dalla pianura fra questi ed il ma-
re, 90 anni circa avanti la guerra
di Troia. Primieramente edificaro-
no Antemne, Tellene, Ficulea e
Tibur, o per meglio dire cinsero
di mura queste borgate, già abitate
dai siculi, e quindi Laurent© sulla
spiaggia del mare Tirreno. Fra le
LAZ 237
tradizioni che correvano su questo
popolo, sembra la piìi probabile
quella che gli aborigeni fossero u-
na diramazione degli oenotri, e
perciò tanto più facilmente ammi-
sero i pelasgi a comunanza ; e
dall'altro canto questi gli aiutaro-
no nella guerra contro i siculi,
perchè derivavano dallo stesso sti-
pite. Cogli aborigeni e co' pelasgi
si unirono poscia gli epèi, ed in
ultimo luogo i troiani venuti con
Enea ; ed allora regnando Latino
sopra di loro a Laurento, o dopo
la sua morte per opera d'Enea,
furono chiamati in luogo di abo-
rigeni, latini. Fondata da Enea
Lavinio, suo figlio Ascanio edificò
Alba-Longa, laonde la gente alba-
na si compose di aborigeni o ar-
cadi oenotri, di pelasgi, di epèi, e
di troiani. Dionisio nel raccontar
la fondazione di Alba, ricorda il
prodigio avvenuto degli dei pena-
ti, che non vollero cangiar la sede
di Lavinio, dove Ascanio fu co-
stretto lasciarli sotto la cura di un
collegio di antistiti. Ascanio regnò
trentott* anni ; a lui successe il
fratello Silvio figlio di Enea e di
Lavinia, e da questi tutti i re al-
bani ebbero il nome di Silvio.
Con Silvio contese del principato
lulo o Giulio figlio di Ascanio ;
ma in fine si convenne, che la po-
testà civile fosse di Silvio e della
sua stirpe, e la sacerdotale di lu-
lo e de* suoi, cioè di quelli che
poscia furono noti col nome di
lulii o di gente Giulia. Silvio ebbe
per successore Enea Silvio, al qua-
le successe Latino Silvio ch'ebbe un
lunghissimo e felice regno di cinquan-
tun anni. Di Latino dice Livio che
furono da lui dedotte alcune colo-
nie dette de' Prischi Latini ; e
fra queste l'autore dell' Origo gen-
«38 LAZ
tis romnnne nomina quelle di Pi'ae-
neste, Tibnr, Gabii, Tu.scnlum,Cora,
Pomelia, Locri, Crnstumium, Ca-
tneria, Bovillae, e termina col dire
caeteraque oppida cìrcumqiiaquej
quindi in Latino Silvio la potenza
di Alba salì all' apice della gran-
dezza, e meno Roma, che fu fon-
data dopo, forse da lui trassero
origine tutte le altre XXIX colo-
nie, che dicevansi dedotte dagli
albani.
La serie dei re d'Alba, e le lo-
ro principali gesta le riportammo
di sopra; in Numitore Silvio si
estinse la dinastia dei re d' Alba,
dopo era stato reintegrato del tro-
no dai suoi nipoti Romolo e Re-
mo, che neir anno ^"òi dopo la
presa di Troia, 7 53 avanti ì' era
volgare, dedussero la colonia alba-
na in Roma, l' ultima delle trenta.
Morto Numitore, Romolo invece di
succedergli rimase alla testa della
colonia, esercitando però una certa
autorità sulla metropoli, col cangiar
Ja forma del governo da monar-
chica in aristocratica, riserbandosi
la nomina del principe o dittatore
annuale, secondo Plutarco. Ma Dio-
nisio narra che gli albani da loro
stessi vennero a questo cangiamen-
to alla morte di Numitore, eleg-
gendo un magistrato annuale con
autorità eguale a quella dei re e
col titolo di dittatore. Rimasero
Alba e Roma in perfetta armonia
sotto i regni di Romolo e di Nu-
tria ; ma dopo la morte del secon-
do, si suscitarono vertenze tali, che
il re di Roma Tulio Ostilio ne
prese motivo per fare Alba sog-
getta a Roma, e porre così 1' ul-
tima delle colonie albane alla testa
di tutta la confederazione Ialina.
Dopo il combattimento degli Ora-
zi e Curiazi, vinse la sorte di Roma,
LAZ
e la metropoli si trovò di fatto
dipendente dalla colonia. Intanto
gli albani irritati da tanta umilia-
zione, si collegarono coi fidenati e
coi veienti. La guerra ben presto
si accese ; Tulio punì esemplarmen-
te il traditore Mezio, e profittando
dell* occasione die ordine di spia-
nare Alba-Longa, trasportarne con
tutti gli averi i cittadini a Roma, as-
segnando loro per stanza il monte
Celio, e solo risparmiò i templi degli
dei, che servirono 9 ricordare ai po-
steri il sito della metropoli di Ro-
ma, e che si vedevano ancora in pie-
di sei secoli dopo ai tempi di Augu-
sto. Fra i templi di Alba ricordansi
particolarmente quelli di Giove, di
Minerva, di Vesta, di Marte e di
Venere. Tra le famiglie patrizie
che si contavano come venule da
Alba in Roma per tale catastrofe,
Livio nomina la Tullia, la Servi-
lia, la Quinzia, la Gegania, la Cu-
riazia, e la Gloeha o Cluilia. Il
Nibby confuta l'opinione del Riccy
che disse essere esistita oltre Alba-
Lons;a, un' Alba -Nuova nella cam-
pa
sna albana. Sorse bensì una cit-
tà di Albano nel suo territorio,
ma in tempi molto piìi bassi, ed
ora è sede vescovile di uno dei sei
cardinali suburbicari, ed è residen-
za di un governatore, nel distretto
di Roma e presidenza della Co-
marca. Per una coincidenza singo-
lare, come Lavinio dopo la fonda-
zione di Alba-Longa rimase stret-
tamente unita a quella città, così
anche oggi il comune di Pratica
succeduto all'antico Lavinio è uni-
to ad Albano, che sebbene sia tre
miglia distante da Alba-Longa, nul-
ladimeno la rappresenta. Ora dei
fondi più celebri compresi entro il
territorio di Alba, e che dierono
origine alla città odierna, meritano
LAZ
più particolare menzione quei di
Clodio e di Pompeo, che diven-
nero demanio imperiale fino dai
tempi di Augusto, e furono noti
col nome di Albanum Caesaris^
villa frequentata da Tiberio, dove
si ritirò Caligola dopo la morte
della sorella Drusilla, e dove si
fermò Nerone nel suo ritorno di
Grecia. Questa fu poscia ampliata
e magnificamente abbellita dall'ul-
timo de' Flavii che vi passò i suoi
giorni, e sotto il quale vi fu sta-
bilito un campo di soldati preto-
riani, che continuò ad esistere fino
allo scioglimento di quella milizia
fatta da Costantino. A questa villa
imperiale, a questo campo deve la
sua origine Albano, che secondo
Anastasio Bibliotecario esisteva già
sul principio del IV secolo dell'e-
ra volgare. Veggasi Francesco Bian-
chini, De Albani aerìs salnhrita-
te. Exst. in Opuscul. varia ejusd.
Bomae edita 1 7^4 : Epist. ad Lanci-
sìum de profunditate Laci Albani,
Ibid. Gio. Girolamo Lapi, Le-
zione accademica intorno all'ori-
gine de" due laghi Albano e Ne-
morese, Roma 1781. Athanasius
Rircherius, Latium etc. Volpi, Ve-
tiis Latium t. VII de Albanis.
A voler dire dell* anno e del
calendario degli antichi latini, è a
sapersi che i latini dividevano il
giorno civile in otto parti. La pri-
ma parte era quella in cui si ac-
costa la mezzanotte ; seguiva a que-
sta il gallicinio ; indi il diluculo,
quando comincia ad albeggiare ;
poi la mattina o il giorno chiaro;
da qui saltavasi a mezzogiorno, poi
al tempo che restava sino a sera,
che dicevasi sol occasus, o solis
occasus ; poscia seguivano due al-
tre parti, la più vicina al solis oc-
casus appel lavasi suprema tempe-
LAZ 239
stas, che noi diressimo crepuscoli;
l'altra in fine e l'ultima nomina-
vasi vesperc. Quanto alla divisione
dell'anno tra gli antichi latini,
non è inverosimile che gli arcadi
fermatisi in Italia con Evandro vi
introducessero la maniera del loro
anno; il quale come insegnano So-
lino, Macrobio e Plinio era di tre
mesi, sicché quattro di questi anni
corrispondevano ad un anno sola-
re. Plutarco nella vita di Numa
dà air anno arcadico quattro me-
si ; dopo la venuta di Enea tro-
vansi usate due maniere d' anni
fra' latini : la prima quella de' la-
viniési che partivano l' anno in
giorni 374 e in tredici mesi; l'al-
tra degli albani che avevano l'an-
no di dieci mesi e di giorni 3o4,
dimodoché sei di questi anni fa-
cevano cinque anni solari di gior-
ni 365. Secondo il Pontadera, An^
tìq. latinarum, graecarumque enarr.
ep. 3i , ecco come distribuivano
gli antichi del Lazio l'anno. Quel-
lo di Lavinio: mese I, giorni XXXI;
II, giorni XXIX; III, giorni XXXI;
IV, giorni XXIX; V, giorni XXXI;
VI, giorni XXIX; VII, giorni
XXIX; Vili, giorni XXXI; IX,
giorni XXX ; X, giorni XXIX ;
XI, giorni XXIX; XII, giorni
XXIII; XIII, giorni XXIV. Di-
stribuzione dell'anno Albano. Me-
se I , giorni XXII; li , giorni
XXXIV; III, giorni XXXVI ; IV,
giorni XXXI V; V, giorni XXXVI;
VI, giorni XVIII; VII, giorni
XVI; Vili, giorni XXXVI; IX,
giorni XXXVI; X, giorni XXXVL
Pare che de'due calendari quello de-
gli albani abbia avuto maggior cor-
so nel Lazio. Però alcuni popoli del
Lazio seguirono un metodo d'anni
differente dai due mentovati, come
espressamente lo attesta Censorino
de'ferentinij.l. de die nat. e. 7
e i5, e può congetturarsi dagli
aricini, che avevano l' ottobre di
XXXIX giorni. Il primo mese del-
l' anno albano era il maggio, a
cui seguiva il giunonio , indi il
marzo, l' aprile, il quintele, il se-
stile, il settembre, l'ottobre, il no-
vembre, e il decembre. I nomi dei
mesi laviniesi s' ignorano ; non è
però improbabile, secondo il cardi-
nal Corradini, Laliiis vetus, t, H,
p. 176, che i laviniesi ai due ul-
timi mesi dell' anno dassero i no-
mi di gennaio e febbraio. La di-
Tisione poi di mese in calende, no-
ne e idi era antichissima presso
ì latini, ed in uso prima di Ro-
ma^ avendo i latini appreso dagli
etruschi il chiamar idi il giorno che
divide per mezzo il mese, come affer-
ma Macrobio l. I, e. i5. Come chia-
mavano gli antichi latini i giorni che
seguivano le idi, Varrone e Festo
c'insegnano, che i tusculani chia-
mavano il tefzo giorno dopo le idi
triatro, il quinto quìnquatro, il se-
sto sesatro, il settimo seltimatro o
seltenatro ; e de' falisci sappiamo
dai medesimi autori che decimatro
chiamavano il d\ decimo dopo le
idi ; è verosimile, che con somi-
glianti nomi chiamassero gli altri
giorni.
Il dotto p. Giuseppe Marchi
della compagnia di Gesù, nel feb-
braio 1846 lesse in Roma alla
pontificia accademia d'archeologia
una parte delle illustrazioni, colle
quali intende accompagnare la nuo-
va pubblicazione della cista del
museo Rircheriano. Tra le altre
cose dimostrò, che nel primo, se-
condo, terzo e quarto secolo di
Roma, il Lazio e Roma ebbero ar-
tefici mediocri, buoni, ed anco ot-
timi. Tali furono in prima quei
LAZ
pittori che quando Roma nascerà
dipinsero a Lanuvio, ad Ardea e
a Cere con tal bravura, che per
testimonio di Plinio le loro pittu-
re attraevano l'ammirazione dei
romani, eziandio nel primo secolo
dell'impero; furono dipoi i plasti-
catori, massime quelli della scuola
del Fregellate Turiano, il quale
operò in Roma in servizio del pri-
mo Tarquinio e di altri; furono
per ultimi i monetieri, che prima
del quinto secolo di Roma fabbri-
carono la moneta latino-romana
con sì eccellente magisteifo, da in-
durre i moderni numismatici a
giudicarla moneta italo-greca. Qui
il p. Marchi mostrò la follia di chi
oggi volesse ostinarsi nell'antica o-
pinione che toglieva la moneta la-
tino-romana alle città poste tra il
Tevere ed il Liri. Disse, il sistema
di coloro che negano al Lazio e a
Roma ne'primi secoli le buone o-
pere d'arte, perchè Roma e il La-
zio non ebbero buoni artefici se
non dopo che i romani, conquista-
ta la Grecia, qua condussero i gre-
ci maestri, non avere altro fonda-
mento che le parole de'greci mil-
lantatori e i versi de'poeti: questa
causa essere causa di puro fat-
to ; nella mancanza di scrittori sì
contemporanei a giustamente de-
ciderla non potersi prendere nor-
ma che dai fatti: senza numero
essere i monumenti di arte latino-
romana prima del quinto secolo;
ma la provenienza quasi esclusiva-
mente latino-romana delle primiti-
ve monete latino-romane, e la lib-
bra duodecimale , alla quale esse
tutte appartengono, essere due ar-
gomenti sì evidenti ed incontrasta-
bili, che il voler portare queste
monete oltre i limiti del Tevere e
del Liri sarebbe come il dire eu-
LAZ
vopei gli abissini, e il sostenere la
libbra duodecimale che il fatto di-
mostra esclusiva delle città e pro-
Tincie situate al di là del Liri. Il
secolo quinto fu il secolo delle mag-
giori glorie delle arti romane, al
dire di Plinio. Nobilissimi giovani
romani si consacrarono all'esercizio
delle arti in quel secolo con tale
alacrità di animo, che quel Fabio,
il quale dipinse il tempio della
Salute, si slimò onorato di poter
aggiungere alle molte glorie della
gente Fabia il cognome di Pittore,
Tanto si legge nel numero 20 del
Diario di Roma 1846.
Passiamo ora a dire alcuna cosa
della lingua latina, della maestosa
lingua dei vincitori del mondo, del
puro ed elegante idioma, che a-
dottato da tutti gli antichi scritto-
ri, si sparse per tutto l'universo,
e divenne per ultimo il linguaggio
della Chiesa cristiana, e quello dei
dotti. Il primitivo ed antichissimo
linguaggio del Lazio fu lo stesso
che il primo italico cioè il celtico,
come vuoisi dai più eruditi ; e la
alterazione del linguaggio nacque
dalle nuove colonie che sopravven-
nero. La lingua latina sorse dal
miscuglio della greca. Tutto il La-
zio fu all' intorno inondato dagli
enotrii e dagli ausonii, nazioni gre-
che. Gli arcadi condotti da Evan-
dro nel Lazio stesso, e i frigi pure,
all' insegnare di Dionigi, condotti
da Enea, parlavano greco ; quindi
ne sorse una nuova lingua, cioè
la latina, da prima rozza, poi col-
l'andar de'secoli abbellita e perfe-
zionata. Scrive Paolo Diacono, Hist.
miscel. lib. I: Regnante Latino^ qui
latinam correxit lingiiam, et latinos
de suo nomine appellavit. Il che
"viene confermato da Genebrardo,
in Cron. lib. I : Filius Latinus la-
VOL. xxxvii.
LAZ 241
tìnam lìnguam corripit. Il p. Theu-
li osserva in proposito quella pa-
rola, correxit et corripit, cioè corres-
se e riformò , non dice ìnstituit,
perchè il parlar latino non ebbe
origine dal re Latino, ma dalla
nobile regione del Lazio, come
piace a Sesto Pompeo, Fest. lib.
I o : Latine loqui a Latio dictum
est, quae loquutio adeo est eversa^
ut vix ulla pars ejus maneat in'
noxia. Lo conferma il Perotti nél-
r epigr. 1^ de Naum: A Latio la-
tinus deducitur unde latina lingua.
Da altri eruditi credesi formato
il bellissimo e fluido idioma, non
solo colla mescolanza del greco, e
massime del dialetto eolio colla
lingua dei celti-upibri , giacche i
sabini discesi dagli umbri erano,
come pretende Latoùr d'Auvergne,
galli o celti-galli di origine, e che
quindi col lasso però del tempo,
col commercio e colle guerre stra«
niere, in questa lingua s'introdus-
sero vocaboli di altre nazioni. Vo-
gliono alcuni scrittori, tra gli altri
il Dacier nelle sue Osservazioni
sopra Orazio, che a* tempi di Nu-
ma Pompilio secondo re di Roma,
e pili di 5oo anni dopo di esso,
non si parlasse in Roma né gre-
co né latino, ma la lingua de'ro-
mani fosse un dialetto composto
di vocaboli greci e dì molte voci
barbare; il che ci ricondurrebbe
allo stesso principio di coloro, che
il latino credettero formato dalla
mescolanza della lingua greca con
quella de' celti. Polibio dice in
qualche luogo della • sua iSVor/Vz ro-
ìuana, che mentre si occupava a
scriverla, trovò solo a stento in
Roma qualche cittadino, che seb-
bene assai versato nell' antichità,
fosse in istato d'intendere e di spie-
gare , Cora' egli bramava, alcuni
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242 LAZ LAZ
trattati che i romani fatti avevano mo loro carattere, il MafFei, Osserv.
coi cartaginesi , e ch'essi scritti a- lett, t. VI, p. 98, distingue tre
vevano nella lingua che allora si maniere nella forma dello scrive-
parlava. Dicesi pure che da prin- re latino. La prima e piii antica
cipio l'uso della lingua latina era è quella di cui non si è trovato
ristretto nella sola città di Roma, ancora esempio nei monumenti, e
e che i romani non ne concede- solo se ne ha notizia dagli scrit-
vano comunemente l'uso ai loro tori. Così Varrone 1. i, e 4> "•
vicini, e neppure ai popoli ch'essi io e 33 ricorda delle lettere lati-
avevano soggiogato. Conobbero es- ne antiche^ cosi Plinio I. 3g, e.
si dappoi di quale importanza io? parla di un'iscrizione, ch'era
era per la estensione e la facilità scritta antìquis litteris; e Livio
del loro commercio che la lingua hb. 7 init. di una legge priscis Ut»
latina si estendesse generalmente in teris^ verbisque scripta. La seconda
tutte le Provincie, e che tutte le maniera di scrivere latino è que-
nazioni suddite dell'impero unite sta che si vede nelle leggi, e nel
fossero con un medesimo linguag- senatus-consulto rimastoci de' tem-
gio ; imposero essi quindi ai popò- pi di Romolo, dove le lettere sono
li soggiogati l'obbligo di parlare molto ineguali, le righe affatto di-
latino, storte, la L somigliante all'etrusca
Delle memorie dell'antico idio- e i P simili ai greci. La terza per
ina latino, ne restano poche pa- ultimo è quella regolare e pulita
role qua e là in Festo e in altri che nel fine della repubblica e
somiglianti autori , alle quali pos- sotto i primi imperatori fu posta
sono ridursi anche quelle che si in uso. Il Rinaldi all'anno 16, n.
hanno in Catone, e sono sempie 7> osserva che la lingua latina fu
passate per inintelligibili, con cui il onorata da tutte le genti ; che la-
volgo di Roma stoltamente crede- tinamente rispondevano a' greci i
va che si guarissero le slogature magistrati romani, e nelle provin-
e le fratture; In alio S. F. mo- eie parlavano per interprete quan-
tas vieta daries dardaries estata- tuuque sapessero la lingua. greca,
ries disunapiter^ etc. Veggasi il e ciò per rendere il parlare lati-
marchese MafFei, Osserv. lett. t. VI, no appresso tutte le nazioni più
p. 83, secondo cui non vogliono ragguardevole. Augusto sebbene fos-
altro significare, che lega attacca se perito nel greco idioma, se ne
stringi ferma ciò ch^ è smosso. Le astenne di parlarlo ; dovendo in
lettere latine nella forma furono senato proferire la parola mono-
anticamente le stesse che le greche, poliiim, ne chiese licenza : vietò ai
al dir di Plinio e di Tacito, ed soldati interrogati per testimonio
è comune opinione che le portasse '" greco, di non rispondere che in
Evandro ; ma ciò è incerto, non latino. Claudio cassò dal ruolo dei
constando quali greci sieno slati i giudici un personaggio greco che
primi a venire in Italia, se quei non sapeva la lingua latina, e lo
di Arcadia o quei di Tessaglia, o dichiarò pellegrino. Costantino nel
que'di Lacedemone o quei di A- concilio Niceno tra'greci recitò una
tene rammentati da Erodoto. Se orazione in latino, che poi fu tra-
conservarono sempre i latini il pri- dotta in greco, servendosi del latino
LAZ
idioma benché sapesse il greco,
per la maestà dell'impero romano.
Dopo la traslazione della sede del-
l'impero a Costantinopoli, gl'impe-
ratori d'oriente volendo conservare
costantemente la qualità e il titolo
d' imperatori romani , prescrissero
che la lingua latina rimarrebbe
sempre in uso, tanto nei rescritti
loro, quanto nei loro editti ed
altri atti pubblici, come può veder-
si nelle costituzioni degl'imperatori
d'oriente, raccolte nel codice Teo-
dosiano : i giudici parlando e sen-
tenziando dovevano parlare il lati-
no. Ma poi quegl'imperatori trascu-
rando a poco a poco l'impero di
occidente , abbandonarono 1' uso
della lingua latina, e permisero
ai giudici di pronunziare le senten-
ze loro in greco; l'imperatore Giu-
stiniano I compose quindi in gre-
co le sue Novelle. Il medesimo
Rinaldi narra come in lingua lati-
na si recitavano le lettere pontifi-
cie ne'concilii de'greci, e che que-
sto idioma ebbe il primo luogo
nelle cose sacre. Volendo l'impera-
tore Marciano fare un' orazione
nel concilio di Calcedonia, benché
fosse greco e stqsse in Grecia, la
recitò prima in latino e poi in
greco . Similmente i legati della
santa Sede, che intervenivano ai
concilii celebrati anche in Grecia,
non permettevano che le lettere
de'romani Pontefici vi si leggesse-
ro fuorché in latino, né si tradu-
cessero in greco, se non a petizio-
ne di tutto il concilio. I legati a-
postolici benché greci, ne'concilii u-
sarono il linguaggio latino; così
Giuliano vescovo Goense, legato di
s. Leone I nel concilio di Calce-
donia, secondo il costante costume
dei legati del Papa_, parlò in lati-
no per la maestà della Chiesa ro-
LAZ 243
mana. Dipoi non solo ne'pontifica-
li del Papa, ma anco tra'greci, eb-
be origine l'uso di recitare pub-
blicamente in chiesa alle messe
solenni 1' Epìstola e 1' Evangelio
prima in latino e poscia in greco,
come testifica s. Nicolò I Papa
dell' 858, nella lettera che scrisse
all'imperatore Michele III V Ubriaco
che avea insultata la lingua latina.
Avanti al sommo Pontefice, ai car-
dinali e prelati, con lui rappresen-
tanti la santa Chiesa, è in osser-
vanza di predicare in latino, es-
sendo questo il linguaggio proprio
del Papa, il quale quando ascolta
le prediche in italiano, sta priva-
tamente dietro una bussola. L'ar-
rivescovo e cardinale s. Carlo Bor-
romeo, chiamò l' idioma latino col
nome di lingua ecclesiastica.
Ad onta di quanto abbiamo det-
to sull'origine della lingua latina,
non ci sembra del tutto inutile,
quanto all'origine della letteratura
latina e de' più antichi latini scrit-
tori, ciò che si legge in Giuseppe
Maria Cardella, Compendio della
storia della bella letteratura gre-
ca^ latina e italiana^ parte II, della
Letteratura latina tom. I, pag. 277
e seg. Egli pertanto dice, che la
lingua latina sembra non ricono-
scere una diversa origine da quel-
la di Roma ; cioè che essendosi essa
formata da varie e miste popola-
zioni , le quali ne* suoi contorni
abitavano , così del pari anche il
di lei linguaggio altro non fu nella
sua primigenia formazione, che un
accozzamento di diverse favelle e
dialetti dei popoli circonvicini, che
in essa si trasferirono, come i ru-
tuli, gli osci, gli aborigeni, ed in
particolare i latini , i quali costi-
tuendo la principal porzione dei
novelli abitatori, ebbero altresì la
244 ^^'^
principal parte nella formazione
dell'idioma; e che in seguito poi
è stato accresciuto, migliorato e
perfezionato coU'aiuto della greca
favella. Nessun monumento della
, letteratura romana dei primi tem-
pi noi possediamo; ed infatti non
poteva andar la cosa diversamente,
mentre a quell'epoca erano le scien-
ze ivi del tutto sconosciute e ne-
glette, per la vita rusticana e guer-
riera de'suoi abitatori, e pel di-
vieto che fece Romolo ai romani
di coltivare le arti e le scienze; a
ciò aggiungasi che i romani dive-
nuti potenti disprezzarono gli aiuti
delle nazioni straniere per coltivar
la mente e ingentilirne i costumi,
ripugnando a quegli altieri conqui-
statori ricevere istruzioni da chi a-
vevano soggiogato. Tardarono an-
cora lungo tempo a fiorire in Ro-
ma le scienze e le belle arti , pel
timore che avevano gli austeri se-
natori, che l'amor delle lettere e
degli studi infiacchisse o estinguesse
nel cuore de'giovani l'ardore guer-
riero, e il vigor dello spirito e del-
le membra. Se si eccettui qualche
frammento del famoso codice Pa-
piriano, ossia prima collezione di
leggi, che si eseguì in Roma per
ordine del senato sotto Tarquinio
il Superbo, ed in seguito alcuni
frammenti delle leggi delle dodici
tavole, niun altro scritto a noi re-
sta per formare di que' tempi giu-
dizio. Cosi passarono ben cinque-
cent'anni, senza che Roma contasse
un autore, finché soggiogata l'Ita-
lia, molti soggetti illustri per sa-
pere e per dottrina, trasferendosi
alla capitale, v'istillarono a poco
a poco il gusto pei buoni studi.
Il primo latino scrittore che si pre-
senta in tempi così rimoti è Livio
Androuico, che fiorì nell'anno 54 1
LAZ
(Ti Roma, 1^1 avanti Gesti Cristo;
compose tragedie e dirozzò e ripuPi
il latino linguaggio. Maggior nome
riportò Gneo Nevio che morì Tanno
549 di Roma ; scrisse commedie e
tragedie. Nel 538 fiorì Fabio Pitto-
re, primo scrittore di storia, e di-
lettossi di pittura ; fino allora i fatti
venivano registrati dal Pontefice
massimo ne^M^yé anali Massimi. Su-
periore di gran lunga agli antece-
denti poeti e storici fu Quinto En-
nio morto nel 584; scrisse trage-
die, commedie, epigrammi, poemi
didascalicij ed i celebri Annali
delle cose romane. Si acquistò il
nome di padre dell' epica poesia
fra* latini : Virgilio diceva di rac-
cogliere le gemme dall'enniane lor-
dure. Ma fin qui la lingua latina
non era uscita dalla sua infanzia ,
quantunque fossero in Roma fio-
riti scrittori, che aveano contribui-
to non poco al suo avanza^.iento.
Questa era di ferro fu cambiala
in argento da M. Accio Plauto, il
quale colla sua- maniera di scrive-
re fece sì che l' idioma del Lazio
pervenisse alla più fresca e vegeta
giovinezza. Fu contemporaneo di
Ennio, e fu celebre scrittore di com-
medie: disse Varrone, che se le
muse avessero voluto latinamente
parlare, non altro linguaggio avreb-
bero usato che quello di Plauto.
Intanto la prosa alzò in Roma la
fronte, e venne in competenza col-
la poesia sua emula, sollevandola a
questo onore M. Porcio Catone il
Censore. Publio Terenzio coli' au-
reo suo stile ecclissò la gloria di
tutti i precedenti poeti; per lui la
commedia latina giunse al più
alto grado di perfezione pel leg-
giadro stile dell' idioma latino, e
riportò anche il plauso de' maestri
del bello stile e dell'ottimo gusto.
LAZ
cioè di Tullio, Va none, Orazio,
Quintiliano e Cesare. E così pro-
seguendo la lingua e le lettere
latine giunsero al sommo apice del-
la gloria.
Carlo Magno divenuto nell'Soo,
per dichiarazione del Pontefice s.
Leone III, imperatore dell'occiden-
te, ordinò che in tutti i tribunali
supremi si pronunziassero le sen-
tenze e i decreti in latino , e che
i notari in questa lingua stendes-
sero tutti i loro alti. Questo uso
durò hingo tempo in una gran
parte di Europa, e generalmente
fu adottato in Italia. In Francia
non fu abolito l' uso della lingua
latina, se non che da Francesco I,
il quale nel iSSg ordinò che tutte
le sentenze sarebbero da quelT e-
poca in avanti pronunziate , regi-
strale e trasmesse alle parti nella
lingua materna francese, e non al-
trimenti , e ciò per evitare i litigi
che nascevano suU' intelligenza dei
vocaboli latini. In Italia, nella Ger-
mania, in Ungheria, in Polonia, ed
in altre regioni più incivilite d'Euro-
pa, si continuarono a stendere tutti
gli atti pubblici, ed anche molti altri
documenti in latino. Sì osserva a
questo proposito che in Italia sin-
golarmente , e massime nel secolo
XVI, la lingua latina fu maggior-
mente coltivata che non in qua-
lunque altra regione; che molti
libri, non solo relativi alle scienze,
ma anche attinenti alla domestica
economia, alle arti ed agli usi più
comuni della vita , scritti furono
nobilmente in latino; che in Italia
si ricercarono , si pubblicarono e
s' illustrarono con ogni maniera di
note e di commenti gli autori clas-
sici latini ; che finalmente nel me-
desimo secolo XVI sursero in Ita-
ha poeti latini di grandissimo no-
LAZ 245^
me, che produssero opere immor-
tali. La hngua latina è formata in
parte sul modello della greca, e di
molti termini che sovente hanno
origine ed etimologia greca. Gene-
ralmente parlando la lingua latina,
maggiormente tendendo alla con-
cisione, che non la greca, si per-
mette un maggior numero di ellis-
si. La lingua latina piena di bel-
lezze, è grave, energica, sapiente,
concettosa , dolce , armoniosa e di
tal indole che l'arte lapidaria ebbe
origine tra i latini. Essa perciò
giunse tra essi al più alto grado
di splendore, perchè le lingue mo-
derne non si prestano egualmente
al componimento delle Iscrizioni
(Vedi) j e perchè, generalmente par-
lando, deljbesi ricorrere al latino
per produrre in quel genere lapi-
dario componimenti eccellenti di
buon gusto. Il celebre Morcelli ,
come pur notammo al citato arti-
colo , ha trattato magistralmente
questo argomento, e nella sua ope-
ra classica. Sullo stile delle antiche
iscrizioni ^ ha fondato le sue osser-
vazioni, e stabiliti i suoi precetti
sugli antichi latini esemplari. No-
teremo, che il celebre d. Filippo
Schiassi fece il Lexicon epigra-
phicuni Morcellianum, estratto dalle
opere di Morcelli. Da questo Z-e-
xicon il eh. Michele Ferrucci ci
diede: Excerpta e lexìco epigra-
phico Morcelliano vocibus italicis
in usimi tironuni digesta, Bononiae
i83o. Da ultimo poi, il eh. d. Ar-
cangelo Gamberini p.ubblicò in
Bologna nel i844 "^ P'^ como-
do; Lexicon epigraphicuni Mor-
cellianum vocibus italicis digestuni.
Non possiamo qui non far menzio-
ne del tanto utile e celeberrimo:
Totius latinitatis Lexicon Consilio
et cura Jacobi Facciolati, opera et
^46 LAZ
studio Aegidii Forcellini seminarìi
patavini alumni lucubralum, in hac
tertia editione auctum et emenda-^
tum a Josepho Furlanetto alumno
ejusdem seminarìi , Patavii typis
Seminarii 1827. Degno è di os-
servazione che di ninna voce for-
marono gì* italiani tanti vocabo-
li, quanto di quella d\ latino y e
quindi dissero lati naie o latiniz-
zare il parlare o lo scrivere in la-
tino; latinamente, latinismo e la-
tinità r idiotismo latino ; latinante,
latinista, latinizzante e latinizzato-
re chiunque parlava o scriveva in
latino, e quindi gli avverbi latina-
mente, latinissimamente, latino, ec,
il che mostra apertamente in qual
conto ed importanza sia sempre
stala tenuta giustamente in Italia
la sublime lingua del Lazio. Il
Sarnelli nelle Lett. eccl. tom. IX,
pag. i3i, n. 6, avverte che la la-
tinità del buon secolo è lodevole ,
ma non la frase gentilesca.
L'uso costantemente tenuto dal-
la Chiesa occidentale di celebrare
i divini uffizi in lingua latina, sen-
za far conto del vantaggio recato
alla società nei secoli barbari, spe-
cialmente colla conservazione e fo-
mento delle umane lettere, si può
con franchezza asserire essere pie-
namente conforme alla pratica della
Chiesa primitiva, ed il più giusto
e il più adattato all'esercizio del
culto esterno. Il rimuoverlo sareb-
be, siccome è stato solennemente
definito dalla Chiesa, un perturba-
re l'ordine prescritto nella celebra-
zione de' sacri misteri, ed un ca-
gionare rilevantissimi mali nel cri-
stianesimo. Si conviene che al tem-
po degli apostoli ne|le sacre adu-
nanze cristiane si usava il greco, o
il siriaco, o il latino idioma, e ac-
comodandosi anche al sentimento
LAZ
di quelli che sostengono che gli
apostoli celebrassero gli uffizi di-
vini col linguaggio del paese in cui
si trovavano, ^ certo che nella Chie-
sa occidentale da essi si fece uso
del latino eh' era allora a tutti co-
mune, e che cessato di essere co-
mune, non si fece mai cangiamen-
to nella sacra liturgia. F, Bene-
detto XIV, De sacrif. Mìssae lib.
Il, cap. II, n. 3 e 5. Ecco 1' anti-
chità rispettabile dell' uso di cui
ora sì parla, ed ecco perchè non
è punto vero che sia stato* intro-
dotto a capriccio dalla Chiesa ro-
mana. Egli è un bisogno per la
società universale de' fedeli l'avere
universale il linguaggio nell'eserci-
zio del culto, onde i membri di
questa società da una parte all'al-
tra del mondo, anche nell' idioma
con cui pubblicamente si loda Id-
dio, trovino un segno di quella
unità cui appartengono; onde i
dommi e gl'insegnamenti morali
che si ricordano nei libri santi e
nelle pubbliche preghiere, e spe-
cialmente le forme essenziali per i
ss. Sacramenti, mediante una lin-
gua morta cui non seguono can-
giamenti, men facilmente vadano
soggette a variazione di espressio-
ne, la quale potrebbe portare un
cangiamento nella sostanza, onde
nelle stesse pubbliche preci non
s' introduca giammai alcun che di
superstizioso e di disconveniente. Il
non valersi dell' idioma volgare nel-
le sacre funzioni è assolutamente
richiesto dalla dignità con la quale
esse debbono essere da noi esegui-
te: una lingua dotta, inlesa solo
dagli uomini istruiti, ispira sempre
più rispetto, che il linguaggio po-
polare. Ma di questo argomento
meglio se ne tratta all'articolo Lin-
gua.
LA2
Sul Lazio si possono consultare
i seguenti autori. Atanasio Kircher
gesuita, Latium, idest nova et pa-
rateila Latii tum veteris^ tuni nO'
vi descriptioj con figure, Amstelo-
dami 167 I. Raffaele Fabretti, Dis-
sertazione sopra il vero sito del-
l'antico Lazioy contro il p. Kìrche-
rio. Sta nelle Dissertazioni delVaC'
cademia di Cortona, t. III. Pietro
Marcellino Corradini, originario di
Cori, nato in Sezze, poi cardina-
le , Fetus Laliuni profanum j
et sacrum. Tomo 1 in quo agitiir
de Lalio gentili ^ Romae 1704.
Tomo II, de Lalio gentili , et
signanter de Setinis et Circensi-
husj con figure, Romae 1705.
Non potendo questo valente scrit-
tore pe* suoi luminosi impieghi e
dignità cardinalizia dar compimen*
to all'opera intrapresa , perciò pre-
gò il p. generale de^ gesuiti a vo-
ler egli deputare uno de' suoi re-
ligiosi , che colla scorta de' suoi
scritti conducesse al termine bra-
mato il lavoro. Fu di fatti affida-
to l'incarico all'erudita penna del
p. Giuseppe Rocco Volpi gesuita,
il quale certamente lo condusse al
desiderato fine, per quella parte che
risguarda soltanto la storia profa-
na, con gloria del suo nome. Ec-
co l'opera del p. Volpi, dedicata
allo stesso cardinal Corradini, cui
si dichiarò obbligato pei molti ma-
teriali da lui ricevuti. Vetus La-
tium profanum. Tomo III in quo
agilur de Antiatihus et Norha-
nis, Patavii 1726. Tomo IF ^
de Velliternis et Coranis, Ibidem
1727. Tomo V, de Lanuvinis et
Ardeatibus^ Ibidem 1732. Tomo
Vii de Laurentibus et Ostiensibus,
Ibidem 1734. Tomo ni, de Al-
hanis et Aricinis, Ibidem 1736.
Tomo Pili, de Tusculanis et Al^
LAZ %\7
gidensibus 3 "Romae 1742. Tomo IX ,
de Praenestinis et Gabinis, Ibidem
1743. Tomo Xy de Tiburtibus seu
TiburtinibuSy par. I, Ibidem 1745'.
Tomo Xy par. II, Ibidem i745>,
tutti con figure. L' erudizione di
questo corpo di storia antiqua-
ria è abbondantissima, la lingua
latina propria e pulita, la cro<*
nologia, l'istoria, la favola, la geo*
grafia e topografia, la genealogia
delle antiche latine e romane fa-
miglie moltissimo illustrata. Ivi si
riportano e spiegano medaglie an-
tiche, lapidi antiche, riti antichi,
le loro origini, e luttociò che for-
ma la gloria del Lazio, a vantag-
gio degli studiosi delle sue memorie.
Ottavio Liguoro, Ristretto istorico
deW origine degli abitanti dellaCam"
pagna di Roma, e de' suoi re, con."
soli e dittatori, Roma i753, ri-
prodotta con notizie e correzioni
dal p. Nicolò Galeotti. Filippo Lui-
gi Gilius, Agri romani historia na-
turalisy sive methodica synopsis na*
turalium rerum in Agro romano
existentium, "Romae 1781. Pier Ma-
ria Cermelli, Carte corografiche , e
memorie riguardanti le miniere e
fossili per servire alla storia na-
turale della provincia del Patri-
monio, Sabina, Lazio, Marittima
e Campagna, e dell'Agro romano,
Napoli 1782 con figure.
F. Leandro Alberti bolognese
nella Descrizione di tutta Italia,
pone il Lazio o Campagna di Ro-
ma nella quarta regione d'Italia;
divide quindi il Lazio in tre parti :
1.° Latium Roma, o Campagna di
Roma. II." Latium Littorale, o
Campagna di Roma lungo la ma-
rina. III." Latium Mediterraneum,
o Campagna di Roma fra terra,
contenente gli ernici, gli equicoli, i
marsi ed i gabii. Nella prima parn
a48 LAZ LAZ
te, Latium Roma o Campagna di mare, come Ostia, Anzo^ Ardea,
Homa, l'Alberti narra come Satur- Lavinio, Laurento, Astura, Pontia,
no o Sabbatio Saga fuggendo le Longola, Gaeta, Fondi, Mamurri,
persecuzioni di Giove Belo re di Formia, Minturno, ec. Nella terza
Babilonia che voleva ucciderlo, pas- parte 1' Alberti descrive i luoghi
so in Italia ove fu lietamente ac- del Latium Mediterraneum o Cam-
coìto da Giano, che chiama suo pagna di Roma fra terra, come
padre, il quale lo dichiarò Corito Velletri, Cori, Sezze, Piperno, Al-
e principe sopra gli aborigeni e ba-Longa e suoi re, Aricia o Piic-
sopra il paese che da Saturno pre- eia, Lanuvio, Algidum, ec. Negli
se il nome di Lazio, cui secondo ernici Anagni, Ferentino, Frosino-
Strabone e Plinio gli dà questi ne, Veroli, Segni, Tivoli, ec. Negli
termini, cioè al Lazio antico: il equicoli pone Palestrina, Tusculo
Tevere, i monti Circei, il Gariglia- e diversi luoghi ; nei marsi Mar-
no, la Campania Felice o Terra ruvio, Valeria, ed altri luoghi;
di Lavoro. Abitarono il Lazio an- nei gabii Gabio ed altri luoghi,
tico gli aborigeni, arcadi, pelasgi, Finalmente enumera l'Alberti tut-
ardeati, siculi, aurunci, rutuli, voi- ti i popoli latini e tutte le città
sci, osci ed ausonii. Ne descrive le latine, e quelle che dipendettero
cittàj la loro origine e quella di dai latini.
B-oma e le sue parti, regioni, por- LAZZARETTO , Xenodochiumy
te, edilìzi, e da chi fu governata Nosocomium suburbicanum. Edilizio
l'alma città nelle sei sue età che pubblico in forma di ospedale per
chiama di argento, enea o di bron- ricoverare i poveri e gli appesta-
20, di stagno, di ferro, di piombo li. E pure destinato a ricevere in
e d'oro. La prima età d'argento quarantena coloro che vengono da
da Camese ad Espero durò anni luoghi sospetti di peste. Quando
43o, nel qual tempo l'Italia fu nei passati secoli la lebbra infesta-
divisa in due imperii, di Elruria va quasi tutti i paesi d' Europa,
e del Lazio. La seconda età enea fu costume de' fedeli, sì per moti-
o di bronzo incomincia da Roma, to di carità che per buon politico
che edificò Roma, sino a Fauno governo, di formare spedali pei
giuniore, e comprende anni 4^4* lebbrosi, affinchè quegl'infelici vi-
La terza età di stagno principia da vesserò affatto separati dai sani;
Enea e finisce in Numitore, avente e vivendo ivi uniti formavano una
un periodo d'anni 4^7* L^ quarta specie di società. Da qui ebbero
età di ferro, da Romolo a Tar- origine i lazzaretti, così chiamati
qninio il Superbo, durando anni da s. Lazzaro protettore di quegli
24o- La quinta età di piombo, fu infelici ; perchè tali ospedali furono
così detta per la gravità de'consoli prima istituiti pei lebbrosi , e
che governarono la repubblica sino poscia servirono agli appestati. Non
ad Augusto, e durò anni 5 io. La potevano i lebbrosi né entrare, né
sesta età dell' aureo secolo comin- abitare in città, affinchè non in-
ciò colla nascita di Gesù Cristo, fettassero i sani ; ed è perciò che
Nella seconda parte l'Alberti de- fu loro concesso il proprio parro-
scrive i luoghi del Latium Littorale co; che se abbisognando di pane
O Campagna di Roma lungo il ev^no forzati a mendicare, qua si
i
LAZ LAZ a49
accostavano ad alcun sano, ma la sua gloria. Quando giunse a
con un certo legno che faceva ru- Betania, Lazzaro giaceva da quat-
more , rappresentavano da lunge la tro di nel sepolcro : nondimeno
loro necessità. I re stessi ammala- resuscitollo. Commosso dal dolore
ti di lebbra, erano portati fuori di Marta e Maddalena e da quello
del loro palazzo, esclusi dalla so- del gran numero degli ebrei che
cietà e privati del governo ; cosi eransi portati da loro per confor-
fu di Osia re di Giuda, colpito tarle, volle mostrare di essere uo-
da questo male," per aver voluto mo con turbarsene e lacrimare,
mettere mano all'incensiere. I leb- Portatosi il Salvatore alla tomba,
brosi erano in passato frequentissi- comandò che si levasse il coper-
mi in Europa a cagione del com- chio, e dopo aver rivolto un'ora-
mercio cogli ebrei, e per i viaggi zione al suo divino Padre, alto
che al tempo delle crociate face- gridò: Lazzaro esci fuori j e to-
vansi sovente in Palestina, ed al- sto Lazzaro rizzossi colle mani e
tre Provincie d' oriente, sede prò- coi piedi legati da fasce e colla
pria di questo deforme e schifoso testa avvolta in un sudario. Gesù
morbo, specie di scabbia in sommo comandò di slegarlo e lasciarlo an-
grado, che fa bruttissima crosta dare. Parecchi degli ebrei, che
sulla pelle. con Marta e con Maria furo-
LAZZARISTL. Istituto o con- no testimoni di si luminoso mi-
gregazione di preti missionari, co- racolo, credettero in Gesù Cri-
nosciuti a Parigi sotto quel nome, sto e si posero fra'suoi discepoli;
perchè il principale stabilimento i principi de' sacerdoti e i farisei
era in addietro un priorato sotto all'incontro disegnarono farlo mo-
il titolo di s. Lazzaro. La congre- rire. Poco dopo^ e sei giorni pri-
gazione composta di chierici seco- ma della Pasqua, Gesù Cristo ri-
lari fu fondata nel 1625, da s. tornò a Betania, dove Lazzaro, da
Vincenzo de Paolis, sotto la prò- lui risuscitato, mangiò con esso ia
tezione d'una privata famiglia. Ma casa di Simone il Lebbroso. Ciò
di questa illustre e benemerita diede nuovo motivo di dispetto ai
congregazione di missionari, ne principi de'sacerdoti, che risolvet-
tratlerèmo all' articolo Missione tero di far morire anche Lazzaro,
(f^edi). perchè molti ebrei seguivano Gesù
LAZZARO (s.), fratello di s. Cristo per di lui causa. Non pare
Alarla e di s. Maria Maddalena tuttavia che essi abbiano eseguito
(Fedi). Dimorava a Betania, pres- il loro perfido disegno contro Laz-
so Gerusalemme, ed era amico zaro; e la Scrittura non fa più
particolare di Gesù Cristo. Essen- menzione di lui. i provenzali pre-
do caduto malato, le sorelle ne tendono, giusta una tradizione po-
avvertirono il Salvatore, ch'era al- polare, che Lazzaro e le sue due
lora nella Galilea, facendogli dire sorelle, essendo scacciati dai giudei
che quello ch'egli amava era am- dopo l'ascensione del Salvatore, si
malato. Gesù Cristo tardò qual- rifugiassero a Marsiglia, e vi fon-
che giorno a recarsi da esse , per dassero una chiesa ; ed aggiungono
provare la loro virtù e per ma- che s. Lazzaro ne fu il primo ve-
iiifestare con maggior splendore scovo. S. Epifanio dice che la tra-
a5o LAZ LAZ
dizione riferiva che Lazzaro avea assìsleTiza de*poveri lebbrosi negli
trentanni quando fu resuscitato, ospedali destinali a riceverli, si
e che ne visse poi altrettanti. 1 sparsero per la Palestina ed ebbe-
greci dicono ch'egli morì a Citia, ro il nome di ospitalieri. Il perchè
città di Cipro, dove vedevasi la furono spesso confusi con quelli di
sua tomba presso le mura della s. Giovanni di Gerusalemme, al
città; e che l'imperatore Leone il pari de'quali avevano un ospedale
Sapiente fece da colà trasportare in quella metropoli, che dai sara-
il corpo stesso ch'era rinchiuso in ceni disfatto, risoi'se quindi per la
un sepolcro di marmo, per collo- pietà de' crociati. Non ammetten-
carlo in una chiesa di Costantino- do i critici ordini equestri avanti
poli, eh' egli avea fatto innalzare l'epoca delle crociate, pare che,
in suo onore verso l'anno 890. concordino nell'asserire che il no-
Ma questa opinione non sembra minato ordine fu diverso da quel-
essere sorta che dopo il secolo di lo di cui andiamo a parlare, e che
s. Epifanio metropolitano dell'isola l'ordine militare ed equestre di s.
di Cipro, il quale non avrebbe Lazzaro incominciò ad esistere in
mancato di parlarne se l'avesse co- Gerusalemme verso l'anno 11 19,
nosciuta. La chiesa di Marsiglia, fra i cristiani d'occidente divenuti
che si reca a gloria di avere avu- padroni della Palestina; indi pre-
to s. Lazzaro per suo primo ve- sero le armi in difesa de'principi
scovo, si vanta di averne il capo ; cristiani e de' pellegrini, senza tras-
e la chiesa di Autun, a lui dedi- curare 1' assistenza agl'infermi di
cata, pretende di avere il rimanen- lebbra. Pei loro segnalati servigi
te delle sue reliquie. I greci ed i goderono la protezione di Baldovi-
latini celebrano molte feste di s. no II re di Gerusalemme e degli
Lazzaro, e vari martirologi parla- altri principi di Terrasanta. Anti-
tio di lui ai 17 dicembre: è an- camente non solo si ricevevano in
che onorato, insieme alle sorelle questo ordine cavalieri lebbrosi ,
Marta e Maria, a' 29 di luglio. ad oggetto di curare coloro che
LAZZARO (s.), Ordine equestre, di un tal malore erano tocchi, ma
Alcuni autori hanno preteso che ciò che più merita considerazione
l'ordine de' cavalieri di s. Lazzaro non si poteva eleggere il gran
di Gerusalemme abbia avuto ori- maestro, se non che fra i cavalie-
gine dall' ospedale magnifico che ri lebbrosi dell' ospedale di Geru-
per gl'infermi d'ogni sorta, e spe- salerame. Laonde allorché nel i253
cialmente pei lebbrosi, fondò s. furono essi obbligati a partire da
Basilio Magno in un borgo di Ce- quella città, supplicarono Innocenzo
sarea verso l'anno 870, di cui par- IV acciocché tanto per questa ra-
lando s. Gregorio Nazianzeno lo gione, quanto perché 1' infermità
paragonò in ampiezza ad una città, della lebbra avea cessato di afflig-
cioé neir orat. 20 de laudib. Ba^ gere 1* umanità, concedesse loro
sii. Si disse ancora che questo or- che potessero eleggersi un capo
dine sotto il titolo di s. Lazzaro non infetto da quella malattia, e
fosse approvato dal Papa s. Da- furono esauditi. 11 Pontefice Ales-
maso I, e ch'esercitandosi i cava- Sandro IV confermò 1' ordine dei
lieri caritatevolmente alla cura e cavalieri dell' ospedale de' lebbrosi
LÀZ
di s. Lazzaro dì Gerusalemme, che
già aveva approvato lo zio Gre-
gorio IX, sotto la regola di s. A-
gostino, con bolla data in Napoli
agli 1 1 aprile i255, ìndi nel 1257
10 pose sotto la protezione delia
santa Sede, e confermò ai cavalie-
ri le donazioni fatte da Federico
11 nella Sicilia, in Puglia, nella
Calabria, ed altrove. Discacciati ì
crociati e i cavalieri di s. Lazzaro
dalla Palestina, dai potenti sara-
ceni, i cavalieri seguitarono il re
di Francia s. Luigi IX, che ad
esempio de'suoi predecessori li pre-
se sotto il suo patrocinio, e lì po-
se al governo dei molti ospedali
del suo regno, per cui il capo
dell'ordine fissò la sua residenza a
Boigny presso Orleans, terra che
vuoisi donata all' ordine sino dal
li 54 dal re Luigi VII, da dove
esercitava ampia giurisdizione. Nel
1479 seguì l'unione dell'ordine di
8. Lazzaro, detto allora di Betlem-
me e di Nazareth, ciò che con-
fermò Innocenzo Vili nel 1490»
all' ordine Gerosolimitano (Fedi).
Tuttavolta in Fi-ancia restò il gran
maestro di s. Lazzaro, perchè i
cavalieri avendo ricorso al parla-
mento, fu decretato che 1* ordine
sussisterebbe nel reame separato
come prima.
Nel i565 Pio IV, ai 4 ™agg'o>
colla costituzione Inter assiduas,
presso il Bull. Roni. t. IV, par. II,
p. 21 5, e coir industria di Gian-
notto Castiglioni suo parente, re-
staurò, amplificò, e colmò di gra-
zie r ordine di s. Lazzaro in Ita-
lia, enumerando in delta costitu-
zione le grazie e i privilegi con-
cessi all' ordine da altri Pontefici,
e lo Spondano ne tratta a detto
anno, n. 16, 17. Inoltre Pio IV ne
dichiarò gran maestro lo slesso
LAZ a5i
Giannotto. Sembra che nel ponti-
ficato del successore s. Pio V, a
cagione dell'ordine gerosolimilano
che ne possedeva parte de' beni,
r ordine di s. Lazzaro soffrisse qual-
che vicenda. Ma Gregorio XIII
avendo nel 1572 approvato ad
Emmanuele Filiberto duca di Sa-
voia l'ordine di s. Maurizio ( Fe^
di ), col consenso del gran maestro
Giannotto lo uni a quello di s.
Lazzaro, e dopo la morte di Gian-
notto dichiarò il duca ed i suoi
successori gran maestri d'ambedue.
Indi nel i575, a'i5 ottobre, colla
costituzione Pro Apostolica servi-
tutis onere f loco citato t. IV , par-
te IV, p. Ili, confermò gli antichi
privilegi dell' ordine dì s. Lazzaro.
I cavalieri di s. Lazzaro facevano
i voti solenni, ed oltre ai secolari
ve n'erano ancora de'religiosi spar-
si in diverse parti d'Europa, ed
in ispecie nella Svizzera, ove pure
vi fu un monastero di monache.
II loro distintivo era una croce
verde posta sopra d' una soprav-
veste bianca ; la qual croce nel pon-
tificato dì Leone X fu resa simile
nella forma a quella dell' ordine
di Malta o gerosolimitano, cioè
con otto punte, conservando il suo
primitivo colore. Indi nel 16 19 il
duca di Savoia ordinò che la cro-
ce dell' ordine de' ss. Maurizio e
Lazzaro fosse bianca e pomata nel-
le estremità, con bande verdi ai
quattro angoH, per memoria del-
l' ordine di s. Lazzaro. Il p. Bo-
nanni nel Catalogo degli ordini re-
ligiosi ed equestri, a p. LXV parla
del cavaliere dì s. Lazzaro, e ne
riporta la figura.
Il memorato cambiamento ope-
rato nell'ordine di s. Lazzaro non
ebbe luogo in Francia, ove Emaro
o Aimaro di Charlres dello il Cu-
a52 LAZ
*to, cavaliere gerosolimitano, conce-
pì il disegno d' ivi farlo rifiorire,
essendo gran maestro del medesimo
nel regno; ma la morte gì' impe-
dì di portare a compimento il suo
divisamento. Filiberto Nerretano o
di Nerestang, gentiluomo di rare
■virtù e capitano delle guardie del
corpo, gli succedette in questo di-
segno, ed aiutato dai consigli del
p. Pietro della Madre di Dio car-
melitano scalzo, e predicatore del
Pontefice, impiegò sì felicemente
il suo potere presso il re Enri-
co IV, che questo monarca nel
1608 lo fece gran maestro. Otten-
ne egli dal Papa Paolo V una
bolla di unione all'ordine militare
ed equestre del Carmelo o di s.
Maria del Carmine (Vedi) coi
medesimi privilegi dell' ordine di
s. Lazzaro di Savoia, ed indipen-
dente dal gerosolimitano. Il gran
maestro Nerretano fissò la sua re-
sidenza in Parigi, nel monastero di
s. Lazzaro, già de'canonici regolari
di s. Agostino, e colie medesime
cerimonie dell' ordine gerosolimita-
no ascrisse molti cavalieri all' or-
dine, cui ricuperò i beni che pri-
ma possedeva. Tra le prerogative
che godevano i cavalieri, potevano
ammogliarsi e godere benefizi conci-
storiali. Luigi XIV fece rifiorirel'or-
dine, ed il duca d'Orleans un tempo
ne fu gran maestro, come ancora
altri principi reali. I cavalieri por-
tavano sul petto e sul manto per
insegna una croce ad otto raggi,
simile a quella de' cavalieri gero-
solimitani, da una parte di smal-
to colore di amaranto o violaceo,
coir immagine della Beata Vergine
nel mezzo, e dall'altra di color ver-
de con quella di s. Lazzaro. Cia-
scun raggio della croce avea la
punta d' oro, con un giglio pur
LEA
d'oro, stemma de' Borboni, in ciascun
angolo della croce, che appendeva-
no ad un nastro di colore ama-
ranto. L'ordine in Francia si estin-
se come gli altri, per le fatali vi-
cende politiche, che desolarono il
termine del secolo XVI II, mentre
quello de' ss. Maurizio e Lazzaro
è nel suo splendore. Il p. Bonan-
ni nel Catalogo a p. LXVI parla
del cavaliere di s. Lazzaro e s.
Maria del monte Carmelo in Fran-
cia, e riporta la figura del gran
maestro coli' abito solenne. Una
storia compita dell' ordine di san
Lazzaro fu pubblicata nel 1774
da De Sibert, membro dell' acca-
demia reale delle iscrizioni e belle
lettere. V. il Code des loìx, sta--
tiitSy et reglements royaiix, mili-
taires et hospitaliers de s. Lazarc
de Jérusalem, et de Nótre Dame
dii Mont Carmela Paris 1783. y,
la Bullae antiquorum privilegioruni
prò nonnullos Rom. Pont. Religio-
ni^ et Militia s. Lazzari HierosO'
llniit, Romae 1567.
LEA (s. ). Dama romana, la
quale dopo la morte di suo mari-
to rinunciò al mondo, e dedicatasi
interamente a Dio, si ritirò in qa
monastero di Roma, di cui fu fat-
ta superiora, e vi governò molte
vergini. Essa si diede alle più ri-
gorose pratiche di penitenza, ap-
plicandosi continuamente a far sof-
frire ai suoi sensi delle pene in
opposizione ai piaceri che aveva al-
tre volte gustati. Coronò una così
santa vita con una morte preziosa
al cospetto del Signore nel 384,
ed il suo corpo fu portato ad Ostia.
Trovasi il suo nome nel martiro-
logio romano sotto il giorno 23
di marzo, e s. Girolamo parla di
lei con lode.
LEANDRO ( s. ), vescovo di Si-
LEA
viglia. Nacque a Cartagena da no-
bili parenti, ed ebbe a fratelli s.
Fulgenzio vescovo d'Ecija, e s.
Isidoro che gli succedette nel vesco-
vato di Siviglia; ebbe anche una
sorella, per nome Fiorentina, che
si cousagrò a Dio. Leandro entrò
giovanissimo in un monastero, dal
quale non uscì che per salire alla
sede vescovile. 11 cangiamento di
slato non gì' impedì di continuare
a vivere fra le usate austerità, tut-
toché gli fosse commesso il gover*
no d' un popolo numeroso, e la
cura di provvedere ai bisogni di
quasi tutta la chiesa di Spagna.
Egli profuse allora i tesori di sa-
viezza e di dottrina che aveva am-
massati nella solitudine del chio-
stro, e con gran zelo si accinse a
combattere l'arianesimo che da lun-
go tempo contaminava la Spagna.
11 re Leuvigildo, sdegnato per la
conversione del suo primogènito
Ermenegildo, cacciò il santo vesco-
vo in esilio con molti altri prela-
ti cattolici l'anno 586 , e poscia
condannò a morte il figliuolo per
aver ricusato di ricevere la comu-
nione dalle mani d'un vescovo a-
riano. Pentitosi del fatto, richiamò
il santo vescovo, e lo incaricò di
istruire nella religione cattolica l'al-
tro suo figlio Recaredo , il quale
poiché fu salito sul trono cooperò
all' estirpazione dell'eresia. S. Lean-
dro, non pago di ristabilire la ve-
ra fede, diedesi ancora a corregge-
re gli abusi e ad accrescere il fer-
vore de'fedeli; quindi quelle sagge
regole del concilio di Siviglia, che
egli convocò nel Sgo, e di cui fu
anima e capo. Assistette eziandio
al terzo concilio di Toledo, il qua-
le fiece ventitre canoni per arresta-
re il corso de' mali prodotti dall'a-
rianesimo; applicossi alla riforma
LEB 253
della Hturgia nella chiesa di Spa-
gna, e travagliò nel rimanente di
sua vita per il bene della religio-
ne. Morì, secondo l'opinione di mol-
ti, il i3 marzo 6oi, giorno in cui
se ne celebra la festa a Siviglia;
ma il Mabillon ha provato che
mòri invece ai 27 di febbraio 5g6.
S.. Leandro aveva composte molte
opere, delle quali non ci resta che
la lettera a sua sorella Fiorentina,
appellata la sua Regola monacale^
inserita nella Biblioteca de' padri,
e in cui trovansi eccellenti istru-
zioni intorno al dispregio del mon-
do e r esercizio della preghiera.
Havvi una sua arringa sulla con-
versione dei goti, da lui recitata
dopo il terzo concilio di Toledo,
in fine del quale essa trovasi. Al-
cuni gli attribuiscono anche il ri-
to mozzarabico. S. Leandro è uno
de' più celebri vescovi d' occidente
per la sua dottrina, pietà ed elo-
quenza.
LEBEDO, Lebedus. Sede ve-
scovile della provincia ed esarcato
d'Asia, sotto la metropoli d'Efeso,
eretta nel V secolo. Ivi si celebra-
vano i giuochi in onore di Bacco.
Vuoisi situata a mezzodì di Smir-
ne nella Natòlia, ov'é ora il vil-
laggio Lebedizi o Lebitzi. Ne fu-
rono vescovi, Ciriaco che trovossi
al brigantaggio 0 conciliabolo di
Efeso, e fu forzato a sottoscriver-
lo; Giuliano che fu rappresentato
da Stefano d' Efeso al concilio di
Calcedonia ; e Teofilo che interven-
ne al VII concilio generale. Orietis
christ. t. I, p. 725.
LEBITONE. Abito antico dei
monaci e solitari d'Egitto e della
Tebaide, che consisteva in una tu-
nica senza maniche, quasi simile
alla tunicella de'diaconi, ed al co-
lobio senza maniche.
•154 LEC
LEBWINO (s.), detto TJefwhw
nella lingua diagli anglo-sassoni ,
tra' quali nacque. Mostrò di buon'o-
ra un grande amore alla preghie-
ra, alle veglie, alla mortificazione
ed alle opere di misericordia. Or-
dinato prete, passò nella bassa A-
lemagna per entrare a parte delle
fatiche di parecchi missionari che
vi predicavano la fede, e fu inca-
ricato di andare con Marcellino
discepolo di s. Willibrordo ad an-
nunziare il vangelo nel paese ora
detto Ower-Yssel. Ebbe colà mol-
to a soffrire per la resistenza de-
gli idolatri ; raa le persecuzioni non
valsero ad allentare il suo zelo, e
ne convertì un gran numero. Fab-
bricò una chiesa sulla riva occi-
dentale dell' Yssel, una lega circa
lontana da Deventer, verso Tanno
772, che venne poco tempo dopo
rovinata dagl'idolatri, quindi dai
cristiani nuovamente rifabbricata.
Egli finì la sua vita in mezzo alle
fatiche apostoliche ed alle austeri-
tà della penitenza, in sul declinare
dell'ottavo secolo, e fu sepolto nel-
la chiesa di Deventer, ove si fe-
cero molti miracoli per la virtù che
Dio diede alle sue reliquie. È ono-
rato come patrono di Deventer, e la
sua festa si celebra ai \i novem-
bre, giorno della beata sua morte.
Bertulfo , ventesimo vescovo d'Utre-
cht, vi fondò una chiesa collegiata
in onore del santo.
LECCE { Lycien ). Città con re-
sidenza vescovile del regno delle
due Sicilie, nella Terra d'Otranto,
illustre capoluogo dèlia provincia.
Giace tra due mari, l'Adriatico ed
il Jonio, in mezzo a ferace pianu-
ra, la quale si estende fino al ma-
re, e viene in tutti gli altri lati
dalle ardue montagne terminala ,
essendo quasi pensile. Le turrite
LEO
sue mura gli danno un aspettò
imponente, e per l'eleganza e re-
golarità degli interni edifizi gode
il primato fra tutte le città di qua
dal Faro. Ha quattro porte ai punti
cardinali, ed altrettanti sobborghi
al di fuori, a piedi dell'Apennino.
Possiede molte chiese, conventi,
monasteri e grandiosi stabilimenti.
Maestosa è la cattedrale edificata
da Goffredo, uno dei dodici figli
del sire di Altavilla, nel secolo XI f.
Lecce ha il collegio reale da ulti-
mo fondato con gaio e moderno
teatro. Evvi il tribunale civile e la
gran corte criminale, oltre le pri-
marie autorità amministrative. Non
manca d'insigni monumenti, tra'i
quali si distingue un chiostro spet-
tante ad un antico convento di do-
menicani, che pel suo grandioso a-
spetto arresta subito l'occhio del
viaggiatore. Le più belle delle sue
larghe e ben selciate contrade, sono
una piazza pubblica rimarchevole
per la statua di Filippo li, ed un
vasto mercato. Gli edifizi sono so-
lidi ed eleganti, fabbricati in tufo,
pietra non men dura che abbon-
dante in questo territorio. Alcuni
sono d'avviso che Lecce, Aletiiimy
Alestiiim^ Lupine^ o LyLìa e Le-
thirrij sia fabbricata sulle rovine
dell'antica Lapin j ma di questa
città non ne rimane vestigio alcuno.
Altri la vogliono fabbricala dal crete-
se Idomeneo, su quella spiaggia git-
tato dalle procelle, dopo la distru-
zione di Troia. Non può contrastarsi
la greca origine a Lecce, dacché ne
fanno fede le monete disotterrate
con greca epigrafe. Fu in questa
città che si recò Ottaviano, allor-
ché accorse d'Apollonia, avendo in-
teso r assassinio di Giulio Cesare
suo zio che gli lasciò per eredità
il mondo. Tancredi, uno de' discen-
LEC
denti di Goffredo suddetto, vi nac-
que; e Federico II, principe non
meno famoso che sventurato, vi fu
educato, e la governò per molti
anni. Dopo i greci ed i romani
dominarono in Lecce i saraceni ^
quindi i principi normanni, i quali
)a possedettero col titolo di contea ;
finalmente passò nel dominio dei
re delle due Sicilie, e diventò flo-
ridissima pel commercio delle ric-
che produzioni del suo ubertoso
territorio e per l' industria mani-
fatturiera de' suoi abitanti, massi-
me nelle seterie, e nell'eccellente
e rinomato tabacco di Lecce, che
somiglia a quello di Spagna. Eb-
be i suoi conti particolari, per cui
ne suole portare il titolo un prin-
cipe della famiglia reale. Per ulti-
mo portò il titolo di conte di Lec-
ce il principe Antonio Pasquale,
nato nel 1816, figlio del re Fran-
cesco I e fratello del regnante Fer-
dinando II. E patria di diversi uo-
mini illustri, tra' quali nomineremo
Scipione Ammirato celeberrimo isto-
rico, autore di molte opere, tra le
altre della storia di Firenze, ove
morì nel 1600. Sulla vicina spiag-
gia del mare trovasi la torre di s.
Cataldo, che quasi serve di porto
a Lecce per T esterno traffico.
Vi predicò il vangelo s. Giusto
di Corinto, discepolo dell'apostolo
s. Paolo, e quivi soffrì il martirio
con s. Oronzio, che credesi sia sta-
to il primo vescovo di questa cit-
tà, dicendosi ancora che fosse or-
dinato dallo stesso s. Paolo. Com-
manville dice che Lecce fu eretta
in sede vescovile non nel primo
ma nel terzo secolo, e che nel se-
sto si unì a Lecce la sede di Lu-
pia o S. Cataldo. Fu fatta Lecce
suffraganea della metropoli di O-
traulo , e lo è tuttora. L' Ughelli
LEC 1^%
che ne riporta la serie de' vescovi,
nel tom. IX, pag. Qj àeW Italia
sacra, registra i seguenti. Pel pri-
mo nomina s. Oronzio martire; il
secondo fu il di lui nipote s. For-
tunato nell'anno 68, ed ancor esso
poco dopo patì il martirio. U ter-
zo vescovo fu Donato fratello di s.
Cataldo vescovo di Lupia, che fiorì
nell'anno i63. Gli successe s. Leu-
co o Leucio martire. Quinto ve-
scovo fu s. Dionisio martire, che
alcuni vogliono fosse lo stesso Pa-
pa s. Dionisio eletto nel 261. Il
sesto s. Biagio martire; il settimo
Leuco II. Dopo questo vescovo non
se ne conoscono più altri fino a
Teodoro Bonsecolo di Lecce, il
quale ne occupava la sede nel
loSy. Gli successe Formoso, il qua-
le nel iii4 aiutato da Gofifredo
principe normanno e conte di Lec-
ce, dalle fondamenta incominciò la
fabbrica della cattedrale, in onore
della Beata Vergine assunta in cie-
lo. Dopo di lui fu vescovo Pene-
trano o Petureio, che nel 1179
intervenne al concilio generale La-
leranense ITI, adunato da Alessan-
dro HI. Nel 1180 lo divenne Pie-
tro Guarini, sotto del quale Tan-
credi conte di Lecce, che dal 11 89
al I 1 94 fu l'e delle due Sicilie ,
eresse l'abbazia de' ss. Nicola e Ca-
taldo fuori della città , con ricca
dote pei monaci benedettini. Nei
1200 divenne vescovo della pa-
tria Fulco Bello, e nel 12 14 Ro-
berto Vultorico pur di Lecce, di
nobile famiglia ; questi col consen-
so de' canonici concesse la chiesa
di s. Procopio a Pietro abbate dei
ss. Nicola e Cataldo, ed essendo in
rovina la chiesa cattedrale, nel
i23o dalle fondamenta la riedifi-
cò. Sotto di lui il Papa Innocen-
zo IV nel 1246 concesse la con-
:i56 LEC
tea di Lecce a Marco Ziani figlio
del doge di Venezia , e nipote di
Tancredi. Tra i successori di Ro-
berto nomineremo soltanto i se-
guenti. M. Gualterio raccomanda-
to dal capitolo di Lecce, Innocen-
zo IV ne approvò l' elezione nel
1253. Roberto de Noha nobile di
Lecce del i3oi, che consacrò la
chiesa di s. Francesco de' frati mi-
nori nel 1339. Clemente VI nel
1348 elesse Roberto canonico e
cantore della cattedrale di Lecce,
che alcuni dicono di nobile fami-
glia di Lecce, o dei Noha o dei
Guarini; egli ricevette nella città
i monaci celestini , nella chiesa e
monastero di s. Croce, edificato nel
i353 da Gualtiero Brienne duca
d'Atene e conte di Lecce. Nel i384
s'intruse in questa cattedra Nico-
la, nominato dall'antipapa Clemen-
te VII.
Nel 1391 Bonifacio IX fece
Tcscovo fr. Antonio da Viterbo,
insigne teologo francescano ; e nel
i4i3 Giovanni XXIII gli die a
successore Gurello Ciccaro napole-
tano, lodato per virtti. Martino V
nel i4^9 dichiarò vescovo fr. Tom-
maso Ammirato di Lecce, di no-
bile famiglia oriunda fiorentina,
dotto e probo abbate de* ss. Nico-
la e Cataldo, insigne teologo : mo-
rì nel 1438 e fu sepolto nella
chiesa di s. Chiara, che col mona-
stero delle monache avea egli fab-
bricata. In questa chiesa eresse la
cappella di s. Chiara, e vi fu se-
polta Virgilia sorella del celebre
scrittore Scipione Ammirato. A fr.
Tommaso successe fr. Guido o
Guiduccio di Lecce de'rainori, tras-
lato da Alessano, che Nicolò V
nel i45»3 trasferì alla metropoli
di Bari. In sua vece il Papa pre-
pose a questa chiesa Antonio Ricci
LEC
nobile dì Lecce, morto nel 1484.
M. Antonio de'Tolomei nobile sa-
nese, fatto vescovo nel seguente
anno, morendo nel i49^ lasciò e-
teina fama di sé. Ne fu fatto am-
ministratore da Alessandro VI il
cardinal Luigi d'Aragona napoleta-
no, figlio del re Ferdinando I, che
governò sino al i5o3. Col di lui
consenso nel i5ii fu fatto vesco-
vo Ugolino Martelli nobile fioren-
tino, dotto nelle lettere greche e
latine , che da Leone X venne
trasferito a Narni nel iSiy ; con
egual consenso fu fatto vescovo
Gio. Antonio Acquaviva di nobi-
lissima stirpe. Allora il cardinale
ebbe in commenda la chiesa di
Leuca, cbe avendola rassegnata ai
17 maggio, Leuca o Alessano fu
unita a Lecce. Il vescovo Alfonso
de Sangro nobilissimo napoletano,
nel i534 rassegnò il vescovato di
Lecce in favore del cardinal Ippo-
lito de Medici cugino di Clemente
VII, ch'essendo poco vissuto. Al-
fonso riprese la sua chiesa. Giulio
III nel i55i da Fiesole trasferì a
questa sede Braccio Martelli nobile
fiorentino, per virtù e varia eru-
dizione chiarissimo, che intervenne
al concilio di Trento. Pio IV nel
1 56o nominò vescovo il cardinal
Gio. Michele Saraceni, che nel se-
guente anno rinunziò al nipote
Annibale, il quale zelante del suo
ministero introdusse in Lecce i
gesuiti, i teatini, e gli osservanti
francescani. Per sua rinunzia nel
1591 divenne vescovo Scipione Spi-
na patrizio napoletano, degno di
eterna memoria per avere retto
con plauso questa sede quaranta-
otto anni ; divenne il decano dei
vescovi, e magnificamente fece co-
struire l'episcopio. Nel 1639 Luigi
Pappacoda nobile napoletano fu
LEC
Iraslato da Capaccio. Clemente X
a* 4 '"^gS'O 1671 dall'arcivescova-
to di Larissa in partibus trasferì
a questa chiesa Antonio Pignattelli,
di cui parlammo al voi. XI, p.
187 del Dizionario. Indi Innocen-
zo XI Io creò cardinale, ed ai 2
gennaio 1682 lo traslatò al ve-
scovato di Faenza, divenendo Papa
nel 1691 col nome d' Innocenzo
XII {Vedi). Nello stesso anno 1682
Innocenzo XI fece vescovo di Lec-
ce Michele Pignattelli di Cassano
teatino, che essendo morto nel
1695, nel seguente anno a' 3o
marzo Innocenzo XII gli die in
successore Fabrizio Pignattelli di
Monte Corvino, feudo di sua casa,
che per molti anni fu pro-segreta-
rio della congregazione della visita
apostolica, e governò la chiesa si-
no al 1734. Nel seguente anno
Clemente XII gli die per successo-
re Giuseppe Ruffo di Bagnara
feudo di sua casa. Nel 1744 lo
divenne Scipione Sersale napoleta-
no, traslato da Sora dal Papa Be-
nedetto XIV. Questi nel i75i ai
i5 novembre trasferì a Lecce da
Vico Equense, Alfonso Sozi Cara fa
somascOj nato in s. Nicola a Man-
fredi feudo di sua casa, morto nel
1786. Pio VI nel 1792, dopo lun-
ga sede vacante, nominò vescovo
Salvatore Spinelli napoletano cassi-
nese, traslato da Catanzaro, quindi
nel 1797 all'arcivescovato di Sa-
lerno. Dopo altra lunga sede va-
cante, Pio VII nel concistoro dei
21 dicembre 18 18 preconizzò l'o-
dierno vescovo monsignor Nicola
Caputo dei marchesi di Cerreto,
nato in Napoli nel i774) g>à ca-
nonico di quella metropolitana.
La cattedrale è come dicemmo
dedicala all'Assunzione in cielo del-
la Beata Vergine, ove si venerano
VOL. XXXVII.
LEC 2^7
diverse reliquie di santi. Il capi-
tolo si compone di tre dignità, la
prima essendo l' arcidiaconato , le
altre il cantore e il tesoriere ; di
ventisei canonici, comprese le pre-
bende del teologo e del peniten-
ziere, non che di molti altri pre-
ti e chierici inservienti all' uffizia-
tura della chiesa. Un vicario per-
petuo è il parroco della cattedra-
le, ov'è pure il battisterio: l'epi-
scopio è prossimo alla cattedrale.
Oltre di questa, nella città vi so-
no quattro chiese parrocchiali, una
sola delle quali però è munita del
sacro fonte. Vi sono un convento
di religiosi, tre monasteri di mo-
nache, due conservatorii, alcune con-
fraternite, l'ospedale ed il semina-
rio cogli alunni. Ampia è la dio-
cesi, contenendo molti luoghi. I
frutti della mensa sono tassati nei
libri della camera apostolica in fio-
rini cento, corrispondenti a circa
tremila ducati, quali sono le ren-
dite, puhlicìs dediiclis onerìhus.
LECTIFREDO Ugo, Cardina-
le. Ugo Lectifredo nel 1128 fu da
Calisto II creato cardinale prete di
s. Vitale del titolo in Vestina. In-
tervenne ai comizi di Onorio II;
seguì per poco tempo il partito
dell'antipapa Anacleto II, ma ben
presto si ridusse all'obbedienza del
legittimo Innocenzo II.
LECTOURE , LEICTOURE ,
Lacturay civitas Lactoriacum. Cit-
tà vescovile di Francia, dell'Arma-
gnac, nel dipartimento del Gers,
capoluogo di circondario e di can-
tone. Giace in una situazione ame-
nissima presso la riva destra del
Gers, sopra un monte quasi inac-
cessibile. E antica, e possiede un o-
spedale che porta il nome del ve-
scovo Narbonne Pellet suo fonda-
tore. In una delle sue piazze, chia-
17
258 LEC
mala il Bastion, si gode di una
vista magnifica, che si estende si-
no ai Pirenei. Vi si vede un bel
conciatoio che si dice il più rino-
mato della Francia. Fu patria di
parecchi uomini illustri, come di
Antonio di Roquelaure, e di Lan-
nes duca di Montebello, alla cui
memoria s'innalzò di recente una
statua di marmo. Lectoure era an-
ticamente la capitale dei Lactora-
ti o Leclornti, uno dei popoli del-
la Novempopuliana. Al tempo del-
l'imperatore Gordiano era colonia
romana col titolo di repubblica.
Filippo IV il Bello, re di Francia,
nel i3oo l'acquistò da Elia Tal-
leyrand conte di Perigord. Nel
medio evo fu questa città cinta
da triplice muraglia, di cui si ve-
dono ancora alcune vestigie, e di-
fesa da un castello fortificato. I
conti di Armagnac la possedettero
in tutta sovranità e spesso l'abi-
tarono, come capitale della contea
d'Armagnac nella Guascogna. Cai*-
10 VII re di Francia vi assediò
Giovanni V di Armagnac, per pu-
nirlo di aver sposato la sua pro-
pria sorella; lo stesso conte vi fu
assediato anche da Luigi XI, ed
assassinato dopo la capitolazione.
Nel castello vi fu condotto dopo il
i632 lo sfortunato duca di Mont-
morency, preso nel combattimento
di Castelnaudary. Si trovarono in
questa città molte antichità roma-
ne; si vede ancora a' piedi della
montagna una fontana chiamata
Hondelia^ e consecrata a Diana,
che vi aveva un tempio in vicinanza.
Il vescovato di Lectoure fu e-
retlo nel secondo secolo^ Comman-
ville dice Tanno 5 io, e fatto suf-
fraganeo della metropoli d'Auch.
11 primo vescovo di questa chiesa
fu Euterio, al tempo di s. Igino
LED
o Genio; non è però determinato
se era il Papa s. Igino, eletto nel-
l'anno 154. Dopo questa epoca la
serie de' vescovi è interrotta fino al
VI secolo, in cui fiori Vigilio che
assistè e sottoscrisse il concilio di
Agde nel 509. A Vigilio successe
il vescovo Aleto od A lezio, che fu
al quinto concilio d'Orleans nel
549. Ignoransi pure i successori
di Aleto fino a Bernardo, che oc-
cupava questa sede l'anno 990.
Da quest' epoca in avanti non vi
sono più lacune; l'ultimo vescovo
di Lectoure fu Lodovico Emma-,
nuele de Cugnac della diocesi di
Chaors, fatto vescovo da Clemente
XIV a'7 settembre 1772. La dio-
cesi conteneva setta ntanove parroc-
chie; il vescovo ch'era signore del-
la città col re, aveva dieciotto-
mila lire di rendita. Ma la sede
vescovile venne soppressa da Pio
VII nel 1801 pel concordato. La
cattedrale dedicata ai ss. Gervasio
e Protasio, aveva un capitolo com-
posto di quattro arcidiaconi, di un
precentore, di dodici canonici e di
quattordici prebendati. Eranvi al-
tresì i religiosi della dottrina cri-
stiana che avevano il collegio; i do-
menicani, i francescani, i carmeli-
tani e le monache tanto Clarisse,
che urbaniste.
LEDAN. Sede vescovile della
provincia di Gondisapour, nella dio-
cesi de' Caldei. Ebbe un vescovo
particolare prima che la sua sede
fosse riunita a quella di Sis. Era
posta nella provincia degli Elamiti
o nel Churdistan. Paolo discepolo
della scuola di Edessa, si ritirò negli
stati del re di Persia, quando que-
sta scuola fu soppressa per ordine
dell'imperatore Zenone, e fu fatto
vescovo di Ledan. Oiicns chrisL
t. II, p. 1190.
LEF LEF 259
LEDRA. Sede vescovile deiri- 1792,6 portalo con altri ecclesia-
sola di Cipro, nella diocesi di An- siici a Lavai. Col decreto de' 26
tiochia, sotto la metropoli di Fa- agosto essendo cessato Io stato di
magosta. E mediterranea, situata sua deportazione, risolvette di por-
in aria buona , ed in eccellente tarsi fuori della Francia, e recossi
territorio, bagnato da fresche acque, in Inghilterra, ove si occupò in
Si conoscono cinque vescovi che dare qualche lezione, e presso una
ne occuparono la sede, cioè: Tri- cappella di cattoHci. Nel 1795
filo discepolo di s. Spiri dione, che l'abbate Matignon dottore e pro-
coltivava le belle lettere, e sotto- fessore della Sorbona, che avea
scrìsse il concilio di Sardìca. Ma- conosciuto a Parigi, gli scrisse da
cedonio che viene considerato come Boston in America, dove erasi ri-
un santo. Leonzio che viveva nel tirato, perchè colà si recasse. Non
i34o. Nicola del i470- S'ignora senza esitazione accudì all'invito,
il nome del quinto, che sedeva e giunse a JBoslon li 3 ottobre
nel 1570, e perì con tutti gli 1796; laonde nulla potè poi se-
altri cristiani durante l'assedio dei pararlo dal Matignon, col qua-
lurchi. Orìens christ. tom. II, pag. le strinse intima amicizia. Non andò
1075. guari che monsignor Carroil primo
LEFEBURE DE CHEVERUS vescovo di Baltimora, voleva inca-
GiovANNi, Cardinale. Giovanni Le ricarlo del governo della chiesa di
Febure de Cheverus nacque in s. Maria di F'iladelfìa, ma egli si
Mayenne a'28 gennaio 1768, ove ricusò, prestandosi però al van-
suo padre occupava una carica taggio spirituale de'fedeli col suo
giudiziaria. Questi Io mandò a sta- amico. Per loro si aumentò il nu-
diare nel collegio di Luigi il Gran- mero de' cattolici a Boston, e mol-
de a Parigi. Ancor giovine ottenne ** abitanti contribuirono somme
un beneficio semplice, per nomina per T erezione di una chiesa ; ma
di nionsicur poi Luigi XVIII, giac- ciò che fu piti mirabile si è che il
che si distingueva per l'applicazio- presidente degli Stati Uniti, John A-
ue, per la penetrazione, e per le dams, benché acattolico, volle por-
sue felici qualità, non che per la si alla testa degli offerenti. La chic-
pietà. Dichiarandosi per lo stato sa fu compita nel i8o3, e conse-
ecclesiastico , passò nel seminario crata a'29 settembre dal nomina-
di s. Maglorio, degli oratoriani, e lo vescovo in onore della santa
si ordinò prete in Parigi nel Croce. Frattanto Giovanni andava
1790, con dispensa per l'età, indi visitando i cattolici de'contorni di
fece ritorno alla sua diocesi. Poco Boston, e due o tre mesi dimorò
dopo fu nominato coadiutore allo presso gl'indiani di Passamaquody de
zio Gautier curato di Nòtre-Dame Penobscot. Dopo il concordato del
a Mayenne; ma a cagione della 1801 la sua famiglia lo invitò a
rivoluzione allora scoppiata, si a- ripalriare, ed era per cedere a tali
stenne dal prendere il possesso, ed istanze, quando i bisogni de'cattolici
esercitò il suo ministero secreta- di Boston, il suo attaccamento all'ab-
mente, in mezzo alle note terribili bate Matignon, e le ragioni espresse
vicende. Fu quindi obbligato a in una lettera di monsignor Car-
lasciare Mayeune nei primi del voil, lo decisero a rimanere in A-
26o LEF
merica, facendo violenza all' amor
patrio e del proprio sangue. Nel
1808 il vescovo di Baltimora im-
plorò ed ottenne da Pio VII Te-
rezione di quattro nuovi vescovati
in America , fra' quali quello di
Boston, cioè agli 8 aprile, e Bal-
timora in arcivescovato. La sede
di Boston per la Nuova Inghilterra
fu proposta da monsignor Carroll
per l'abbate Matignon , ma questi
invece lo persuase a presentare
alla santa Sede Giovanni. Questo
fu preconizzato per tale da Pio VII,
ma pel ritardo delle bolle la con-
secrazione ebbe solo luogo il primo
novembre i8io. L'abbate Matignon
sua guida, si contentò di aiutarlo
nell'apostolico ministero. Giovanni
fece un'eccellente riuscita, poiché
alla sua pietà e zelo univa una
non comune coltura, ed una me-
ravigliosa facilità per le lingue.
Sapeva il greco e l'ebraico; par-
lava e scriveva il latino come
nell'idioma nativo; inoltre aveva
fatto uno studio particolare del-
l' inglese. La sua elocuzione era
chiara, naturale, dolce e persuasi-
va. Allorché nel i8i4 ì^io VII
fu liberato dalla sua prigionia, il
nostro prelato ne celebrò a Boston
l'avvenimento. La sua conversazione
era piacevole, trattando tutti con
le analoghe convenienze. Sempre
era accessibile ed ospitaliere , si
coi cattolici che coi protestanti ,
di cui era il consigliere ; bene ac-
cogliendo gl'inglesi come gli ame-
ricani. Allorquando si formò a
Boston un ateneo letterario, il pre-
lato donò ad esso dei libri per
la biblioteca. A' 1 9 settembre 1818
provò il dolore di perdere l'abbate
Matignon; le sue occupazioni perciò
si accrebbero, e la sua salute alquan-
to si alterò ; allora si risvegliò in lui
LEF
il vivo desiderio di rivedere la pro-
pria famiglia. Nel 1822 m. Hyde
de Neuville ambasciatore di Fran-
cia agli Stati Uniti, ritornando al-
la corte di Luigi XVIII, parlò
molto del vescovo di Boston, del-
le sue virth e de'suoi meriti, e fe-
ce nascere il desiderio di restituir-
lo alla chiesa alla quale apparte-
neva per nascita. Nel 1828 fu
nominato vescovo di Montauban,
ma questo fu un nuovo soggetto
di combattimento per lui. Cattoli-
ci e protestanti si unirono per dis-
suaderlo di accettare. A'22 aprile
duecentoventisei abitanti notabili di
Boston scrissero al gran limosiniere
di Francia perchè fosse revocata la
nomina, ma inutilmente; anzi le
novelle istanze giunte di Francia
al vescovo, lo ^eostrinsero a partire
nel settembre , dopo reciproche
dimostrazioni di affetto e di dolo-
re tra i cattolici ed il pastore, il
quale lasciò agli ecclesiastici ed ai
suoi amici tuttociò che non gli era
strettamente necessario. Giunto fe-
licemente a Parigi, si portò a ri-
vedere i suoi parenti, e colle sue
maniere semplici, affabili ed affet-
tuose si guadagnò la generale be-
nevolenza. A' 28 luglio entrò in
Montauban, alla cui sede Leone
XII Io avea preconizzato a'3 mag-
gio, ed ove fu ricevuto con parti-
colari distinzioni, e mediante le
sue maniere e grazie del suo spi-
rito, ben presto si guadagnò il
cuore di tutti. In una inondazione
del Tarn mostrò quanto grande fos-
se il suo zelo pel proprio gregge,
cui prodigò ogni sorta di consola-
zione e di soccorso, e fu ricono-
sciuto in lui un degno imitatore
di Fénélon. Il re Carlo X infor-
mato della nobile condotta del
vescovo e de' generosi sacrifizi che
LEF
avea fatti in questa circostanza ,
gli rimise con onorevole lettera
cinquemila franchi. Nel 1826 ce-
lebrò il giubileo con viva divo-
zione, nel quale anno nel concisto-
ro de' 2 ottobre Leone XII lo tras-
latò alla sede arcivescovile di Bor-
deaux, a cui il re lo nominò per
riparare 1' immensa perdita del
predecessore monsignor d' Avian;
indi fu fatto pari di Francia. In
lui rivisse il lodato prelato, per
r ammirabile condotta che anco
in questo seggio egli tenne. Egli
divenne propriamente il padre del
suo clero, ospitando tutti i preti
della diocesi che giungevano a
Bordeaux, non permettendo che
restassero negli alberghi. La poli-
tica era bandita dalle sue camere,
per cui nella rivoluzione del i83o,
egli tenne il più profondo silenzio,
saggezza che in più incontri di-
mostrò. In una grave circostanza,
l'arcivescovo parve diviso di opi-
nione co' suoi colleghi ; di ciò ne
fu argomento l'ordinanza dei i6
giugno 1828. Egli non appro-
vò tale ordinanza , né la memoria
presentata allora dal cardinal Cler-
mont Tonnerre in nome dell'epi-
scopato. Avendo la camera de' de-
putali privato della parìa tutti
quelli che l'aveano ricevuta da
Carlo X, l'arcivescovo dichiarò che
senza approvare questo atto, era
ben contento restare estraneo alla
politica, e che non avrebbe predi-
cato che sommessione al governo.
Tutto intento alle funzioni del
suo ministero, ed in mantenere
l'ordine e la pace, potè la sua ri-
putazione proteggere il clero in
momenti pericolosi. La sua mode-
stia, bontà, carità, franchi modi
e cordialità, gli guadagnarono pu-
re l'estimazione de' protestanti e
LEF 261
delle autorità governative. Braman-
do il regnante re de'francesi Luigi
Filippo che fosse riparata la per-
dita fatta di un cardinale francese,
supplicò il Papa che regna Gre-
gorio XVI ad elevare a questa
dignità l'arcivescovo, il quale si
mostrò renitente alquanto, contan-
do sulla sua pochezza, e dicendo
che ad altri sarebbe stato meglio
conferirla. Il Pontefice nel conci-
sloro del primo febbraio i836 lo
creò cardinale dell' ordine de'preti,
e gli rimise la notizia e il berret-
tino cardinalizio per la guardia no-
bile, ora esente, Francesco de'mar-
chesi Bourbon del Monte, che dal
re fu fatto officiale della legion
d'onore. Per la tradizione della ber-
retta rossa, il Papa nominò ablegato
apostolico monsignor Sisto Riario-
Sforza suo cameriere segreto so-
prannumerario, che poi lo divenne
effettivo, indi vescovo d'Aversa^ ed
ora arcivescovo di Napoli e cardina-
le. La berretta fu imposta in capo
dal re a'9 marzo colle solite cerimo-
nie. Il cardinale visitò poscia la sua
famiglia, che da molti anni non
avea riveduto, ed ancora la diocesi
di Montauban, ove da ogni ceto
di persone fu ricevuto con entu-
siasmo. Poco dopo la sua salute fu
deteriorata ed ebbe qualche attac-
co apopletico. Questo rinnovandosi
a'i3 luglio volle confessarsi, e nel
seguente giorno perdette la cono-
scenza. Un canonico gli sommini-
strò l'estrema unzione; in tutte
le chiese della città fu ordinata la
esposizione del ss. Sagramento, e
nella camera dell' illustre infermo
fu portata la reliquia di s. Carlo,
che si venera nella cattedrale. In-
utili furono i soccorsi dell'arte, e
dopo avere il capitolo recitato le
preci dell'agonia, morì il cardinale
262 LEG
nell'età di sessantanove anni a* 19
luglio i836, fu esposto nella metro-
politana con decorosi funerali, e se-
polto nella cappella del sacro Cuo-
re di Gesù. Generale fu il dolore
per Bordeaux e per tutta Tarci-
diocesi, avendo perduto un amico
ed un padre; ed il vescovo della
Rochellé monsignor Yillecourt ne
pronunziò l'orazione funebre.
LEGATI e LEGATI PII. Le^
gato pio dicesì di un legato o dis-
posizione fatta dal testatore per
V adempimento di qualche opera
pia, ovvero in favore della Chiesa,
dei poveri, degli ospizi, ospedali,
monasteri e di altri stabilimenti
religiosi e pubblici. E un furto il
ritenere un legato, qualunque siasi,
ed è di più un sacrilegio il rite-
nere un legato pio, come si espri-
me s. Antonino, par. II, tit. I. cap.
21, § 3. Quando un legato pio è
determinato ad uno speciale uso dal
testatore, non può essere converti-
to in un altro , anche migliore ,
senza l' autorità pontificia. La ra-
gione di ciò è, che i beni dei de-
funti devono essere impiegati se-
condo la loro ultima volontà, a
meno che i superiori legittimi , i
quali sono i soli interpreti della
volontà di quei defunti, non tro-
vino necessario di cambiarvi qual-
che cosa per delle giuste ragioni.
P^. Gregorio IX, in cap. Nos qui-
dem, 3." De tesLam. et uUìni. vo-
lunL lib. 3, tit. 26. Quando un le-
gato contiene una condizione im-
possibile, il legato appartiene sem-
plicemente al legatario, perchè quel-
la condizione è nulla e deve con-
siderarsi come non contenuta nel
testamento. Quando un legato è
concepito in termini deprecatorii ,
cioè quando un testatore prega il
*uo erede di dare una cosa ad al-
LEG
cuno, l'erede è obbligato a darla,
come se il testatore glielo avesse
ordinato espressamente. Quando un
legato pio è ripudiato dal legata-
rio, il quale non vuole accettarlo
alle condizioni per cui gli è stato
fatto, oppure perchè la destinazio-
ne del testatore non può aver luo-
go , 1* erede è sempre obbligato
d'impiegare quel legato in opere
pie, a meno che il testatore non
abbia espressamente ordinato il con-
trario, prevedendo il caso di ripu-
dio, ec. La ragione è, che il testa-
tore volle distrarre dalla sua so-
stanza la somma legata e conse-
crarla a Dio, e che devesi quindi
presumere, che se avesse prevedu-
to che il legatario doveva ripudiar-
la a motivo delle condizioni one-
rose impostegli, oppure che la sua
prima destinazione non poteva aver
luogo^ non avrebbe tralasciato di
destinare quella somma a qualche
altro pio uso. Si può anche ag-
giungere, che i testatori fanno molte
volte dei legati pii per soddisfare
a delle restituzioni. Un legato ap-
partiene al legatario, dal momento
della morte del testatore; dal che
ne consegue , che se il legatario
sopravvive pochi istanti al testato-
re, il legato passa agli eredi del
legatario; che se invece il testa-
tore sopravvive pochi istanti al le-
gatario, il legalo è nullo, a meno
che non si faccia luogo al jus ac-
crescendi a favore del collegatario
superstite. Quando un legato è
concepito in una maniera oscura ,
che non può essere determinata da
nessuna espressione, devesi in al-
lora ricorrere alle altre prove o
presunzioni e circostanze particola-
ri, le quali possano far conoscere
la volontà del testatore. F. Con-
gregazione DELLA REVERENDA FAI5-
LEG
BRIGA DI s. Pietro, die gode il sin-
golare privilegio della gelosa cura
d' invigilare all'esecuzione ed esatto
adempimento dei legati pii nello
stato pontificio, nonché il privile-
gio di applicare a tenore delle co-
stituzioni apostoliche, alla fabbrica
della basilica vaticana ì pii legati
non adempiti, i legati pii incerti,
i ripudiati, quelli che non posso-
no eseguirsi, quei lasciati a perso-
ne incapaci di riceverli, o per suf-
fragi delle anime di coloro segre-
gati prima di morire dalla comu-
nione dei fedeli, senza aver dato
in morte segno alcuno di conver-
sione, e quelli fatti per sgravio di
coscienza, o per restituzione di mal-
tolto a persone incerte, ed altri
contemplati dalle surriferite costi-
tuzioni apostoliche. Quanto ai le-
gati pii non adempiti, la congrega-
zione quieta Ja coscienza coli' asso-
luzione e composizione, e supplisce
per autorità pontificia de thesaiuo
Ecclesiae y per giusti motivi; ed
opportune clausole emette, massime
pei legati di messe, ed altri pii suf-
fragi. F. inoltre Congregazione del-
la VISITA APOSTOLICA ED ADEMPIMEN-
TO DEI LEGATI PII DI RoMA E SUO DI-
STRETTO, con estese ed analoghe fa-
coltà, come dicesi a quell'articolo.
Sui legati pii si possono anche ve-
dere gli articoli Congregazione del
CONCILIO, Congregazione de' vesco-
vi e' regolari, ed altri relativi.
L'origine delle lascile pie, il Mar-
tinetti nel tom. Ili, pag. 74 della
Collezione classica^ dice provenire
dai tesori e terre assegnate al tem-
pio di Belo in Babilonia dai re
d'Assiria, in cui vennero adombra-
ti i pii legati de' cristiani ; e nar-
ra come Alessandro il Grande scuo-
prì che i maghi, mentre facevano
all'idolo per pretesto un servizio
LEG 263
niente dispendioso^ si erano divisi
gl'immensi tesori e i frutti delle
terre lasciate; onde conchiude che
le lasci te pie e le assegnazioni del-
le terre ai templi , sono state in
uso ne' tempi più rimoti. Circa i
donativi che i popoli etiopi, sa-
bei ed egiziani solevano assegnare
per la venuta del futuro Messia,
è a consultarsi Abr, Calovio, Bibl.
illustr. tom. I, pag. io52, ediz. di
Francfort 1672. L'uso di fare do-
nativi per testamento o per codi-
cillo è antichissimo. Si pretende
di trovare nella Genesi gì' indizi
di legati particolari fatti da Abra-
mo a' suoi figliuoli naturali. Tro-
vasi ancora qualche menzione più
precisa dell'uso de' legati nel libro
di Ezechiele, giacche parlandosi in
esso del potere che il principe a-
veva di disporre de' suoi beni, si
prevede anche il caso in cui fatto
avrebbe un lascio o un legato ad
alcuno de' suoi servitori. Lo stesso
profeta ne insegna, che presso gli
ebrei era permesso il fare de' le-
gati agli stranieri; ma che i beni
legati in questo modo, non pote-
vano essere posseduti da' legatari
stranieri o pure dai loro eredi se
non che sino all'anno del giubileo,
dopo il quale que' beni dovevano
tornare agli eredi de' figliuoli del
testatore. La libertà di disporre
de' propri beni per testamento, non
era egualmente indefinita; coloro
che avevano figliuoli, non poteva-
no disporre de' loro beni stabili a
perpetuità, se non che a favore dei
loro figli medesimi. Gli ebrei tras-
misero questo costume agli egizia-
ni, se pure da essi noi ricevettero,
e gli egiziani lo comunicarono ai
greci, dai quali i romani pigliaro-
no norma in una gran parte del-
la loro legislazione. La legge delle
264 I-EG
dodici tavole, stesa sulle memorie
che i deputati di Roma recate a«
vevano da Atene, fa menzione di
testamenti e di legati, e di questi
si perpetuò la pratica , assoggetta-
ta a vari regolamenti nel diritto
romano. Neil' Italia numerosissimi
furono i legati , massime ne' bassi
tempi, e questi formarono sovente
il patrimonio delle chiese, e la ric-
chezza de' più antichi ordini reli-
giosi. V. Beni di Chiesa.
Chiamansi donazioni pie quelle
fatte, fra i vivi o per causa di
morte, a chiese, a monasteri e ad
ospedali. Dopo la legge di Costan-
tino Magno, colla quale aveva co-
mandato, che alle chiese state spo-
gliate delle proprietà, giustamente
da esse possedute , di qualunque
natura fossero elleno state , venis-
sero loro restituite; dopo le dona-
zioni largamente da lui comparti-
te ai luoghi sacri, molti altri so-
vrani del medesimo spirito religio-
so di quell'augusto investiti , sono
essi pure concorsi non solo ad a-
ge vola re colle loro leggi i mezzi
di potere le chiese, gli ospedali, i
monasteri ed altre simili fondazio-
ni fare dei grandiosi acquisti , ma
ad accrescerli eglino stessi con li-
berali donazioni. Né minore pre-
mura per la restituzione de' beni
ai medesimi corpi e collegi invo-
lati per pragniatìcas sancliones aut
constilutiones j mostrarono i due im-
peratori Leone ed Antemio , non
che Teodosio II, Valeutiniano III,
Marciano, ec. Per facilitare sempre
piti i pii legati e le pie donazioni,
ed arricchire con essi le chiese,
Luitprando re de' longobardi pro-
mulgò una legge colla quale non
solo permise senza limitazione al-
cuna che potesse chiunque donare
o lasciare alle chiese, agli ospedali.
LEG
ed a qualunque altro luogo sacro,
ciò che più fossegli stato a grado
per l'anima sua; ma volle inoltre
esentare tali luoghi sacri dal cor-
rispondere quel compenso che ogni
donatario eia obbligato rendere al
donatore. Così pure quelle femmi-
ne, che vivendo nel secolo, indos-
sato aveano l'abito religioso, furo-
no da lui abilitate a disporre del-
la terza parte delle loro sostanze
in opere pie, senza l'assenso del lo-
ro tutore, senza cui non era alle
femmine permesso l'eseguire verun
atto legale. Da queste dispense po-
trà ognuno argomentare quanto
grande sia stata la premura di al-
cuni re longobardi per l'accresci-
mento delle sostanze de' luoghi sa-
cri. Né in ciò Carlo Magno esser
volle da meno di loro, avendo pub-
blicato varie leggi favorevoli alle
chiese; e gli stessi principii furono
adottati dal suo figlio Lodovico I
il Pio, e da più altri re ed im-
peratori. Alle leggi i medesimi ag-
giunsero il fatto, di cui tante sono
le prove, quanti i superstiti loro
diplomi di donazioni ai luoghi sa-
cri. Non pochi eziandio' tra loro,
dopo di avere con amplissime for-
me alle chiese assicurato le posse-
dute sostanze, vollero di più con
particolare privilegio esentar le me-
desime da qualunque pubblico pe-
so. In vista di tante e sì splendi-
de donazioni pie dai principi ai
luoghi sacri compartite, i privali
pure fecero a gara nello arricchirli
delle sostanze loro. Oltre le deci-
me, le obblazioni, le manuali li-
mosine da principio contribuite dai
fedeli per il vitto del clero, per la
manutenzione de' templi e per l'or-
namento degli altari e dei sacri
ministri , emolumenti che hanno
continuato anche dipoi, non pò-
LEG
chi fra* medesimi fedeli sonosi spo-
gliati di tutte o di parte delle lo-
ro proprietà, mettendone al pos-
sesso i luoghi sacri, alcuni libera-
mente e senza veruna restrizione
o compenso, ed altri con aversene
riserbato l' usufrutto, vita loro na-
turale durante, la quale pratica fu
da Carlo Magno confermata, e nel
secolo XI divenne assai famigliare.
Fra i vari titoli per cui facevansi
anticamente le pie donazioni o pii
legati, fuvvi quello in particolare
della redenzione de* peccali, e l'al-
tro delta salvazione dell' anima
propria^ a di quella de' propri
parenti. Neil' insigne opera di m.
Gaetano Marini, Papiri diploma-
tici raccolti ed illustrati, nelle pag.
254, 264, 296 e 3o7, vi ha riuni-
to i pili belli esempi dell' antica
formola : prò redemptione peccato-
rum meorum, ec. Sebbene poi le
donazioni pie il più delle volte sie-
no state eseguite per testamento e
legati ne' periodi estremi della vi-
ta, alcune nondimeno lo sono sta-
te lungo tempo avanti , e special-
mente da chi aveva ad intrapren-
dere lunghi perigliosi viaggi od an-
dare alla guerra. Contro le dona-
zioni religiose e pii legati, e le
ricchezze indi derivate alle chiese,
monasteri e benefici istituti, molti
scrittori esercitarono il loro malta-
lento, o per ignoranza o per ma-
lizia o per altri riptovevoli fini j
ben altri però seppero giustamen-
te encomiare opere sì meritorie e
grate a Dio, dalle quali tanti van-
taggi derivarono al cristianesimo,
come può rilevarsi agli articoli re-
lativi.
lu^GkTOyLegatus, Orator. Am-
basciatore. La parala legato deri-
va da legare, delegare che signifi-
ca mandare; quindi il vocabolo
LEG 265
legalo nella sua origine significa
quegli che è mandato da un altro
per qualche funzione; ma nell'uso
ordinario col nome di legalo s'in-
tendevano gli Ambasciatori (Vedi);
secondo l'odierna Diplomazia (Ve-
di), ed al presente quei cardinali
che con titolo di Legato apostoli'
co (Vedi), il Pontefice manda a
qualche principe sovrano, con ca-
rattere particolare di autorità e di
distinzione, o al governo di una o
più di quelle provincie del domi-
nio della santa Sede che si chia-
mano legazioni. 11 Martinetti nella
sua Collezione classica, tom. Ili,
pag. 53, dice adombrata l'origine
dei legati e nunzi pontifìcii , da
quel legato o vicario che il som-
mo sacerdote Onia I inviò a To-
lomeo Lago re di Egitto, chiama-
to Ezechia e uomo grande, che ten-
ne poi accreditato in quella cor-
te. Presso i romani dicevansi legati
le persone che 1* imperatore o i
primi magistrati spedivano nelle
Provincie per esercitare in esse qual-
che giurisdizione. Allorché tali le-
gati erano tratti dalla corte del-
l'imperatore medesimo, nominavan-
si legati a latere o missi a lalere,
donde pigliarono il nome di legati
a latere in tempi posteriori anche
quelli spediti dal Papa; e questi
tra i legati occupano sempre il
primo grado. Tra i romani aveva-
no i proconsoli e propretori i le-
gati dati o concessi loro dal sena-
to. Questi erano tre di numero ,
che poi si aumentavano secondo
la dignità del pretore e grandez-
za della provincia. L'offizio dei le-
gati era di essere come vicari dei
loro presidi, ad effetto di prestar
loro ogni assistenza col consiglio e
colle opere; e questo officio era
molto onorevole, come si legge nel-
a66 LEG
Fautore del libro, De riti degli an-
tichi romaniy citando Cic. ad Fani.
XIII. Sigonìo de ant. jur. proif,
cons. 3. Il p. Eschinardi nella De-
scrizione di Roma, parlando a p.
79 de'capitani che presiedevano a
tutto Tesercito romano, dice che il
primo capitano che presiedeva al-
l'esercito era l'imperatore, in se-
condo luogo i legati. Aggiunge che
i legati per lo più dagli stessi du-
chi furono creati, ed il loro uffizio
si aveva per molto onorifico. Quan-
to al numero de* legati, dice ch'e-
ra vario secondo le contingenze,
dappoiché Pompeo nella guerra
contro i pirati si servì di venticin-
que legati, acciò questi occupasse-
ro tutto lo spazio del mare infe-
stato dai medesimi pirati. Cicero-
ne proconsole della Cilicia nomi-
nò quatti^) legati ; spesse volte pe-
rò si nominarono i legati secondo
il numero delle legioni. Dovendo
i legati operare invece degl'impe-
ratori, la loro potestà fu molto
ampia e ricercava gran fedeltà. Au-
gusto essendo imperatore, operò o-
gni cosa per mezzo de* legati, e di
questi alcuni li chiamò consolari ,
che soprastavano a tutti gli eser-
citi, ed altri pretori che soprain-
tendevano a ciascuna legione.
Il legato imperiale perchè iden-
tificavasi col preside, legatus cae-
sarisj idest praeses^ si spiegò da
Papiniano ne' suoi responsi ; e Ve-
nuleo interpretava, legatum impe-
ratorisj idest praesidem proinnciae^
e si aveva per il maggiore di tutti
dopo Cesare stesso, siccome per
massimo dai romani si venerò il
legato da guerra, come pure affer-
ma Dionigi, Hist. lib. Il : omnium
sacvatissimuni et honoralissinium
apud romanos legatus ^ potestaLcni^
et vim hahens imperantis, inviola-
LEG
hilitatemquej et veneratìonem sa-
cerdotis. Narra Livio, che a Caio
Fulcinio, Caio Giulio Tulio, Spu-
rio Nautico e Lucio Roscio legati
romani, uccisi dai fidenati, si col-
locassero in Roma le loro statue in
pubblico, vicino al seggio de'rostri,
per ordine del senato e popolo ro-
mano. Biondo da Forlì, nella Ro-
ma trionfante a pag. i8g, narra
che i legati delle nazioni straniere
quando da qualunque parte del
mondo arrivavano a Roma, prima
di ogni altro luogo andavano al
tempio di Saturno, dove si nota-
vano i loro nomi dal prefetto del-
l'erario, perchè i questori aveano poi
la cura di mandare ad essi quello
che loro fosse mancato, e di go-
vernarli se s' infermavano. Se mo-
rivano in Roma erano sepolti ono-
revolmente dal pubblico. In pro-
gresso di tempo, per la gran mol-
titudine de' legati che giungevano
a Roma, fu ad essi tolto il mangiare
che loro dava il pubblico. Gli ebrei
spedirono cinquanta legati ad Au-
gusto, col permesso di Varo presi-
dente della Soria, ed assistiti dagli
ottomila ebrei che abitavano in
Roma, nel tempio di Apollo sul
Palatino, supplicarono l' imperato-
re di lasciarli vivere colle loro leg-
gi , soggetti solo ai romani. I le-
gati delle nazioni erano sempre i
primi del paese.
LEGATO -APOSTOLICO, Le-
gatus Aposlolicus. Ambasciatore del
Papa e rappresentante la sua per-
sona appresso de' principi a cui è
inviato per affari straordinari, ov-
vero preside d' una o più delle
Provincie dello stato della santa
Sede che chiamansi Legazioni. Le-
gato significa ancora messo o nun-
zio. 11 cardinal De Luca, // cardi-
nale pratico^ cap. XVI, de cardi-
LEG
nali legali e delle diverse specie
di legazioni^ dice che la parola
legato nella lingua latina e secon-
do le regole grammaticali riceve
un'ampia significazione, sicché sen-
za distinzione di ecclesiastici e di
secolari, ovvero di sovrani e di
sudditi, si adatta a tutti gli am-
basciatori, oratori, nunzi ed altri
messi, dicendosi messo o messaggio,
in latino nuntìus, internuntius . Però
secondo l'uso corrente del parlare
giuridico, e particolarmente nella
corte e curia di Roma, conviene
solamente a quei cardinali, che
dal Pontefice sono deputati come
suoi vicari e rappresentanti per
gravi urgenze ed affari, con piena
e straordinaria potestà, a' principi
grandi e repubbliche, come per
altre importanti occasioni ; ovvero
per il governo talvolta di alcune
città o Provincie. Laonde gli altri
legati, o quelli cui nel senso gram-
maticale conviene l' istessa parola,
si sogliono chiamare o spiegare
con vocaboli diversi per distinguer-
li, benché alcuni di essi avessero
quelle istesse facoltà, le quali ai
legati competono e si sogliono con-
cedere, come per esempio sono al-
cuni nunzi apostolici presso i re,
principi grandi o repubbliche, che
hanno tali facoltà, ma non si di-
cono legati, appellandosi nunzi con
potestà di legato ; e quei messi
di principi e di città, a'quali nella
suddetta larga significazione gram-
maticale o legale antica, cioè se-
condo le leggi civili, conviene 1' i-
stesso vocabolo di Legalo (ì^edi),
si dicono in latino oralori^ ed in
italiano Ambascialori, Internunzi,
Residenti, Inviali ec. Avverte per-
ciò il De Luca, che vanno tacciati
coloro che nelle materie giuridiche
adoprano ne' nunzi e negli amba-
LEG 267
sciatori il titolo e la parola di le-
gati, imitando piuttosto i gramma-
tici che i giureconsulti, senza ri-
flettere al modo di parlare, cagio-
nato dalla diversità de* tempi e
de'costumi. E sebbene si legge
nelle storie ecclesiastiche e profane,
che anco in questa carica di lega-
ti apostohci, chiamati perciò de
latere, si deputassero prelati ed
altri, i quali non fossero cardinali;
però la pratica moderna da alcuni
secoli a questa parte insegna il
contrario, per cui questa carica, al-
meno di fatto e per ragione della
più frequente pratica, conviene dir-
si cardinalizia. Il p. Tamagna, nella
par. 1, p. 177 dell' Origine e pre-
rogative de cardinali, dice che il
nome di legalo a latere non si
diede mai che ai cardinali soltanto,
sebbene ad altri personaggi venis-
sero le legazioni addossate, come
dimostra dopo molti altri Lucio
Ferraris, Bibliothec, v. Legatus a,
n. 4 ^d 9. Questo titolo, dice il
p. Tamagna, é antichissimo per quei
cardinali spediti dai Papi a tratta-
re di affari rilevantissimi o coi
principi, o nelle sacre adunanze,
onde per tali circostanze i cardina-
li a distinzione di ogni altro detti
furono a latere legati, perché co-
me riflette Eugenio IV nella sua
celebre lettera, Constit. 19, § Sunt
etiam, in fin., appartenendo eglino
al corpo del romano Pontefice, si
dicevano staccati a latere sunimi
Pontificis. Si deve dunque ritene-
re, che sotto il nome di legati
non vengono indicati i nunzi e gli
ambasciatori ordinari e straordi-
nari, ma solamente quelli i quali
secondo l'uso corrente del parlare
si dicono legati apostolici, di sfera
ed autorità molto maggiore, f^.
Nunzio Apostolico e Cardinale.
268 LEG LEG
Diverse sono le specie dei legati, venerilis , queni a latere nostro
che alcuni li dicono di tre sorta; trans miss inius eas possit accìpere,
i legati a latere o de latere, i le- lib. 12, epist. 12. I legati missi,
gali missij ed i legati nati. I le- cioè mandati, si dicono quelli raan-
gati a latere o de latere sono i dati dal Pontefice, senza eh* essi
cardinali che il sommo Pontefice siano cardinali, come i nunzi e
manda in ambasciata; chiamansi gl'internunzi. Talvolta questi pre-
legati a latere o de latere, perchè lati nunzi furono spedili dai Papi
siccome consiglieri del Papa do- con facoltà legatizia, come Dioni-
vrebbero stargli sempre a fianco e sio Laurerio, poi cardinale, che
dappresso, ma che si allontanano Paolo III nel i536 spedì a Gia-
per portarsi ad eseguire l' incari- corno V re di Scozia, colle stesse
co loro affidato. Il Macri alla parola prerogative de' legati a latere, lo
Legatus, dichiarando che legatus a che si può vedere alla biografia
latere è quel prelato mandato dal di tal cardinale. I legati nati sono
Pontefice per trattare qualche ne- quelli, ai quali non si dà alcuna
gozio importante coi principi cri- legazione, ma che alla loro dignità
stiani, il quale ordinariamente suo- è attaccato il titolo di legato apo-
le essere cardinale, aggiunge che si stolico. Il potere di questi legati
dice a latere, perchè prende Tinse- nati, che nei primi sette secoli
gna della sua carica e l'autorità della Chiesa era maggiore di quel-
dei suo grado, stando in piedi sot- lo dei legati niissi, è in oggi assai
to il baldacchino del Papa, e vici- diminuito; o per meglio dire, la
no al di lui lato, che perciò i qualità di legato nato non è or-
greci lo chiamavano Legatus afa- mai più che un titolo onorifico,
eie, come attesta Balsamone com- senza funzioni, e la loro autorità
mentando il sesto sinodo in Trul- non si estende piìi che a quella di
lo: Legati, qui a (ade dicuntur, un arcivescovo o di un primate;
qui et particulareni habent juris- poiché non possono portare la
dictionem, per la qual somma au- croce fuori della loro provincia. Il
torità furono paragonati agli anti- Zaccaria nelle note al Lunadoro,
chi romani proconsoli e presidi. Relazione della corte di Roma,
cap. 1 in sexto. Questo modo di t. II, cap. XXXVIII, dice che i
parlare era anche praficato dai legati nati sono quelli che hanno
principi secolari per denotare un annesso tale titolo al grado di
ambasciatore intimo e famigliare, qualche arcivescovile dignità che
presso Marculfo lib. i, form. cap. sostengono: tali erano i Vicari a-
ult. : Quatenus praesente misso no- postolici [Vedi), che i Papi aveva-
stro illustri viro ilio, quent ex no- no già nelle Gallie, nell'Illirico e
stro latere illuc prò hoc direxinuis. in altri luoghi ; e tali pure sono
Kella Chiesa però è antichissima in oggi alcuni arcivescovi, come
questa formola, la quale si legge nelle Spagne quel di Toledo, nella
nel registro di s. Gregorio I, men- Francia, secondo il Cabassuzio, quel-
tré ordina ai collettori della Fran- lo di Reims, e nella Germania
eia, che depositino il denaro rac- l'arcivescovo di Salisburgo. 11 cita-
colto appresso qualche persona da to Macri aggiimge che alcuni le-
essi stimata idonea. A quo cuni gali sono intitolali nati^ perchè ar-
LEO
civescovi di qualche chiesa metro-
politana, la quale per privilegio
ha seco connessa la dignità di le-
gato; ma l'autorità di questi lega-
ti non si estende di più di quel-
la arcivescovile o metropolitica o
primaziale, poiché non possono
farsi precedere dalla croce fuori
della loro provincia, cap. antiqua
de prìvìl. , né possono assolvere i
pubblici percussori de' chierici ,
ancorché fossero loro sudditi, cap.
excommunicalìs 9, de offìc. legat. ,
se pure non avessero particolar
privilegio pontificio, come lo han-
no i legati a latere. Inoltre gode-
Tano del titolo di legati nati, in
Inghilterra gli arcivescovi di York,
di Cantorbery; in Iscozia l'arcive-
scovo di s. Andrea; in Francia,
nella provincia di Vienna l'arcive-
scovo, in quella di Lione l'arcive-
scovo, dell' Aquilania superiore l'ar-
civescovo di Bourges, dell'Aquitania
inferiore l'arcivescovo di Bordeaux,
ed in quella d'Arles l'arcivescovo di
Arles. In Asia l'arcivescovo di Tes-
salonica ; in Africa il vescovo di
Cartagine. Nella Spagna ossia nella
Betica e nella Lusitania l'arcivescovo
di Siviglia. Nella Polonia l'arcivesco-
vo di Gnesna ; nell'Ungheria l'arci-
vescovo di Strigonia. In Italia l'ar-
civescovo di Pisa, ed in Germania
anche gli arcivescovi di Magdebur-
go e di Magonza, ec. Però il car-
dinal decano del sacro collegio
prò tempore, per disposizione del
Papa che regna Gregorio XVI, è
legato nato della legazione aposto-
lica di Velletrij con giurisdizione
civile e criminale. Si pretende che
Urbano II nel 1097 creasse Rug-
gero I conte di Sicilia ed i suoi
successori legati nati del Papa, colla
facoltà di crearvi vicari chiamati giu-
dici della moaarchia, argomento che
LEG 269
tratteremo all'articolo Sicilia. A-
vendo Guglielmo I re di Sicilia nel
1 i56 assedialo in Benevento il
Pontefice Adriano IV, lo costrinse
a concedergli che i Papi non po-
tessero mandar legati in Sicilia,
se da lui o dai re suoi successori
non fossero richiesti : questo privi-
legio, estorto con violenza, fu poscia
interamente cassato da Innocenzo III.
Delle diverse specie de' legati,
ecco quanto riporta il citato cardi-
nal De Luca. Diverse sono le spe-
cie de' legati apostolici : una è di
quelli i quali sono ovvéro preten-
dono essere fissi e perpetui, per-
chè la legazione è annessa alla lo-
ro dignità, per lo che s' intitolano
legati nati, come si suppone che
siano alcuni arcivescovi grandi di
là dai monti, benché non eserciti-
no la facoltà di legati, sopra di
che il De Luca niente affermando
lascia l'intiero suo luogo alla veri-
tà. Altra specie di legati é quella
de latere straordinari, i quali per
alcuni gravi affari della Chiesa,
della repubblica cristiana, e della
Sede apostolica sono specialmente
inviati dal Papa ai re e principi,
ovvero in qualche stato, regno o
repubblica, come per esempio per
comporre le discordie de' principi
e pacificarli, ovvero per indurli in
una lega contro gì' infedeli, o per
altro gravissimo affare della Chiesa,
o della religione, o della santa Se-
de, conforme ai tempi antichi si
legge che dal Papa fossero mandati
legati air imperatore di Costanti-
nopoli, il che particolarmente segui
nella persona di s. Gregorio I es-
sendo cardinale,* con tanti somi-
glianti esempi. La terza specie è
di quei legati, i quali sono depu-
tati a presiedere in vece ed in no-
me del Papa ai concilii generali,
270 LEG
conforme avanti che seguisse lo
scisma de'greci e Ta divisione di
quella Chiesa dalla latina, si legge
che si praticasse nei concìlii cele-
brati nell'oriente ed anche in al-
cuni di quelli celebrati nell' occi-
dente, ove per lo più furono pre-
sieduti dal Papa in persona, e lo
insegnò pure quanto si praticò in
Trento nelT ultimo concilio gene-
rale. Noteremo che i legati aposto-
lici, o fossero vescovi o preti o
diaconi, sedettero sopra i patriar-
chi ed i primati. Acciò sia valido
il concilio generale abbisogna della
persona del sommo Pontefice, o
di un suo rappresentante, che pos-
sono essere anche più, diversamen-
te sarà un concilio acefalo, senza
capo. Cos\ si praticò nel primo
concilio Niceno, che legati del Pa-
pa furono Osio vescovo di Cordo-
va, Vincenzo e Vito sacerdoti. La
necessità di questa personale pre-
senza del Papa o di un rappre-
sentante^ senza tante dispute mira-
bilmente stabilisce la primazia del
Papa, mentre il concilio generale
senza il Papa nulla può decidere,
ne in domma ne in disciplina. Il
Pontefice s. Giulio I, non potendo
assistere in persona al concilio di
Sardica, vi spedi in suo luogo due
preti e un diacono con carattere
di legati. La quarta specie è di
quei legati, i quali per una funzio-
ne particolare sono deputati dentro
di Roma, ovvero non molto di-
stante o al di qua de'montì, come
i tre cardinali i quah nel giorno
della vigilia di Natale di ciascun
anno santo (o in quel giorno che
ha luogo l'apertura come la chiu-
sura ), mentre il Papa si accinge
ad aprire la porta santa della ba-
silica di s. Pietro ( ora si eleggo-
no prima, come dicemmo all' arti-
LEG
colo Anni santi, e in quelli delle
chiese che nomineremo e di s. Ma-
ria in Trastevere, come a Decano
DEL SACRO COLLEGIO ed altri relativi
articoli ), sono dal medesimo crea-
ti legati a fare la stessa funzione
d'aprire e serrare le porte sante
nelle tre basiliche di s. Paolo, di
s. Gio. in Laterano, e di s. Maria
Maggiore; essendo solito che per
la prima sia deputato il cardinal
decano, e per le altre i due car-
dinali arcipreti di ciascuna, i qua-
li da s. Pietro partono con solen-
ne cavalcata ( la quale ora non
suole farsi, come dicemmo nel voi.
Vili, p. 200 e seg. del Dizionario ,
riparlando di tal funzione).
Nella quarta specie di legati, il
cardinal De Luca pone quelli che
il Papa destina ad incontrare l'im-
peratore o qualche re che portasi
in Roma ( di che se ne tratta al-
l'articolo Ingressi solenni in Roma),
nello stato pontificio o per alcune
miglia distante dalla città, ed a
complimentarli in suo nome, come
Alessandro VII fece colla regina
di Svezia ; ovvero che passando per
l'Italia qualche re o regina il Pa-
pa manda ( ora non si costuma )
un legato parimenti a complimen-
tarli in suo nome, ciò che praticò
Urbano Vili con l'infanta di Spa-
gna figlia del re Filippo III, che
passò per V Italia onde andare a
sposare il re d' Ungheria, poi im-
peratore Ferdinando III; e nel
pontificato d'Innocenzo X, quando
dalla Germania venne in Italia
l'infanta del detto imperatore, spo-
sa del re di Spagna Filippo IV
suo zio, per non dire di molti al-
tri esempi. La quinta ed ultima
specie di legati , secondo il De
Luca, è dei legati ordinari, i qua-
li sono deputati pel governo di
LEG
alcune provincie o raembri del
dominio temporale della Chiesa, co-
me sono i legati dello stato d'Avi-
gnone, di Bologna, di Ferrara, di
Romagna e di Urbino ( al presen-
te le Provincie che hanno i cardi-
nali legati per presidi e governa-
tori, sono Velletri, Bologna, Fer-
rara, Forlì, Ravenna^ Urbino e
Pesaro ). Con questa differenza, che
le ultime quattro legazioni per lo
più sono residenziali, sicché vanno
i cardinali legati personalmente ad
esercitare la legazione; ma la pri-
ma d* Avignone ( al cui articolo
facemmo la storia di quella le-
gazione, come a quelli delle al-
tre praticammo il simile ), come
solita appoggiarsi a quel primo
ministro del Papa detto soprain-
tendente dello stato ecclesiastico, o
segretario di stato, si esercitava
per uu vice -legato prelato, sup-
plendo egli in Roma con 1' aiuto
d'una congregazione, chiamata la
Congregazione d' Avignone (Vedi).
Alle volte, secondo l'arbitrio del
Papa e le contingenze delle occa-
sioni, si sogliono deputare i legati
nelle provincie della Marca, del-
l'Umbria, del Patrimonio ( si può
aggiungere di Marittima e Cam-
pagna, di che si parlò all' articolo
Prosinone, ed ancora di qualche
città o luogo dello stato pontifìcio,
come si notò a' loro articoli), le
quali per lo piìi sono governate
dai prelati con titolo di governato-
ri. Come anche alle volte porta il
caso di deputarsi un cardinal le-
gato per la città di Roma ( di che
si fa parola agli articoli Roma
e Viaggi de' Papi ) in occasione
di viaggio ed assenza del Pontefi-
ce, come praticarono Sisto IV, e
Clemente Vili quando si recò a
Ferrara. E quando la residenza
LEG 1^1
pontificia dal i3o5 al 1376 fu
in Francia ed in Avignone, i Pon-
tefici solevano deputare il cardinal
legato pel governo dell'Italia e di
Roma ( oltre quelli che destinaro-
no per coronare gli imperatori En-
rico VII e Carlo IV, come si disse
all'articolo Coronazione degli Im-
peratori, e per la celebrazione del-
l'anno santo 1 35o ), essendo stato
il più celebre il cardinal Egidio
Albornoz spagnuolo.
Qui noteremo che anco il sacro
collegio ne' conclavi deputò legati
a quello che avea eletto Papa, non
essendo in conclave. Nel 1271 i
cardinali avendo inutilmente invia-
to i cardinali Ottobono Fieschi ,
ed Ubaldini a s. Filippo Beuizi ser-
vita per farlo Papa, ed avendo e-
letto Gregorio X [Fedi), che si
trovava in Soria, gì' inviarono legati
col decreto di elezione. Egli non
era cardinale, come non lo fu Cle-
mente V, eletto nel i3o'> mentre
era in Francia. 1 cardinali gli spe-
dirono legati col decreto di elezio-
ne, cioè Guy abbate di Beaulieu,
Pietro di Monti chiello sagrestano
della chiesa di Narbona , ed An-
drea d'Hugugio, tutti e tre uflìziali
della chiesa romana e deputati del
conclave. I legati manifestarono a
Clemente V lutti gli atti del con-
clave, e gli domandarono istruzio-
ni per la sua partenza per Ptonia.
Ma il Papa secondando le insinua-
zioni di Filippo IV il Bello re di
Francia, rispose loro. Che era be-
ne onesto che le pecore seguitas-
sero il pastore, e non convenire ad
esso che mancandogli il gregge, iu
cambio di bastone pastorale, do-
vesse pigliar soldati in sua compa-
gnia, e però ingiunse ai cardinali
che andassero a lui senza tardare,
lasciando in disparte il dire, che
272 LEG
la sanla Sede non si debbe pone-
re altrove che in Roma, e che fos-
se troppo grave spesa e maggior
fastidio, che tanta moltitudine di
gente si partisse dall' Italia. Rife-
rita dai legati l'ambasciata risolu-
ta del PonleficCj fecero i cardinali
a gara a chi potè più presto com-
parire alla città di Poitiers nel-
l'Aquitania, ove trova vasi Clemen-
te V. Nel 1862 in Avignone i car-
dinali elessero Urbano V, benché
non fregiato della dignità cardina-
lizia, e gli spedirono il decreto per
legati che lo ritrovarono a Firen-
ze o in Marsiglia; ma l'elezione si
pubblicò dopo il suo arrivo in A-
vignone. Nel i522 a' g gennaio nel
conclave di Roma fu creato Papa
il cardinal Florenzi dimorante nel-
la Spagna in Vittoria. Dopo fatta
la consueta pubblicazione, i cardi-
nali si congregarono nella sala degli
scrutini, e per fave bianche e ne-
re deputarono due legali ad effet-
to di mandarli al nuovo Pontefice,
quali furono il cardinal Pompeo
Colonna e il cardinal Alessandro
Cesarini, indi fu subito aperto il
conclave. Nel di seguente i cardi-
nali elessero per terzo legalo il
cardinal Franciotto Orsini, l'unico
ch'erasi opposto all'elezione; inol-
tre decretarono i cardinali, che fin-
che non venisse a Roma il Ponte-
fice, tre di ciascun ordine ogni me-
se governassero, residendo nel pa-
lazzo apostolico. Ai IO febbraio i
cardinali Cibo e Grimani si scusa-
rono dal governo per le loro in-
fermità, e fu deputato il cardinal
Fiesco, quale similmente si scusò ,
ma la sua scusa non fu ammessa,
laonde dovette accettare , sebbene
non volle abitare in palazzo. A' io
aprile Guglielmo per lettere cre-
denziali pubblicò il nome del Pa-
LEG
pa Adriano VI. Questi a' 14 ago-
sto nel porto di Livorno ricevè i
cardinali Medici, Piccolomini, Pe-
trucci, Cortona e Ridolfi che l'an-
darono ad incontrare. A' 27 detto
i cardinali Colonna ed Orsini con
lettere del sacio collegio, l' incon-
trarono a Civitavecchia ; ad Ostia
il Papa fu ossequiato dagli altri
cardinali e dai legati di molti prin-
cipi. Così la Storia de' conclavi^
pag. 148. Ma nella Descrizione
del viaggio di Adriano F/, di Bia-
gio Ortiz suo cappellano , si legge
a pag. 7, che Antonio Studillo no-
bile spagnuolo, gentiluomo del car-
dinal Carvajal, portò da Roma il
breve della sacra elezione^ e giun-
se in Vittoria a'9 febbraio; che in
Saragozza, ove il Papa era giunto
a* 28 marzo, arrivò il cardinal A-
lessandro Cesarini che faceva le ve-
ci del sacro collegio, per esibire al
Pontefice il dovuto ossequio e ri-
verenza.
Il De Luca , ripigliando il filo
dell'articolo, dice che le altre spe-
cie di legati, da quelli deputati al
governo delle provincie in fuori ,
sono principalmente cariche spiri-
tuali ed ecclesiastiche, per fare al-
cune funzioni in nome del Papa e
capo visibile della Chiesa e della
religione cattolica ( come per fare
sposalizi , battezzare o fare da pa-
drino, al dire del Macri, ed altro);
laonde l'autorità e la giurisdizione
de* legati principalmente consiste
nelle materie ecclesiastiche e spiri-
tuali ; onde quando il caso porta
qualche potestà e giurisdizione tem-
porale, questa è accessoria ed ac-
cidentale; che ali* incontro quelle
della quinta ed ultima specie sono
principalmente cariche temporali,
come di proconsoli ovvero di pre-
sidi delle Provincie, benché per la
LEG
qualità della caricagli compela an-
cora qualche giurisdizione spiritua-
le; che però i legati sono i giudi-
ci delle appellazioni e dei ricorsi
dei vescovi ed arcivescovi, e degli
altri prelati ecclesiastici, cosi seco-
lari come regolari, con altre facol-
tà maggiori o minori, che nella
loro deputazione se gli concedono.
Tuttavia questa è accessoria e con-
secutiva, al che si deve avvertire
per molti effetti che da ciò risul-
tano nelle cause del foro. Tutte
queste specie di legazioni si prov-
vedono in concistoro, ma con qual-
che diflèreuza di forma e di solen-
nità, di che tratteremo poi, usando-
ne qualche maggiore nella seconda
specie di que' legati a laiere, i qua-
li si mandano di là dai monti per
atfari grandi. E lo stesso deve in-
tendersi circa le facoltà che si so-
gliono concedere, dipendendo dal-
l'arbitrio del Papa, il quale per lo
più è solilo di regolarsi dallo stile
e dagli esempi passati; ma pari-
menti le facoltà de' legati della sud-
detta seconda specie sogliono es-
sere le maggiori, per lo che come
per un' immagine dello stesso Pa-
pa portano seco un tribunale della
dataria col datario, il quale suole
essere un uditore di rota, e con
altri ufiìziali, e con 1' assistenza di
molti altri prelati con diverse ca-
riche, come per una figura o im-
magine della corte romana , men-
tre i legati della quinta ed ultima
specie sono piuttosto Governatori
(^Fedi)y o presidi di prò vi nei e con
questa onorifica nuncupazione , e
con qualche maggior prerogativa
de' semplici presidi, ma non sono
veri legati a latere (il cardinale
Antonio Pallotta a' giorni nostri
però lo fu nelle provincie di Ma-
rittima e Campagna per nomina
VOL. XXXVII.
LEG 273
di Leone XII, come si è detto nel
voi. XXVII, p. 267 e 3i3; il car-
dinal Gio. Antonio Benvenuti fu
dichiarato dal regnante Gregorio
XVI legato a latere per le Marche,
cioè per le provincie pontificie pò
ste al di là dell* Apennino , per
pacificare gì* insorti, come dicem-
mo a* rispettivi luoghi ; ed il car-
dinal Carlo Opizzoni dal medesi-
mo Papa, a detta epoca e per lo
stesso fine fu fatto legato a latere
per le quattro legazioni, come di-
cemmo al voi. XXIV, pag. 170
del Dizionario; ed altrove), sicché
con essi non si praticano le solen-
nità solite usarsi coi veri legati a
latere, e tra essi quello di Avigno-
ne aveva qualche maggiore auto-
rità e giurisdizione nella coUazio^
ne de' benefizi , nella facoltà di de-
legare le cause nelle altre istanze^
e molte altre cose che non com-
petono agli altri legati delle sud-
dette Provincie.
Quanto al datario dei cardinali
legati , oltre quello che dicemmo
all'articolo Datario, leggo nel Ber-
nini pag. i32, // tribunale della
rota^ che tra le prerogative godute
da sì rispettabile tribunale, quando
alcun legato a latere si spedisce
dai Papi per gravi affari o agl'im-
peratori o ai re , rappresentando
il legato la persona del medesimo
Pontefice, e quasi seco portando
una piccola immagine della corte
e curia di Roma, conduce in sua
compagnia un datario per le spe-
dizioni de' benefizi per indulgenza
de' Pontefici a se annessi, e come
che spesse volte i Papi sono soliti
di scegliere per loro datario uno
de* prelati uditori di rota, così il
datario de' legati si è sempre un
uditore della medesima , che con
suoi subalterni officiali compone
18
374 LEG
un tribunale somigliante a quello
di Roma. Onde nelle due spedi-
zioni fatte da Clemente Xf, una in
persona del cardinal Carlo Barberi-
ni, a Filippo V re di Spagna, che
pertossi al possesso del regno di
Napoli, e r altra in persona del
cardinal Giuseppe Renato Imperia-
li, all'imperatore Carlo VI, che
da Barcellona per Milano passò a
Vienna, fu ad ambedue destinato
per datario Bernardino Scotti udi-
tore della sacra rota, poi dal detto
Papa creato cardinale. A prendere
una idea della corte ed accompa-
gnamento di un cardinal legato ,
riporteremo qui quello del cardi-
nal Alessandro de Medici, che nel
i6o5 divenne Leone XI, quale si
legge nel p. Ri eh a, Notizie istori-
che delle chiese fiorentine^ tom. VI,
pag. 3oi. Il cardinal Alessandro
de Medici arcivescovo di Firenze,
fu da Clemente Vili mandato le-
gato apostolico ad Enrico IV re di
Francia, per istabilire la pace tra
quel monarca e Filippo II re di
Spagna, nella quale legazione egli
talmente si adoperò, e con tanta gra-
zia parlò, che gli riuscì di conchiu-
derla con soddisfazione universale, e
pubblicarla in Parigi a* 1 1 giugno
iSgS. Nel tempo che si trattenne
in Francia ricuperò alla Chiesa ro-
mana Carlotta principessa di Con-
dé, che pubblicamente abiurò il
calvinismo. Da un autentico mss.
pertanto della libreria de* marche-
si Niccolini , che abbraccia fedel-
mente tutta la storia di questa le-
gazione, tra le cose degne di con-
siderazione vi si leggono i nomi
de' prelati che fecero al cardinale
una nobile comitiva, e sono i se-
guenti. Monsignor Gonzaga vesco-
vo di Mantova nunzio apostolico.
Spinello Bcnci vescovo di Monte
LEG
Pulciano. Antonio Grimani vesco-
vo di Torcelli. Francesco vescovo
di Termoli teologo. Alessandro Giu-
sti uditore di rota datario. Gio.
Giacomo Adorno referendario. At-
tilio Amalteo segretario della lega-
zione. Vittorio Ragazzoni protono-
tario apostolico. Lazzaro Mal vici-
no pronotario. Abbate Bandini.
Paolo Alaleoni maestro di cerimo-
nie. Ritornato poi il cardinale in
Italia, essendo Clemente Vili in
Ferrara, fuori di quella città da
tutti i cardinali fu ricevuto, ed in
pubblico concistoro condotto, ebbe
dal Pontefice lodi e ringraziamenti
da non potersi facilmente dichia-
rare.
Sopra i trattamenti di questi car-
dinali legati coi medesimi re e prin-
cipi grandi a' quali sono inviati, o
pure coi vescovi ed altri prelati
del medesimo paese, anzi anche con
altri cardinali non legati, che ivi
si ritrovano, sogliono essere fre-
quenti i dubbi al dire del lodalo
cardinal De Luca, particolarmente
di là dai monti, conforme insegna-
no le cronache e i diari di tante
legazioni ; e sopra di che un avvo-
cato parigino compose un libro DeU
la dignità del cardinale, in occa-
sione della legazione del cardinal
Flavio Chigi nipote di Alessandro
VII, a Luigi XIV re di Francia,
ripigliando forse poco fedelmente
gli atti della precedente legazione
ad Enrico IV del cardinal Aldo-
brandino sotto Clemente Vili suo
zio; e dell'altra al re Luigi Xlll,
figlio dell'uno e padre dell'altro
de* nominati re, del cardinal Bar-
berini sotto Urbano Vili suo zio.
E siccome troppa digressione por-
terebbe l'esaminare le ragioni delle
diverse opinioni, il De Luca con-
siglia rimettersi ai ceremoniali ed
LEG
ai maestri delle cereraonie. Il Co-
sta neW Istoria delle rendite eccle-
siastiche e materie beneficiarie, nel-
la part. II, pag. 4?, parlando del-
l'antico potere de' legati in Fran-
cia in quei tempi , ci sembra qui
opportuno riportare quanto ne di-
ce. Il potere de' legati a latere era
grandissimo, e le loro facoltà sono
espresse a lungo nelle lettere che
dava loro il Papa, ma non ave-
vano esecuzione, fino a tanto che
il re non avesse riconosciuta la le-
gazione, e di più i ministri del re
non avessero registrate le dette lette-
re di legazione, se non con le modi-
ficazioni e resti izioni che erano ad
esse aggiunte secondo il volere del
re, e conforme alle libertà e co-
stumi del regno. I legati avevano
dunque le medesime facoltà per
tutto quello che riguarda i benefìzi
che hanno i Papi, cui rappresen-
tavano. Per questo erano molto in-
comodi ai collatori ordinari nel
tempo della loro legazione, la qua-
le durava quanto piaceva al re.
"V'erano nulladimeno certe cose,
cui non potevano eseguire senza un
mandato speciale del Papa , come
le traslazioni de' vescovi. Non po-
tevano nemmeno ammettere le ras-
segnazioni in favoreniy purché ciò
non fosse espressamente dichiarato
nelle loro facoltà, e non si avesse
a questo derogato nella restrizio-
ne che n'era stata fatta : bisogna
consultare per questo le bolle del-
la loro legazione, e la loro verifi-
cazione fatta dal parlamento di
Francia. Doujat ne fece stampare
alcune nella sua raccolta, e tra le
altre quella del cardinal Chigi, in
cui si potrà vedere quali erano le
loro facoltà in Francia , dove ese-
guivano l'una e l'altra giurisdizio-
ne, cioè la volontaria e la conten-
LEG 275
ziosa, in qualità nondimeno di de-
legati del Papa. Per questo la loro
giurisdizione cessava, se avveniva
che il Papa morisse mentre l'eser-
citavano . Oltre a questi legati a
latere^ ì quali non s' inviavano io
Francia se non istraordinariamen-
te, v'era un altro legato a latere
in Avignone, il quale, come si dis-
se, esercitava la sua giurisdizione
nella città di Avignone e nella con-
tea Venaissina, nelle provincie di
Vienna del Delfinato, d'Arles, d'Em-
brun, d'Aix e di Narbona. Questa
giurisdizione sì dava per l'ordina-
rio ad un cardinale, il quale ave-
va un suddelegato o vice- legato,
che ne faceva tutte le funzioni. Co-
me anche circa la giurisdizione e
la facoltà, opina il De Luca, che
conviene rimettersi a que' giuristi
e teologi, i quali di proposito han-
no composto delle opere sopra l'of-
fizio e potestà del cardinale le-
gato.
Dell'officio di legato i canonisti
danno le seguenti nozioni. Sicco-
me il giudice delegato esercita l'of-
ficio e le veci del delegante, così
il legato fa le veci del sommo
Pontefice nella provincia o governo
commessogli; non potendo il Papa
essere presente in tutti i luoghi
del suo stato, invia a suo nome
dei legati. Veggasi il cap. post
traslat. hoc iit. , cap. ad eniinen-
tiam infra de senlent. excommunic.
Circa le facoltà che hanno i legali
puossi ancora consultare il cap.
4. Qiiod traslationem ex decre-
tali Innocentii III^ Cincia car-
dinali apostolicae Saedis legato in
Sicilia scripta. Questa decretale
dà la facoltà al legato di assolvere
dalla scomunica incorsa per aver
percosso un chierico. Per andare
pertanto al sicuro, secondo la pia
àyS LEG LEG
comune opinione, il legalo non cognizione di causa, e strepito giù
ha la facoltà di assolvere dagli al- diziario, ed è perciò che non può
tri casi riservati al Papa, come lo esercitarsi fuori di giurisdizione dis-
prova il Tesauro, De poenis Ec- senziente il giudice locale ordina-
clesiast. par. I, cap. 24> § ^^ ^^' *'*0J poiché se col consenso del
gato. Opina tuttavia il detto Te- proprio giudice può giudicarsi un
sauro che il legato possa assolvere suddito alieno fuori del territorio,
dai casi riservati al Papa concessi come dal cap. nullus, 3, can. 9,
al vescovo dal Tridentino sess. 24, q- 2, molto più potrà giudicare
cap. 6 , osservata la forma ivi il suddito proprio fuori dei suo
prescritta, mentre il legato concor- territorio col consenso del giudi-
re con qualunque ordinario, ed il qe locale, purché ne convengano
legato dicesi ordinario in tutta la le parti, ie quali loro malgrado non
sua provincia, cap. 2, De off. le- possono trarsi in estero territorio,
gaL , et cap. 1 eod. lit. in 6, ed abb. in cap. novit , num. i ; ma
ha piena giurisdizione come il ve- trattandosi di volontaria giurisdi-
scovo, Sanchez lib. 8 De malrini. zione che non esige procedura, né
disi, g, num. 25. Tal facoltà per cognizione di causa, può impune-
altro concessa nel citato cap. 6 de- mente esercitarsi fuori del pro-
ve intendersi estensiva ai casi ri- prio territorio; non però un ve-
servati al Papa avanti il concilio scovo potrà scomunicare un suo
di Trento, non dopo. E fuori di suddito esistente fuori del suo ve-
disputa che il legato o nunzio a» scovato, come vuole il Navarro,
postolico, senza speciale facoltà non in Man. praelat. e. 27, n. 6, per-
può assolvere dalla scomunica in- che lo scomunicare una persona
corsa per la violazione dell'ecclesia- appartiene alla giurisdizione con-
stica immunità, come dichiarò la lenziosa. Tutto può fare per au-
sacra congregazione dell' immunità torità di quello che lo ha manda-
in PapieUy 11 luglio 1676, lib. I lo, eccettuate quelle cose che sono
Decret. Altovili p. io32, che in- specialmente riservate al sommo
giunse al vescovo che di nuovo Pontefice, come il trasferire ve-
coir autorità della detta congrega* scovi, cap. 2, De traslat. episcop.j
zione assolvesse il già assoluto dal V unire e soggettare una chiesa cat-
cardinal legato senza la facoltà a- tedrale ad un'altra, unire due
postolica : Giraldi, Espositio finis vescovati, o dividerne uno, cap.
Pontificii par. I, ex lib. I Decret. 3 et 4 ^^ sexlo; conferire una
sez. 1 7 1 ) nelle Annotaz. al capo chiesa non ancora vacante, cap.
Quod traslationem. Il legato può Dilectus infra de prebend. ; né
fare quello che faceva il procon- le minori dignità, dopo il ve-
sole entralo in provincia, tot. tit. scovo, se questi prelati le aves-
ff". de offic. proc. l. observata ; e sero assunte per elezione , cap.
la ragione perché il legato non 4> ^^ possono dispensare, che i
può esercitare la contenziosa giù- figh de'preti direttamente succeda-
risdizione fuori della provincia de- no alla chiesa ov'è o dove è stato
stinatagli, ma la volontaria, si é il padre, cap. Dilectus de filiis
perchè la giurisdizione contenziosa praesbyl. Non possono rivocare le
non può esercitarsi se non con sentenze de' giudici delegati, cap.
LEG LEG 477
2 hoc tit. In tutto il resto far nali, vacando la Sede apostolica,
lo possono, ed è tale e tanta la non può richiamare il legato, se non
iTìaestà di questa legatizia dignità, per grave causa e vantaggio della
che dopo il sommo Pontefice è la Chiesa, e non cessa la legazione fi-
maggiore in provincia , cap. 8 no a tanto che il legato non ab-
hoc lìtui. Può suddelegare nelle bia officialmente saputo la revoca,
incumbenze che gli spettano, cap. leg. De concess. prathendae in 6.
abbatem de eleclion. in 6, ciò ch'è Per tempo quando la legnzione ab-
vietato ai delegati ; la loro giuris- bia stabilito il tempo di sua du-
dizione non cessa per la morte rata, cap. De caussis 4 ^^^' ^^ ^f'
del Pontefice, cap. ult. in fin. hoc fic. delegati. Per crtw^^j esaurita la
tit. , e cessata la legazione tutto causa per cui specialmente fu de-
quello si è fatto dal legalo dura stinata la legazione,
perpetuamente, e finché non viene
revocalo, cap. ult. Cessa la legazio- Altre notìzie sui legati apostolici;
ne per morte, revoca, tempo, e loro orìgine, e venerazione in
causa. Per morte del legato, quan- cui sempre furono tenuti; loro
do questo nominatamente ed es- estesa autorità; loro nomina;
pressamente sia destinato alla le- ceremonìali, concistori , insegne
gazione, essendo la destinazione per- legatìzìe , e cenni bibliografici
sonale, che se la nomina o com- degli autori che scrissero di
missione si faceva sotto il nome di questo importante argomento.
dignità o di officio perpetuo, non
cessa la legazione essendo reale, Sino dai più remoti secoli u-
cap. cjuoniam abbas, i4 de offic. sarono ì Pontefici d' inviare o nei
delegati. Non cessa la legazione per propri o negli stranieri paesi i loro
morte del costituente, avendo il legati apostolici. Il Plato, De car-
legato giurisdizione ordinaria, così dinalis dignìtale et officio cap. 32,
se muore il Papa non cessa la le- § i , de legalionibus cardinaliunij
gazione, a meno che il Papa aves- parlando dell' origine di esse, dice
se mandato il legato a suo bene- che incominciarono ne'primordi dei-
placito, in tal caso colla morte la Chiesa. « Christus Dominus ad
del Papa cessa, cap. si gratiose promulgandam, dilatandamque fi-
de rescriplis in 6 ; molto meno dem , quam ipse in terri agens
cessa per la morte del Papa, se non docuit, duodecim eligit viros, quos
a nome suo, ma a nome della Se- Apostolos nominavit, latine dictos
•de apostolica, che mai cessa, fosse Missos, seu Legatos a verbo greco,
fatta la legazione, cap. legatos, 1 id est mitto, seu lego. Ipsi quoque
in 6; ovvero se la legazione com- Apostoli in unum collecti in con-
petesse per ragione di dignità, in cilio habito Hierosolymis ad tol-
tal caso non sarebbe personale lendas nonnuUas controversias An-
ma reale, cap. i hoc tit. Cessa liochiae circa legalium observantium
per revoca fatta da chi ha costi- subortas, eo legatus miserunt. Fue-
tuita la legazione, cap. novit, et e. runt autem ad hoc sanctum, et
final. Iwc tit.j ma se qualche cosa augustum munus electi Paulus, et
avesse intrapreso deve proseguire Barnabas , et cum eis adjuncti
r affare. Il sacro collegio de'cardi- pariter Judas, et Silas, ut constat
378 LEG
ex Act. Apost. cap. i5. Et licet
prioribus illis, et difficillimis Eccle-
siae temporibus, ob gentilìum , et
tyrannorum persecutiones ipsemet
romani Pontifìcis in speluncis, et
cryptis vitam degentes, sui muneris
partes per se ipsoSj quo melius
poterant, si ne officialium, et lega-
torum opera peragerent, praesertim
vero per epistolas ad episcopos,
dum eos , aut alios christifideles
instruere vellent, convocatis etiam
aliquando, modo, quo poterant, e-
piscoporum conciliis, rem christia-
nam curassent : aucto tamen pau-
latim fìdelium numero, et reddita
aliqua Ecclesiae tranquillitate, cre-
ficentibusque negociis non valebant
per se expedire, ad ea explenda
legatos mittere non omiltebant.
Immo turbatis ferme Ecclesiae tem-
poribus, nec minus desiderantur
legatorum exempla : Theophilus e-
nim Caesariensis episcopus , qui
concilio Romae anno 198 celebra-
to interfuit, a Victore I apostoli-
cus legatus in Palestinam decerni-
tur prò convocatione concilii epi-
scoporum super controversia cele-
brationis diei Paschatis , impera-
tumque concilium convocat , ce-
lebratque. Sic postea successi vis,
ad haec usque nostra, temporibus,
romani Pontilìces per legatos suos
in variis Orbis provinciis , prout
res exigebant, celebra vere concilia :
Claudius et Vitus presbyleri, Eu-
genius et Cyriacus ecclesiae ro-
tnanae diaconi contra quartodeci-
manos, et donatistas in causa Cae-
ciliani Arelatem mittuntur per s.
Sylvestrum tempore Conslantini Ma-
gni: bine Baronius anno 3 14. Con-
cilium Arelatense habuerunt. Eo-
dem s. Silvestro summo Ponlifice
Osius episcopo Cordubensis lega-
tione apostolica fungitur ad com-
LEG
ponendas arianorum turbas in Ae-
gypto, et prò diversis aliis confi-
cieiitlis negociis in Orientera mis-
sus tuit, ubi tamquam ejusdem Pa-
pae, et apostolicae Sedis legatus,
inter alia anno Srg, concilium
Alexandrinum celebravit, eique prae-
sedit. Idem Osius una cum Victo-
re, et Vincentio ecclesiae roraanae
presbyteris, pariter legatis aposlo-
licis anno 32^, primum oecume-
nicum, et generale concilium Nicae-
num habuit. «
II Pontefice Liberio del 352
spedi due vescovi legati all'impe-
ratore Costanzo perchè adunasse
un concilio per conoscere di nuo-
vo la causa di s. Atanasio, come
si legge nel Baronio all'anno 353.
Il Pontefice s. Felice II detto III,
essendo imperatore Zenone, nel4B3
mandò a Costantinopoli per legati
Vitale vescovo di Tronto e Mise-
no vescovo di Cuma per frenare
lo scismatico Acazio e l'eresia de-
gli eutichiani. In vece di essere
accolti col consueto onore, furono
loro tolte le scritture, messi in pri-
gione, essendo mandati incontro ad
essi, invece del clero con fiaccole, i
soldati colle aste; in luogo dei canto
de' salmi, si udì lo strepito delle
catene ; in cambio di fauste accia -
mazioni, ingiurie e bestemmie; i
baci furono sputi, i saluti oltrag-
gi, e finalmente in vece della chie-
sa, nella quale solevano essere con-
dotti i legati, s'apparecchiò un te-
tro carcere. L'iniquo Acazio sedusse
i legati, li liberò dal carcere, e gli
indusse seco a comunicare. Ritor-
nali in Roma Vitale e Miseno
dalla legazione, e convinti di pre-
varicazione e tradimento, furono
nel concilio adunato dal Papn, per
sentenza di tutti, privati della co-
munione apostolica e della dignità
LEG
episcopale. II Pontefice $. Gelasio I
del 49^ spedi ai vescovi del Pi-
ceno il cardinal Romolo o Roma-
no del titolo Tigridisj per soppri-
mere colla sua legazione gli ereti-
ci pelagiani. Il Papa s. Ormisda
nel 519, mandò i suoi legati al-
l'imperatore Giustino I, per mez-
zo del quale ottenne l'unione della
Chiesa greca colla latina, divise per
lo scisma d' Acazio. I legati furo-
no ricevuti con grandissimo onore
ed incontrati appena posero pie-
de in Grecia da uomini chiarissi-
mi, e poi dieci miglia lunge da
Costantinopoli da Vitaliano generale
dell' esercito imperiale, da Pompeo,
da Giustiniano e da piìi altri se-
natori ; entrati nella città, grandis-
sima fu la festa che gli fecero tut-
ti, e nel dì seguente l'imperatore
diede loro in presenza del senato
gratissima udienza, ricevendo con
molta riverenza le lettere pontificie.
Nel sinodo che il Papa s. Agatone
tenne in Roma nel 679, furono e-
lelti i legati che dovea mandare
al concilio generale III di Costanti-
nopoli, uno de' quali fu Giovanni
vescovo di Porto. I legati furono
benignamente accolti, spesati ed
onorati dall' imperatore Costantino
Pogonato : i legati nel concilio se-
derono nel luogo più degno, furo-
no i primi a proferire sentenza, i
primi a sottoscrivere, ed a fare al-
tre azioni proprie di chi ha l'ono-
re del primato. Il Papa Conone
spedì i suoi legati a Costantinopo-
li, quali nel 686 dall'imperatore
Giustiniano II furono fatti preva-
ricare. Nel 726 l'imperatore Leone
risaurico esiliò e poi fece morire i
legati di s. Gregorio II. I legati
della Sede apostolica non davano
mai, ma ricevevano il libello della
fede, come dichiarò il Pontefice s.
LEG 279
Nicolò l. Quei legati che nelle
legazioni abusarono di potere e
cercarono i propri interessi, diero*
no grandissimo scandalo. Alcuni
vollero riscuotere le decime de' ve-
scovi e degli abbati, onde furono
assai biasimati. Il Papa s. Leone
IX, ad istanza dell'imperatore d'o-
riente, per estinguere lo scisma ca-
gionato da Michele Cerulario pa-
triarca di Costantinopoli, mandò
in questa città una legazione com-
posta dei legati cardinal Federico
Giuniano di Lorena poi Stefano
X, Umberto vescovo cardinal di
Selva Candida, e Pietro arcivesco-
vo di Amalfi. Ma ostinato il Ce-
rulario nei suoi errori, venne dai
legali punito colla sentenza di sco-
munica, la quale fu da essi in
iscritto collocata sopra l'altare mag-
giore della basilica di s. Sofia. Do-
po di che se ne uscirono dalla
chiesa, scuotendo la polvere de'loro
piedi.
Scrive il Voigt nella Storia di
Papa Gregorio VII^ che questo
zelante e santo Pontefice fu bene-
merito dell' autorità ed efficacia
de'Iegati apostolici. E però le istru-
zioni ch'egli diede ai legati della
santa Sede, furono che promulgas-
sero per ogni dove i suoi canoni,
gl'interpretassero e dichiarassero al
popolo delle ville e delle città,
convincessero le menti degli udito-
ri del gran bene che avrebbero
prodotto osservati, e del gran male
se vilipesi 5 s'introducessero nella
benevolenza de' vescovi, e quanti si
rivolgevano a loro, rannodassero e
combinassero insieme; gl'irresoluti,
i vacillanti, gli avversi raccoman-
dassero ai proseliti, ai divoti, agli
obbedienti; sorvegliassero alle sin-
gole chiese ed ai pastori delle me-
desime; descrivessero al Pontefice
•xBo LEG LEG
lo stato delle diocesi, massìmamen- di Reims. Questi interdetto per
te il governo, il carattere e le in- contumacia, scrisse al Pontefice che
lenzioni degli ecclesiastici di eia- egli non avea voluto rassegnarsi
scuna provincia e di ciascun regno, alla citazione del vescovo Ugo, per
Nello stesso tempo s. Gregorio VII conservare il privilegio anticamen-
ricordò ai re, ai vescovi, ai baroni te accordato agli arcivescovi della
quale riverenza si dovesse ai legati chiesa di Reims, di non rispondere
della santa Sede, e voleva che le che al sommo Pontefice. Gregorio
loro parole fossero in quel conto VII confutò con lettera le ragioni
che di s. Pietro, e che dovunque di Manasse, dicendo che l'autorità
al comparire d' un di loro tutti i dei legati procede dagli apostoli, e
tribunali tacessero, ed a lui solo che quando pure un sommo Pon-
si rimettesse in prima ed ultima tefìce avesse accordato agli arcive-
appellazione ciascuna causa. La scovi di Reims il privilegio vanta-
missione de'quali, benché non di- to da lui, un altro Papa poteva
chiarata esplicitamente, per la stes- abolirlo, ove lo richiedessero le
sa ampiezza dell' autorità loro si circostanze di persona, di tempo e
rivelava. A Geiza re d'Ungheria s. di luogo. Allora Manasse si portò
Gregorio VII impose : ut obedien- a' piedi del santo Padre, e per
tiam legatis sanctae Ecclesìae ro- questa umiliazione fu ripristinato
manae exhibeat. Diverse volte usò nella sua dignità. Agli articoli s.
il versetto dell' evangelio, s. Luca Gregorio VII ed Innocenzo HI si
io: Qui vos audity me audit : qui possono vedere il gran numero dei
vos spernìt, me spernit. Per tal legati che spedirono per atfari dei-
modo, secondo il Voigt, il sistema, la più alta importanza, per ogni
per così dire, delle legazioni fu parte.
creato da Gregorio VII ; e la san- Non si deve tacere che s. Ber-
ta Sede ebbe poscia un numero nardo, come afferma nel libro De
indeterminato di ministri plenipo- consideralione, che scrisse per Eu-
tenziari , i quali spargendosi per genio III, col quale istruì questi e
tutto l'orbe cristiano a giudicarle i successori nell'amministrazione del
controversie de'principi e delle na- pontificato, tra le cose ch'egli pian-
zioni, moltiplicavano la presenza geva e cui inculcava rimedio, fu-
del Papa, essendo i legati apostolici rono le frequenti legazioni, con le
i legittimi rappresentanti del vica- quali alcuni legati altro non cer-
vio di Dio, e per così dire, le cavano che temporale guadagno,
anella della invisibile ma immensa Laonde nel lib. 3, parlando dei le-
catena che legava ciascun regno e gati eh' erano mandati nella Spa-
ciascuna chiesa al suo capo^ e che gna, così dice. « I vostri, li quali
tenuta dalla salda mano di s. Gre- così spesso visitano le terre austra-
gorio VII gli era strumento a reg- li, sanno mollo bene quello che
gere e moderare la terra. Ugo ve- passa, e vi possono informare. Vi
scovo di Die, legato nelle Gallie, vanno e vi tornano pel mezzo o vi
zelante promotore della riforma passano a costa. Ma che frutto
introdotta da s. Gregorio VII, nel v'abbiano finora fatto, noi non
concilio di Autun interdisse dalle l'abbiamo ancora udito, e per av-
were funzioni Manasse arcivescovo ventura l'avremmo inteso se per
LEG
Toro di Spagna avvilita non si fos-
se la salute del popolo". INel 1 168
Enrico 11 re d'Inghilterra andò in-
contro per due leghe ai legati spe-
ditigli da Alessandro III , e gli
accompagnò all' alloggio. Quando
Celestino III nell'anno i igy nrian-
dò in Polonia suo legalo a la-
tere Pietro di Capua cardinal dia-
cono di s. Maria in Via lata, a
riformar quella chiesa, il legato fu
accolto in Cracovia dal vescovo Ful-
cone e da tutte le chiese con gran-
de onore e processione. Questa le-
gazione recò immensi beni, massime
spirituali, a tutta la Polonia. Gre-
gorio XI nel iSyB circa decretò,
che i patriarchi, arcivescovi e ve-
scovi non potessero portare la cro-
ce avanti, in presenza de' cardinali
legati, y. Croce PoNTrFiciA. Nel
concilio di Costanza avendo Gre-
gorio XII nell'anno i4'5 rinunzia-
to al pontificato, fu dichiarato de-
cano del sacro collegio e legato
perpetuo della Marca. Nel i449 '"^
premio all'antipapa Felice V, che
rinunziò il pseudo-pontificato , il
Papa Nicolò V lo fece decano del
sacro collegio e legato perpetuo del-
la Savoia. Nel i473 il cardinal
Roderico Borgia , poi Alessandro
VI, nella legazione di Spagna por-
tandosi dall'Aragona a Madrid, vi
fu ricevuto con grandissimo onore
da Enrico IV re di Castiglia , il
quale nel camminare prese il car-
dinal legato nel suo lato destro ,
onore che si soleva dai monarchi
rendere ai legati apostolici, come
osserva il Mariana, lib. 23, cap. i8.
La legazione non ebbe buon esito,
indi il cardinale corse pericolo di
naufragare, giacché perirono settan-
tacinque persone di sua famiglia ,
e tra essi tre vescovi, dodici e più
legisti, e sei cavalieri, mentre la
LEO 28r
perdita delle cose fu stimata ascen-
dere a più di trentamila scudi d'o-
ro. Il cardinal De Luca esaminan-
do se convenga o no il permette-
re ai cardinali d'esercitar la carica
d'ambasciatori, legati o oratori di
re ed altri principi presso il Papa,
dice ciò dipendere dalle circostan-
ze, da alcune convenienze, e prin-
cipalmente dalla volontà del Pon-
tefice, dal cui libero ed assoluto ar-
bitrio dipende il permetterlo o ne-
garlo, almeno la permissione e prov-
visionale acciò i negozi non pati-
scano sino alla venuta dell' amba-
sciatore. Tuttavolta molti furono
i cardinali ambasciatori e ministri
presso la santa Sede; 1' ultimo fu
il cardinal Haeffelin, inviato straor-
dinario e ministro plenipotenziario
del re di Baviera, ne' pontificati di
Pio VII e Leone XII. Il cardinale
Guglielmo d'Estouteville francese,
essendo stato eletto da Carlo Vili
re di Francia ambasciatore con al-
tri ad un re, diede quella risposta
che si legge nella lett. 48 del car-
dinal Ammannati o Papiense : che i
cardinali di santa Chiesa non cfe-
vono ne sono solili servire, se non
di legati al solo romano Pontefice j
volendo piuttosto, come osserva il
Papiense, dignitati propriae, quam
alteri US glori ae deservire.
Marcello II eletto nel i555, sta-
bilì che le legazioni delle provin-
cie dello stato pontificio non do-
vessero durare più di due anni. Al
presente durano tre, talvolta sono
prorogate ad altro triennio, ed an-
che ad un terzo triennio, secondo
la condotta de' cardinali legati, la
soddisfazione de' popoli e la vo-
lontà de' Pontefici. Marcello II men-
tre da cardinale trova vasi legato
a Intere presso Carlo V impera-
tore, ricusò la pensione annua di
282 LEG
diecimila scudi che voleva asse-
gnargli ; dicendo all'imperatore ch'es-
sendo fino allora libero ministro del
Papa^ desiderava di esserlo anco-
ra per Vavvenire, senza contrarre
legame alcuno con altri principi»
Il Papa Pio IV con la costituzio-
ne Etsi romanuni Pontificenif del-
la quale tratta il Pialo a p. 357,
proibì ai legati di procurare van-
taggi e dignità per loro o pei pro-
pri parenti. Il Lunadoro, nella Re-
lazione della corte di Roma^ del-
l'edizione del 1646, ecco quanto
riporta de' cardinali legati, a pag.
219 e seg. « Quando il Papa di-
chiara un cardinale legato de late-
;•<?_, e gli dà la croce lo fa nel con-
cistoro segreto, e finito il concisto-
ro, quel cardinale che è dichiara-
to legato è accompagnato dal sa-
cro collegio pontificalmente sino al-
la porta della città, se il concisto-
ro si fa a s. Pietro (palazzo va-
ticano); accompagnato sino a por-
ta Angelica, se si fa a s. Marco
( palazzo di s. Marco), o a Monte
Cavallo (palazzo Quirinale), sino
alla porta Flaminia, ora detta del
Popolo; facendosi la cavalcata con
Diazze, valigie, e nobiltà, nel me-
desimo modo che si fa la cavalca-
ta per un nuovo cardinale, che
vada a pigliare il cappello, ed il
cardinale dichiarato legato cavalca
l'ultimo in mezzo ai cardinali pri-
mi diaconi in ordine, e questo car-
dinale non può lasciarsi vedere pub-
blicamente per Roma, ne deve fare
altra visita, nemmeno lasciarsi visita-
re pubblicamente, ma quanto prima
andarsene alla sua legazione. E giun-
to che sia lontano da Roma qua-
ranta miglia, che si chiama il di-
stretto di essa città, può alzar la
croce e dar la benedizione, ma non
prima. Ed a questi cardinali legati
LEG
ì Papi danno facoltà di fare pro-
tonotari apostolici, cavalieri di spe-
ron d'oro, dottori di ogni facoltà, e
molti altri privilegi. Quando tor-
nano dalle legazioni, fanno la me-
desima cavalcata, sono visitati dal
sacro collegio, poi i cardinali lega-
ti rendono la visita in abito. Ed
in questo proposito è da notarsi
una cosa degna di memoria, che
in un anno solo il cardinale Melli-
ni ebbe tre concistori pubblici e a
tutti fu fatta la cavalcata. Il pri-
mo quando venne di Spagna, do-
v'era nunzio di sua Santità, fatto
cardinale da Paolo V, per il cap-
pello. Il secondo quando fu desti-
nato legato alla maestà dell'impe-
ratore Ridolfo, ed al serenissimo
arciduca Mattia suo fratello. Il
terzo quando tornò dalla legazione,
per opera della quale si dichiarò
il detto serenissimo arciduca Mattia
re di Ungheria. Dichiara ancora
sua Santità pure in concistoro se-
creto cardinali legati di città e
Provincie sottoposte alle Sede apo-
stolica ; che sono ( Avignone finche
esistette ), Bologna, Ferrara, Roma-
gna, Marca, Umbria, Patrimonio
di s. Pietro, Campagna, Marittima
e Sabina. Alla dichiarazione di
questi legati non si fa ne caval-
cata ne cerimonia, e vanno in le-
gazione quando lor torna meglio,
ed anco godono quel titolo ed
emolumenti, sebbene stanno in
Roma, le quali sono date loro per
tre anni, con breve di sua Santità,
ma per lo più hanno la conferma
per quanto vogliono". Nel voi. XV,
p. 3 1 3 del Dizionario, non solo
parlammo del ceremoniale pubbli-
cato dal Marcello, che si pratica
in concistoro pei cardinali legati,
ma ancora della deputazioue del
cardinal Barberini in legato a Wa-
LEG
poli, fatta da Clemente XI nel
1702; del concistoro segreto che
poi divenne pubblico, e della ca-
valcala che fece.
11 Sarnelli nel tom. IX, p. 170
delle Leu. eccl. riporta il breve
di Clemente XI, de' 19 gennaio
17 16, col quale destinò il cardi-
nal Vincenzo Maria Orsini, arci-
vescovo di Benevento (poi Bene-
detto Xlll) legato a latert all'im-
peratore Carlo VI, per indurlo al-
la guerra contro i turchi, i quali
minacciavano la cristianità, non
che r invasione dello stato eccle-
siastico e di Boma stessa, con l'assi-
curazione che in tal tempo né la
Francia né la Spagna non lo a-
vrebbero molestato, e ciò per la
lega fatta da Innocenzo XI col di
lui predecessore Leopoldo I. 11 dot-
to Pontefice dice nel breve: « In
questo stato di cose siamo consi-
gliati anzi stimolati da tutti a far
gli ultimi sforzi per muovere l'im-
peratore a risolversi, e ciò col mez-
zo della sollecita spedizione a Vienna
di un cardinale, che sia dotto, pio,
forte, zelante, ed abbia appresso
tutti la stima di essere veramente
tale; onde nella maniera che si co-
stumava negli antichi secoli, e co-
me appunto fece quel cardinal le-
gato, del quale scrisse s. Bernardo
nel lib. 4) ^^ consideraiione ad
Eugenìum III, cap. V, il quale
redivit de terra auri sine auro,
transivit per terrani argenti^ et
argentum nescivil, possa portarsi a
quella corte, non in curribiis, we-
qiie in equis, sed in nomine Do"
mini. E senza altro equipaggio, che
con quello delle proprie virtìi, con-
ci Hi tal credito la sua rappresen-
tanza, che in recare all'imperato-
re con le nostre preghiere le la-
grime ed i sospiri di tutta la cri-
LEG 283
slianità, subito lo disponga ad a-
dempire in sì urgenti necessità sen-
za dilazione quelle parti, che a lui
toccano di avvocato della Chiesa e
difensore della religione ". Dicem-
mo che i legati apostolici destinati
al governo delle provincie dello sta-
to pontifìcio, si preconizzavano dal
Papa nel concistoro segreto ai car-
dinali, laonde riportiamo qui la
formola con la quale Clemente XIII
o nel declinar del 1766 o nei
primi del 1767, fece legato di
Bologna il cardinale Lazzaro Opi-
zio Pallavicini genovese, in luogo
del cardinal Girolamo Spinola pur
di Genova. » Bononiensis legationi,
quam a nobis ante hos quinque
annos usque amplius, sibi ad trien-
nium demandatam dilectus fìlius
noster Hieronymus sanctae roma-
nae Ecclesiae cardinalis Spinula, sic
administravit, ut justitiae, et sapien-
tiae laudem sibi peperit, nobis in
animo est praeficeie dilectum fi-
hum nostrum Lazarum Opitium
sanctae romanae Ecclesiae cardina-
lem Pallavicinum, qui in Hispa-
niensi apostolici nostri nuncii mu-
nere obeundo eximiam praestit
tractandarum gravissimarum rerum
prudentiam, dexteritatem, et vigi-
la ntiam, et erga nos, et apostoli-
cam Sedem egregium studium et
singularem fidem. Quid vobis vide-
tur? Auctoritate omnipotentis Dei,
sanctorum aposlolorum Petri et
Pauli, ac nostra, declaramus, ac
deputamus nostrum, et hujus san-
ctae Sedis legatum de latere Bo-
nouiae ad trieunium, praefactum
Lazarum Opitium cardinalem Pal-
lavicinum, cum facultatibus solitis
et clausolis necessariis et opportu-
nis. In nomine Patris ^ et Filii
^ et Spiritus ^ Sancti. Amen'*.
Al presente i cardinali legati pre-
784 ^^^
sidi dei dominii della Chiesa, non
si preconizzano più in concistoro,
ma il Papa li nomina a mezzo di
un biglietto del cardinal segretario
di stato, indi gli fa spedire il cor-
rispondente breve apostolico, e li
munisce delle opportune facoltà.
Il citato Lunadoro ristampato
nel 1774 i" Roma, col titolo: Lo
stato presente o sia la relazione
della corte di Roma^ nel tom. H,
pag. 3i4, parlando dei legati apo-
stolici, si esprime così il suo anno-
tatore Zaccaria. *» Il Masero, De
legai, et mine. lib. 2, append. 43,
44j è di parere che Gregorio XI
avesse lasciati in Avignone alla sua
partenza alcuni legati ( chi lasciò
Gregorio Xi in Avignone partendo
per Roma, e chi istituì la legazio-
ne di Avignone, con qualche dif-
fusione lo dicemmo all' articolo
Avignone ) ; e crede ancora , che
sino da quando i Pontefici risiede-
vano in quella città, deputassero
diversi legati della Romagna per
reprimere la baldanza de' tiranni
e de' malvagi che la infestavano
( che prima assai de' Pontefici di
Avignone i Papi spedissero legati
non solo in Romagna, ma in altre
Provincie della santa Sede, sì per
frenarne gì' invasori, che per go-
vernarle, agli analoghi articoli Io
diciamo). La legazione poi di Bo-
logna fu instituita dopo Giulio II,
quella di Ferrara nel pontificato
di Clemente Vili, e l'altra di
Urbino sotto Urbano Vili, dopo
che i Papi nominati ebbero ricu-
perato l'intiero dominio e posses-
so di que' loro stati. I legati a
latere hanno diritto di maneggiare
tutti gli affari civili ed economici
e politici de'popoli loro raccoman-
dati dal sommo Pontefice, e secon-
do i più recenti decreti di Benedet-
LEG ^
to XIV, consti t. Concredituni (Bull.
Maga. t. XVII, pag. 284, de' i3
giugno 1748, con cui dichiarò le fa-
coltà de' cardinali legati delle prò -
vincie) rinnovar possono le inve-
stiture, enfiteusi, ec. de' beni isti-
tuite dalla santa Sede; possono or-
dinare catture, condannare, priva-
re ancora de' feudi, ed assolvere
rei a misura de* privilegi apostoli-
ci; a seconda de' quali accordate
loro vengono, quali a vicari di sua
Beatitudine, tutte le spirituali e
temporali facoltà, prescindendo pe-
rò da quelle, che a se medesimo ri-
servar suole ogni Pontefice". Nel
1780 Pio VI eccitò i legali delle
provi^ncie ad eliminare gli abusi
introdotti nell'esercizio dell* auto-
rità, dovendo stare a quei limiti
stabiliti dai Pontefici e dalle leggi
da loro emanate. Il Parisi nelle
Istruzioni pei segretari^ stampate
in Roma nel 1785, riporta diver-
se nozioni riguardanti i cardinali
legati, che si leggono nell'indice a
pag. 249, come quando un cardi-
nale è destinato legato a chi lo
partecipa, come ai principi e mi-
nistri dello stato confinante, ed agli
altri legati viciniori, non che agli
arcivescovi delle città se sono car-
dinali; delle convenienze e com-
plimenti che i legati ricevono dal-
le comunità soggette alla loro le-
gazione; se e come nel dimettere
la legazione scrive il cardinal le-
gato al Papa o a' suoi ministri pri-
mari; e dei privilegi dei legati, co-
me di creare otto protonotariati, e
dodici cavalierati dello speron d'oro,
di cui riporta le formole, privilegi
che abolì poscia Pio VII. Questo
Papa eletto in Venezia nel mar-
zo 1800, a* 2 3 maggio destinò suoi
legati a latere, che dovessero pre-
cedere la sua partenza ed assumere
LEG
il governo di Roma fìno al suo
arrivo, i cardinali Albani, Rove-
rella e della Somaglia.
L' ultimo legalo a late re spedilo
dalla santa Sede presso un princi-
pe straniero, fu il cardinal Giam-
battista Caprara bolognese, invialo
da Pio VII nel 1801 alla repub-
blica francese, dopo il concordato
dal Papa stipulato con essa, e per
la sua esecuzione, e che poi restò
con tale carattere presso l'impe-
ratore Napoleone. Segretario di que-
sta legazione apostolica fu Giu-
seppe Antonio Sala, poi cardi-
nale. Oltre quanto dicemmo di que-
sta legazione all'articolo Francia, e
del cerimoniale alla biografia del
cardinale, crediamo opportuno qui
riprodurre quanto pubblicò il num.
69 de\ Diario di Roma di det-
to anno. *> Dopo il concistoro segre-
to tenuto lunedì scorso, in cui
sua Santità con breve e ragionata
allocuzione dichiarò legato a hi'
tere in Francia l' eminentissimo
signor cardinale Gio. Battista Ca-
prara del titolo di s. Onofrio, e
vescovo di Jesi, dovea tenersi in
seguito il concistoro pubblico per
dare dalla medesima Santità sua
la croce al detto porporato, come
insegna della legazione; questo a
tenore degl'intimi fatti precorrere
fu tenuto giovedì mattina 27 del
cadente agosto. Circa le ore quin-
dici adunato tutto il sacro colle-
gio nella sala del concistoro, sua
Santità vi si portò dal suo ponti-
ficio appartamento, accompagnato
dalla sua camera segreta, e po-
stosi in trono, intonò l'antifona:
In viam pacis, e recitato il salmo
con le preci ed orazioni prescritte
per tal funzione, diede al predet-
to cardinal Caprara la croce pa-
pale, il quale dopo averla ricevu-
LEG 285
ta, e indi data a monsignor cro-
cifero, andò al bacio del piede,
delia mano, e all'amplesso del
santo Padre, che lo benedisse, e
così terminò il concistoro, al qua-
le si trovò presente M. Ghachault
ministro di Francia a questa san-
ta Sede, con molti altri di sua na*
zione, come ancora altra nobiltà
sì estera, che nazionale, oltre del-
la numerosa prelatura, ec. 11 do-
po pranzo il cardinale andò alla
visita della patriarcale basilica di
s. Pietro in Vaticano, ove lasciò
un'abbondante elemosina a' pò veri;
ed ora si va disponendo a partire
per Parigi fra pochi giorni ". Nel
libro intitolato: Concordai et re-
ciiil des bulles et brtfs de Pape
Pie FU, ec, Paris 1802, si ri-
porta a pag. 12 la lettera Quae
praecipuae fuerunt SS. D. iV., del
cardinale, con la quale pubblicò ai
9 aprile 1802 la bolla di Pio VII,
Ecclesia Chris ti, XVI li kal. sep-
tembris 1801, di conferma del con-
cordato; a p. 46 il decreto Cuni
sanclissimus, del cardinale, dato in
Parigi a' 9 aprile 1802, con il
quale pubblicò la bolla pontificia
Qui Christi Domini, tertio kal. de-
cembris 1801, per la nuova cir-
coscrizione delle diocesi ; a pag.
io4 e iio le lettere apostoliche
Dextera Altissimi, sub plumbo, e
Clini prò tua, di nomina del car-
dinale in legato de latere ; a pag.
ii4 la lettera credenziale Defe»
ret iibij a Napoleone Bonaparte
primo console della repubblica
francese; a p. 118 il breve Quo-
niam f avente Deo, de' 29 novem-
bre i8or, sulla potestà conferita
al legato d'istituire i nuovi vesco-
vi ; a p. 126 il decreto del car-
dinale, Sublata tandem, per la pub-
blicazione deir indulgenza plenaria
a86
LEG
in forma di giubileo, ed a p. i58
il suo indulto, jépostolicae sediSy
per la riduzione delle feste. Alcu-
ne di dette lettere apostoliche so-
no riportate nel Bull. Roni. Con-
tinuatio tom. XI, p. 200 e seg.
Abbiamo esempi che talvolta la
croce di legato fu anche manda-
ta per distinzione dai Papi ai le-
gati che essi aveano dichiarati as-
senti da Roma. Urbano VI nel
1879 creò cardinale Giovanni
Oczko boemo, ed arcivescovo di
Praga, a cui contro l' usato costu-
me mandò il cappello rosso, colla
croce di legato della Boemia. In-
nocenzo IX nel iSgi creò cardi-
nale Filippo Sega bolognese nun-
zio di Parigi, a cui mandò per
singolare e segnalata distinzione,
per mezzo d'un ablegato pontificio,
il cappello cardinalizio e la croce
di legalo a lalere. Merita special
menzione il cardinal Giannantonio
Sangiorgi piacentino, fatto legato a
lalere da Alessandro VI nella sua
assenza da Roma, ed ancora da
Giulio II, allorché partì da tale al-
ma città, nella quale sublime rap-
presentanza, per profonda riveren-
za alla santa Sede in essa stabilita,
da s. Pietro, non volle giammai usa-
re del diritto di farsi precedere
dalla croce pontificia, insegna del-
Tautorilà delegatizia. Lo stemma
della nobile famiglia Pucci di Fi-
renze, consisteva in una testa di
saraceno moro, cinta da una fa-
scia bianca. Ad essa furono poi
aggiunti tre martellini, dopo che
il cardinal Lorenzo Pucci, essendo
penitenziere maggiore, ricevette nel-
l'anno santo i525 da Clemente
VII, il martello (che in quell'an-
no per la prima volta fu d'oro)
per finire d'aprire la porla santa
del!a basilica Vaticana colle altre
LEG
percussioni, come osserva il Mann!
nella Storia degli anni santi p. 107.
Aggiunge il Manni, ch'esso posse-
deva un libro, dedicato da fra
Leandro Alberti nel i53o al car-
dinale, ov'erano in bella miniatura
i martelli. Abbiamo riportato qui
questa notizia perchè non si creda
che il cardinal Pucci fosse stato
legato a latere per l'apertura del-
la porta santa, essendo il martello,
secondo quanto andiamo a dire,
una delle insegne de' legati. Scd-
ve pertanto il Cancellieri nelle
Dissert. epist. bibliografiche pag.
228. » Ai cardinali legati a la-
Cere suol consegnarsi nel concisto-
ro la croce con due martelli. Giu-
stiniano Chiapponi nella Legazione
del cardinal Renato Imperiali alla
S. R. C. M. di Carlo III re delle
Spagne (l'arciduca Carlo d'Austria
poi imperatore Carlo VI), Vanno
1 7 1 1 , Roma presso Francesco Gon-
zaga 17 12, a pag. 77 dice: Si ri-
mirava il crocifero vestito con so-
prana e suo cappuccio di color
paonazzo, portando la croce in
mezzo di due aiutanti di camera,
i quali avevano in mano i due
martelli, che erano le insegne del-
la legazione. Questo misterioso ri-
io, non ancora illustrato da veru-
no, potrebbe essere un soggetto di
una bella e nuova dissertazione ".
Per altre notizie sui cardinali
legati apostolici, si possono consul-
tare i seguenti autori . Giovanni
Nicolai dottore avignonese scrisse
un libro intitolato : Enchiridion
facultatuni legati. Andrea Barba-
zia : Tractalus de cardinalibus le-
gatis a latere, exst. in Oceano
jur. voi. VI, fol. 61,71, Lugduni
i535. Bruni, De legationibus, Mo-
guutiae i548. Patrizi pubblicato
da Marcello, Sacraruni caerimO'
LEG
niantm ec. Romae i56o, tit. Vili,
p. 4^, de creatione legati apostoli-
ci de latere; p. 44> ^^ ^^^^ car-
dinali vel legato redeunte vacante
sede. Grìmani, De legatis^ Bononìae
1602. Cohellio, Nolìtia cardinala-
titSj Romae i653. Legati de latere
ethimologia; legatorum cardinalium
prerogati vae ; legati de latere ex
collegio cardinalium tantum eli-
guntur; legati de latere quomodo
eligantur; legatorum triplexspecies;
legatorum qualitates; legati de la-
tere jurisdiclio non expirat per
mortem Ponti ficis, quare, limita si
ab Urbe nondum discessit ; legatus
de latere quibus ornamentis uta-
tur, legatione nomine alicujus prin-
cipis laicis perfungi cardinalis non
debel, adducuntur exempla; lega-
tus si in legatione moriatur sum-
ptibus cujus sit parentadus, et in
quo loco^ Sesti ni , // maestro di
camera, Liegi i634, cap. XLI : Del
modo cbe costumano i cardinali di
qualche città o provincia nell' in-
contrare, trattare ed accompagna-
re principi tanto ecclesiastici che
secciai i. Jo. a Turri, De auctori-
tate, grada, ac terminìs legatorum
a latere, Romae i656. Plettem-
berg, Notitia congregationum, Hil-
desii i6g3. Legati de latere, et
legati Urbium nominantur in con-
sistono; legati et nuncii cur mit-
tantur; quae inter legatos difFeren-
tia ; qualem prò sua diversitate
babent potestatem ; legati generatim
babentes ordinariam jurisdictionem
spiritualem quotuplices sint; legali
de latere cur ita dicantur, et ad
quos, et cur mittantur ; legati mis-
si, .qui olira, quae inter illos et
alios differentia ; in quo differentia
consistati legati nati quare ita di-
cantur ; in quibus locis sint legati
nati . Pellegrino Maseri, De lega^
LEG 287
tis et nuncìis apostolici^, Romae
1709 apud Plachi, tomi due in
foglio. Gattico, Jcta e aer emoni ali a,
Romae 1753. Legatus quomodo
eligatur ; consultis cardinalibus ;
creatur a Pontifice pluviali indu-
to; extra consistoria creatus; ad
prandium excipitur a Pontifice ;
ante legatura non delata crux;
quomodo a cardinalibus legatus
discedens ab Urbe honoretur ;
mensis ei conceditur ad iter ca-
pessendum ; extra ditiones ecclesiae
signat ; non participat de dislri-
butionibus ; sed de anulis defuncto-
rum ; quamvis absens praeponitur
fenioribus in promotione ad episco-
patum ; cum licentia Pontifìcis a
legatione redit; redeunti occorrunt
cardinales; ducunt ad consistorium j
ubi narrat acta in legatione, quae
laudatPontifex ; visitai alios cardina-
les; eisque aliquid donai; sed a paucis
visitatur. Legati ad Adrianum VI
missi ; ab imperatore missi ad con-
gralulandum cum Pontifice de ele-
ctione. Commenlatio historico-cano-
nica de legatìs et nuntiis Pontifi-
citm eoriimque fntis et potestalis,
1785. Pratica della curia romana,
Roma i8r5, cap. II, t. Il: di al-
cuni tribunali particolari dello sta-
to delle legazioni. Nelle legazioni i
legati fanno figura di principi as-
soluti, ed hanno due giurisdizioni ;
una si chiama ordinaria, e i'alUa
suprema, a guisa di quella della
segnatura di Roma ec, ec. Pialo
e Tria , De cardinalis, Romae
i836: vedi i due indici p. 4^9 e
468. Nelle biografie de' Papi e
cardinali sono riportale le legazio-
ni che funsero d' ogni specie, e le
principali cose che in esse opera-
rono ; ciò che pur dicesi agli arti-
coli de' regni o stali, ed a quelli
delle Provincie de' domini! pontili^
288 LEG
cii. Il citato Plato a p. 34? ripor-
ta il catalogo di quei legati apo-
stolici che meritarono, di essere
esaltati alla cattedra di s. Pietro,
iticotninciando da s. Ilario diacono
cardinale di s. Leone I, ed uno
de'suoi quattro legati al concilio
generale di Calcedonia nel 4^*»
poi eletto suo successore nel 46*'
in questo catalogo vi sono com-
presi anche i nunzi innalzati al
pontificato, essendo l'ultimo Michel-
angelo Conti nunzio agli svizzeri e
nel Portogallo, poi Pontefice Inno-
cenzo XI li nel 1721. Il catalo-
go del Plato enumera settantun©
Papi ch'erano slati legati o nunzi
apostolici. A questi noi aggiugue-
remo Benedetto XIII legato a
Vienna, Clemente XII nominato
nunzio a Vienna soltanto, e Leone
XII nunzio in vari luoghi.
Nella sède vacante essendo invita-
ti tutti i cardinali al conclave, i lega-
ti ancora vi si portano, ed i legati
delle Provincie vengono suppliti
dai prelati pro-legati, eletti al mo-
do che dicemmo nel voi. XVI, p.
291 del Dizionario, Questi pro-le-
gati pel viaggio hanno in compen-
so scudi centocinquanta ; in tutto
il tempo della sede vacante, quel
di Bologna ha scudi duecentocin-
quanta al mese ; gli altri, scudi
centocinquanta, cioè quelli di For-
lì, Ravenna e Ferrara, come fu
praticato nelle ultime due sedi va-
canti, non essendo allora legazione
Urbino e Pesaro. Quando Bologna
ebbe il prelato vice- legato, il suo
annuo assegnamento era di scudi
ottocento, e quando lo avevano
Forlì, Ferrara e Ravenna, ognuno
percepiva annui scudi cinquecento.
Ecco gli annui assegnamenti che
hanno dal tesoro pontificio i legati
e delegati della santa Sede ne' do-
LEG
mihii di essa. Provincie di prima
classe. Cardinal legato di Bologna
scudi seimila. Cardinali legati di Fer-
rara, Ravenna e Forlì, scudi cinque-
mila per cadauno. Il prelato vice-le-
gato di Velletri ha scudi milledue-
cento. Provincie di seconda classe. I
prelati delegati di Frosinone, Viterbo,
Perugia, Spoleto, Macerata, Fermo,
Rieti, ed il presidente della Co-
marca di Roma, scudi milleduecen-
to per cadauno: il delegato d'An-
cona con porto di mare scudi due-
mila. Provincie di terza classe. I
prelati delegati di Camerino^ Asco-
li, Benevento, ed Orvieto, scudi
mille per cadauno : il delegato di
Civitavecchia con porto di mare,
scudi millecinquecento. Il prelato
commissario apostolico di Loreto,
ha dalla santa Casa scudi cen-
toventi mensilmente. Queste mode-
ratissime provvisioni grandemente
onorano il governo pontificio ed
i suoi ministri.
LEGAZIONE, Legatio. Amba-
sceria, carica o funzione di Legalo
(Vedi)y ovvero luogo dove ha giu-
risdizione il legato. F. Delegaziom
e Legazioni apostoliche dello sta-
to Pontificio , ove pure si parla
dei pro-legati , e dei prelati vice-
legati, che ora più non esistono,
tranne quello di Velletri.
LEGGE, Lex. Regola stabilita
dall' autorità divina ed umana ,
che obbliga gli uomini ad alcune
cose, e ne vieta loro alcune altre,
per la salute eterna delle anime,
e per la pubblica utilità. Il no-
me di legge deriva oda ligare^
legare, perchè è un legame che
attacca ed obbliga a qualche co-
sa, o da legere, leggere, perchè la
legge deve leggersi sia ne'libri, se
si tratta di leggi positive, sia nel
cuore, se Irultasi della legge nalu-
LEG
vale, ovvero da elìgere , scegliere,
perchè le leggi dimostrano ciò che
si deve scegliere, e perchè devono
essere fatte con una scelta giudi-
ziosa, con una matura deliberazio-
ne, e con una ponderata prudenza.
La legge si prende o per il libro
che la contiene, o per la religione
che ha le sue leggi, o per ciò che
prescrive la legge, o propriamente
per la norma de'costumi j ed in
questo ultimo significato la legge
è un precetto comune, giusto, co-
stantemente stabilito e pubblicato
per il bene generale di una comu-
nità da colui che n'è il superiore.
Nessun uomo sensato può mettere
in dubbio l'esistenza delle leggi. I
libri santi ed i profani le celebra-
no egualmente, ed il sentimento
intimo dei popoli i più barbari
depone in loro favore. La legge si
divide ordinariamente in legge e-
terna, naturale^ positiva divina, ed
umana. Questa divisione è giusta e
relativa alle due sorta di com-
mercio 0 di società, che l'uomo
deve mantenere con Dio e co'suoi
simili. La legge eterna è la su-
prema ragione, la quale vuole che
tutte le cose camminino in perfetto
ordine. La legge naturale è quella
che la natura imprime nell'animo
di tutti gli uomini, e ch'essa loro
comunica col mezzo di effusioni
della prima sorgente di ogni veri-
tà, che non è altro che Dio, l'au-
tore della natura. La legge positi-
va divina in generale è quella
che Dio ha dato agli uomini per
condurli ad un fine soprannatura-
le. La legge Mosaica o antica, che
Dio diede a Mosè, non obbligava
che gli ebrei : i piti santi perso-
naggi fra questi l'osservarono reli-
giosamente, e si santificarono; Ge-
sti Cristo stesso volle adempirla.
VOL. XXXVIJ.
LEG 289
La legge Mosaica fu abolita con
la legge nuova, quella cioè di Gesù
Cristo. Questa si chiama legge evan-
gelica perchè contiene la migliore
delle notizie ch'è quella della salu-
te; legge nuova, o perchè essa rin-
nova l'uomo spiritualmente, o per-
chè essa è 1' ultima legge che suc-
cesse all' antica ; legge d' amore,
ch'essa comanda sopra ogni altra
cosa; legge di libertà spirituale che
essa accorda, e che consiste nella
liberazione dal peccato , e dal gio-
go dell' antica legge; si chiama pu-
re legge di fede e di grazia. I
precetti della legge evangelica sono
di tre sorta, e riguardano i misteri
che devonsi credere , e che Dio
ha rivelati alla sua Chiesa ; i sa-
cramenti che bisogna ricevere colle
convenienti disposizioni; ed i co-
stumi, e sono i medesimi precet-
ti morali dell'antica legge, che Ge-
sù Cristo ha meglio spiegato. Fi-
nalmente la legge umana è uà
precetto comune, giusto, stabilito,
costante e pubblicato per il bene
generale di una comunità, da co-
lui che n'è il superiore ecclesiasti-
co o politico. La Scrittura ordina
che tutti siamo sottomessi alle po-
destà superiori, perchè non avvi po-
destà che non derivi da Dio. La
tradizione de'padri, l' uso costante
della Chiesa e delle due podestà,
l'essenza stessa delle due società,
tutto assicura ai superiori il pote-
re legislativo. La legge umana si
divide in legge scritta, o non scrit-
ta che chiamasi consuetudine; in
legge propriamente detta, ch'è e-
manata da un sovrano, ed in legge
che chiamasi statuto, ch'è emanata
da principi subalterni, come sono
i vescovi; in legge civile e cano-
nica ; in legge favorevole, che è
emanata in favore di qualche per-
'9
390 LEG
sona, e in legge odiosa od onero sa^
che contiene primieramente una pe-
na o un peso, benché reversibile
al comun bene, come la legge dei
tributi. La legge favorevole è o
pubblica, quando essa ridonda in
bene della comunità, o particolare
quando è a vantaggio dei partico-
lari : in questo caso si chiama pri-
vilegio. La legge odiosa impone un
tributo quando essa pronuncia una
pena, ed allora si chiama legge pe-
nale; quando annulla un fatto o
un contratto , è ciò che si chiama
legge irritante. La legge civile ha
per fine la tranquillità ed il van-
taggio naturale della società, non
può avere per autori se non colo-
ro i quali hanno la giurisdizione
temporale sopra quelli ai quali pre-
tendono di dare simili sorta di
leggi: tali sono i principi, i re, gli
imperatori, ec. La legge civile si
divide in legge scritta, e non scrit-
ta. La legge ecclesiastica o cano-
nica, che regola le azioni de'cri-
stiani, per rapporto al bene spiri-
tuale, ha necessariamente per au-
tori i superiori ecclesiastici, come
il Papa in tutta la Chiesa, i vesco-
vi nelle loro diocesi, i legati nel
territorio delle loro legazioni, i
cardinali nelle chiese dei loro tito-
li o diaconie, gli abbati e prelati
inferiori che hanno una giurisdi-
zione quasi episcopale, ec.
Il vocabolo di legge pigliossì
anche per lo studio della Giuris-
prudenza (Fedi), DaGchè un popo-
lo potè erigersi in un corpo di
nazione, abbisognarono delle leggi
per governarlo. L* antichità delle
leggi medesime è sempre avvilu-
pata nell'oscurità e nella incertez-
za della storia dei primi tempi, ed
anco de' tempi favolósi. Le leggi
di Moséj secondo alcuni^ non sono
LEG
le più antiche, perchè il paese era
già governato con leggi, allorché
ricevette nel suo seno i patriarchi
padri degli ebrei; ma tuttavia le
leggi Mosaiche sono le sole di cui
Tantichità sia ben certa e compro-
vata, e le sole che conservate si
siano senza alterazione. Sì vuole
che ne* tempi favolosi siensi at-
tribuite ai due Mercuri le prime
leggi dell'Egitto, il quale ne rice-
vette altre ancora da Osiride e da
Amasi; ma non ci è rimasto ve-
stigio di quelle leggi. La Grecia
ebbe altresì ì suoi legislatori; ma
questi pure confondonsi sovente co-
gli eroi della mitologia. Certo è
soltanto che Sparta adottò le leg-
gi di Licurgo, Atene quelle di
Bracone, il di cui rigore eccessivo
fu corretto dalle leggi posteriori
di Solone, e che a quest' ultimo
andò debitrice V Attica delle mi-
gliori sue leggi, delle quali tutto-
ra rimangono alcuni frammenti.
Quanto a Roma, essa non rice-
vette già dalla Grecia le primitive
sue leggi ; Romolo suo primo re e
fondatore, seppe col mezzo d' isti-
tuzioni ingegnose formare un cor-
po di nazione di una copiosa trup-
pa di avventurieri, ch'egli associa-
ti avea nella grande impresa; e
Numa col suo ingegno, colle sue
virtù e colla sua destrezza riuscì
colle sue istituzioni ad ingentilire
e meglio ad incivilire i romani
primitivi. Non si può non ammi-
rare quégli stabilimenti della politi-
ca più profonda, che col legarono
tra di loro que' popoli coi legami
più forti e più durevoli che mai
sieno stali inventati per ritenere
gli uomini nello stato di una so-
cietà regolare ; la religione unita
col governo, del quale essa forma
il più valido appoggio » la solenni-
LEG
(à e la santità del matrimonio^
introdotta a fine di fondare Io
stato di famiglia; la podestà pater-
na, di cui la forza, l'estensione e
la perpetuità successiva formano di
ciascun capo o padre di famiglia
un sovrano domestico ; finalmente
la distinzione e separazione degli
ordini che nelle città assegna un
grado diverso ai padri della patria,
ai senatori, ai patrizi, ai cavalieri,
ed ai plebei, o alla classe mezzana
del popolo, sono tutte sublimi in-
venzioni , dettate da una mente
politica, ed ottimamente accomo-
date al bisogno della popolazione,
ed ai fini che il legislatore si pro-
poneva. Anco Marzio, Tarquinio
Prisco, Servio Tullio imitarono i
predecessori Romolo e Numa con
saggie istituzioni e nuove leggi
intese al pubblico bene, all'ordi-
ne, ai ben essere dello stato, al-
l'ampliamento del dominio di Ro-
ma, ed a consolidare il loro trono.
Tarquinio il Superbo, settimo ed
ultimo re di Roma, violando ogni
diritto sociale, sostituì alle leggi il
proprio capriccio e la violenza ;
co' suoi vizi e con quelli de' suoi
aderenti rese odiosa e detestabile
al popolo la regia autorità.
Ma Roma provò ben presto una
rivoluzione nella proclamata repub-
blica che rovesciò in parte e cam-
biò la forma del suo governo, ri-
voluzione che introdusse in prin-
cipio una strana confusione nelle
leggi, come pure nella pubblica am-
ministrazione. Fu d'uopo stabilire
nuove leggi, o munire le leggi ca-
dute in oblio o trascurate, di una
nuova sanzione. Sul principio del
governo consolare, con la condan-
na a morte che fece il console Bru-
to del proprio figlio in obbedien-
za alle leggi statuite, destò nel po-
LEG i^t
polo entusiastico riverenza alle le^-
gi stesse, maggior propensione pel
bene pubblico , e portò ad un gra-
do eroico l'amor patrio. Però la
popolare instabilità fece riuscir va-
na talvolta anche l'autorità supre-
ma del dittatore. Vogliono alcuni
che dopo l'espulsione da Roma di
Tarquinio il Superbo, Papirio ab-
bia raccolta iu una le leggi fatte
dai re di Roma, col titolo di leges
regiae, che furono chiamate in se-
guito/«.9 civile Papirìanuni. Sì crea-
rono dieci magistrati supremi che
nominati furono decemviri, e si
deputarono tre cittadini illustri, per-
chè si recassero nelle differenti cit-
tà della Magna Grecia, in Atene
ed a Sparta, e raccogliessero le leg-
gi più convenevoli allo stato di
que' tempi della romana repubbli-
ca: essi furono i senatori Postumio,
Sulpizio e Manlio. Sulla loro re-
lazione e coi lumi da essi proca-
rati, si stesero le leggi delle dodici
tavole, alle quali due altre se ne
aggiunsero, e quella legge propo-
sta al pubblico, riunì tutti i suf-
fragi, e quindi diventò la legge ro-
mana per eccellenza. Si vuole che
molte delle leggi Papiriane fossero
inserite in quelle delle dodici ta-
vole. Dopo le ricerche fatte da
Jacopo Gotofredo, è probabile opi-
nione degli eruditi, che la prima
tavola avesse per oggetto i proces-
si ; la seconda i furti, e il brigan-
taggio; la terza gli ordini e i di-
ritti dei creditori sui loro debitori;
la quarta i diritti de' padri di fa-
miglia; la quinta le eredità e le
tutele ; la sesta la proprietà ed il
possesso; la settima i debiti e i
danni ; l'ottava i fondi rustici ; la
nona il diritto comune del popo-
lo ; la decima i funerali e le ceri-
monie relative ai morti ; l'undeci-
292 LEG
ma il culto degli dei e la re-
ligione; la duodecima i matrimo-
ni e i diritti de' coniugati. La sa-
viezza di queste leggi si rese fa-
mosa, anco pel modo preciso e di-
gnitoso con che furono espresse.
Quella legge che sembrò allora pi-
gliata come a prestito dalla Gre-
cia, rappresentò per lungo perio-
do le leggi fondamentali dell'anti-
ca Roma, alle quali in questo mo-
do si restituì la loro primitiva au-
torità. Ma quelle leggi non pote-
vano tutto prevedere, ne a tutto
dar norma ; da questo, e dall'ave-
re i decemviri abusato di loro au-
torità, ne venne che ai consoli da
prima, poi ai pretori si accordò
l'autorità di supplire alla mancan-
za o alla imperfezione di quelle
leggi Coi loro editti, e sovente ri-
cevettero esse ancora l' interpreta-
zione de' dotti e de' sapienti. Nuo-
ve convulsioni vennero ancora a
turbare la costituzione della re-
pubblica. Il popolo propriamente
detto o la plebe si separò dal pri-
mo ordine dello stato; creossi al-
cuni magistrati particolari, cioè i
tribuni, e formò nuove leggi, che
nominate furono plebisciti^ sovente
in opposizione coi decreti del se-
nato che parimenti avevano forza
di legge sotto il titolo di senatus
consulti. Vi ebbero dunque in quei
primi tempi cinque differenti spe-
cie di leggi : la legge per eccellen-
za o quella delle dodici tavole, le
interpretazioni de' sapienti , gli e-
ditti de'magistrati, i senatus consulti
ed i plebisciti. Oltre i plebisciti e
i senatus consulti vi erano le leg-
gi strettamente dette, cioè sanzio-
nate nei comizi di tutto il popo-
lo. Dopo le leggi delle dodici ta-
vole sono degne di particolar me-
moria, la legge MajesCatis, la quale
LEG
era una delle piìi valide garanzie
dell'ordine pubblico e della som-
missione alle autorità. La legge
Remnia che tutelava l'onore dei
cittadini, ordinando che ai calun-
niatori s' imprimesse sulla fronte
con ferro rovente la lettera A", che
allora in luogo della C era inizia-
le della parola Kalunmìa. La leg-
ge pel delitto di parricidio , cui
solo dopo seicento anni si vide in
Roma il primo abbominevole esem-
pio. La legge di LucuUo contro gli
usurai, che avevano pur procurato
reprimere le leggi Duilia Maenia,
Licinia Sexta , e la Sempronia.
Special menzione meritano le leg-
gi De repetundis, contro i furti, le
frodi, gli usurpatori, ec; l' Acilia,
la Calpurnia, la Caecilla, la Cor-
nelia, la Giunia, la Servilia, la
Pompeia e la Giulia^ contro le pre-
potenze ed avarizia de' proconsoli
e questori delle provincie. Le leggi
Frumentanae e le Sumptuariae^ la
prima riguardava il prezzo del gra-
no, la seconda frenava il lusso e
stabiliva un limite alle spese pub-
bliche e private ; altre leggi furo-
no eziandio emanate su di ciò. Al-
tre leggi provvidero alla cura delle
strade, de' ponti, delle fontane, del-
le case, delle campagne ; alla pro-
cedura de' giudizii, alla milizia, al-
la guerra ; le censorie che veglia-
vano sui costumi pubblici e privati
delle famiglie. La saggezza delle
antiche leggi romane, più che la
forza delle armi , contribuì a de-
bellare tante nazioni, a stringere
ferme alleanze, e fece fiorire il com-
mercio, le arti e la civilizzazione.
I romani colla forza delle armi
conquistarono quasi tutto il mon-
do, e colla savia legislazione Io
governarono, per cui la loro sto-
ria contiene quella di moltissimi
LEG
popoli, che le loro leggi in moclo
particolare, la loro letteratura, ed
interamente gli usi loro talvolta adot-
tarono. Non si deve tacere che i
romani ebbero leggi che vanno
riprovate o per falsità religiose, o
per soverchia durezza, o per l'adi-
to che aprivano alle sommosse po-
polari, ed agli ammutinamenti dei
soldati. TaU furono pur quelle che
davano una illimitata e dispotica
autorità sui loro servi o schiavi;
che attribuivano ai padri ed ai ma-
riti il potere di uccidere i figli e le
mogli; quelle che permettevano le
stragi de'gladiatori, combattenti tra
loro o con bestie feroci ; quelle delle
proscrizioni ; e quelle de' tribuni
della plebe, eterni fabbricatori di
discordie.
Ma le turbolenze di continuo ri-
nascenti per r agitazione della ple-
be, contribuirono alla fine a faci-
litare l'usurpazione del potere so-
vrano; si sostituì alle forme re-
pubblicane la monarchia assoluta
sotto la maschera delle forme me-
desime , che si conservarono per
qualche tempo almeno in apparen-
za, come una debole immagine dei
primiero stato di libertà. I capi
nuovi della repubblica sotto il ti-
tolo d' imperatores , che assunto
avevano, perchè posti al comando
e alla testa delle forze pubbliche,
promulgarono nuove leggi , rive-
stendosi dei titoli di quella magi-
stratura che ne avea altre volte il
diritto ; ma quelle leggi applicate
a regolamenti generali, o a qual-
che nuovo oggetto dell'amministra-
zione politica dello stato, furono
appellate costituzioni , o pure ab-
bracciando decisioni relative a casi
particolari, invocate dai prefetti o
dai presidi delle provincie , porta-
rono il titolo di rescritti. Beo si
LEG agj
comprende che quelle leggi colle
altre numerosissime promulgate dal
senato e dai magistrati, moltipli-
caronsi ben presto a segno di di-
ventare una specie di caos, che im-
possibile era lo svolgere e l' ordi-
nare. Questo condusse naturalmen-
te gli uomini addetti a quello stu-
dio a classificarle ed a riunirle ia
alcune collezioni. La prima fu quel-
la degli editti dei pretori, la di cui
saviezza avea fatto conservare que-
gli atti non ostante che cessata
fosse la loro autorità, e questi for-
marono la base del così detto edil'
io perpetuo. Si feceit» in appresso
simili collezioni delle ordinanze e
dei rescritti de' principi.
Essendo stata dall' imperatore
Costantino Magno abbracciata ia
rehgione cristiana, e divenuta que-
sta la religione dell' impero, ne
venne di conseguenza la necessità
di qualche cangiamento nelle leggi,
le quali vennero depurate da quan-
to macchiava il gran codice della
romana legislazione. Bandite dal
Campidoglio le tenebre dell'idola-
tria, Roma divenne il centro della
religione di Gesù Cristo; onde le
leggi che erano barbare o super-
stiziose furono bandite, solo rima-
nendovi delle leggi romane alcune,
corrette quindi dal gius canonico.
Dopo che fatta erasi la raccolta delle
leggi anteriori al regno di quel-
r imperatore, altra se ne fece di
quelle che pubblicate eransi dai
suoi successori, dagli imperatori
cristiani. Questa ultima collezione
fu l'opera di Teodosio 11 il Giovane^
ed a questa si diede il titolo di
Codice Teodosiano. A tutte queste
leggi si aggiunsero i lavori o le
interpretazioni dei giureconsulti più
celebri , autorizzati a rispondere
sulle materie di diritto, dei quali
594 LEG
i giudici tenuti erano a seguire
le decisioni. Era questa una conse-
guenza della necessità di trarre le
leggi, tanto copiose che formavano,
come allora si disse da Eunapio, il
carico di molti cammelli, dalla con-
fusione in cui giacevano ; si formò
quindi un ordine di persone studiose
ed esercitate nella filosofia, che la
professione adottarono d'interpreti
o spositori delle leggi. Lo splendore
della loro dottrina e della loro
profonda erudizione, fu quello che
indusse i loro contemporanei a ri-
vestirli di quella autorità. Siccome
però allora Roma imperava a tut-
to il mondo incivilito, e non co-
municava le sue legji proprie, det-
te leges quirìlum, se non che agli
abitanti delle regioni che accetta-
to aveano o ottenuto il diritto del-
la romana cittadinanza; e siccome
era d'uopo tuttavia amministrare
i paesi conquistati, e introdurre in
questi i giudizi è l' ordine giudi-
ziario ; così i governatori o i pre-
fetti e i presidi delle provincie
trassero dal diritto della natura e
delle genti le regole di qiieU' am-
ministrazione e di queir ordine giu-
diziario tutto nuovo. Vi ebbero
dunque allora due specie di legis-
lazione e di giurisprudenza ; la
legge romana propria per i paesi
sommessi al diritto comune dei
quiriti, detta anche quiritario, e il
diritto comune o naturale delle
genti per i sudditi dell' impero
non sottoposti al diritto romano.
Quelle due specie di leggi e di
giurisprudenza furono distinte nel
codice Teodo.iìanOy che indicò se-
paratamente i giureconsulti, le di
cui decisioni dovevano fare qualche
autorità; e ne'lavori di que' giure-
consulti appunto veggonsi i prin-
cipii del diritto delle genti e della
LEG
equità, distinti dalla legge civile
dei romani, o dal diritto quiritario.
Ma in appresso Giustiniano 1 im-
peratore, geloso di accrescere la
gloria delle sue armi, che respinta
avevano l'invasione de' barbari del
settentrione, e di aggiungervi quel-
la di riformare e di classificare le
leggi, da dieci celebri giureconsul-
ti , a capo de' quali niise Tribo-
niano, fece comporre da prima una
raccolta o un codice delle leggi
imperiali, poi fece riunire le rifor-
me eh' egli avea fatte del diritto
romano, che ascesero al numero
di cinquanta; e queste incorpora-
te furono in una nuova redazione
del codice delle leggi imperiali ,
che di suo ordine fu intitolato:
Codex repetitae praelecdonisj dopo
di che fece estrarre dai libri innu-
merabili de' giureconsulti , poiché
sono tutti o quasi tutti anteriori a
Costantino, le relazioni delle leggi
e le decisioni più accertate, delle
quali si compose l'enorme compi-
lazione del Digesto e delle Pandet-
te, divise in cinquanta libri, conte-
nenti un maggiore o minor nu-
mero di titoli, ma d'ordinario as-
sai copiosi. F^. Digesto.
Finalmente Giustiniano I diede
compimento all'opera sua col far
compilare le istituzioni, le quali pre-
sentarono un'analisi di tutte quel-
le leggi, e destinate principalmente
allo studio del diritto e delle ma-
terie legali, ottennero altresì esse
medesime la autorità e la forza
di legge. In questo modo furono
raccolte, secondo i disegni e gli or-
dini di quell'imperatore, e secondo
la disposizione da esso stabilita, le
leggi romane, alle quali si aggiun-
sero le costituzioni chiamateiVbi'e//r,
ossia novelle leggi di altri imperato-
ri e di Giustiniano I medesimo, e
LEG
quelle de'suoi successori, che pari-
menti furono raccolte, ma senza
che la collezione loro ottenesse Io
slesso grado d'autenticità. Quel va-
sto corpo di leggi non ebbe tut-
tavia la sorte che Giustiniano I
suo autore erasi proposta, perchè
quando fu promulgalo, egli non
eia già più padrone di una gran
parte dell'impero d'occidente, delle
Gallie, della Germania, e neppure del-
la Spagna e della maggior parte del-
l'Italia ; poiché il freno imposto a
quelle provincie dalle sue armi e
dalle sue vittorie riuscito non e-
ra di lunga durata. Non potè
dunque aver luogo la generale
promulgazione di quel codice che
egli disegnato aveva; le sue leggi
non poterono aver forza in quel-
la regione, e le romane si ecclis-
sarono e caddero nell'oblio di ma-
no in mano che l'impero andò de-
clinando. La Chiesa cristiana, come
dicemmo , fu quella che impedì
la perdila intera di quelle leggi;
essa se ne impossessò in qualche
modo, le purgò e le sceverò dagli
usi propri dei romani ed anche
dalle sottigliezze de' loro giurecon-
sulti, sommettendo il tutto, per
quanto ad essa fu possibile, all'e-
quità. Ma l'invasione totale dell'I-
talia e della maggior parte del-
l'impero portò di conseguenza la
confusione e il disordine che soUen-
trarono alle antiche leggi. In luogo
di queste s'introdussero] le leggi o
Je consuetudini de'barbari, e i prin-
cipi! della feudalità, e non vi eb-
bero se non che alcune provincie,
massime nel mezzodì della Fi*an-
cia, che ritennero l'uso del diritto
quiritario, sotto la forma però di
privilegio, e sotto il nome di leg-
gi municipali. Nell'occidente si so-
stiluirctoo certe leggi informi dei
LEG agS
conquistatori , massime dei longo-
bardi. Alle leggi romane tutta-
via che non furono totalmente ob-
bliate, si sostituirono da prima nel-
le Gallie i capitolari dei re della
seconda dinastia, e in appresso vi
si aggiunsero le leggi consuetudi-
narie, le ordinanze, gli editti, le
dichiarazioni , e le lettere patenti
dei re successivi. Nel secolo XII
Irnerio fece risorgere il codice di
Giustiniano in Italia , aprendone
scuola in Bologna ad un numero
incredibile di studenti. Così fu nuo-
vamente propagato il diritto civile
romano nella più gran parte di
Europa, e continua anco di pre-
sente a far testo di grande auto-
rità. Così sembra avverarsi, in
quanto alla legislazione, il famoso
prognostico degli antichi romani,
che la durata del loro impero sa-
rebbe stata eterna. 1 romani Pon-
tefici di tempo in tempo compi-
larono a vantaggio de'loro sudditi
savie e paterne leggi, le quali men-
tre erano conformi alla giustizia ed
all'antico diritto romano, provvede-
vano al bene temporale dello stato
ecclesiastico, per essere dettate dal-
l'evangelico spirito di carità, tem-
peravano il rigore dell'antica legis-
lazione , e facevano convergere
a un punto il bene spirituale al
temporale, come dicemmo all'arti-
colo Giurisprxjdeììza ed altrove. Dal-
le leggi ed istituzioni de* Papi, di-
verse nazioni modellarono le loro,
e dell'une e dell'altre se ne parla ai
rispettivi articoli. Conchiudiamo col
dire, che non si può senza leggi
formare adunanza di uomini, che
distinti in vari ordini vivano sen-
za molestarsi e distruggersi a vi-
cenda. Se le leggi non fossero, nep-
pure esisterebbero diritti, non do-
veri cittadini, non società, ma tot-
^296 LEG
to si troverebbe in confusione. Ma
un bellissimo, erudito e critico Cew-
no storico sulle leggi romane^ da
ultimo ce lo diede il dotto e eh.
arciprete d. Giacomo Castrucci,
prima dignità dell'insigne collegia-
le e matrice chiesa di s. Simeone
profeta, lettore de'papiri ercolanesi
nel reale museo borbonico, prò»
fessore di diritto in Napoli, ec.
Egli pubblicò colle stampe e dedi-
cò si utile opuscolo al cardinal
Sisto Riario Sforza arcivescovo di
Napoli, in occasione della sua e-
saltazione alla sacra porpora, fatta
dal regnante Gregorio XVI a' 1 9
gennaio 1846. Lo divise in tre
parti, cioè trattò nella prima, del-
la giurisprudenza romana sotto dei
re, e del diritto romano a' tempi
de're; nella seconda, della giuris-
prudenza romana durante la re-
pubblica, del diritto romano dalla
istituzione de* consoli sino alle leg-
gi decemvìrali, del diritto romano
a' tempi de' decemviri, e del dirit-
to romano dalla pubblicazione del-
le leggi delle XII tavole sino alla
fine della repubblica ; trattò nella
terza, della giurisprudenza romana
sotto gì' imperatori, da Augusto
fino a Costantino il Grande, da Co-
stantino fino a Giustiniano I, del-
l'epoca di Giustiniano I, del di-
ritto romano in oriente dopo la
morte di Giustiniano I, e del dirit-
to romano in occidente dopo Giur*
stiniano I.
LEGGENDA, Legenda. Libro
di chiesa contenente le letture che
si facevano dell'uffizio divino, og-
gidì chiamate lezioni. Anche le vi-
te de* santi e dei martiri furono
chiamate leggende, perchè si do-
levano leggere, legenda erant, nella
lezione del mattutino, e nei refet-
tori! delle comunità religiose, quin-
LEG
dì si disse Leggendario (Vedi) il
libro che contiene molte leggende
raccolte. Si disse inoltre leggenda-
rio anche l'autore di leggende ,
o un raccoglitore o compilatore di
molte leggende, auctor historiae
sanctoruni legendae. Il Garampi
nelle Memorie ecclesiastiche appar-
tenenti all'istoria e al cullo della
h. Chiara di Riminiy e dedicate a
Benedetto XIV, a p. i avverte
che non solo per contraddistinguere
questa antica e genuina istoria
della beata, da quelle molte che sono
state date in luce, volle nel decor-
so dell' opera intitolarla leggenda^
ma eziandio per uniformarsi mag-
giormente allo stile e genio comu-
ne di que'tempij ne' quali fu com-
posta, quando appunto a simiH i-
storiche narrazioni delle gesta dei
santi attribuivasi un tal nome. Del
che possono consultarsene vari e-
sempli raccolti nel glossario del
Du Gange, e nel vocabolario della
Crusca. Aggiunge che in questo
senso deve intendersi ciò che si
ha del ven. servo di Dio Carlo
duca di Bretagna, cioè che erat in
historiìs et sanctorum palruni le-
gendisj narrandis et esponendis di-
ligentissimus, come leggesi nel pro-
cesso formato nel 1372 per la
sua canonizzazione. La storia dei
santi è in parte il compendio del-
la storia del cristianesimo, è la
storia delle grandezze di nostra re-
ligione santa e divina nella isti-
tuzione, nel dorama e nella mo-
rale , è inoltre la storia delle gesta
di tutti quegli eroi, che la Chiesa
madre benefica innalzò agli onori
degli altari. Le vite de'santi deb-
bono essere lette perchè fanno co-
noscere le glorie delia nostra reli-
gione, conviene inoltre sieno at-
tentamente studiate e meditate, co-
LEG
me quelle che sono una scuola
pratica delle più grandi virtù che
conducono a Dio, perché fanno
conoscere in quei fortunati ciò che
il credente deve fare e seguire.
Abbiamo dal Bergier, Diz. enei'
clop.y che Agostino Valerio vesco-
To di Verona e cardinale, scuoprì
una delle sorgenti da cui vennero
le false leggende, dappoiché nella
sua opera De rethorica Christiana,
osservò che si usava ne' monasteri
esercitare i giovani religiosi nelle
amplifìcazioni latine, che avevano
da comporre sul martirio di un
santo; questa fatica lasciava la
libertà di far agire e parlare i
tiranni o i santi perseguitati nel
modo che ad essi sembrava ve-
risimile , e si dava loro motivo
di comporre su tal proposito una
specie di storia piena di ornamen-
ti di pura invenzione. Quantunque
queste opere non fossero di gran
inerito, furono messe da parte
quelle che sembravano le più in-
gegnose e meglio fatte. Molto tem-
po dopo si sono trovate tra i ma-
noscritti nelle biblioteche de'mona-
steri ; e com'era difficile dislingue-
re questi giuochi di spirito dalle
vere storie, furono prese per atti
autentici degni della credenza dei
fedeli. Questa sorgente di errore
nella sua origine é stata innocen-
tissima. Non è lo stesso della me-
ditata infedeltà del greco Simeo-
ne soprannominato Metafraste cioè
chiosatore e traduttore, che secon-
do i suoi accusatori, per secondare
l'invito fattogli dall' imperatore Co-
stantino Porfirogenita di scrivere
le vite de' santi, siccome uomo
dotto ed eloquente, con deliberato
proposito riempì le vite de'santi
di molti fatti immaginari e di
romanzesche circostanze; altri pe-
LEG
297
ro opmaDO eh* egli non può a-
vere avuto altro motivo che di
conformarsi al gusto che avevano
i greci pel mirabile, vero o falso.
Il ven. Bellarmino dice schietta-
mente, che Metafraste scrisse al-
cune delle sue vite, non come fu-
rono le cose, ma come hanno po-
tuto essere. La Chiesa però non
obbliga alcuno a credere tutto-
ciò che si contiene nelle apocrife
o esagerate leggende. Al falso zelo
male inteso, alle imprudenti cre-
dulità, ripararono le immense e
sorprendenti fatiche dei Bollandisti,
e di altri benemeriti e gravi scrit-
tori, come il dotto Baillet, lo spa-
gnuolo Vives, i giornalisti di Tre-
voux, per non mentovarne altri,
che nelle loro opere separarono il
vero dal falso con lodevole discer-
nimento e profonde cognizioni, per
cui possono essere consultati eoa
sicurezza. F. Melchior Cauo, nei
luoghi teologici.
LEGGENDARIO, Legendanwi
collectanea^ Vitaruni sanctorum col-
lectio. Scrittore di leggende o di
vite de* santi, ovvero molte leg-
gende raccolte in un volume. ^.
Leggenda. Il numero degli autori
agiografi, e compositori di leggen-
de è grandissimo, ed i più noti
compositori o compilatori o rac-
coglitori di vite de'santi o leggen-
darii sono i seguenti. Simeone Me-
tafraste che fiori verso l'anno 912,
e che fu gran logotete o control-
lore generale delle finanze dell'im-
peratore Leone VI il Filosofo, e di
Costantino VI Porfirogenita. Abbia-
mo di lui una raccolta di centoven-
tidue vite di santi, mentre le altre
cinquecenlotrentanove che gli si
attribuiscono non sono sue. Rifor-
mò lo stile delle opere da lui riu-
nite, aggiungendovi fatti poco certi,
«98 LEG
copiandoli senza critica da memo-
rie che rinvenne, con troppa cre-
dulità, giacche la sua pietà lo
scusa dalle incolpazioni dategli
principalmente dal Casaubono di
avere inventato ciò che narra .
Leone Allazio, Psellus, Niceforo
Callisto ed altri fecero 1' apologia
di Metafraste: i due ultimi si vo-
gliono autori di molte vite dei
santi che diconsi di Metafraste. Il b.
Giacomo da Voragine, autore della
Leggenda d'oro o aurea, arcivescovo
di Genova^ al quale articolo ne par-
lammo: suo è il primo leggendario
latino che si conosca ; dopo di lui
citasi Flodoardo canonico di Reims
che scrisse in XV libri le vite dei
santi per ciascun mese dell' anno.
Lippomano vescovo di Verona, fio-
rito nel i55o circa. Lorenzo Su-
rio certosino di Colonia del i570,
come il precedente, nella scelta
de'materiali usati mostrò poco di-
scernimento. Pietro Ribadineira ge-
suita, taccialo di poca critica e
lodato per la maestria come scrisse :
francesi, spagnuoli ed italiani fece-
ro aggiunte alla sua opera, e co-
me lui attinsero a fonti imperfette.
Giovanni Capgrave eremitano di
s. Agostino, compose una leggenda
<le' santi d'Inghilterra, seguendo una
collezione di vite de' santi molto
anteriore a' suoi tempi, la quale
pare che fosse il Sanctilogiuni di
Giovanni di Tinmouth monaco di
S.Albano, fiorito nel i366. Anche
Goscelino monaco, chiamato in In-
ghilterra da s. Anselmo di Cantor-
bery verso la fine del secolo XI,
scrisse molte vite de' santi, parti-
colarmente di quelli inglesi. Ce-
sario dell'ordine di Cistello nel
principio del secolo XIII scris-
se in dialoghi dodici libri di
miracoli e di storie maravigliose ;
LEG
compilazione fatta con troppa buo-
na fede. Pietro Caso, Bernardo
Guidone o de Guy, Pietro Natale
o de JVatalibus, ed altri, scrissero
pure leggende meno conosciute. In
generale gli scrittori de' leggendari,
come dicemmo nel precedente ar-
ticolo, troppo leggermente ammi-
sero le tradizioni popolari, onde
riflette il Bergier , che ad onta
che il dispregio che si ebbe per al-
cuni leggendari fosse fondato sulla
verità, fatalmente però produsse tri-
sti conseguenze. Col rigettare delle
opere in gran parte false, si con-
trasse il gusto di una critica mali-
gna, puntigliosa, parziale, e sovente
temeraria, che giunse a negare
ogni credenza anche a fatti auten-
tici e provati: i protestanti spe-
cialmente diedero in questo ecces-
so, ed anco alcuni de'noslri scrit-
tori non ne andarono del tutto
esenti.
Vanno poi altamente encomiati i
seguenti dotti e critici agiografi o
scrittori di vite de'santi ; cioè i
Bollandisti pei loro Ada sanctoruriiy
con note critiche e con dissertazioni
erudite, opera della quale da qual-
che tempo si è incominciato a curar-
ne la continuazione. Mabillon e Bul-
teau che posero in eminente luce i
santi dell'ordine benedettino.LeNaia
e il p. Touron, a'quali dobbiamo le
vite de'santi degli ordini cistcrcien-
se e di s. Domenico. Tillemont
che ci lasciò eccellenti Memorie
sulla storia ecclesiastica dei primi
sei secoli della Chiesa. Il cardinal
Orsi che egregiamente dipinse i
padri principali della Chiesa. Il
Ruinart editore degli Acta sincera
marlyrum , che furono tratti dai
pubblici registri o composti giusta
le relazioni di testimoni di vista e
degni di fede. Stefano Evodio e
LEG
Giuseppe Simeone Assemani, che
ci diedero Ada martyrum orienia-
liitm et occìdentaliurrif e la Bi'
bliotheca orientale. P. Carlo Mas-
si ni , Raccolta di vite de* santi
per ciascun giorno dell* anno. Vi-
gliegas , Il perfetto leggendario
della vita e fatti del nostro Si-
gnore Gesù Cristo e di tutti i
santi y Venezia 1734. // sacro
leggendario della vita di Gesù
CristOy e di Maria Santissima^ e
de' santi presso i bollandisli, Ve-
nezia 1779. D. Giuseppe Brunati,
Leggendario e vite di santi biascia'
ni, con note istorico-critìche, Bre-
scia 1834. Leggendario delle san-
te vergini , Roma 1839. Alba-
no BuHer, Vite de' padri, dei
martiri e degli altri principali
sanliy tratte dagli atti originali e
da' più autentici monumenti. Nel
1841 in Roma s' incominciò da
una società editrice a pubblicare
in dodici volumi : // pcfetio leg-
gendario ovvero vite de'sanli per
ciascun giorno delV anno ornato
ed arricchito di altrettante tavole
aie acquarella. Questa opera fu lo-
data da diversi giornali letterari,
siccome morale, artistica, isterica,
ed istruttiva, ove quasi in forma
di galleria sono effigiate le più
splendide gesta de' campioni della
chiesa in XIX secoli fioriti. Riuscì
utile e decorosa, avendo compilalo
la maggior parte delle biografie
cinquantadue chiari collaboratori,
molti de' quali sono nominati nel
numero 35 delle Notizie del gior-
no di Roma dell'anno i843, oltre
quelle ristampate de'migliori auto-
ri, e perciò vennero encomiate dal
pubblico. Le tavole le inventò e
disegnò con larga maniera e leggia-
dria»! pittore Filippo Bigioli, e furo-
no riprodotte con incisione all'acqua-
LEG 399
rello nella maggior parte da Giovanni
Wenzel , non che dal Cleter e dal
Salomon, sia con elegante semplici-
tà e precisione, sia con bel chiaro
scuro. Seppe il Bigioli ben pene-
trarsi de' temi che con gusto ita-
liano rappresentò , li rese carat-
teristici , espressivi , naturali : e
quanto alla distribuzione e va-
rietà delle figure, con sagace e-
conomia ne conseguì reffello. Laon-
de gì' intendenti dissero, che in
queste tavole non si sa cosa più
lodare, se la facilità del creare,
l'artificio del comporre i gruppi, o
la sicurezza nel disegnare i contor-
ni. Nel 1843 in Roma s'incomin-
ciarono a pubblicare a parte le
tavole, con breve descrizione italia-
na e francese che ne illustra il sog-
getto; ed ivi nel medesimo anno
s' intraprese una nuova ristampa
dell'intero Leggendario
LEGGIO. Strumento di legno,
sul quale si sostiene e si solleva il
libro in leggendo e cantando i di-
vini ufficii; pluteus, lectrinum, lectO'
riunii lectrum, leclreolum, legium,
leginum e simili, che derivano tut-
ti da lego, legis. \\ Macri lo chia-
ma Leclricìuin, leggìo o pulpito
sopra del quale si canta il vange-
lo, citando Ruperto, De divin. off.
cap. 26. Altri lo chiamano pulpito
portatile, tripodium^ analogium,
exedra, gradus, tribunal, agnoste-
rium, che fa le veci di ambone.
Jo. Cristoforo Vilchius scrisse : De
ambonibus veteris Ecclesiae, Lipsiae
1787. Il leggìo ordinariamente è
di legno di noce, o di legno tor-
nilo e dorato; e suole ricuoprirsi
con un drappo secondo il colore
corrente del parato, più o meno
ricco, e talvolta ornato di trine di
seta, d'ai'gento e d'oro.
LEGIO o LEGIONE, Sede ve-
3oo LEG
scovile di Siria nella Galilea, sotto
la metropoli di Petra, celebre negli
scritti di Eusebio e di s. Girolamo,
quindici miglia distante da Nazareth.
Città mediterranea che sorgeva
nella tribù di Zàbulon, tra Sama-
ria e Tolemaide. Al presente Le-
gione, Lengonen o Lengioneriy è
un titolo vescovile in partihiis che
conferisce la santa Sede, sotto l'ar-
ci vescovato pure in partibus di Ro-
di. Siria sacra, p. 283.
LEGIONE. Specie di reggimento
o di corpo, di cui erano composte
le armate romane, formato di un
dato numero di fanti, e di minor
numero di cavalleria. Furono di un
differente numero di soldati secon-
do i diversi tempi, talvolta di tre-
mila, talvolta di quattromila ed
anche di cinque o seimila. Le le-
gioni composte di seimila uomini
comprendevano dieci coorti ; la
coorte cinquanta manìpoli; ed il
manipolo quindici uomini. La qua-
lità di cittadino romano, che ri-
chiedevasi in tutti i soldati della
legione, formava la principale dif-
ferenza tra questo distinto corpo
e le truppe ausiliarie. Erano loro
insegne le figure dell' aquila, del
porco, del capricorno ec. La legio-
ne ebbe origine da Romolo. Della
legione fulminante leggesi in Eu-
sebio, Hist. eccl. 1. V, e. 5, e ne-
gli altri scrittori ecclesiastici, che
Marco Aurelio in una guerra con-
tro i quadi che abitavano di là dal
Danubio, in un istante trovossì
circondato colla sua armata da
questi barbari ; che i suoi soldati
tormentati dalla sete, erano per
soccombere e sarebbero periti, se
non fosse sopravvenuta una tem-
pesta che somministrò ai romani
onde dissetarsi , e scagliò fulmini
sull'armata nemica . Aggiungono
LEG
questi medesimi autori che un ta-
le prodigio fosse effetto delle ora-
zioni de'soldati cristiani; lo stesso
Marco Aurelio lo attestò in una
sua lettera che scrisse al senato ,
che in testimonianza del fatto die-
de alla legione Milelina composta
di soldati cristiani, il nome d'\ legione
fulminante. Siccome i pagani attribui-
rono il prodigio ai maghi ch'erano
nell'armata, nel bassorilievo della co-
lonna Antonina fecero scolpire Giove
pluvio, il quale da una parte fa ca-
dere la pioggia sui soldati romani,
e dall'altra lancia i fulmini contro
i loro nemici. Il nome di Legione
Tebea poi fu dato ad una legione
delle armate romane, che ricusò
di sacrificare agi' idoli, e soffrì il
martirio sotto gì' imperatori Diocle-
ziano e Massimiano, l'anno di Cri-
sto 3oi. S. Maurizio era il capo
della legione Tebea.
LEGION D'ONORE, Ordine
equestre. Nel 1789 la repubblica
francese abolì tutti gli ordini ca-
vallereschi ch'erano in Francia,
cioè dello Spirito Santo, di s. Mi-
chele, il reale e militare istituito
da Luigi XIV ed approvato da
Luigi XV, di s. Lazzaro di Ge-
rusalemme e della Madonna del
monte Carmelo, del merito mili-
tare istituito da Luigi XV. Pochi
anni dopo l'abolizione di tali or-
dini, che solevano conferirsi anche
ai militari per ricompensa delle
loro belle azioni e servigi , si co-
nobbe dal governo la necessità di
surrogare qualche particolar distin-
zione. Napoleone Bonaparte, uno
de' primi generali delle armate re-
pubblicane, fece decretare ai solda-
ti valorosi de' distintivi consistenti
in guarnizioni d'armi, ed in alui
segnali d'oro e d'argento; indi ap-
pena divenuto primo console, per
LEG
appagar le brame de'mllltari, man-
dò ad efiètto il disegno concepito
di fondare un ordine militare ed
equestre, col titolo di Legion d'o-
nore, onde premiare i bravi solda-
ti e i buoni cittadini, creando una
distinzione fra coloro che avessero
bene servito la patria. Sulle prime
l'ordine non si volle approvare dal
governo, ma recata la questione al
tribunato, dopo vivi dibattimenti
restò approvato dalla maggioranza
de' voli. Quindi con decreto con-
solare venne stabilita l'istituzione
dell' ordine della legione d' onore,
decreto che venne pubblicato il 3
messidoro, anno X della repubbli-
ca, cioè a' 3 giugno 1802. In esso
si ordinarono i modi con cui la
legione doveva comporsi, le cari-
che e l'amministrazione di essa.
Venne statuito un consiglio gene-
rale, che dovea adunarsi una vol-
ta per ogni mese, onde sovrain-
tendere a quanto poteva riguarda-
re l'istituto; più adunarsi ogni
semestre per rendere note le nuo-
ve promozioni, e ricevere il giu-
ramento dai novelli legionari. Si
nominarono un gran cancelliere ed
un tesoriere generale; ogni coorte
della legione ebbe i suoi capi; si
provvide eziandio al tesoro,, alle
ricompense ed agli onori. Divenu-
to imperatore Napoleone, nella
cappella degli Invalidi a Parigi,
ricevette il giuramento dai legio-
nari ch'erano in quella capitale,
con gran pompa, a*i4 luglio i8o4,
ossia 26 messidoro anno XII. In
questa occasione il gran cancellie-
re pronunziò un enfatico discorso ,
dopo il quale i grandi ufficiali del-
la legion d'onore giurarono. Prese
quindi la parola Napoleone, e tut-
ti i membri dell'ordine giurarono.
Si venne poscia allatto di distri -
LEG Boi
buìre la decorazione a ciascun in-
dividuo, secondo il suo grado. L'im-
peratore Napoleone per sempre piò
render dignitoso l'ordine da lui fon-
dato, non ne fregiò che il vero me-
rito, tanto tra' militari, che tra'cit-
tadini e nobili, s' intende già quel-
li che per lui parteggiavano. Ma per
la breve durata del suo impero,
corse pericolo che lo splendore
dell'ordine tramontasse ; tuttavolta
il re Luigi XYIII, tornato al tro-
no de' suoi antenati, con decreto
de' 6 luglio 1 8 14 confermò l'dl-di-
ne della legion d'onore, però con
diversi cambiamenti, massime nelle
insegne cavalleresche, e le pensioni
vennero tolte o diminuite. Nelle
vicende politiche del i83o, nel
nuovo ordine di cose, questo or-
dine fu conservato e confermato.
Il re de' francesi è il capo prin-
cipale dell'ordine con suprema au-
torità. L' intera amministrazione
degli affari dell' ordine è affidata
al gran cancelliere . Questo or-
dine si compone di cinque diver-
se classi, cioè i cavalieri, gli uffi-
ziali, i commendatori, i grandi
uffiziali ed i gran croce. Il nu-
mero de* cavalieri semplici non ha
alcun limite, e quello degli uffi-
ziali non può superare i duemila;
quello de' commendatori non deve
essere più di quattrocento; quello
de' grandi uffiziali non può sor-
passare i centosessanta; quello dei
gran croce non deve trascendere
gli ottanta. Va notato, che i prin-
cipi della famiglia reale e gli stra-
nieri non sono compresi in questa
ultima classe. L' insegna e decora-
zione dell'ordine della legion d'o-
nore formasi di una stella a cin-
que raggi doppi smaltati in bian-
co, tra l'uno e l'altro raggio vie-
ne ricorrendo una corona di quer-
3o2 LEG
eia smaltata verde ; nel centro
della stella sì vedeva in origine
il ritratto di Napoleone da un
lato, coll'ep^grafe: Napoleon Emp.
DEs Fbancais : dall'altro eravi l'a-
quila imperiale col moto in giro:
tìoNNEUR ET Patrie. Dopo la rc-
staurazionede'Borboni, Luigi XVIII
tolse alla decorazione l'effigie di
Napoleone, e vi sostituì quella del
re Enrico IV, ponendo nel rove-
scio i gigli di Francia e conser-
vando il motto. Nell'indicata epo-
ca 8el i83o, nella decorazione fu-
rono levati i gigli, ed invece si
posero due piccole bandiere a tre
colori, restando nel resto intatta
questa cavalleresca insegna. La
stella è sormontata da una coro-
na a cui si congiunge il nastro on-
dalo di colore rosso, da cui pen-
de la decorazione sul petto de'ca-
Talieri. I cavalieri semplici hanno
la stella d'argento, le altre classi
)a portano d'oro. I grandi ufficia-
li ed i gran croce oltre la stella
descritta, usano nella parte destra
del petto una gran piastra d' ar-
gento, di maggiore o minor gran-
dezza, nella quale è impressa la
stella a cinque raggi tramezzati da
piccole bandiere a tre colori, ed
avente nel centro il ritratto ip bu-
sto di Enrico IV, col memorato
motto intorno: Honneur et Pa-
trie, Ni uno viene ammesso all'or-
dine della legione d'onore, se non
che col primo grado di semplice
cavaliere, salvo un'eccezione espres-
sa del re, e dopo aver esercitato
per vent'anni, in tempo di pace,
funzioni civili, o militari in tempo
di guerra, con distinzione, o dopo
avere resi importanti servigi ai
cittadini e allo stato, o fatta alca
na azione famosa, o ricevuto gra-
vi ferite, o essersi distinti sopra
LEI
gli altri nelle arti, nelle scienze e
nelle lettere. Per poter diventue
uffiziale della legion d'onore biso-
gna essere fino da quattro anni
cavaliere semplice ; per essere as-
sunto al grado di commendatore
conviene aver tenuto per due an-
ni quello di uffiziale; non si giun-
ge alla dignità di grande uffiziale
senza prima essere appartenuto per
tre anni alla classe de'commenda-
tori; finalmente non si perviene al
grado di gran croce se per lo in-
nanzi non siasi avuta la dignità di
grande uffiziale, e sostenutala per
cinque anni. Tutti i membri della
legione d'onore giurano fedeltà al
re, e obbedienza alla carta costitu-
zionale, come pure alle leggi del
regno. All'ordine medesimo furono
congiunte le case di s. Dionisio
(Fedi)y e i due istituti dipendenti,
con cento pensioni, e ottocento po-
sti gratuiti per le figlie de'cavalie-
ri della legione d'onore. La sopra-
intendente dell'istituto di s. Dioni-
gio, le sei dignitarie, le dodici da-
me delia prima classe, le quaranta
della seconda, e le venti novizie,
portano una croce, le novizie di
argento e l'altre d'oro: nello scu-
do è effigiata la Beata Vergine
assunta in cielo, nel rovescio ewi
l'iscrizione dell' ordine. Deve av-
vertirsi, che le sole dame, le quali
per vent'anni abbiano occupato il
loro posto con zelo e diligenza,
possono viscire in pubblico ornate
della croce.
LEIBNITZ Goffredo Guglielmo.
Uno de'piìi belli ingegni del suo
secolo, nacque in Lipsia a* 2 3 giu-
gno 1646, da famiglia nobile, dei
baroni di Leibnitz. Egli mostrò da
giovane un ardore incredibile per
lo studio, e lesse avidamente ogni
sorta di libri, che trovò nella ricca
LEI
biblioteca ereditata dal proprio pa-
dre. Poeti, oratori, storici, giure-
consulti , filosofi, matematici, teo-
logi, a lutto egli applicossi con
ordine, ed in tutto riuscì mirabil-
mente. All'età di cent'anni fu ad-
dottorato ad AltorflF, e scrisse mol-
te opere in materia di giurispru-
denza, e tra le altre un progetto
per riformare lutto il corpo del
diritto. Fu consigliere dell' elettore
di Magonza , del duca di Brun-
swick-Luneburgo, deli* elettore Er-
nesto Augusto, e finalmente consi-
gliere aulico dell* imperatore. L*ac-
cademia delle scienze di Parigi lo
nominò primo fra i suoi membri
esteri, e quella di Berlino gli va
debitrice della sua fondazione : essa
fu formata nel 1700 sopra un
piano da lui dato, ed egli ne fu
presidente perpetuo. Morì d' anni
settanta, a' I 4 novembre 17 16, Ab-
biamo di lui moltissime opere di
ogni genere, tra le altre nomine-
remo. I." De jure suprematus ac
legalìonis princìpum Germaniae,
sotto il nome di Furstener, 1667.
1° Coclex jiiris gentium dìploma-
ticusj con un supplemento a que-
sta raccolta sotto il titolo: Mantissa
codicis jurìs gentium diplomatici ,
con belle e dotte prefazioni, 1693-
1700. Queste due opere sono una
eccellente raccolta di trattali di al-
leanza, di lettere, d' investiture, e
diplomi non solo spettanti alla
Francia, ma anche alla Germania,
e ad altri paesi. 3.° Scriptores
Bnisvicensia illustrantes, eccellente
raccolta per servire alle storie di
Brunswick e di Germania. 4-** ^<2"
crosancta Trinìtas per nova im'en-
ta logicae defensa. 5." De origine
francorum disquisitio. 6." Historia
arcana seu de vita Alexandri VI
PapaCf excerpta ex Diario Jo.
LEI 3oà
Burcardi. Fu proibita dalla con-
gregazione dell' indice e posta ia
questo nel 1703. Leibinitz è inol-
tre autore di molti scritti di me-
tafisica, di lettere, ec. sulla filoso-
fia, la storia, ec. Telseck in Lipsia
pubblicò : Miscellanea Leibnitiana,
Da ultimo iù Parigi nel 184^ col-
le nitide stampe di Le Clerc fu
pubblicato l'applaudito libro inti-
tolato : Leibnizio ec. Systema llieo-
logicum ìnscriptum ; edente, mine
primwn ex ipsissimo auctoris aii-
tographo, d. Pietro Paulo La Croix.
LEIGHLIN (Leighlien). Città ve-
scovile d'Irlanda nella provincia di
Leinster, contea, presso e all' ovest
di Leighlin Bridge. Leighliti si
chiama pure Old-Leighlin, Lagli'
niuni. La cattedrale, distrutta dal
fuoco nel 1060, fu ricostruita nel
1232. Nel pontificato di Onorio II,
e verso il 1 1 3o fu eretta la sede
vescovile; ma nella metà del seco-
lo XVII, altri con Commanville di-
cono nel 1600, essendo stato il
vescovo sacrilegamente ucciso, la
sua diocesi che nel secolo XV cra-
si unita a Fernes, passò in ammi-
nistrazione al vescovo di Kildare
(Vedi), e d'allora in poi, quantun-
que le due diocesi non sieno state
canonicamente unite, pure di fatto
il vescovo di Rildare si dice anco-
ra di Leighlin. Hachestown è la
parrocchia di Leighlin. Le diocesi
di Rildare e di Leighlin sono suf-
fraganee della metropoli di Dublino.
LEI RIA (Ltirien). Città con re-
sidenza vescovile del Portogallo,
nella provincia dell' Estremadura
portoghese, capoluogo di Comar-
ca, forte città che occupa una
pianura fertile e ben coltivata, ia
amena e salubre posizione, cinta
all'intorno da monti boschivi, ove
rigoglioso cresce l'abete, e dal fìu«
3o4 LEI
me Liz irrigala nella riva destra,
fiume che unendosi alla Lena, en-
tra ben presto nell' Atlantico. Ha
un sobborgo, ed è circondata di
mura, non che difesa da un vec-
chio castello, che fu un tempo la
residenza del re Dionigi. Oltre la
cattedrale vi sono altri rimarche-
voH edifizi. Non lunge si trova
una cospicua Tetriera, o manifat-
tura considerabile di cristalli, ed
acque minerali. Fu il detto re che
sulle vicine colline fece piantare
gli abeti, onde impedire ai venti
di trasportare le sabbie della spiag-
gia sul suolo ubei'toso dell'interno.
Leiria o Leira o Leria non è l'an-
tica CollìppOy come lo credettero
alcuni autori, ma è possibile essere
stata fabbricata coi materiali di
queir antica città. Alcuni dissero
fondata Leiria dal romano Sertorio.
Il re Enrico la tolse ai mori e
fortificolla ; ripresa da essi ritornò
di nuovo in potere de'cristiani sot-
to il re Sancio I del ii85, e fu
la residenza di molti sovrani, come
del re Dionigi. Tra i suoi uomini
illustri, nomineremo il poeta Lo-
bo Rodrigues Francesco.
La sede vescovile fu eretta sotto
il regno di Giovanni III, nel i544>
dal Pontefice Paolo III, che la sot-
topose alla metropoli ora patriar-
cato di Lisbona, di cui è tuttora
suffraganea. Ne furono ultimi ve-
scovi Emmanuele de Aguiar di
Evora, fatto vescovo nel 1790
da Pio VI. Giovanni Ignazio Fon-
seca Manso della diocesi di Evora,
fatto vescovo nel 18 19 da Pio VII.
Il regnante Papa Gregorio XVI,
nel concistoro de' 3 aprile i843
preconizzò vescovo monsignor Gu-
glielmo Henriquez de Carvalho di
Coimbra, che in quello de' 24 no-
vembre 1845 traslatò al patriar-
LEI
cato di Lisbona e poi creò cardi-
nale. Nel concistoro poi de' 1 6 a-
prile 1846 dichiarò vescovo l'o-
dierno monsignor Emmanuele Giu-
seppe da Costa della diocesi di Vi-
seu , parroco , vicario generale e
capitolare di tal diocesi. La cat-
tedrale, edifizio di magnifica strut-
tura, è dedicata in onore dell' as-
sunzione al cielo della Beata Ver-
gine Maria. Il capitolo si compo-
ne di cinque dignità, la prima del-
le quali è il decano; di undici ca-
nonici prebendati, di sei semi-pre-
bendati, di tredici benefiziati seu
quartenarios , e di altri chierici
inservienti al coro, oltre il cantore,
principale dignità tra i quarlenari.
La cura delle anime della catte-
drale è affidata ad un canonico,
ed ivi è il fonte battesimale. Il
palazzo vescovile è ampio e bello,
essendo situato presso la cattedrale.
Nella città non vi è altra parroc-
chia, ma vi sono alcune confrater-
nite, monasteri di monache con-
servatorio, ospedale e seminario.
La diocesi contiene quaranta par-
rocchie. La mensa ad ogni nuovo
vescovo è tassata in fiorini otto-
cento trentatre, corrispondenti al-
l'annua rendita di seimila crociati,
moneta portoghese, seu ad tria fe-
re millia scutata romana a gii-
bernìo persolvenda. Allorché Pao-
lo III eresse il vescovato, la rendi-
ta della mensa ascendeva a scudi
dodicimila annui.
LEITMERITZ (Litomericen). Cit-
tà con residenza vescovile nella Boe-
mia, capoluogo di circolo, distan-
te dodici leghe da Praga, e quin-
dici da Dresda, situata sulla riva
destra dell'Elba, che si attraversa
sopra un ponte parte di pietra e
parte di legno. Fortificala e ben
fabbricata possiede una bella cat-
LEI
tedrale, diverse chiese, un'acccade-
mia e un ginnasio, ed altri stabi-
limenti. Il suo comnaercio vi è at-
tivo, e consiste generalmente in
prodotti del suo territorio. Leit-
nieritz chiamasi pure Leitomeriz e
Leiitmeritz, Littomischel o Leitomi-
chely in latino Litomerium. \\ No-
vaes nella vita di Clemente VI,
dice che questo Papa nel i344
eresse Praga in metropoli e la
badia di Leutmeritz de* canonici
regolari premonstratensi in vescova-
to, che dichiarò suo suffraga neo.
Il capitolo si compone di un ab-
bate, di un priore, di un cantore,
di un custode, di un procuratore,
e di molti canonici regolari pre-
monstratensi. Ignorasi l'epoca in cui
terminò questo vescovato con cle-
ro regolare; ma siccome non si
trovano suoi vescovi posteriori al
143 1, così si crede che sia stato
soppresso per la stessa ragione, per
la quale restò vacante per sì lun-
go tempo l'arcivescovato di Praga,
per le turbolenze e per le crudel-
tà degli ussiti e dei taboriti, che
invasero tutta la Boemia. Il pri-
mo vescovo di Leitmeritz fu Gio-
vanni ordinato nel i35o, che nel
i385 divenne vice-cancelliere del-
l'impero, e poi vescovo di 01-
miitz. Suoi successori furono, Pie-
tro Geliton cancelliere di Carlo
IV re di Boemia^ che mori ve-
scovo d'Olmiitz nel 1 387; Alberto
conte di Hernberg, fatto vescovo nel
1871, morto verso l'anno i375;
Giovanni marchese di Moravia, ve-
scovo dopo il 1375, andò poscia alla
sede d'Olmiitz nel 1387, quindi fu
fallo patriarca d'Aquileia; Giovan-
ni Bucca vescovo di Leitmeritz,
poscia di Olmiitz nel i4'8, am-
ministratore dell' arcivescovato di
Praga e cardinale, morì nel i43o;
voL. xxxvn.
LEI
3t)5
Paolo Zideck, prevosto di Praga,
vicario generale della metropoli,
eletto vescovo di Leitmeritz, ma
non fu ordinato.
Altri però sono d'accordo con
Commanville in dire, che la sede
vescovile di Leitmeritz fu istituita
o meglio ripristinata da Alessandro
VII nel i655, ad istanza dell'im-
peratore Ferdinando III, facendola
nuovamente sufifraganea di Praga,
della quale lo è tuttora. Nella ri-
pristinazione di questa sede vesco-
vile, il primo vescovo di Leitme-
ritz fu Massimiliano Rodolfo ba-
rone di Scihleimitz, nominato a-
gli 8 luglio del i658, morto nel
1675. Noteremo fra i suoi succes-
sori, Ugo Francesco conte di Co-
nigseg consecrato nel 17 11, consi-
gliere di stato dell'imperatore Car-
lo VI e gran maestro della casa
di Giuseppe Clemente duca di Ba.
viera, elettore di Colonia, che mo-
rì nel 1729. Il citato Novaes nel-
la vita di Clemente XI narra che
nel 17 13 coir usato suo zelo apo-
stolico riprese detto vescovo , il
quale avendo in diversi modi vio-
lata r autorità della santa Sede
e l'immunità ecclesiastica ^ ed es-
sendo perciò incorso nelle censure,
avea osato tuttavia celebrare solen-
nemente la messa nella cattedra-
le di Colonia di cui era deca-
no; laonde il Papa lo ammonì pa-
ternamente a correggersi , ed a
provvedere alla sua coscienza sen-
za indugio. Giovanni Adamo di
Wralislavia conte di Mitrovritz ,
già vescovo di Konìgsgratz, trasfe-
rito a Leitmeritz nel settembre
1731 da Clemente XII. Ferdinan-
do Kindermann a Schulstein della
diocesi, fatto vescovo nel 1790 da
Pio VI. Venceslao Leopoldo Chen-
mézansky di Koslitz, traslato da
20
3o6 LEL
Cannea in parlìhus da Pio VII nel
1802. Questo Papa nel 181 5 gli
diede per successore Giuseppe Fran-
cesco Hurdalck della diocesi di Ko-
iiigsgralz; e nel 1823 nominò ve-
scovo Vincenzo Edoardo Milde di
Moravia. Questo prelato venendo dal
Pontefice regnante Gregorio XVI
traslato alla metropolitana di Vien-
na, il medesimo Papa nel conci-
storo de' 2 luglio i832 preconiz-
zò l'odierno vescovo monsignor A-
gostino Hille, nato in Sconau dio-
cesi di Leitmerilz, canonico della
cattedrale.
La bella cattedrale, di mediocre
grandezza e di recente struttura,
è dedicata a Dio, in onore del pro-
tomartire s. Stefano. 11 capitolo si
compone della prima dignità del
decano, della seconda dignità del
preposto, di sei canonici residen-
ziali, di sei onorari , oltre le pre-
bende teologale e penitenziaria, ed
altri preti e chierici addetti al di-
vino servigio. La cura d'anime
nella cattedrale pel decano la di-
simpegna un prete; in essa vi è
il battisterio, e tra le reliquie si
venerano i corpi di s. Vittorino
vescovo e martire , e di s. Felice
martire. L'episcopio situato presso
la cattedrale è un edifizio ampio
e conveniente. Nella città vi è un'al-
tra parrocchia con fonte ha Itesi -
Hìale j due conventi di religiosi, ed
il seminario cogli alunni. La dio-
cesi è vasta e contenente molli
luoghi, castelli e parrocchie. I frut-
ti della mensa ad ogni nuovo ve-
scovo sono tassati ne' libri delia
camera apostolica in fiorini quat-
trocento cinquanta, dicendosi ascen-
dere r annua rendita a fiorini
12,000 moneta di quelle parti,
senza aggravio di alcuna pensione.
LELIO Teodoro , Cardinale.
LEM
Teodoro Lelio vescovo di Treviso,
nel 1468 a' 21 novembre fu da
Paolo II creato cardinale, ma non
ebbe tempo di vestire la sacra por-
pora involatagli dalla morte, a cui
assistè lo stesso Papa, con paterni
suggerimenti al passo estremo. li
cardinale lasciò alcune opere che
fanno testimonianza del suo sapere.
Il Ciacconio scrive che la dignità
cardinalizia tenne Teodoro per die-
cinove mesi ; il Panvinio conviene
cl^e fu fregiato di tal dignità; l'U-
ghelli che nell' Italia sacra parla
a lungo di lui, dice espressamente,
che bramò ma non ottenne la por-
pora cardinalizia.
LEMMAJNDA o LEMANDA. Se-
de vescovile che alcuni assegnano
alia Libia Pentapoli, e Comman-
ville sotto il patriarcato d'Alessan-
dria; è la metropoli di Cirene, e-
retta nel V secolo. Ne furono ve-
scovi Erone e Nasca.
LEMNO o LEMNOS. Sede ve-
scovile della prima Macedonia, nel-
l'esarcato del suo nome, nell' isola
dell'Arcipelago, nel governo turco,
e nel sangiacato di Metelino, chia-
mata ancora Stalimene. 11 porto
Paradiso, e il porto s. Antonio la
dividono in due penisole unite da
un istmo. Il capoluogo dell' isola
di Lemno porta lo stesso nome ed
anche Myrina. Questa antica isola
del mare Egeo era primieramente
abitata dai pelasgi o sintii, popoli
della Tracia. Divenne celebre pel
suo laberinto, e per la favolosa fu-
cina di Vulcano, quivi forse situa-
ta dai poeti, perchè vuoisi che i
suoi abitanti fossero stati i primi
a fabbricare le armi. Le fu pur
dato il nome di Aethalia o bollen-
te. Divenne anche famosa nell'an-
tichità pel soggiorno fattovi dagli
argonauti, e per quello di Filolte-
LEM
(e abbandonatovi ferito in un pie-
de dai greci, che andavano all'as-
sedio di Troia. In progresso slette
sotto la dipendenza delia provincia
d'Asia. Fu presa dai persiani sot-
to Dario, e dipoi fu assoggettata
da Milziade. Sotto il basso impe-
ro appartenne ai veneti, che fu-
rono obbligati di cederla a Mao-
metto li; indi la ripresero, e nel
1 657 dovettero abbandonarla ai
turchi. Quanto alla sede vescovile,
Commanville la dice eretta nel IV
secolo, sotto la metropoli di Filip-
pi, e che nel IX divenne metro-
politana onoraria senza sufFraga-
nei. Nel concilio di Nicea v' inter-
venne Strategio vescovo di Lemno,
tra i vescovi della provincia delle
isole Cicladi , e per conseguenza
sotto la metropoli di Rodi. He-
jìhaestia era anticamente la sede
del vescovo, il quale, dacché fu ro-
vinata, stabilì la sua dimora nel
monastero di s. Paolo. Hephacstla
posta nella parte orientale delTiso-
Ja ne fu la capitale, e si crede cor-
rispondere air odierna Stalimene,
Lemno o Myrina. Silvano vescovo
di Lemno approvò i canoni in Trul-
lo , quanto agli altri vescovi di
Lemno, fino a Joannice o Giovan-
nice, che sedeva nel 1 721, si può
vedere il p. Le Quien r\e\\* Oriens
christ. t. I, p. 95 r.
LEMPTA o LEMPTE, Lepth
parva. Luogo rovinoso della Bar-
beria, già città del regno di Tu-
nisi, sul Mediterraneo, un poco al
sud dalla baia diHammamet. Sem-
bra che il concilio chiamato dal
p. Labbé de Telepta, dal p. Anto-
nio de Tela, da Ferrando deZelda^
tenutosi nel 4 '8, e nel quale i ca-
noni fatti in Roma dal Papa s.
Sirici© , furono approvati , debba
chiamarsi de Lempta, città celtica,
LEM 3o7
attualmente villaggio dello stalo di
Tunisi ; ma non si sa perchè la
lettera di detto Pontefice agli afri-
cani, colla data deiranno 386, non
sia stala ammessa che nel ^\^.
Mansi t. II, col. 25 òeW Jppen-
dice.
LE-MANS (Cenomanen). Città
con residenza vescovile di Francia,
capoluogo del dipartimento della
Sarthe, di circondario e di tre can-
toni, distante cinquantaquattro le-
ghe da Parigi, situata sopra una
collina, vicino al confluente della
Sarthe, che si attraversa sopra due
ponti antichissimi, un poco al di
sopra del confluente dell' Aune. Vi
sono dei tribunali di prima istan-
za e di commercio, una direzione
dei demani, una delle contribuzio-
ni indirette , una conservazione
delle ipoteche^ ed una camera con-
sultiva di manifatture; è pure ca-
poluogo dell'undecima conservazione
forestale. Assai estesa trovasi bella-
mente situata in gran parte sopra
un colle ; la porzione che sta sulla
riviera è antica e mal fabbricata.
Le case fabbricate in pietra sono
coperte di lavagna, bellissimo so-
pra tutto essendo il quartier nuo-
vo. Fra le piazze pubbliche è os-
servabile quella de' mercati, vastis-
sima ed assai bella. Sonovi due
passeggi, l'uno detto de' Giacobini,
i cui viali in anfiteatro presentano
un bel colpo d' occhio , e l' altro
chiamato il Cancelliere, che si esten-
de sulle rive della Sarthe, ed i cui
viali formano una specie di labe-
rinto. La cattedrale è un bellissi-
mo monumento di architettura go-
tica, incominciato nel IX secolo, e
terminato nel XVI ; la torre ha
duecento piedi di altezza, e con-
tiene un orologio che è un capo
d'opera. Si osserva pure il paiaz-
3o8 LEM
zo della prefettura, quello della
città, ed il teatro, uno de* più belli
della Francia. Questa città ha diver-
si stabilimenti, come il collegio co-
munale , la società di agricoltura ,
scienze ed arti, la società reale del-
le arti con una biblioteca, un ga-
binetto di storia naturale, un mu-
seo di pittura , una pubblica bi-
blioteca con più di 4ij000 volumi
e 700 mss., e due altre minori ,
l'una nella prefettura, l'altra nel
palazzo dì giustizia ; due ospedali,
una società di carità materna ec.
Vi sono fabbriche considerabili ,
laonde corrispondente è il suo at-
tivo commercio. E patria di pa-
recchi uomini illustri, tra' quali no-
mineremo il conte di Tressan, De-
nisot pittore e poeta, dei matema-
tici Laray e Marsenne, dello scul-
tore Pilon, di Giacomo le Pellet-
tier, di De la Croix du- Maine, ec.
Le Mans, Suindinum o Vindi"
nuniy poi Cenomaniy Cenomania o
civitas Cenomanorum , era il capo •
luogo degli Aulerci Cenomani, e
e del Basso-Maiese. È una delle
più antiche città della Gallia Cel-
tica, e doveva essere considerabile
sotto i romani, pel gran numero
di antichità che si trovarono tan-
to nel suo circuito che nei dintor-
ni. Al tempo di Carlo Magno, era
una delle città le più grandi e ric-
che dell'impero. Nei secoli IX e X
fu saccheggiata dai normanni ; nel
XI sofferse in conseguenza delle
guerre del conte di Angiò e del
duca di Normandia, e nel 109^
fu onorata dalla presenza del Pa-
pa Urbano II ; nel XII fu incen-
diata; Guglielmo il Conquistatore
la prese nel XIII secolo, e vi fece
costruire un castello, che fu demo-
lito nel 161 7 dal conte d'Auver-
gne ; la peste la desolò ne' secoli
LEM
XV e XVI, e la fame nel XVI!.
Avendo abbracciato il partito del-
la lega sotto Enrico III ed Enrico
IV, questo ultimo l'assediò e la
fece capitolare ; il duca di Beau-
fort voleva impadronirsene pel prin-
cipe di Condé e pel parlamento;
ma il governatore de Gevres la
sostenne sotto l'obbedienza del re.
Il IO dicembre 1798 l'armata van-
deista rientrò nella città, ma fu
scacciata tre giorni dopo dai re-
pubblicani; il i5 ottobre 1799.se
ne impadronirono i sciovani. Mal-
grado tante sciagure, oggi Le Mans
è in uno stato assai prospero.
La sede vescovile fu eretta nel
terzo secolo, o nell'anno 3oo come
dice Commanville, suffi'aganea della
metropoli di Tours, di cui lo è tut-
tora. Questa sede pretese di essere
proto-trono, non solo perchè la cit-
tà era la prima nelle Notizie an-
tiche, ma ancora perchè il Papa
accordò il pallio ad un vescovo di
Mans nell'anno 685. Questa illu-
stre sede fu occupata da ottantu-
no vescovi, tredici de' quali sono
venerati per santi , due cardinali ,
ed un altro nominato a questa di-
gnità premorì. Il primo vescovo di
Le Mans è opinione comune che
sia stato s. Giuliano; non sono
d'accordo gli scrittori quanto all'e-
poca in cui governò, che pare ver-
so la fine del secolo III, ed ebbe
in successori s. Turibio, s. Parac-
elo o Parazio, e nel 34B s. Libo-
rio che fondò molte chiese e le
provvide abbondantemente di tutto
il bisognevole, morendo nel 897.
Indi divennero vescovi s. Vittore,
s. Vittorio, s. Principio, s. Inno-
cenzo, è s. Donnolo che fu uno
de' più grandi vescovi de' suoi gior-
ni : egli fondò l'abbazia di s. Vin-
cenzo di Le Mans, in cui mise dei
LEM
monaci fervorosi, e terminò quella
di s. Giorgio cominciata dal pre-
decessore. Fondò ancora un mo-
nastero ed un ospedale tra Baugé
e la Sarthe, e morì nel 58 1. Do-
po la morte di Caldegisillo che
avea governato da mercenario que-
sta chiesa, nel 586 fu eletto a suc-
cedergli s. Bertranno, il quale fab-
bricò e dotò un gran numero di
ospedali, e fece costruire e restau-
rare molte chiese: credesi che mo-
risse nel 6a3. Duodecimo vescovo
fu s. Caduindo irlandese o france-
se, eletto nel 625 ; restaurò parec-
chi monasteri, anche nella discipli-
na, e fondò quello di Evron, mo-
rendo nel 653. Neir832 fu fatto
vescovo s. Aidrico, già primo cap-
pellano e confessore dell' impera-
tore Lodovico I il Pio. Quando il
re di Francia Carlo il Calvo sog-
giornò in Le Mans per ivi opporsi
alle scorrerie de* normanni, s. Ai-
drico Io pregò rimediare ad alcuni
abusi che commettevansi contro il
culto divino e la podestà reale. Sì
riunirono perciò i vescovi neir843
nel borgo di Coulaine, vicino ai
sobborghi di Le Mans, e fecero al-
cune decisioni, che trovansi nella
raccolta de* concilii t. XXIII, ediz.
reg. Aidrico stabilì un' esatta di-
sciplina nel suo clero; questo il
recò a fare una raccolta di cano-
ni tratti dai concilii e dalle decre-
tali de'Papi, sotto il nome di Capi-
tolari d' Aidrico, monumento di cui
se ne compiange la perdita. Egli
morì neir856. Quanto agli altri
vescovi di Le Mans potrassi con-
sultare la Gali, chrisl. tom. II,
par. I, pag. 5i2 e seg., e Claudio
Roberto nella serie di questi ve-
scovi : solo nomineremo i cardinali
Teobaldo de Luxembourg del i474>
ed il suo figlio Filippo del i49^>"
LEM 3o9
che vi fondò un collegio, e morì
santamente. Nell'anno ii88 fu te-
nuto un concilio o piuttosto un'as-
semblea a Le Mans per fare una
crociata. Il re d'Inghilterra Enrico
Il ordinò in quel concilio, che tutti
i suoi sudditi regalerebbero in quel-
l'anno la decima parte delle loro
rendite e delle loro suppellettili,
pel soccorso di Terrasanta. 11 p.
IVIansi nel Sappi, alla collezione
de^ concilii t. II, col. i o4 1 , par-
lando di un concilio di Mans del
1237, dice non essere ben certo
che quel concilio sia stato celebra-
to ; ma che però avvi luogo a sup-
porre che sia stato tenuto , come
apparisce da due lettere, indirizzate
a Juello o Juvello arcivescovo di
Tours e riferite dal p. Mar tene ,
l'una nel t. VII de' suoi Monumen-
ti antichi, l'altra nel t. III degli
Aneddotij la prima dell'abbate di
Marmoutier, che manda le sue scu-
se per non potervi intervenire, col
pretesto di affari pressanti e spino-
sissimi ; la seconda di W
arcidiacono di Penthievre, il quale
prega il medesimo prelato di non
imputrrgli a colpa la sua assenza,
essend( si ammalalo gravemente in
cammino. Nel i5i i fu tenuto altro
concilio in Le Mans, Gallia christ.
t. VI, p. 249.
Questa sede vescovile fu soppres-
sa pel concordato fatto da Pio VII
colla repubblica francese nel 1802,
onde ne fu ultimo vescovo France-
sco Gaspardo de Jouffroy Goussans
di Besangon, dichiarato vescovo da
Pio VI nel 1778. Però nel 1817
dal medesimo Fio VII fu ristabi-
lito il vescovato di Le Mans pel
concordato conchiuso con Luigi
XVIII; laonde questo Papa nel
concistoro de' 21 febbraio 1820
preconizzò in vescovo Claudio Mad-
3io LEN
tlalena de la Myre-Mory di Pa-
rigi, a cui Pio Vili nel 1829 die-
de in successore Filippo Maria Te-
resa Guidone Canon di Renues.
Per sua morte il Papa che regna
Gregorio XVI, nel concistoro de'20
gennaio i834, nominò l'attuale ve-
scovo monsignor Gio. Battista Bou-
vier, nato in Saint-Charles, diocesi
di Le Mans, già superiore del se-
minario, vicario generale e capi-
tolare. La cattedrale,, antico ed am-
pio edifizio, è dedicata a Dio in
onore di s. Giuliano, mentre anti-
camente era sotto V invocazione di
s. Pietro. II capitolo si compone di
tre dignità, la prima delle quali è il
decano, di nove canonici compreso
il penitenziere, oltre diversi canoni-
ci onorari ed i pueri de choro pel
servigio divino. JVella cattedrale vi
è il fonte battesimale, il canonico
arcipiete fa le funzioni di parroco,
e si venerano tra le insigni reliquie,
molli corpi de' santi vescovi di Le
Mans. Il palazzo vescovile è alquan-
to distante dalla cattedrale. Oltre
questa nella città vi sono altre quat-
tro chiese parrocchiali co* rispettivi
battisteri, i fratelli della dottrina
cristiana, un grande ospedale ed
un magnifico seminario con cento-
cinquanta alunni. La diocesi è vasta
e contiene cospicue città e luoghi.
Ogni nuovo vescovo è tassato nei
flutti della mensa, dai libri della
camera apostolica, in fiorini trecen-
tosettanta.
LENGLET DUFRESNOY Ni-
cola. Nacque a Beauvais a'3 otto-
bre 1674, e nel seminario di s.
Maglorio prese gli ordini sacri. Da
questa epoca la sua vita fu un
tessuto di sventure, ch'egli provo-
cò colla sua penna caustica e col-
la smania d' indipendenza. Esso
pretendeva di scrivere, pensare, a-
LEN
gire e vivere liberamente. Errò a
lungo nella Germania e nei Paesi
Bassi, finche fissò la sua dimora
in Parigi, ove si famigliarizzò col-
la Bastiglia e colle altre prigioni.
Giunto all'età di ottantadue anni, pe-
ri miseramente sul fuoco nel genna-
io 1755. Abbiamo di lui un gran
numero di opere, tra le altre, i.**
Una edizione del Nuovo Testamen-
to in latino, con delle note stori-
che e critiche, 1708. 2.° Un'edi-
zione del Rationariiim temporuni
del p. Petavio, Parigi 1708. 3."
Commentario di Dupuis sul trat-
tato della libertà della chiesa gal-
licana^ Parigi 1715. 4'° Confuta-
zione degli errori di Spinosa^ dì
Fenelon^ di Lami e Boulainvìlliers.
5.° Trattato istorìco € dogmatico
sulle apparizioni e visioni ^ ij5i.
6." Raccolta di dissertazioni sul
medesimo soggetto, 1752. 7.° Trat-
tato storico e dogmatico sul segreto
della confessione, 1738. 8, '^ Diurno
romano tradotto in francese col la-
tino a fronte, Parigi 1705. 9.°
Metodo per is indiare la storia, con
un catalogo de' principali storici,
1734. IO." Metodo per istudìare
la geografia. 11." Imitazione di
Gesù. Ciisto tradotta in francese.
12.° Principii della storia per l'edu-
cazione della gioi'entìi. i3.° Ta-
volette cronologiche della storia u-
niversale sacra e profana, ecclesia"
stica e civile, dalla creazione del
mondo sino all'anno l'J^^- i4-"
Laetantii Fi rmiani opera, 1748. i5."*
Storia di Giovanna d'^ Arco, l'jSZ.
1 6." Piano della storia generale e
particolare della monarchia fran-
cese, Parigi 1754; oltre /nolte al-
tre opere di ditferente genere. Di
molte delle mentovate furono fat-
te diverse edizioni , altre veimero
tradotte in ahri idiomi. Tutte le
LEN LEN 3ii
opei e di Lenglet abbondano di dovizia di beni ecclesiastici , volle
dotte indagini, siccome dotato di pagare lutti i debiti del defunto
menjoi'ia prodigiosa , di vasta e suo padre, quantunque non avesse
svariata erudizione. Aveva uno spi- adito all'eredità. Dopo essere inter-
rito vivo e focoso, il suo conversa- venuto nei conclavi di Gregorio
re era aninialo e ricco di aneddoti, XV, ed Urbano Vili, in età di
possedeva una meravigliosa facilità cinqualtro anni morì in Roma nel
di scrivere sopra ogni argomento, 1627, ed ebbe sepoltura nella sua
con stile franco e mordace che non basilica, ove fece costruire una cap-
risparmiava alcuno, e che gli atti- pella in onore di s. Gio. Battista,
rò tante cattive vicende. ed a cui lasciò una croce, con can-
LENI Giovanni Battista, Car- dellieri e vasi d'argento. Le pro-
dinale. Giovanni Battista Leni pa- prie sostanze le assegnò alla chiesa
trizio romano , resosi interessante di s. Carlo a' Catinari, per mezzo
per l'attinenza del sangue che lo delle quali si potè magnificamente
congiungeva al nipote di Paolo V, ortìare ed abbellire quella sontuo-
cardinal Scipione Borghese, a cui sa chiesa, e costruirsi la superba
nel sembiante non poco rassomiglia- facciata. Fu questo cardinale uo-
Ta, fu nel 1608 da detto Papa mo di poche lettere, ma supplì a
promosso al vescovato di Milelo, questo difetto coU'illibatezza di spec-
ed a' 24 novembre lo creò cardi- chiati costumi, incomparabile one-
nale prete del titolo di s. Cecilia, sta e onoratezza,
e protettore de'canonici regolari del LEiVOiN COURT (di) Roberto,
ss. Salvatore , e de* minimi. Nel Cardinale. Roberto di Lenoncourt
161 1 il Pontefice lo trasferì alla o Leoncourt, così detto dal suo
chiesa di Ferrara ove celebrò il feudo posto ne'confini del ducato
sinodo, incominciando un lodevole di Lorena, nobilissimo francese, per
governo. Tutta volta fu in continue santità e dottrina chiarissimo, es-
controversie col clero e col capito- sendo priore dell'abbazia della Ca-
lo di Ferrara per materie benefi- rità dell' ordine cluniacense sulla
ciali, come ancora mosse lite con- Loira, indi abbate di Barbella o
tro alcuni de'principali di quella Sacroporto, fu da Paolo III nel
città, legittimi possessori di molte i535 fatto vescovo di Chalons,,
decime, comprate anticamente dai che poi nel i55o rinunziò al nipo-
loro maggiori, con che disgustò non te Filippo; venne quindi trascelto
poco la città, ed egli medesimo fu al ministero di ambasciatore di
sempre in travaglio. Nel 16 16 in- Francia presso l'imperatore Carlo
trodusse i teatini, i frati del ter- V pel ducato di Gheldria, e ad
zo ordine di s. Francesco, e gli istanza del proprio sovrano, Paolo
agostiniani scalzi in Ferrara. Per III a' 20 dicembre i538 lo creò
rinunzia del cardinal Borghese fu cardinale dell' ordine de'preti col
fatto arciprete della basilica Late- titolo di s. Anastasia, dal quale
ranense, di cui nell'anno santo del successivamente passò sotto Pio IV
giubileo del 1625 aprì e chiuse nel i56o al vescovato di Sabina,
la porta delta santa, ed alla qual Già nel i55i avea ottenuto da
basilica in morte lasciò considera- Giulio III in amministrazione la
bih doni. Essendo provveduto a chiesa di Metz, e da Paolo IV nel
3i2 LEN
i556 quelle di Autun, Ambrum
ed Arles, e dallo stesso Pio IV
nel detto anno quella di Tolosa.
Col favore del cardinale i francesi
nel i552 s' impadronirono della
città di Metz, nel quale anno egli
intimò r assemblea generale del
clero, da tenersi in un certo deter-
minato giorno. Essendosi sparsa in
Roma la voce di sua morte, il
cardinal Carlo di Lorena, che con
regresso avea a lui rinunziata la
chiesa di Metz, rientrò al possesso
del suo vescovato j lo che saputosi
da Lenoncourt, rinunziò spontanea-
mente il governo di quella diocesi,
tanto più che per le sue abituali
infermità era divenuto inabile alle
funzioni episcopali. Fabbricò nel
monastero di Reims il sepolcro di
s. Remigio con tanta eleganza,
splendidezza e magnificenza , che
destò l'ammirazione della Francia,
e riuscì uno de' più belli monu-
menti del regno. Intervenne a
quattro conclavi, e mori nel i56i
in Metz, universalmente compianto
per le sue egregie virtù e preclare
azioni, per le quali restò la sua
memoria in benedizione. Fu sepol-
to nella cattedrale di Metz, nella
cappella da lui fondata e alla qua-
le assegnò convenevole dote come
narra il Ciacconio; ma il Fieury
ed i Sammartani scrivono che il
di lui cadavere fu trasferito nel-
l'antica sua abbazia o priorato
della Carità. Tra le doti che mi-
rabilmente risplendettero in questo
cardinale prevalsero la pazienza,
la benignità e la modestia, onde
il Petramellara enfaticamente, più
oratore che storico, lo somigliò a
Giobbe nella sofferenza, a s. Egi-
dio nella dolcezza, al Papa s. Aga-
pito I nella gravità, e per l'umiltà
e la dottrina ai ss. xVmbrogio, Ba-
LEN
silio, e Girolamo, non senza esagC"
razione notabile. Nel i562 gli u-
gonotti ne abbatterono il mauso-
leo, ed empiamente bruciarono e
gettarono al vento le ceneri del
cardinale.
LENONCOURT (di) Filippo,
Cardinale. Filippo di Lenoncourt,
nato nel castello di Cupeuray
presso Parigi, dal conte Nanteville-
Haudovin della diocesi di Meaux,
«sorti dalla natura tale leggiadria di
aspetto ed eleganza di persona, che
venne detto comunemente il bellissi-
mo tra cavalieri francesi. Provveduto
fino da giovinetto di tal numero di
abbazie, che fecero dire agli autori
della Gallia Christiana, t. XII, p.
338: sacerdotiorum mole oneratus,
quani ornatus, accompagnò il cardi-
nal Roberto suo zio nel viaggio di
Roma. Tornato in Francia fu pro-
mosso da Giulio III nel i55o al
vescovato di Chalons, rinunciatogli
dallo zio, quale dimise dopo sei an-
ni. Trasferito nel i56o da Pio IV
a quello di Auxerre, dichiarato re-
gio consigliere, e nel 1579 ^^^^^
commendatore dell'ordine dello Spi-
rito Santo, fu spedito dal proprio
sovrano ad Enrica III re di Navarra,
affine di esortarlo energicamente a
voler abiurare l'eresia, ed abbrac-
ciare la cattolica religione, per po-
ter poi senza contrasti succedere
alla corona di Francia ; ma non
potè ottenere cosa alcuna da quel
principe, sebbene per parte del re
di Francia gli facesse considerare
tutte le difficoltà che avrebbe in-
contrale se non dichiaravasì catto -
lieo. Ma Enrico III altro non ri-
spose che : ciò che non farà la re-
ligione farà la spada j e con tale
risposta se ne tornò in Francia.
Indi ebbe ordine di trasferirsi a
Roma nel 1 586 per affari pubbli-
LEO
ci della corona. Sisto V 1' onorò
di sua benevolenza, e ad istanza
di Enrico III re di Francia, a' 17
dicembre lo creò cardinale prete
del titolo di s. Onofrio, non però
arcivescovo di Reims come col Ciac-
conio scrissero altri. Quello ag-
giunge che nel i588 il cardinale
intervenne all'assemblea degli stati
tenutasi in Blois, nella quale segui
la strage memorabile del duca e
del cardinale di Guisa, contraddetto
dal Petramellara ; ma i Sammar-
tani convengono col Ciacconio. Mo-
ri il cardinale nel 1592 in Roma
in età d'anni sessantacinque ; ed
ivi ebbe sepoltura, quantunque al-
cuni pretendono che il corpo fos-
se trasportato a Reims, e che a-
vesse la tomba nella cappella della
Madonna.
LENZUOLI BORGIA Roderico,
Cardinale. V. Alessandro VI Papa.
LEO (s.). V. Monte Feltro.
LEOBARDO o LIEBARDO (s),
rinchiuso di Turena. Nacque in
Alvergna, e studiò umane lettere in
pubblico collegio, addimostrandosi
sempre inclinato alla pietà e alla
divozione. Per aderire ai desiderii
de'suoi genitori stava per prender
moglie, quando la subitanea mor-
te dei medesimi sconcertò la cele-
brazione del maritaggio. Nell'anno
571 abbandonò il suo paese , e
passata la Loira, andò a chiu(lersi
vicino alla badia di Marmoutier,
in una celletta scavata sotto una
roccia. La sua applicazione alla let-
tura e alla meditazione della santa
Scrittura gli fece più fortemente
sentire le verità di cui Iddio ave-
va già gittato ì semi nel suo cuo-
re. Ai digiuni, alle veglie, alla pre-
ghiera, accoppiava il lavoro delle
mani, il quale consisteva o nel co-
piare \ libri S9pti, e nello scavare
LEO 3i3
quel masso col piccone. Alcuni an-
ni dopo fu costretto ricevere dei
discepoli, che abitarono in alcune
cellette disposte intorno la sua.
Finalmente dopo ventidue anni di ri-
tiro, prevedendo il suo fine, doman-
dò il santo Viatico , che gli fu
amministrato da s. Gregorio ve-
scovo di Tours, e morì in una
domenica di quadragesima dell'an-
no 593. S. Gregorio di Tours
che ne scrisse la vita, racconta
parecchi miracoli operati da que-
sto servo di Dio. Celebrasi la sua
festa ai 18 gennaio.
LEOBAZIO (s.), abbate in Tu-
rena. V. Orso (s.).
LEOBEN o LEUBEN (Leobien).
Città vescovile della Stiria supe-
riore nella Germania, nel circolo
dell'Austria, giace sulla riva destra
del Mur o Muhr. Vi risiede una
alta amministrazione delle sue nu-
merose miniere, pel ragguardevole
traffico che ivi si fa del ferro, bi-
tume e carbone fossile: il bitume
fossile è nerissimo , lapis thracius.
Nelle sue vicinanze era la famosa
abbazia di Goss delle fanciulle.
Nel 1692 fu saccheggiata dall'ar-
civescovo di Salisburgo e da Otto-
ne di Baviera. Sebbene il vescovo
non vi risieda, dà il suo nome
e titolo di sede vescovile di Leo-
ben o Leuben. La residenza in
vece del vescovo è in Goss o
Goess, grosso borgo della Stiria in
riva al Muhr sulla parte destra j
con sontuosa catfedrale cui è an-
nesso il palazzo del vescovo; questo
borgo da Leoben è discosto per u-
na lega al sud. Leoben possiede
belle caserme, magazzini da sali,
e fucine importanti. Acquistò Leo-
ben celebrità pei preliminari del
trattalo di pace di Campoformio,
tra gli austriaci ed i francesi^ se^
3i4 LEO LEO
guati nel 1797 dall* arciduca Car- tore. Furono inseguito fatte delle
10, e dal generale Bonaparte. ricerche dai ministri pontificii per
L'imperatore Giuseppe II nel tì- secondare le suppliche dell'arci ve-
sìtare le città e luoghi de'suoi do- scovo, e si convenne da essi, che
minii austriaci , trovando la città Pio VI dovesse fare l'erezione del
di Leoben ed altri luoghi ad essa vescovato nuovo , concederne la
soggetti, dipendenti in spiritualibas nomina all' imperatore, ed all'arci-
dall'arcivescovo di Salisburgo, pen- vescovo T istituzione e consecrazio-
sò di liberarli colla città dalla ec- ne del nuovo vescovo. Quindi fu
clesiastica giurisdizione di tal pre- scritto all' arcivescovo che il Papa
lato, che voleva escludere da tutte sarebbe condisceso a concedergli
le parti dell' impero d' Austria, e l'istituzione e consacrazione di tal
restringere l'esercizio della sua giù- nuovo vescovo^ qualora da sua
risdizione al suo territorio. A tale Fintila si fosse eretto il vescovato,
effetto risolvette di fare erigere Leo- sopra di che era necessario farsi
ben in vescovato, con assegnargli la supplica. Rispose l'arcivescovo,
per diocesi quel territorio, ed al- che volentieri avrebbe obbedito se
tri luoghi del suo temporale do- avesse avuto ordine dall'iraperato-
minio austriaco, e di nominare re di far simile istanza , la quale
ancora il vescovo per governarli, per altro spettava non ad esso, ma
L'imperatore palesò la risoluzione all' imperatore, che bramava tale
a monsignor Girolamo CoUoredo vescovato senza intenzione e volon-
arcivescovo e principe sovrano di tà sua. I ministri pontificii invita-
Salisburgo, insinuandogli di erige- rono il nunzio di Vienna perchè
re Leoben in vescovato, confor- ne parlasse all' imperatore , ma
me avevano fatto i suoi predeces- questi determinato nel suo primo
sori , che avevano eretti quattro sentimento nulla rispose. E però
vescovati ne' secoli precedenti. Si dal Papa fu replicata altra lettera
oppose l'arcivescovo, manifestando all' arcivescovo , ordinandogli di
a Giuseppe II i motivi pei quali nulla operare su tale oggetto, e di
non poteva aderire. Ma cesare fer- astenersi da ogni passo ulteriore,
mo nella sua volontà, tanto re- Nel tempo stesso il nunzio tornò
plico e scrisse energicamente all'ar- ad insistere presso T imperatore,
civescovo, che 1' obbligò a secon- acciò domandasse l' erezione del
darlo. L'arcivescovo pertanto tutto vescovato e la nomina del vesco-
manifestò al Pontefice Pio VI con vo. Nulla fece cesare, bensì l'ar-
lettera di agosto 1785, esponendo civescovo si astenne da ogni atto.
a sua Santità di essere a lui ben Allora Pio VI scrisse altra lettera
noto quanto aveva operato per al prelato, colla quale gli concesse
opporsi alla volontà di Giuseppe 1' istituzione e consecrazione del
11, alla quale finalmente trovavasi nuovo vescovo di Leoben, incul-
costretto cedere per evitare ogni candogli che procurasse che l'ere-
pregiudizio a danno alla sua chie- zione della sede vescovile si facesse
sa, e a sé medesimo. Supplicò dal Papa.
quindi il Papa a degnarsi conce- Non fu possibile di ottenere l'in-
dergli la facoltà necessaria per a- tentOj per cui avendo l'arcivesco-
derire alla risoluzione dell'impera- vo nuovamente supplicato Pio VI
LEO
di tale erezione da farsi da esso^
e vedendo ancora Tiiiiperatore sem-
pre determinato a non domandar-
la, scrisse un breve a mezzo del
segretario de' brevi a' principi a* 17
marzo 1786, con cui die all'arci-
vescovo piena autorità e flìcoltà di
erigere in nome della santa Sede
e del Pontefice Pio VI Leoben
in vescovato, assegnargli il metro-
politano di Salisburgo stesso e la
diocesi, concedendo la nomina al-
l'imperatore e suoi successori, e di
istituire e consecrare il nominato
in vescovo di Leoben. Munito di
tali pontificie facoltà, a' 19 aprile
con pubblico istromento, che si
conserva nell' archivio dell' arcive-
scovato, l'arcivescovo e principe di
Salisburgo Girolamo, pel maggior
incremento della religione e como-
do de'sudditi dell'imperatore, e per
secondare le sue istanze, eresse la
sede vescovile di Leoben , colla
dotazione pel vescovo e pel capi-
tolo, e di fiorini 548 per la chiesa
cattedrale, acconsentendovi pure il
capitolo di Salisburgo ; dicendo di
ciò fare ad esempio de'predecesso-
si Gebhardo e Eberhardo , senza
pregiudizio dei privilegi metropoli-
tici, e delle chiese suffiaganee di
Salisburgo, cioè Gurk, Chiemense,
Secovia e Lavant. Pertanto soppresse
la chiesa parrocchiale di s. Andrea
apostolo fuori delle mura di Leoben,
e l'eresse in cattedrale sotto la me-
desima invocazione, con cura d'ani-
me, dichiarandola sufìraganea della
metropolitana di Salisburgo. Asse-
gnò per residenza del vescovo il
monastero di Goss, già delle mo-
nache di s. Benedetto, e per men-
sa episcopale 12,000 fiorini, da
pagarsi dall'imperatore e successo-
ri, liberi da qualunque peso. Ad
essi concesse la nomina si del ve^
LEO 3i5
scovo che delle dignità e canonici
del capitolo, il quale cosi venne
formato. » In dictu porro cathe-
drali ecclesiae Leobiensi unum vi-
carium generalem, qui post ponti-
ficalem major sit, cum uno cane-
nicatu et una praebenda prò uno
vicario generali , qui caput capitu-
li dicto ecclesiae Leobien existat,
iisque gaudeat praeminenliis, quae
sibi de jure competere possunt et
debent; item unam praeposituram
cum unu canon-icatu et praebenda
prò uno canonico praeposito, nec
non unum decanatum cum alio
pariter canonicatu et praebenda
prò alio canonico decano, ao unam
custodia m cum alio similiter cano-
nicatu et alia praebenda prò alio
canonico custode ; ac alios tres
canonicatus totidemque praebendas
prò tribus aliis fuluris mere cano-
nicis, qui una cum quatuor vicariis
in eadem cathedrali ecclesia Leo-
bien singulis diebus horas canoni-
cas, etc. . . . teneantur .... volen-
tes tamen et eadem auctorilate me-
tropolitica monentes, ut futurus e-
piscopus Leobien, in dieta cathe-
drali ecclesia per nos erecta et
instituta, unam iheologalem etalte-
ram poenitentiariam respecti ve prae-
bendas ad praescriptum concilii Tri-
dentini erigere et instituere cu-
ret. "
Il nominato dall' imperatore fu
consacrato dall'arcivescovo di Salis-
burgo a'28 aprile, Alessandro con-
te di Engl o Engel di Wagram
diocesi di Passavia, in vescovo di
Leoben, per la prima volta e cosi
in perpetuo. Il prelato occupò la
sede sino al i8oo, quvindo morì.
I tristi avvenimenti della guerra
che allora agitavano tutta l'Euro-
pa, e rovesciando egualmente tro-
ni e chiese, impedirono il rimpiat-
3i6 LEO
zo della sede rimasta vedova; an-
zi passando nel i8o5, in virtù
della pace di Presburgo, il terri-
torio salisburghese in dizione d'Au-
stria, e cessando perciò quel mo-
tivo che diede l'esistenza a questo
vescovato, nel 1808 da parte po-
litica ne fu pronunziata la soppres-
sione, e finché ne fossero fatti nuo-
vi accomodamenti , 1' amministra-
zione della diocesi di Leoben fu
commessa al vescovo di Secovia
(Fedi)^ il quale tuttora la governa,
sebbene bramoso di vedere giun-
gere il tempo che termini questo
stato provvisorio poco consolante,
e dare luogo ad un regolamento
definitivo, più vantaggioso agi' in-
teressi della chiesa di Leoben.
LEOCADIA (s.), vergine e mar-
tire. Nativa di Toledo, si fece co-
noscere pel suo zelo nel professa-
re la religione di Cristo in tempo
della persecuzione di Diocleziano
nell'anno 3o4. Venne arrestata, per
ordine del governatore Baciano, e
dopo aver sofferto orribili tormen-
ti, fu condotta in prigione, dove
passò di questa vita mortale. Ella
è patrona di Toledo, ove nel i58o
furono riportate solennemente le
sue reliquie, che duranti le scorre-
rie de'mori erano state trasferite
altrove. I martirologi notano la sua
festa ai 9 dicembre.
LEODEGARIO (s.), vescovo di
Autun, martire. Discendente d'una
delle più nobili famiglie di Fran-
cia, nacque nell'anno 616, e fu
condotto giovanissimo da' suoi ge-
nitori alla corte del re Clotario li;
poscia fu affidato alle cure di suo
zio Didone vescovo di Poitiers, che
vedendolo avanzarsi nella virtù e
nella scienza, lo ordinò diacono in
età di vent'anni, e poco dopo lo
fecQ arcidiacono, e gli commise il
LEO
governo della sua diocesi. Essendo
morto l'abbate di s. Massenzio ver-
so il 65 1, Leodegario governò quel
monastero^ fino a che essendosi ac-
quistata coi suoi consigli grande
riputazione presso s. Batilde, che
reggeva lo stato nella minorità di
suo figlio Clotario III, fu chiama-
to alla corte, e nel 659 nomina-
to vescovo di Autun. Il nuovo pa-
store ricondusse la pace nella sua
diocesi, già da due anni lacerata
dalle fazioni di due ambiziosi ec-
clesiastici che aspiravano a quella
sede. Egli sollevò i poveri, istruì
il clero ed il popolo, decorò le
chiese e le arricchì di sacre sup-
pellettili, e con magnificenza re-
staurò il battisterio della cattedra-
le. Nel 661 o 663 radunò un si-
nodo ad Autun, dove si fecero di-
versi canoni risguardanti la rifor-
ma de' costumi e la monastica di-
sciplina. Ebbe parte al governo
dello stato sotto il re Childerico
II, fratello e successore di Clota-
rio III. Lo zelo che mostrò per il
bene pubblico gli suscitò molti in- J
vidiosi che tentarono di perderlo, 1
e riuscirono di farlo rinchiudere
per ordine del re nel monastero
di Luxeul. Frattanto essendo sta-
to ucciso Childerico nel 678, san
Leodegario ritornò ad Autun. E-
broino, avversario del santo vesco-
vo, fece riconoscere per re un pre-
teso figliuolo di Clotario III, cui
egli chiamava Clodoveo, e nello
stesso tempo fece marciare nella
Borgogna un'armata, la quale mos-
se tosto contro la città di Autun.
Il degno pastore, sapentlo che non
volevano che la sua persona, si
consegnò da sé stesso ai suoi ne-
mici, che barbaramente lo accie-
carono. Fu poscia costretto a cam-
minare a pie nudi per vie aspre
LEO
e difficili, gli furono tagliate le
estremità delle labbra e della lin-
gua, e spogliato de'suoi abili fu
dato in custodia a Vaningo go-
vernatore del paese di Caux. Es-
sendo costui uomo dabbene, trat-
tò onorevolmente il suo prigionie-
ro, e lo ricoverò nell' abbazia di
Fecamp, ove passò tre anni, ed
avendo ricuperato l'uso della fa-
vella istruiva le religiose del mo-
nastero, offeriva ogni giorno il san-
to sagrifizio, e faceva continuamen-
te orazione. Ebroino, il quale si
era fatto dare da Teodorico la di-
gnità di prefetto del palazzo, ed
era padrone assoluto della Neustria
e della Borgogna, s'infinse di vo-
Jer vendicare la morte di Childe-
rico, alla quale accusava falsamen-
te s. Leodegario di essere concor-
so con Onerino suo fratello. Egli
fece comparire i prelesi colpevoli
dinanzi al re ed ai signori del re-
gno, e fece loro assai forti rim-
proveri. Guerino venne appiccalo
ad un palo e uccìso a colpì di pie-
tre: la condanna poi di s. Leode-
gario fu diiferita, infinchè fosse
stato deposto da un sinodo. Rac-
colti nel palazzo alcuni vescovi
corrotti, Ebroino vi fece condurre
il santo, il quale tuttoché prote-
stasse la sua innocenza chiamando
Iddio in testimonio, fu degradato,
e consegnato poscia nelle mani di
Crodoberto conte del palazzo, che
aveva ordine di farlo morire. L'em-
pio comando fu eseguito nella fo-
resta d'Ivelina, detta oggidì di s.
Leodegario, nella diocesi d'Arras,
sui confini di quella di Cambrai,
correndo l'anno 678. Il suo corpo
fu seppellito a Sarcin nell'Artesia,
per le cure della moglie del conte
Crodoberlo, e trasferito poscia nel
monastero di s. Massenzio, da do-
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ve venne trasportato ad Ebreul,
Sonosi fatti da Dio parecchi miracoli
per l'intercessione di s. Leodegario, e
diverse chiese furono fabbricate in
onore di lui. Jl suo culto è cele-
bre in Francia, e la sua festa è
notata ai 1 d'ottobre nel martiro-
logio romano moderno.
LEODEGARIO (s ). Fioriva sul
finire del sesto secolo, e gli fu com-
messo dal vescovo di Sciallon il
governo della chiesa di Perlhe. A-
dempì con molto zelo le sante fun-
zioni delle quali era incaricato;
unì lo spìrito di preghiera alla
pratica del digiuno e delle altre
opere buone, e si rese sopra ttu Ito
ragguardevole per la sua umiltà,
dolcezza ed affabilità. Morì assai
vecchio della morte dei giusti, e
fu seppellito nella chiesa dìNosIra
Donna di Perlhe. Riedificata que-
sta chiesa dopo essere stata ab-
bruciala dai barbari,, il corpo del
santo fu disotterrato e deposto die-
tro all'altare verso il g47, e nel
I 1 15 fu messo in una nuova cas«
sa. È onorato ai 24 d'aprile.
LEODORICIA, Loidoricmm. Se-
de vescovile della prima Tessaglia,
neir esarcato di Macedonia, sul gol-
fo di Zeiton, sotto la metropoli di
Larissa, eretta nel IX secolo. La
città al presente è un villaggio
greco chiamato Litari. Fu anche
sede d'un vescovo latino, e Giovan-
ni XXIII vi nominò vescovo Ven-
ceslao dell'ordine de'predicatori. O-
rìens christ. t. Ili, p. 988.
LEON o LEONE ' (Regno di),
Legionense Regnum, e da quelli
del paese chiamato Reìno de Leon.
Grande divisione della Spagna,
che rinchiude le sei moderne pro-
vincie di Leone, Palencia, Sala-
manca, Toro, Valladolid e Zamo-
ra, alle quali qualche volta si ag-
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giungono le Asturie. Il suolo è in o Bermondo I, nel 797 Alfonso II
generale montuoso, di un clima il Casto, nell' 84^ Ramiro I, nel-
sano^ quantunque in generale fred- 1' 85o Ordogno o Ordonio 1, nel-
do neir inverno e caldissimo nel- 1*866 Alfonso III il Grande, nel
l'estate. Abbonda di belle vallate, 910 Garzia I, nel 91 3 Ordogno II,
come quelle della Mediana e dei nel 928 Froila II, nel 927 Alfonso
BatJiceas, ed in pianure fertili. Le IV, nel 983 Ramiro II, nel 950
montagne rinchiudono miniere. Il Ordogno III, nel 915 Snncio I
Douro è il fiume primario. Ne il Grosso, nel 967 Raniero HI, nel
chiudono il lato boreale le Asturie, 988 Bermudo II, nel 99^ Alfonso
circoscrive la Vecchia Castiglia il V, nel 1027 Bermudo III che
canto orientale; dalla parte meri- morì nel 1037. Ferdinando I suc-
dionale ha la Nuova Castiglia e cesse nel regno di Castiglia a San-
FEstremadura, eviene all'occidente ciò III il Grande re di Navarra, e
limitato dal Portogallo settentrio- divenne re di Castiglia e di Leone,
naie e dalla Galizia. La maggior Ferdinando III re di Leone eredi-
parte di questa contrada era abita- tò dal suo minor nipote Enrico I
ta dai vettoni. Pelagio principe re di Castiglia, e uni nella sua
goto nell'anno 718 incominciò ad persona e pe' suoi successori que-
occupare la regione, poscia per una sti due regni verso Tanno 12 17.
sanguinosa battaglia conquistò Leo- Prima di ciò Ferdinando II, figlio
ne sui mori nel 722, incomincian- di Sancio III di Navarra e di Nu-
do dalle Asturie ad estendere il gna di Castiglia, avendo ucciso in
suo potere, onde i suoi successori battaglia suo cugino Vermondo o
vi fondarono il regno di Oviedo, Bermondo III re di Leone nel
con titolo di re d'Oviedo, sino ad 1087, si era fatto coronare re di
Ordogno o Ordonio II che assunse questo stato e delle Asturie nel
il nome di re di Leone. Ma i ero- 1088. Quantunque riunito alla co-
nologisti nella serie dei re del re- rona di Castiglia, Leone non per-
gno di Leon e delle Asturie in- dette il titolo di regno, e da ciò
cominciano da Pelagio che morì incominciò l'amalgama dei piccoli
nel 787, e gli successe Favilla, e stati che si erano stabiliti nel nord
dopo di lui: nel 789 Alfonso I il della penisola di Spagna [Feci).
Cattolico, nel ^5j Froila I, nel Leon fu il primo regno cristiano
768 Aurelio, nel 774 Silo, nel della Spagna.
783 Mauregato, nel 788 Bermudo
FINE DEL VOLUME TRIGESIMOSETTIMO.
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MoRONi, Gaetano, 1802-
1883.
Dizionario di erudizione
storico-ecclesiastica
AFK-9it55